venerdì 27 marzo 2009

Giuliano Naria, storia di un operaio

Pubblico un vecchio articolo di "famiglia cristiana" che racconta la vicenda di Giuliano Naria, un compagno che è stato in galera per 9 anni (carcerazione preventiva)accusato di delitti che non aveva commesso.

Anche lui è stato un protagonista degli anni 70. Ha militato in Lotta Continua, ha fatto l'operaio ed è morto di cancro nel 1997.

Ho scelto il ricordo che di lui ne dà la moglie, in quella intervista ad un giornale come Famiglia Cristiana, perché mi è parso il modo migliore per ricordarlo.Fuori da ogni retorica di parte.

Un proletario. Con un destino segnato. Uno che ha percorso in solitudine la sua strada, senza cercare scorciatoie. Gli ultimi anni li ha trascorsi scrivendo poesie, pubblicate per poter vivere.

Di quelle, prima dell'articolo, ve ne propongo una:

IL SOGNO E LO SPAZIO [carcere di Palmi]

C’era una volta, miliardi e milioni di anni fa, il sogno di un uomo e di una donna, di un bambino e una bambina, di un fratello e una sorella, di un compagno e una compagna.
Questo sogno era un narciso che sbocciava solo a primavera.
Questo sogno era sognato insieme, era vissuto insieme, era un sogno di spazi e di viole, un sogno di prati e di primavere, un sogno in cui non occorreva che si battesse il tempo per poterlo scorrere.
Questo sogno aveva la proprietà degli spazi infiniti e simultanei in un tempo zero. Ogni mattina il loro sogno spariva e spariva con il sogno la dimensione dell’insieme in cui il sogno era vissuto.
Il Tempo ingoiava il sogno e non lasciava più lo spazio di sognare, il Tempo divorava lo spazio e non lasciava più il sogno dei loro spazi vissuti insieme.

Gli spazi come i sogni sparivano al mattino lasciando sulle loro labbra brividi di salvia e la misura della quantità del tempo che li separava.
Restavano i narcisi, i narcisi bianchi con sfumature sul viola, i narcisi dai profumi dolci e simpatici, i narcisi sinceri, buoni, che esprimevano la loro amicizia, il loro amore. I narcisi racchiudevano i loro ricordi e le loro discussioni, tutte le loro sensazioni, tutte quelle carezze e quei baci e quegli incontri che non sarebbero mai potuti appassire come quei fiori.
I loro volti assomigliavano a quei fiori, come i narcisi erano ugualmente profumati, colorati, distribuivano e sprizzavano meraviglie e meravigliosità.
(Si racconta, inoltre, che solo chi è insensibile alla grandezza di questo fiore è portato ad essere sensibile nell’amore).
I fiori di narciso racchiudevano in uno stesso spazio i loro sogni, perché nei sogni non solo non si muore, ma gli amori si fanno cristallo e superano ogni limite e confine.
Ogni mattina, quando quel sogno veniva loro rubato, i loro capelli si drizzavano e da ricciolini che erano diventavano simili a degli spaghettini.
Avevano fatto una scommessa su se stessi, con se stessi, battere il tempo, dovevano impedire di farsi trascorrere da lui.
……………………………………………………………………….
E liberarono il loro desiderio di loro, liberarono il loro gesti e le loro parole, quelle parole che non fanno in tempo a fermarsi perchè i gesti sono più veloci.
Si innamorarono del loro amore perché su di questo il tempo non aveva potere, non aveva dominio e il narciso li raccolse nel sogno e dal sogno per portarli lontano da tutto ciò che non erano prati e fiori di primavera.
Nel corpo del fiore era possibile proiettarsi oltre e anche di là. Qui la matematica e la geometria dell’ignoto funzionavano pienamente.
………………………………………………………………………..
Sparirono percorrendo le poliedriche possibilità delle pieghe e degli angoli, proteggendosi dalla tenebra e dalla luce. Come saranno ora i loro capelli?




L'ingiustizia può anche uccidere. Persino a distanza di anni. Quali siano i fattori scatenanti di un tumore che colpisce prima la lingua, poi la laringe e infine divora il volto di un uomo, la medicina non è ancora in grado di stabilirlo con certezza. Ma che le umiliazioni, le sofferenze patite possano essere alla fonte del male, appare verosimile. «Il corpo non è un luogo meccanico», osserva il dottor Raffaele Morelli, direttore di Riza Psicosomatica, «ma è la condensazione di una serie di esperienze vissute. I dolori psichici possono portare anche alla morte».

Una delle ultime immagini di Giuliano Naria prima della malattia

Una delle ultime immagini
di Giuliano Naria
prima della malattia

Di traumi Giuliano Naria, ex operaio dell’Ansaldo di Genova, attivo negli ambienti di Lotta continua, ne aveva subiti tanti. Ha passato più di nove anni in cella come sospetto brigatista, accusato di omicidio (l’assassinio del procuratore capo di Genova Francesco Coco e della sua scorta), sequestri di persona, partecipazione a rivolte in carcere, insurrezione contro i poteri dello Stato.

Violenze subite da innocente, come le sentenze di assoluzione hanno poi dimostrato, che in carcere lo hanno fatto anche ammalare di anoressia. Intervennero in suo favore il presidente della Repubblica Sandro Pertini e 200 parlamentari di tutte le aree politiche, chiedendo che gli venissero almeno concessi gli arresti domiciliari prima che fosse troppo tardi. Il ministro di Grazia e Giustizia dell’epoca, Mino Martinazzoli, disse che quella di Naria «era una detenzione preventiva che di fatto va oltre il confine della ragionevolezza», aggiungendo che «un epilogo tragico di questa vicenda sarebbe, da qualsiasi punto di vista, uno scacco per la giustizia italiana». Ma il primo presidente della Corte di Cassazione rispose ai politici con un secco: «Non tolleriamo insulti».

Naria, tornato libero nel gennaio 1986 per decorrenza dei termini, assolto definitivamente nel febbraio 1991, si è spento lo scorso mese di giugno all’Istituto dei tumori di Milano. Aveva 50 anni. Dal 1995 era affetto da un cancro che gli aveva tolto la voce, devastandone le espressioni e riducendolo a una trentina di chili. Sotto l’effetto della morfina e del metadone per alleviare il dolore, in uno stato di torpore, la sua mente ha continuato a funzionare per settimane intere per consentirgli di rivedere nel sonno tutta la pellicola della sua vita. Quando il film era terminato, il cuore ha cessato di battere. Con lui c’erano la moglie Sabina, 33 anni, sposata poche settimane prima del decesso, e gli anziani genitori (Matilde, 77 anni, e Amelio, 83 anni) che dal 1976 gli sono stati accanto nelle aule di tribunale e nei parlatori presso le carceri di massima sicurezza. Per pagare gli avvocati e i lunghi viaggi per raggiungerlo in carcere (una cinquantina l’anno, moltiplicati per nove anni) hanno dovuto vendere la casa di Genova, a suo tempo comprata con un mutuo trentennale.

Naria era morto da pochi giorni quando alla porta della sua abitazione di Milano ha suonato l’ennesimo funzionario di polizia chiedendo di vederlo. I genitori gli hanno spiegato che non era più possibile: ormai riposava al cimitero. «C’era una volta una bambina che aveva i fiori nel cuore, all’alba e al tramonto andava ad aspettare il sole», scrive Naria in uno dei suoi racconti pubblicati ne L’orto delle fiabe, favole redatte durante la detenzione all’Asinara. Ma l’orco malvagio, invidioso della sua bellezza, voleva ucciderla e le tese un agguato lanciandole grossi sassi. «Uno di questi le schiacciò i suoi meravigliosi e fragranti fiori, un altro spappolò un uccellino color arcobaleno che si era avvicinato incuriosito. Un altro ancora, frantumandosi, proiettò una scheggia contro la bambina ferendola. Essa sentì un gran dolore e provò per la prima volta nella sua vita una grande tristezza. Ebbe anche paura... Allora il sole la chiamò e la nascose dentro la luce. Nessuno la vide più, neppure l’orco malvagio».

  • Prima di incontrare Giuliano, conosceva già la sua storia?

«Ci siamo conosciuti nel 1989», risponde Sabina Naria, «attraverso degli amici. Delle sue vicende sapevo già qualcosa».

  • Lui come si raccontava?

«Giuliano non amava raccontarsi».

  • Qual era il suo approccio alla vita?

«Di grande entusiasmo. Non si è mai lamentato di nulla. Ha sempre cercato di cogliere gli aspetti belli della vita. Qualche mese fa gli dissi, a proposito della malattia: "Sei sfortunato!". Mi rispose: "Non sono sfortunato, perché ho la fidanzata, il papà e la mamma più fantastici del mondo"».

  • Come definirebbe suo marito Giuliano?

«Un vulcano di idee».

  • Come è maturata la decisione di sposarvi?

«Volevamo condividere davanti a tutti la nostra unione».

  • Che cosa pensava Naria della giustizia?

«Non portava alcun rancore, nonostante ne avesse tutti i motivi. Sosteneva che non era comunque una giustizia dell’uomo, ma del sistema».

Giuliano Naria in manette

Giuliano Naria in manette
  • E lei, che idea si è fatta della giustizia?

«È un potere che non paga mai per gli errori che commette».

  • A chi si ispirava Naria nel suo impegno sociale?

«Senz’altro ai genitori (il padre ha lavorato per 37 anni in un’azienda genovese come montatore specializzato, andando in pensione nel 1974). Ricordava spesso che non vollero comprare una seconda casa perché, dicevano, avrebbero finito per affittarla a un operaio, a un poveraccio, e l’idea di chiedere soldi, di sfruttare uno che era come loro, la trovavano inaccettabile».

  • Qual era il sogno di Naria negli ultimi mesi della sua vita?

«Tornare a viaggiare, rivedere l’America Latina. Voleva portarmi in viaggio di nozze in Colombia, in Perù, Paesi che aveva visitato dopo il 1991, quando gli restituirono il passaporto. Aveva una passione per la cultura Inca sin da ragazzo: quando Giuliano aveva 5 anni, il padre voleva emigrare in Sudamerica, ma la madre lo trattenne».

Pochi mesi or sono, con la malattia che avanzava inesorabile, Naria, che lavorava come giornalista-scrittore dedicandosi all’economia e alla finanza per vivere e all’America Latina per diletto, scrisse a un amico: «Io non sono ancora stanco di vivere, sento che devo fare ancora un sacco di cose. Scrivere almeno una decina di libri». In autunno uscirà il suo ultimo lavoro, I duri (Baldini & Castoldi). Sono racconti che hanno per protagonisti dei personaggi del mondo del carcere, per testimoniare che anche gli "avanzi di galera" sono esseri umani. Perché non si nasce mai "cattivi".

Accusato, assolto:
storia processuale dell’imputato Naria

Giuliano Naria nasce a Genova nel 1947. Nel giugno 1976 vengono uccisi dalle Brigate rosse il procuratore generale di Genova Coco e i due uomini della scorta. Naria viene arrestato in Valle d’Aosta nell’agosto 1976 con l’accusa di aver partecipato, nell’ottobre 1975, al sequestro del capo del personale dell’Ansaldo Casabona. Viene prosciolto prima nel 1976 poi nel 1985. Nel frattempo un nuovo mandato di cattura lo indica come uno degli assassini del procuratore Coco.

Nel 1980 Naria è processato a Torino per l’omicidio Coco: il processo viene sospeso. Lo stesso anno ad Aosta viene condannato a 5 anni per banda armata. Nel 1983, riprocessato a Torino per l’omicidio Coco, è assolto per insufficienza di prove. In appello, nell’aprile 1985, è assolto con formula piena dall’accusa di omicidio.

Intanto, nell’ottobre 1984 il tribunale di Trani lo condanna a 17 anni per aver fatto da telefonista durante la rivolta nel carcere locale. Si ammala di anoressia. Nell’agosto 1985 ottiene gli arresti domiciliari: esce dal carcere dopo avervi passato 9 anni e 16 giorni. Nel novembre 1985 viene assolto anche dalle accuse per la vicenda di Trani. Sospettato del sequestro del giudice D’Urso, le accuse si rivelano infondate. Nel gennaio 1986 ottiene la libertà provvisoria per decorrenza dei termini. Nel febbraio 1991 è assolto dall’accusa di insurrezione armata contro lo Stato.

Carlo Remeny

giovedì 26 marzo 2009

Torino è una città di merda o è solo nella merda?


Per quattro giorni gli escrementi lasciati sul pavimento del Cambio hanno occupato pagine e pagine della Stampa.
Quel gesto deve aver fatto parecchia impressione nella testa di qualcuno, le analisi di tutti i tipi si sono sprecate. I giudizi anche.
Si è andati da interviste fatte a Petrini di Slow Food che si indignava per l'attacco ad un simbolo del mangiare bene, però vorrebbe tanto dialogare, all'indicazione di nome e cognome di "anarchici" che avendo avuto qualche problema con la "giustizia", del tipo occupazione di case etc., hanno avuto l'onore della citazione in prima pagina della cronaca cittadina. Una roba in puro stile mafioso, del tipo "non sappiamo se sei tu, però....".
Non vi dico poi cosa è successo quando una quindicina di compagni si sono presentati a volantinare presso Eat Italy, mandando di traverso il pranzo a qualche commensale ben pasciuto troppo intento a gustare il culatello per lasciarsi distrarre da quelle robette che venivano raccontate nei volantini lasciti sui tavoli.
Echecazzo, siamo tanto buoni e bravi ed eco solidali oltre che attenti a che le pere dell'orto non vengano inquinate da non poter accettare di sprecare tempo per capire perché un po' di uomini preferisce lasciarsi morire, ingoiando lamette o impiccandosi, piuttosto che tornare nel paesello natio a coltivare qualche appezzamento di terra arida con il bollino verde di slow food.
Sfugge qualcosa.
Sulla vicenda vi copio un post trovato su Macerie (l'indirizzo è http://www.autistici.org/macerie/) che esprime bene quello che nei "bar" e nelle piole si pensa di questa vicenda:

"I nostri telefoni, da qualche giorno, sono roventi: tutti ci cercano, tutti domandano di noi e vogliono sapere. Corteggiatissimi, quasi fossimo delle ballerine di prima fila, coi nomi sbattuti un po’ qua e un po’ là sulle gazzette cittadine, stiamo assaporando il gusto di una celebrità che non abbiamo mai voluto né ricercato. E anche l’audience di \\Macerie e storie di Torino\\, incredibile!, è alle stelle, manco ci fossimo messi a vendere calze a rete per corrispondenza.

Tra tutti, sono i giornalisti a tampinarci più fastidiosamente. Vogliono chiacchierare e farci chiacchierare, estorcerci dichiarazioni imbarazzate oppure proclami roboanti da tagliare e ricucire a modo loro sulle colonne dei quotidiani. Ma, è cosa nota, a noi i redattori di gazzette fanno un certo ribrezzo - un ribrezzo proprio fisico, che ci causa talvolta eritemi evidenti sulle braccia e sulla faccia. Li vogliamo lontani.

Ma non è che ci sia passata la voglia di parlare. E lo facciamo con i nostri strumenti abituali, con la nostra solita voce e senza cedere alle lusinghe di questa effimera celebrità.

Lo volete proprio sapere che cosa ne pensiamo della merda gettata al Cambio l’altro sabato, allora? Vi accontentiamo subito.

Noi, al solo pensiero dei velluti insozzati e di questo branco di madamine ingioiellate che scappano senza mangiare e con il naso turato ci siamo fatti un sacco di risate. Sì, perché anche il riso è cosa di classe e, insieme a noi, avranno riso tanti altri che abitano i bassifondi di questa maledetta città.

Ma non abbiamo riso, invece, quando abbiamo visto gli sguardi carichi di indignazione dei politici e della gente-per-bene – tutti intenti a misurar la merda caduta sulla suola delle scarpe di un imprenditore qualsiasi – e ci siamo ricordati di quanto quegli stessi sguardi erano vuoti e annoiati quando invece ci sarebbe stato da parlare, per esempio, di un algerino senza nome morto di botte dentro ad un Cpt. Non vogliamo sembrarvi preteschi: ma se proprio si vogliono misurare le altezze morali di tutti quelli che hanno preso voce in questa vicenda la figura migliore la fanno gli ignoti inzaccheratori, che hanno messo almeno un po’ di sé stessi in gioco per dare una mano a chi dentro le gabbie si sta giocando tutto in una lotta costante e disperata.

Certo, certo, - ci diranno i nostri amici rivoluzionari - tra il lanciar liquami e bruciare i titoli di proprietà la distanza è ancora troppo grande. Cosa rispondere? Che bisogna dare tempo al tempo, come si dice. Per ora, una cosa sola è certa: l’incursione al Cambio ha reso ancora più evidente una frattura, che è una frattura di classe. La prima a portare una parola di conforto alla moquette impregnata di merda è stata, guarda caso, proprio Evelina Christillin. Rampolla di buona famiglia valdostana, compagna di scuola di Margherita Agnelli, con l’operazione “Olimpiadi 2006″ la Christillin si è gonfiata talmente le tasche da poterci andare tutte le sere a cena, al Cambio, da qui ai prossimi vent’anni - e a spese di gente che ora come ora il parmigiano se lo può permettere solo se ha la prontezza di metterselo sotto il giaccone prima di passare alle casse del supermercato. E non è neanche un caso che il primo a dire una cosa intelligente sulla pericolosità - in prospettiva - dell’episodio del Cambio sia stato il sindaco Chiamparino: conosce bene la città che governa e sa che la gente, a forza di tirar la cinghia, prima o poi perde le staffe. Che poi, rotto il freno, gli impoveriti della città se la prendano proprio contro i ricchi (e non, come tanti vorrebbero, con chi sarà ancora più povero ed escluso di loro) per noi è una prospettiva accattivante. Per lui - e per la Christillin - un incubo nero nero. Ed è proprio questa paura, evidentemente, ad aver generato tutto il clamore che ha seguito l’irruzione di sabato scorso.
Vedete che almeno quattro righe di teoria siamo ben riusciti a tirarle fuori da quella secchiata di merda. E tante altre se ne potranno cavare ancora. Non è difficile: basta tenere gli occhi bene aperti ed evitare le luci, abbaglianti e fallaci, della ribalta.


(Intanto che vi parliamo gli uomini del vicequestore Petronzi (nella foto) se ne stanno qui sotto ad aspettarci. In questi giorni ci ronzano attorno come mosconi. Noi, come d’abitudine, ci prendiamo il lusso di riempirli di male parole tutte le volte che incrociano i nostri sguardi in mezzo alla strada. E questo non fa altro che aumentare le pacche sulle spalle e gli sguardi d’intesa che riceviamo nei nostri quartieri e tra la nostra gente - e anche questa è una questione di classe. Li ringraziamo del servizio.)"



Mentre queste cose accadevano due ragazzi marocchini venivano gambizzati da un tizio con casco, di pomeriggio in una piazza di questa città, perché avevano reagito ad un'aggressione razzista un paio di giorni prima.
Ora, potete capire che un italiano doc non può accettare di organizzare una spedizione contro un gruppo di immigrati seduti in un bar e, con i suoi amici, tornarsene a casa pieno di botte perché quelli nella vita fanno i muratori e quando menano menano di brutto.
E allora si ritorna con il "trono" (pistola, in gergo) e si spara dopo aver minacciato il barista perché lui gli immigrati non li deve servire.
Pensate che abbiano dedicato fiumi d'inchiostro alla vicenda? Qualche analisi sul fenomeno? E no, c'è la merda che preoccupa di più perché il gesto è fatto in centro mentre quelli sparano in periferia.

E' una città di merda quella in cui abito e mio figlio cresce?
Non lo è architettonicamente nel centro, anzi. Lo è in periferia sicuramente. E la periferia qui da noi è vasta.
Però è tanto una città ipocrita (come tante direte voi, però io qui vivo) ,lontana mille miglia per indole da quegli schizzati di milanesi o da quegli ironici e artisti della presa per il culo di romani.
E' una città che produce gente come Soria (quello del premio Grinzane) messo dentro solo perché il suo cameriere si è scocciato di farsi sfruttare e lo ha denunciato. Da lì hanno scoperto che mentre organizzava premi farlocchi viveva da nababbo e rubava allegramente alle spalle di noi poveri gonzi, il tutto con il silenzio omertoso sia della destra che della sinistra istituzionale .
Uno che, con la sua fondazione finanziata dalla regione con milioni , spendeva una roba tipo 500.000 euro all'anno per pranzi offerti a tutto il ciarpame istituzionale di questa città.
E' una città che ha mandato in pensione Novelli (quello che denunciò le prime tangenti) e si gode la riabilitazione di gente come La Ganga.

E' una città che sedimenta ed ogni tanto esplode.
Qui da noi si passa da serate passate a spegnere incendi appiccati a decine di macchine a risse gigantesche fatte ai murazzi o in piazza Vittorio.
Per il momento è così, e così si sfogano i poveracci. Ma fino a quando? Sarà forse per questo che hanno paura di quella merda sul pavimento di quel ristorante? Paura che quella merda faccia intendere che è ora che inizino a raccogliersela da loro?




martedì 24 marzo 2009

Cronaca della rivolta in Guadalupa, quello che lor signori temono

Copio due post che, cronologicamente, raccontano la lotta che si è sviluppata in Guadalupa. Da noi sono preoccupati per due secchi pieni di merda rovesciati a terra in un ristorante di Torino. Sembra che quel gesto li abbia terrorizzati. La Stampa é tre giorni che dedica tre pagine intere alla vicenda. In realtà quello è parte dello spettacolo e fa più notizia dell'assedio fatto a quell'amministratore che voleva licenziare 150 persone, un mese fa, in una fabbrica di Torino. L'assedio è durato 14 ore ed è riuscito a tornare a casa grazie all'intervento della polizia. Di come i media stanno trattando piccoli e grandi fatti ne parleremo un altro giorno, adesso leggete questo.....ed imparate.

24 FEBBRAIO, L'INIZIO
Scuole e università chiuse, trasporti pubbliciparalizzati, chiuse anche le poste ed i comuni, bloccati gli accessiall'aeroporto di Pointe-a-Pitre, fermi la maggior parte dei villaggituristici. Ogni giorno migliaia di persone manifestano nelle strade.Blocchi stradali e presidi nelle strade. Da un mese la Guadalupa è paralizzata da uno sciopero generale contro il carovita. Iniziato come reazioneall'aumento dei prezzi dei prodotti di prima necessità (l'inflazione inGuadalupa è salita del 70% nel 2008, mentre i salari sono cresciuti inmedia solo del 3%, lo sciopero a oltranza si è esteso alle vicine isoledi Martinica e Réunion, potrebbe arrivare anche alla GUyana francese.

Tutte e quattro sono i resti dell'Impero coloniale francese, che con la Costutuzione francese del 1946 divennero départements d'outre-mer (Dipartimenti d'Oltre mare, DOM).

Nella notte del 17 Febbraio a Guadalupa un sindacalista è stato ucciso vicino a un posto di blocco eretto dai manifestanti a Pointe-à-Pitre. Jacques Bino stava tornando in auto da un comizio e sarebbe stato raggiunto da spari mentre attraversava un quartiere periferico della città. Tre poliziotti che cercavano di soccorrerlo sono stati feriti.

I giornalisti presenti in Guadalupa parlano, negli ultimi giorni, di vere e proprie scene di insurrezione. Sono sempre più numerosi gli scontri tra polizia e manifestanti e le barricate spuntano come funghi. Molti negozi sono stati devastati e incendiati e per la popolazione diventa ogni giorno più difficile approvvigionarsi. Mentre i negoziati con le istituzioni sono a punto di stallo.

Le strade di Pointe-à-Pitre e di altre città dell’isola sono cosparse di posti di blocco, a volta infiammati con benzina e gomme. Al centro delle proteste, il fatto che sull’isola l’uno per cento della popolazione possiede il 52 per cento delle terre agricole e il 90 per cento delle ricchezze industriali. Sono i «béké», abitanti bianchi della Guadalupa.

Per tentare di smorzare la tensione nell’isola Nicolas Sarkozy ha ricevuto giovedì 19 febbraio gli eletti di oltremare. Il premier Fillon ha inoltre annunciato che il consiglio interministeriale dell’oltremare, creato il 13 febbraio, dovrebbe riunirsi per la prima volta nei prossimi giorni, dopo le accuse lanciate dalla deputata della Guadalupa, Jeanny Marc [partito socialista].

Marc ha denunciato il trattamento riservato dal presidente alla crisi: «Questo problema va avanti da un mese e il governo non ha dato alcun cenno per la Guadalupa». La protesta contro «padroni e governo» è iniziato il 20 gennaio all’appello del collettivo Lkp ("Liyannaj kont pwofitasyon", Contro lo sfruttamento aoltranza), e il suo leader, Elie Domota, viene chiamato «il presidente della Guadalupa» dai suoi sostenitori. Segretario generale dell’Ucgt, il sindacato maggioritario nell’isola, Domota ha riempito il vuoto lasciato dagli eletti di destra come di sinistra, discreditati.

Nei suoi comizi, rigorosamente in creolo, attacca il «disprezzo» della metropoli e denuncia la «pwofitasyon» [lo sfruttamento oltranzista]. A chi insinua mire indipendentiste, lui risponde che non ha ambizioni politiche. Almeno per ora.

I quattro dipartimenti francesi di oltremare sono le regioni europee con il più alto tasso di disoccupazione. Secondo l’ufficio europeo delle statistiche, nel 2007 c’erano 25,2 per cento di disoccupati alla Reunione, 25 per cento in Guadalupa, 22,1 per cento in Martinica e 21 per cento in Guyana. La Guadalupa è anche la regione europea con il più alto tasso di disoccupazione tra i giovani [15-24 anni], con il 55,7 per cento.

Intanto il deputato Ump Jean-François Copé ha accusato il leader del Nuovo partito anticapitalista, Olivier Besancenot, di puntare a un contagio alla Francia metropolitana del movimento anticrisi della Guadalupa. «Non vi sarà sfuggito – ha dichiarato Besancenot – che l’estrema sinistra e Besancenot, il cui obiettivo principale è di moltiplicare ovunque l’agitazione, se possibile violenta, è in questo processo di moltiplicare gli appelli di questa natura in Francia metropolitana». Besancenot dovrebbe partire per le Antille venerdì.

Il 20 Febbraio una folla di 15-30 mila persone, a seconda delle stime della polizia odegli organizzatori, ha preso parte a Parigi alla manifestazione disolidarieta' per Guadalupa. Il corteo e' partito intorno alle 14,30 da piazza de la Republiquediretto verso piazza de la Nation. Molti manifestanti indossavano unafascia bianca al braccio in segno di lutto per la morte delsindacalista Jacques Bino.

Le trattative tra sindacati, patronato e Stato non stanno portando a niente, proseguiranno comunque questo pomeriggio. I lavoratori chiedono un aumento salariale di 200 euro, i padroni propongono 50 e lo Stato(francese) non vuole sobbarcarsi l'aumento degli stipendi richiesto perchè ciò "metterebbe a terra il sistema sociale francese".[Le Monde, 24.02.09]
Ieri sera l'LKP ha invitato ad un inasprimento dello sciopero.

La risposta del governo francese è inequivocabilmente la repressione,Sarkozy già ce lo aveva mostrato come Ministro degli Interni nel 2005per sedare le rivolte nelle banlieues. [red.]

Qualche immagine dei telegiornali francesi le trovate qui e qui. L'Italia fin che può resta sorda.

Articolo di cronaca di Sara di Nella tratto da www.carta.org (18.02.09) e aggiornato su fonti Le Monde, Adnkronos, Asca.

COME E' PROSEGUITA LA STORIA, UP DATE AL 22 MARZO

Un aumento sindacale di 200 euri netti, per quasi 50 mila persone, per la Martinica è una vittoria storica!!!!!!

Guadalupa, radiografia di un movimento sociale (da Mediapart del 25 febbraio 2009)

In Martinica, le discussioni su eventuali aumenti di salari continuano ad arenarsi. In Guadalupa, le negoziazioni ristagnano tra l’LKPprincipale sindacato dell’isola, ossia il collettivo che ha lanciato il movimento, e il padronato. Confindustria continua ad opporsi all’aumento di 200 euro dei salari che l’LKP ha reclamato. Dal mese di dicembre, l’LKP ha dato il via ad un confronto diretto, restando, per adesso, un movimento popolare.

Alcune delle rivendicazioni dei sindacati: (da France Inter del 6 febbraio 2009)

-La diminuzione immediata di 50 centesimi sul prezzo del carburante.

-La diminuzione immediata dei prezzi di tutti i prodotti di prima necessità e di tutte le tasse.

-Un aumento dello stipendio di base di almeno 200 euro netti.

-Lo sviluppo della propria produzione al fine di soddisfare i bisogni della popolazione.

-La priorità al momento dell’assunzione e dei posti di responsabilità per i nativi della Guadalupa e il rifiuto del razzismo nell’impiego.

La Guadalupa conosce una situazione difficile: la disoccupazione é arrivata al 26,9%, lo stipendio medio per abitante é inferiore alla madrepatria (Francia) di circa 200 euro e il costo della vita é particolarmente alto. Contemporaneamente, più del 14% della popolazione vive grazie al reddito minimo di inserimento (RMI): aiuti economici considerati insufficienti. I provvedimenti rappresenterebbero un costo di circa 108 milioni di euro per gli imprenditori, da compensare con delle esonerazioni consentite dallo Stato.

La Riunione (territorio francese): un carabiniere (gendarme) ferito da un colpo di carabina (dal Parisien.fr, 10 marzo 2009)

La situazione si é bruscamente aggravata in Riunione. Stanotte un carabiniere mobile é stato ferito da un colpo da fuoco proveniente da una carabina nella zona di Saint-Denis, mentre si stavano svolgendo scontri importanti fra forze dell’ordine e manifestanti. E’ tornata la calma nel quartiere dell’accaduto mercoledì mattina, dove i negozi sono stati riaperti e gli abitanti hanno ripreso le loro occupazioni quotidiane.

Quindici feriti lunedì. L’esito della seconda giornata di manifestazione del collettivo contro il caro-vita é di 15 feriti e 16 interpellati dalle forze dell’ordine. Questi incidenti sorgono cinque giorni dopo l’ultima impennata di violenze in Martinica, mentre le Antille francesi restano in preda ad una grave crisi sociale.

Violenze a Saint-Denis. Alle ore 20 di lunedì scorso (le 17 a Parigi), nel quartiere popolare del Chaudron, dei gruppetti di ragazzi davano del filo da torcere alle forze dell’ordine. Gli incidenti hanno iniziato nel bel mezzo della giornata di fronte alla prefettura, in seguito alla manifestazione che ha radunato fra 7 e 10 mila persone secondo gli organizzatori e 3 mila secondo la prefettura. Delle pietre sono state lanciate contro le forze dell’ordine intervenute per togliere uno sbarramento stradale, tirando dei gas lacrimogeni. I giovani hanno allora ripegato verso le strade della città dove hanno bruciato cestini della spazzatura, incendiato beni urbani e sbarrato strade, inseguiti dai carabinieri mobili e dalla polizia.

Negoziazioni in corso. Il prefetto ha chiesto ai negoziatori “un accordo al più presto possibile” in seguito ai “reali resultati ottenuti grazie agli sforzi impiegati da ogniuno dopo solo cinque giorni di trattative”, di cui 150 euro di aumento dei salari, 50 euro in meno negli affitti degli alloggi sociali e “un’importante diminuzione del prezzo del gas e del carburante”. Una ventina di militanti della CGTR hanno manifestato davanti al commissariato di Saint-Denis per chiedere la liberazione di uno dei militanti che é stato arrestato. A Saint-Pierre, dei manifestanti hanno fatto chiudere, senza violenze, cinque grandi magazzini.

Un accordo sui salari firmato in Martinica (Le Parisien.fr, 11 marzo 2009)

Il “collettivo del 5 febbraio” che dirige da circa cinque settimane un movimento contro il caro-vita in Martinica e il padronato, hanno firmato un accordo globale sul minimo salariale nella notte fra martedì e mercoledì. Dopo ore di difficili trattative, interrote varie volte, sindacati e organizzazioni imprenditoriali hanno finalmente trovato un accordo sul punto chiave che condiziona tutta l’uscita dalla crisi.

Ci sono volute dieci ore per avvicinare le posizioni sindacali e padronali su due questioni: la definizione del minimo salariale che servirà da referenza per accedere all’incentivo di 200 euro netti. Su questa base, 47 mila persone potranno godere di questo incentivo.

Tratto da SenzaSoste.it


Racconto da un viaggio in Arabia




Fonte: http://aroughride.blogspot.com


Tre mesi di lavoro in Arabia Saudita. Un warp spaziotemporale che mi ha risucchiato nel medioevo.

Nell'inconscio subliminare l'Arabia evoca cammelli, mercati di ambre e spezie, palme e datteri, raffinati profumi.

Che ci fosse qualcosa di drammaticamente storto, cominciai a rendermene conto all'arrivo: una coda di piccoli giovani bengalesi si tenevano per mano, tutti in divisa della ditta di pulizie che li mandava come schiavi moderni a servizio dei padroni sauditi. I loro volti parlavano di una vita di poverta' e sacrifici, l'unico sogno loro era barattare la propria vita per una manciata di dollari da mandare alla famiglia in Bangladesh. Un ispettore della polizia mi individua nella coda, unico bianco, e mi fa passare davanti; protesto sommessamente, poi lascio fare per non causare guai. Imparai ben presto che in Saudi devi lavorare, rigare dritto e chiudere il becco; tutto e' blindato e nessun saudita vuole mettere in discussione il loro modello di sviluppo e la loro dipendenza dal petrolio. Di fatto, nessun saudita vuol sapere quello che pensi, vogliono solo che tu li assecondi e soddisfi i loro desideri.

E' un popolo che ha sempre tenuto schiavi, il 20% della popolazione lo era, una volta erano eritrei e sudanesi, poi nel 1962 la schiavitu venne abolita e sostituita con l'importazione di lavoratori poco qualificati soprattutto da India, Bangladesh, Pakistan e Filippine. Circolano bruttissime storie di ragazzine indiane "comprate" e sparite per sempre, di filippine scappate dal loro "padrone" e che vivono - e tremano - in clandestinità; quanto siano vere, non so; ma è chiaro che qui, in una società fortissimamente machista, le donne immigrate sono di gran lunga le più vulnerabili.

Immigrati sono tutti i lavoratori dei servizi; tassisti sauditi sono pochissimi, e in breve imparo che sono da evitare; cercano spesso di fregarti sul prezzo, guidano come al grand prix, avverto in loro violenza e arroganza. La storia dietro questi immigrati e' quasi sempre la stessa: famiglia numerosa, necessita' di mantenere figli o fratelli all'universita', sogno di tornare un giorno a casa e comprare una casa, un ritorno a casa ogni 3 anni, quasi tutti hanno lasciato la moglie al paese perchè una donna in Arabia fa una vita da talpa. Uno si vende un pezzo di vita - quasi come vendersi un rene - per una illusione di un futuro migliore, per un dovere verso la famiglia.

Belli più di tutti sono i Pashtun, vengono dalle zone del Pakistan verso la frontiera con l'Afghanistan, da luoghi resi celebri dai racconti di Gino Strada... Peshawar... sono alti, forti, fieri nelle loro barbe curate e nei loro costumi, sembrano tutti il ritratto del comandante Massoud, sono calmi e gentili, odorano ancora di una civiltà di nomadi e pastori, fatta di mucche e di solidarietà di villaggio. Come fanno a sopravvivere in questo inferno di cemento. Come fa chi non era già stato prima globalizzato, violentato, piallato, brutalizzato, ad accettare così la distruzione di ogni vincolo con la comunità e con l'ambiente. Forse solo la religione e una piccola comunità di immigrati dallo stesso paese li tiene lontani dal suicidio.

L'idea che la vita serva ad essere felici, a realizzare i propri sogni, non li sfiora neanche. Quando chiedo loro di parlarmi della loro terra, evitano l'argomento, e imparo a non fare piu questo tipo di domanda; il dolore della nostalgia sarebbe terribile, meglio cicatrizzare la ferita dello sradicamento con una ciste di oblio. Fare domande sulla terra e' come grattare la crosta, fa sanguinare. Meglio domandare della famiglia, questo riconferma il significato del proprio sacrificio e anima i cuori. Qualcuno ha pure pagato ingenti somme per ottenere un visto per l'Arabia, la famiglia si è indebitata per mandare la vittima al sacrificio. E sono fortunati quelli che ce la fanno.

Quasi sempre i filippini quando sanno che sono Italiano mi implorano di aiutarli a trovare un lavoro in Italia, o ottenere un visto per l'Italia. Implorare e' la parola adatta, esplorano tutte le possibilita, non mollano finche ho risposto piu e piu volte negativamente a tutte le domande. si vede che sognano l'Italia giorno e notte, quasi tutti hanno familiari in Italia e tutti felicemente sistemati in un paese libero e tollerante - si fa per dire, tutto è relativo - mentre loro sono prigionieri di un paese fascista. Faccio uno sforzo per restare indifferente, ma il loro dolore e struggimento entra dentro e lascia il segno. E' come visitare una prigione e le mani dei condannati da dietro le sbarre si aggrappano a te perchè li porti via con loro, verso il sole e la libertà, una felicità lontana e impossibile quasi dimenticata nel logorarsi quotidiano della prigionia. Ricordo di una poesia studiata a scuola, Paul Eluard... Sur la jungle et le désert, Sur les nids sur les genêts, Sur l'écho de mon enfance, J'écris ton nom... Liberté. A pochi e' dato di vivere una vita normale, alzarsi ogni giorno in un paese libero, in pace, con la pancia piena e' una cosa di per se straordinaria che non dovremmo dare per scontata.

Le filippine danno una caccia spudorata ai maschi europei, basta che respiri e che ci sia una anche solo remota possibilita che ti porti via di la. E' un triste spettacolo ma probabilmente farei anch'io lo stesso al loro posto. Queste donne sono eroiche, la vita di una donna in Arabia e' drammatica, sono continuamente soggette ad assedio sessuale da tutti, perche fare sesso con una saudita e' estremamente pericoloso per cui tutti, locali e immigrati, si rivolgono alle filippine che comunque hanno fama di preda facile, il tiro al piccione. Le infermiere confessano di non avventurarsi mai fuori dalle mura dell'ospedale, mi mormorano storie di donne rapite, violate e sepolte nel deserto. Ricordano gli Eloi della Macchina del Tempo di H.G. Wells, mangiati dai Morlocks.

Viviamo in una nazione in cui una donna sorpresa in adulterio viene pubblicamente lapidata a morte. In generale le condanne a morte vengono condotte in pubblico, e i pochi arabi con cui ho ragionato sul tema ne sembrano entusiasti - bisogna dare il buon esempio, dicono, punirne uno per educarne cento. Ricordo un giorno in cui in Ciad tre ladroni vennero fucilati in pubblico da un plotone di soldatini ubriachi, la citta intera si riverso in piazza ad ubriacarsi del sangue e della disgrazia altrui, anestetico per le proprie sofferenze. Anche i miei colleghi laureati erano estasiati dallo spettacolo. Mi raccontano di un occidentale che venne trascinato in prima fila ad assistere ad una esecuzione per decapitazione, e si trovò inondato di sangue: per fare in modo che il condannato prima di morire vedesse la faccia di un infedele, supremo affronto. Un pensiero molto carino.

I gatti sauditi sono una cartina tornasole del mondo saudita. Cani non ce ne sono, i musulmani li considerano impuri perche si leccano i genitali. Ma gatti in giro ce ne sono, sono magri ispidi e spiritati,sporchissimi e arruffati, scappano terrorizzati quando si avvicina un umano, sembrano tutti usciti da un girone dantesco, come afflitti da un post traumatic stress disorder cronico. Uno ha la coda mozzata, dopo molti Kitekat riesco a vincere il suo orrore per gli umani, ma ogni volta che lo accarezzo freme di paura. Un altro si trascina sulle zampe davanti, la schiena spezzata, gli arti posteriori paralizzati probabilmente da una automobile che gli è passata sopra: caro amico gatto, hai pagato cara la tua avventura saudita, per te non c'e' ritorno; volevo dargli un po' di Kitecat per lenire l'estremo affronto, fargli capire che almeno da qualche parte esiste l'amore, e che forse la luce di quell'amore lo può accompagnare nella sua strisciante esistenza ed illuminare i suoi più bui momenti; che c'e' qualcuno che partecipa del suo dolore, che non e' completamente solo nel suo dramma, che esiste un dio minore misericordioso anche verso i gatti... ma al momento l'avevo finito. Disdetta. Quando arrivai in Egitto, mi colpirono i gatti del Cairo, pasciuti, sicuri di sè, ti passano vicino con nonchalance, segno che l'umanità attorno gli è benevola e tollerante.

Riyadh e' un perfetto esperimento di laboratorio di coltivazione in vitro del batterio consumistico ed energivoro americano: si prenda un popolo nomade, quindi con scarse difese immunitarie alla demenza urbanistica moderna. Lo si inondi improvvisamente di energia e denaro, e si usi come catalizzatore il modello di vita americano. Si vedra come questo popolo, prima fluido, cristallizzerà sedentario riproducendo all'infinito lo schema del DNA urbanistico americano: shopping centers, parking lots, highways, uguali all'infinito, sempre ugualmente orrido e becero, un oceano di automobili in un mare di cemento. Le gambe ridotte a goffe appendici per il controllo di freno e acceleratore, la camminata si fa dondolante per mancanza di coordinamento motorio. Gli umani si circonderanno di una nuvola di gadgets elettronici, secerneranno corazze di automobili di lusso, di camions da 2 tonnellate, tanto la benzina e' quasi gratis. Non esistono attraversamenti pedonali, nessuno cammina per strada tranne qualche buon selvaggio indiano - grande India, ultimo baluardo di civiltà contro la marea del consumismo.

I sauditi sono il popolo al mondo che fa piu incidenti stradali mortali - nell'eccitazione causata dall'eccesso di energia, si dimenticano dei limiti che madre natura ci ha dato. E', comunque, molto evidente il ruolo dominante che gli Americani hanno avuto nel forgiare questo paese, sia dal punto di vista politico che economico e urbanistico. Penso che peggio di così non potevano fare. O forse si, ma ci arriveremo, dategli tempo. Dal punto di vista democratico, tutti dicono "questo è un paese libero, puoi fare quello che vuoi, basta che non parli male del re". E in genere di politica non si parla, tranne deprecare genericamente la guerra in Iraq e l'arroganza americana, ma parlare di come la CIA influenza i paesi arabi è assolutamente tabù.

Gli asiatici si adattano a vivere nel deserto metropolitano, dimostrando una filosofia di vita piu aperta ai cambiamenti e più adattabile all'ambiente della nostra. Gli Occidentali invece si asserragliano dentro delle specie di caserme dette Compound, circondati di filo spinato, cingolati con mitragliatrice, guardie di sicurezza che non servono a nulla. E' una prigione dentro all'immenso carcere a cielo aperto che è questo paese, e ci si sente ancora più dolorosamente isolati, segregati e lontani dalla societa civile. Non bastano i comforts tipo piscina e palestra a renderlo un luogo piacevole; siamo tutti comunque mercenari sradicati. Anche noi abbiamo venduto un pezzo della nostra vita per denaro.

I muezzin alle 5 di mattina iniziano una litania incessante di preghiere, ogni minareto ha un décalage di qualche minuto da quelli adiacenti, per cui la litania dura in eterno. Parlerei più a lungo della religione, ma ho francamente paura di ritorsioni per cui dico l'essenziale. Quant'era più bello l'induismo, con la sua glorificazione del creato e delle creature, i loro riti varipinti e fantastici, i loro templi una orgia di sensualità. Come sono geometrici e freddi i templi islamici, dove ogni rappresentazione della natura e degli animali è bandita; tutto è geometria, o complicati arabeschi. Peccato, ero venuto con la ferma intenzione di imparare l'arabo e di conoscere l'Islam, ma dopo un pò lascio perdere. Alcune cose le ho conservate, tipo dire "as salam aleikum" (la pace sia con te) e "Inshallah" (se dio vuole), le trovo cose belle.

I miei colleghi mi dicono "ma guarda che l'Islam è un parente stretto del Cristianesimo, noi riconosciamo in Gesù un profeta", e io gli chiedo "ma allora se siete tanto ecumenici perchè chiamate 'infedele' chi non è musulmano?", e lì balbettano qualche scusa poco convincente. Al lavoro ci sono frequenti pause per la preghiera, precedute da un richiamo degli altoparlanti. Ci vanno tutti a pregare, sospendendo ogni attività. A me la cosa non dispiace, in fondo fa un bel contrasto con il modo occidentale di vivere, strenuamente volto alla produzione e al consumo, e poi le preghiere islamiche fanno molto bene alla schiena, aumentano la flessibilità dei giunti. Peccato che a pregare ci sono solo uomini, anzi in tutta l'azienda, 30mila dipendenti, non c'è nemmeno una donna.

Le donne vivono una vita di semi-prigionia dorata, assistite da una serva filippina nelle faccende di casa; non possono guidare, che vuol dire che non possono andare da nessuna parte dato che non esistono neanche mezzi pubblici in Riyadh. La sera le portano a... direi a pascolare se non suonasse offensivo...nei centri commerciali, dove godono di un paio d'ore di aria, sempre chiaramente sotto stretta sorveglianza. Sono creature affascinanti, di cui si intravedono solo gli occhi e le mani curate; un pò mi fanno pena, un pò rabbia perchè si sono rassegnate a vivere in un carcere dorato, e comunque sono tremendamente razziste verso le donne non arabe, soprattutto verso le asiatiche che considerano bestie da soma. Vittime, e carnefici a loro volta; ma in fondo lo siamo tutti. Io sto accuratamente alla larga da loro, quando si avvicina una io scappo, l'ultima cosa che voglio per me è essere accusato di tentare di adescare una donna e passare 5 anni in carcere, qui la giustizia è amministrata da un tribunale religioso. L'immagine della donna è rigorosamente censurata, anche in farmacia sui prodotti di importazione che ritraggono il viso di una donna è apposto un bollino di censura; in TV i volti femminili vengono sfuocati; in genere a volto scoperto, ma pur sempre coperte di mantelloni neri, vanno sono le adolescenti o le straniere. Arrivato in Egitto, rimasi sconvolto al vedere ragazze in blue-jeans - pur coperti i capelli da un velo: in Arabia quei jeans sarebbero costati loro il carcere.

Dal lavoro mi buttano fuori presto, credo più che altro perchè non tollero l'autoritarismo del capo progetto - che sembra voler condurre il team come in una scuola coranica dove lui è il maestro - con licenza di fustigare pubblicamente gli allievi sorpresi in difetto. Ricordo le scuole coraniche in Ciad, un gruppo di ragazzini impauriti, rapati a zero, che recitano tutti assieme in un'assordante confusione i versetti del Corano; mentre il maestro va in giro con un frustino e picchia i meno zelanti - o forse picchia tutti, indistintamente. Io educato all'individualismo anarchico, alla creatività e al libero pensiero proprio non mi adatto al fare sottomesso dei miei colleghi.

Arrivato all'aeroporto, risulta che il visto era scaduto... altri 5 giorni di passione, correndo da un commissariato a un ufficio per farmi rinnovare il visto... una interminabile serie di intoppi burocratici, di gente che non vuole stare ad ascoltarmi... per un attimo penso che non riuscirò mai ad andarmene di lì... bravissimi al consolato Italiano che mi offrono conforto spirituale, altro non possono fare... ma mi consola moltissimo il pensiero che, male che vada, posso sempre gettarmi dalla cima del Kingdom Tower, il grattacielo più alto dell'Arabia, per riconquistare la liberta... che alla fine, a meno che mi incatenino e mi nutrano con flebo, nessuno può costringermi a vivere in una prigione. Qualcuno disse che puoi togliere a un uomo la libertà del corpo, chiudendolo in una prigione, ma la libertà dell'anima, del pensiero non gliela toglierai mai. Io, valdostano, nato libero di correre sulle montagne sospeso fra cielo e terra, attraversando foreste e valicando torrenti, non potrei mai tollerare la prigionia nè del corpo nè dell'anima. Come sa la volpe che, presa in una trappola, si trancia la zampa a morsi pur di sfuggire, pur sapendo che senza zampa non potrà mai sopravvivere: libertà ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.

Ora sono di nuovo in terra d'Occidente, la preghiera delle 5 non mi sveglia più al mattino.... un pò mi vengono in mente le ultime parole de "La tregua" di Primo Levi....paura che la libertà sia solo un sogno, e che domattina mi risveglierò al solito grido....

domenica 22 marzo 2009

L'aria di merda che si respira sul serio a Torino

E' un modo di dire "c'è un'aria di merda" che qui a Torino ha trovato la sua evidenza tangibile.
Lo sappiamo, sono tempi tosti. C'è la crisi. 
A leggere i giornali o a sentire la televisione sembra che, a dispetto del panorama depresso e nonostante tutto, nulla si muova.
Si, ci sono le manifestazioni della Ciggielle, quelle dei Cobas e dell'Onda. I poliziotti menano un po' di studenti che si prendono qualche epiteto da tal Brunetta. addirittura guerriglieri e quelli, offesi, a rilasciare dichiarazioni del tipo "non siamo terroristi", "abbiamo anche dato gli esami, che cazzo dice", "la scuola affonda e noi siamo precari".
Insomma triccheeballacche senza spessore. 
Echeccazo, ti danno del guerrigliero e ti offendi? E' una medaglia di cui andare fiero, altro che stare lì a dire "si ma io penso a studiare".
Comunque non è di questo che volevo scrivere. Dicevo dell'aria di merda.
Ora capita che qui da noi in piazza Carignano, di fronte ad un palazzo magnifico e bello, c'è un ristorante vecchio di 250 anni. Si chiama "Il Cambio". Costa un botto, ci ha cenato Cavour ai tempi ma non è solo per quello che il conto che ti presentano, anche con l'euro, può avere qualche decimale.
Insomma roba da ricchi, media/alta borghesia, vecchie madame e giovani rampanti sempreabbronzatimodellolampados.

Accade che in quel luogo sereno, fatto di tavoli in quercia con sedie ricoperte di seta, candele accese e luce soffusa, arabeschi e tovaglie ricamate a mano, tendaggi in tinta con l'ambiente ed ambiente in tinta con i tendaggi. Insomma in questo luogo fico  sei giovinotti/e si sono presentati ieri sera. Abito rigorosamente nero con passamontagna ricamato a mano a togliere al viso l'asprezza dei tratti. 
Quattro secchi di merda a far loro compagnia.
Capirete che quando quelli  hanno sparso la merda per la sala un tantino gli avventori si sono incazzati. E vai a capire  che gridavano cose tipo "chiudete i CPT", "voi qui nel lusso e noi nella merda sempre, assaggiatene un po'".

E si che c'è la crisi, ma non è proprio vero che nulla si muova. 
Certo, c'è chi storce la bocca come tale Chiamparino che dice che cose così fanno danni alla sinistra. C'è chi rilascia dichiarazioni surreali tipo "andate a spaccare le vetrine di lusso" come tale Barbara Scabin di mestiere chef. 
E tutti a dare consigli ed a condannare.
Io intanto me la rido, quando passo lì davanti me la rido. Anzi, ho le lacrime agli occhi.Me li vedo con i loro secchi pieni di merda scampanellare e quelli, in livrea nera, ossequiosi che aprono la porta e chiedono "avete prenotato?"

venerdì 13 marzo 2009

Teoria della crisi, modelli previsionali 2

Fonte: n+1

Adesso che abbiamo familiarizzato con i quattro schemi (o modelli ad alto livello di astrazione) vediamo quali diagrammi si producono con i dati dell'economia reale, a cominciare dall'andamento nel tempo dei dati di un paese-tipo, gli Stati Uniti. Li confronteremo poi con quelli della produzione industriale dei maggiori paesi (ricordiamo che l'andamento della produzione industriale è analogo a quello del saggio medio di profitto). Per questi paesi abbiamo una gran quantità di dati, se pur spesso frammentari e non del tutto comparabili, raccolti nell'arco di mezzo secolo (cfr. Il corso del capitalismo mondiale) e riguardanti l'intero ciclo dal 1860 agli anni '80 del secolo scorso. Per la produzione industriale abbiamo continuato la serie cercando di riempire le lacune; qui la visualizzeremo solo dal 1914 al 2008, periodo più che sufficiente allo scopo che ci prefiggiamo. Per gli anni dal 1980 a oggi i dati sono tutti di fonte ufficiale, principalmente OCSE. A sottolineare la continuità di un lavoro collettivo nel tempo, metodo, criteri e dati sono qui integrati continuando i precedenti lavori. Per gli approfondimenti sui lavori del passato, oltre al citato Corso, raccomandiamo specificamente al lettore: Scienza economica marxista come programma rivoluzionario; La crisi storica del capitalismo senile; Dinamica dei processi storici – Teoria dell'accumulazione. Incominciamo ad introdurre il nostro modello facendo parlare dati e grafici.

Nella figura 2, che ricaviamo, aggiornando i dati, dal nostro volume Dinamica dei processi storici del 1992, è percettibile, a partire dalla metà degli anni '70, un punto di flesso, ovvero il cambiamento della tendenza storica della produzione industriale. Molto evidente la struttura "frattale" dei dati: vi è autosomiglianza fra i singoli periodi e l'intero ciclo, secondo la legge di Mandelbrot. Con l'aggiornamento dei dati dal 1990 ad oggi l'andamento asintotico della curva a "S" risulta assai pronunciato.

Figura 2. Indice della produzione industriale USA dal 1860 al 1990 e curva regolarizzata.

Per ragioni di compatibilità, l'integrazione degli incrementi relativi anno per anno, ricavati dal diagramma di figura 5, con i dati che utilizzammo nel 1992 rapportati all'indice 1913=100 è solo indicativa. Per una valutazione esatta diamo separatamente la tabella dei dati aggiornati dal 1990 al 2008 con relativo grafico (figura 2 bis), dal quale è ugualmente possibile rilevare l'andamento discendente:

Incrementi relativi della produzione industriale USA dal 1990 al 2008. Fonte: OCSE, CIA Factbook

1990

1991

1992

1993

1994

1995

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

2007

2008

1,7

− 2,7

0,8

3,4

5,4

4,9

4,5

6

3

2,5

2

4,5

− 3

− 0,4

− 0,3

4,4

3,2

4

(0,5)

La figura 3, sempre ricavata dal volume citato, mostra in modo molto evidente non solo l'andamento asintotico a "S", ma una marcata diminuzione del numero di operai d'industria. Il punto di flesso è situato intorno agli anni '50, il calo assoluto inizia negli anni '80. Questa curva è particolarmente significativa perché indica, insieme al flesso, all'andamento asintotico e alla magnifica struttura frattale fra gli anni '20 e '30, gli effetti dell'aumento di produttività mentre nello stesso tempo aumenta regolarmente la popolazione. Questo andamento è un classico rivelatore della legge della caduta del saggio di profitto. L'aggiornamento agli anni successivi non è stato possibile per l'incompatibilità delle serie (le attuali tabelle storiche offrono il dato integrato di manifattura, miniere, trasporti e artigianato), ma anche in questo caso l'andamento è confermato da cifre isolate rinvenute in sedi diverse: di fronte al picco massimo del 1980 indicato nella figura 3, 20 milioni di salariati d'industria, abbiamo 17,4 milioni nel 2000, 16,2 nel 2005 e 15,9 nel 2007.

Figura 3. Popolazione operaia dell'industria manifatturiera degli Stati Uniti dal 1900 al 1990. Dati assoluti e curva regolarizzata. La curva è correlata a quella del saggio di profitto per via dell'aumento di produttività che è sempre indice della diminuzione degli operai in rapporto sia al capitale messo in moto che al valore unitario delle merci.

Nelle statistiche americane non compare ovviamente l'enorme massa di illegal workers, di cui si sa soltanto che sono circa il 10% degli immigrati clandestini (12 milioni secondo il governo, 20 milioni secondo un'inchiesta bancaria pubblicata da USA Today). Siccome solo nella zona di Los Angeles e nel sud della California il numero dei lavoratori in nero è stato stimato intorno al mezzo milione, è plausibile la cifra totale di 2 milioni (10% di 20 milioni). Anche le cifre sull'immigrazione e sui lavoratori clandestini sono molto significative perché sono un sintomo fondamentale della caduta del saggio di profitto. Una delle più potenti controtendenze alla legge della caduta è infatti il ricorso al lavoro in ambiente di bassa composizione organica del capitale. Nel settore delle costruzioni si ha il numero più alto di clandestini, il 15% della forza lavoro. A ciò si deve aggiungere la delocalizzazione di interi settori della produzione, per quanto riguarda gli USA specie in Messico e in Cina.

La figura 4 (ancora dal volume citato) mostra il classico, incredibile impennarsi della curva dei prezzi delle materie prime. Avevamo utilizzato i prezzi non depurati dall'inflazione in quanto, significativamente, è il loro stesso andamento a contribuirvi, mentre il valore dei prodotti dell'industria manifatturiera tende storicamente a scendere. Il grafico in questo caso non mostra alcun segno di struttura frattale perché la legge della rendita non permette recuperi nei cicli minori del sistema, se non molto parziali ed effimeri: il vulcanico esprimersi della produzione, teoricamente infinito, trova un limite nella finitezza fisica delle risorse della Terra, per di più pesantemente ipotecate dall'esistenza della proprietà.

Figura 4. Prezzi delle principali materie prime minerali e agricole dal 1860 al 1980.

La figura 5 completa l'andamento fino ai giorni nostri. I due grafici non sono integrabili a causa della diversa scala e soprattutto per la differenza dei "panieri" di materie prime che contengono. È comunque ben visibile lo stesso picco tra il 1972 e il 1981. La relativa stabilità della curva prima di tale periodo, addirittura dal 1860, e l'impennarsi successivo, dimostrano il cambiamento epocale dovuto alla crescita esponenziale della produzione che entra in contraddizione con la finitezza delle risorse. Di qui l'esplosione della rendita e quindi del capitale fittizio dovuto al drenaggio di plusvalore e alla sua conversione in credito bancario, il quale, a sua volta, in mancanza di valorizzazione nella sfera produttiva, genera massa monetaria "speculativa". Si tratta di un processo storico irreversibile. L'enorme drenaggio dovuto alla rendita va a gonfiare il capitale finanziario già esistente, soverchiante rispetto a quello industriale. La sua valorizzazione nei settori produttivi si fa ancora più problematica, e nella frenetica ricerca di un profitto o di un interesse, tutto viene reso vendibile; e diventa fittizio non solo il capitale ma anche il lavoro umano in "servizi" che sembrano produttivi di valore ma che in realtà lo ripartiscono soltanto nella società. Di qui l'inflazione, che superò il 20% in seguito alla crisi "petrolifera". Quando di fronte a questo meccanismo non c'è inflazione, e addirittura scende il prezzo delle materie prime (vedi il crollo del 2008), ciò significa che tutto il sistema è malato a partire dalla fondamentale produzione di plusvalore e che la crisi "finanziaria" è solo la febbre, non la malattia.

Figura 5. Prezzi delle principali materie prime fino al primo semestre del 2008.

Figura 6. Diagramma degli incrementi relativi della produzione industriale dei maggiori paesi dal 1914 al 2008 (dati di giugno, proiezione a dicembre). L'andamento della produzione industriale rispecchia fedelmente quello del saggio di profitto.

Che il sistema è malato lo si vede dalla figura 6 la quale, con la 7 e la 8 ricavate dalle stesse tabelle storiche, è la più interessante fra tutte quelle presenti in questo studio. Essa evidenzia la progressiva sincronizzazione delle maggiori economie, ovvero lo storico andamento asintotico degli incrementi relativi della produzione industriale. Questo diagramma è di importanza fondamentale perché rivela una contraddizione insanabile del sistema: l'impossibilità per i maggiori paesi di produrre, esportare merci, esportare capitali ed espandersi tutti insieme nel mondo globalizzato. I dati cinesi, riportati solo per gli ultimi anni, mostrano un'economia per il momento fuori dal coro. Quelli indiani sarebbero analoghi a quelli cinesi. La cosiddetta globalizzazione è nello stesso tempo una via di salvezza e un pericolo mortale per il capitalismo: un Capitale che prende sempre più le distanze dalle sue basi, cioè dalla proprietà e dalla nazionalità, diventa incontrollabile. E questo fenomeno non può che acuirsi. Nella divisione internazionale del lavoro molte tipologie di merci vengono abbandonate dalle industrie dei vecchi paesi capitalisti e la produzione si sposta nei paesi emergenti, i quali dispongono sia di forza-lavoro a basso costo, sia delle più recenti tecnologie, sia di nuovi e agguerriti apparati finanziari. Di conseguenza, in brevissimo tempo, i maggiori cinque o sei paesi di fresco capitalismo potrebbero rappresentare da soli l'intera produzione industriale del mondo. Già oggi avrebbero un potenziale produttivo in grado di soddisfare l'intera domanda di beni di consumo, anche durevoli. E stanno intaccando anche il settore primario dei mezzi di produzione.

Ma la produzione industriale coincide grosso modo con la produzione di plusvalore (lavoro produttivo) e quindi l'accumulazione mondiale tende a polarizzarsi, a far sì che i vecchi paesi capitalisti, produttori di servizi ormai per l'80% del PIL, debbano essere tributari di valore verso i nuovi paesi industriali. (Questo spiega ad esempio la situazione degli Stati Uniti nei confronti della Cina). Inoltre tutti i paesi industriali, vecchi e nuovi, devono versare un enorme tributo in valore alla rendita (petrolio e altre materie prime), la quale si trasforma immediatamente in capitale finanziario, aggravando la tendenza all'autonomizzazione del Capitale mondiale.

L'ingrandimento (fig. 7) di un tratto del diagramma di figura 6 ci permette di veder meglio la progressiva sincronizzazione, specie per quanto riguarda la caduta del 1975-76 e il periodo immediatamente successivo. L'estrema sincronizzazione delle economie industriali al picco negativo del 1975 è quasi esclusivamente dovuta al drenaggio di valore in seguito alla decuplicazione del prezzo del petrolio. Se togliessimo il Giappone che all'epoca era l'economia più vitale, (linea più alta) la sincronizzazione sarebbe ancora più evidente.

Figura 8. Incrementi relativi della produzione industriale/saggio di profitto 1870-1982 per i maggiori paesi. L'andamento indicativo medio dei massimi e dei minimi evidenzia le due grandi sincronizzazioni durante le crisi del 1929 e del 1975. Il finale assottigliamento della fascia di oscillazione indica la perdita di energia del sistema.

Nella figura 8 abbiamo reso con evidenza grafica la storica perdita di energia del sistema. I dati utilizzati sono gli stessi che sono serviti per il diagramma di figura 6 ricavati dal modello anni '50 (qui aggiornati solo al 1982). Dal 1870 al 1900 per tutti i paesi è crescita, quindi la fascia di oscillazione si amplia per poi sincronizzarsi verso il basso per la crisi del 1929. La ricostruzione postbellica porta la fascia di oscillazione − ancora relativamente ampia − quasi costantemente al di sopra della linea dello zero. Poi le economie si sincronizzano e precipitano nel 1975 procedendo con oscillazioni minime come in un encefalogramma che, una volta giunta la morte clinica del soggetto, diventa inesorabilmente piatto.

Man mano che il Capitale accumula, l'economia si finanziarizza, sale la capitalizzazione di borsa, aumentano le oscillazioni dei prezzi azionari, come mostrato in figura 9. L'andamento dell'indice Dow Jones offre una chiara visualizzazione del suddetto processo: la più grande catastrofe finanziaria, quella del 1929, è quasi impercettibile nel diagramma storico. Si nota appena un po' di più quella del 1987, quando in un sol giorno Wall Street crollò di quasi un terzo del suo valore. Ma a partire dalla metà degli anni '90 si nota una ripidissima ascesa dei prezzi, giustificata con l'esplosione delle nuove tecnologie, in realtà un mero sfogo del Capitale su di un ramo della produzione che non poteva mettere in moto l'economia come invece i rami classici, i quali richiedevano investimenti in fabbriche, infrastrutture, forza-lavoro, tecnologie, metodi. Infatti lo stesso diagramma mostra la fibrillazione del 1997-2000 con il precipizio dei prezzi in misura mai riscontrata prima. Senza però le ripercussioni sulla società che si ebbero con le oscillazioni del passato, specie nella Grande Crisi del 1929.

Figura 9. Indice Dow Jones dei principali titoli alla borsa di New York dal 1916 a oggi: valori assoluti delle rilevazioni giornaliere.

Figura 10. Indice Dow Jones dei principali titoli alla borsa di New York dal 1916 a oggi: variazione giornaliera dei valori assoluti.

Nella figura 10 abbiamo gli stessi dati della figura 9 ma espressi in variazioni giornaliere dei valori assoluti invece che in valori assoluti. Siccome il valore complessivo della capitalizzazione di borsa a Wall Street è cresciuto con una dinamica simile a quella della produzione industriale, le variazioni giornaliere dell'indice misurate in valore assoluto appaiono enormemente amplificate. Ad esempio: nel 1929 vi fu un crollo percentuale alto, ma la borsa capitalizzava molto meno di adesso e quindi il crollo in valore fu minore. Oggi la borsa capitalizza molto di più e quindi anche una piccola variazione percentuale risulta molto ampia se misurata in valore. Infatti le oscillazioni del 1929 sono poco visibili, mentre fra il 1987 e il 2000 sono ampie, da –700 a +500 circa.

Il diagramma di fig. 10, visualizzando anch'esso un sistema in crescita auxologica, è una immagine speculare del diagramma della produzione industriale (figura 6). In quello si visualizza un sistema che va da una dinamica elevata a una oscillazione asfittica intorno allo zero; in questo, che rappresenta la finanziarizzazione, si visualizza un sistema che va dalla calma relativa di un'economia ancora basata sui "fondamentali" alla fibrillazione parossistica di un'economia impazzita, che tenta di slegarsi, senza riuscirvi, dalla produzione di plusvalore nel ciclo industria-servizi. I due "imbuti", perfettamente simmetrici, ci mostrano una contraddizione tremenda del capitalismo, simile a quella di una coltura batterica che sta morendo: più scende il livello energetico del sistema (per i batteri una carenza nell'ambiente-cibo), più aumenta il bisogno di energia del sistema stesso, dato che ogni batterio si agita disperatamente contro ogni altro per accaparrarsi la poca energia rimasta.

Individuare con precisione quale sia la dinamica del capitalismo di ieri e di oggi è indispensabile per affrontare il suo futuro, perché, come abbiamo visto, la semplice catalogazione statica dei fatti nel tempo, dal passato al presente, o la semplice traduzione in formule matematiche, non è scienza. Non a caso alcuni epistemologi affermano che la matematica non è una scienza bensì un suo strumento. Ma ritorniamo un momento agli Stati Uniti. Se scomponiamo la loro produzione totale (salario + plusvalore) nei tre classici settori: agricoltura, industria e servizi, abbiamo il diagramma di figura 11. Esso rappresenta l'andamento tipico valido per tutti i paesi di vecchia industrializzazione presenti nel grande diagramma di fig. 6. Nella formazione del valore totale quello dovuto all'agricoltura è ormai trascurabile, mentre cresce poco quello dovuto all'industria e si impone clamorosamente quello dovuto ai servizi. Qui non siamo dunque più soltanto di fronte alla mineralizzazione della società ma a una sua crescente smaterializzazione per quanto riguarda la produzione di merci. Di fronte ai servizi, merce immateriale per eccellenza che copre ormai l'80% del valore prodotto nelle società occidentali, le altre merci quasi non contano, pur tenendo presente che nella voce "industria" è inglobata quella estrattiva, compreso il petrolio.

Quando Pensatoio e KK se le dicono di santa ragione.

Il testo dell'articolo che segue al fondo del post (di Lunghini sul Manifesto) ha dato corpo ad una "polemica" tra KK e Pensatoio. Il titolo che KK ha dato al suo post è di per sé esplicativo di quello che è il suo pensiero riguardo all'articolo oggetto del contendere:
"Cosa è successo al Marxismo in Italia".
Sintetizzare in poche frasi quello che è il nocciolo della sua critica all'articolo non è una cosa semplice, diciamo che (per quello che ho inteso) più che a categorie economiche (secondo KK), nella sua pretesa di re-distribuire tra i diversi fattori della produzione la ricchezza prodotta, Lunghini fa riferimento ad astratte "norme" di carattere "giuridico" e "morale" senza fornirne un criterio.
Altra questione messa in evidenza dal post di KK è la seguente:

"Notate che in tutto questo discorso, Marx non c’entra nulla. Marx ha sì una teoria sullo sfruttamento e sull’appropriazione del plusvalore da parte del capitalista, ma innanzitutto ha una teoria del capitalismo (del funzionamento del capitalismo), ed inoltre ha sempre limpidamente negato che, nel modo di produzione capitalistico, lo sfruttamento economico sia anche uno sfruttamento giuridico, sia cioè un illecito (per Marx, finché i mezzi di produzione sono di proprietà privata, non c’è modo di evitare lo sfruttamento, che anzi è necessario perché la produzione raggiunga il livello massimo, e ciascuno dei tre fattori riceve esattamente la remunerazione a cui ha diritto, niente di più e niente di meno). Marx sostiene, notoriamente, un’altra cosa: che l’unico modo per eliminare lo sfruttamento economico è la rivoluzione, che avverrà quando (raggiunta la pienezza delle capacità produttive) verrà abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione, e con essa l’intera vecchia società, religione, diritto, stato, e insomma tutta la vecchia Storia. Né, ovviamente, Marx si è mai sognato di asserire una stron*§@a colossale come l’idea che la “rivoluzione” si possa/debba fare tramite il Fisco o la magistratura."

Partiamo da questo ultimo punto, in particolare dove lui afferma che "ed inoltre ha sempre limpidamente negato che, nel modo di produzione capitalistico, lo sfruttamento economico sia anche uno sfruttamento giuridico, sia cioè un illecito (per Marx, finché i mezzi di produzione sono di proprietà privata, non c’è modo di evitare lo sfruttamento, che anzi è necessario perché la produzione raggiunga il livello massimo, e ciascuno dei tre fattori riceve esattamente la remunerazione a cui ha diritto, niente di più e niente di meno) "

Tra le cose che Marx ha scritto prendiamo un estratto dei Gundrisse in cui possiamo capire ciò che in lui pensava sull'argomento:

"Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte [la borghesia che oppone il proprio diritto alla forza del signore feudale, laico od ecclesiastico]. Essi dimenticano soltanto -prosegue Marx- che anche il diritto del più forte è un diritto [infatti è sempre esistita una legislazione anche sotto il Medioevo] e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma anche nel loro 'Stato di diritto'"

Possiamo dire, sviluppando il suo pensiero, che "è cambiata la forma ipocrita in cui si cela il primato della forza" in quanto tutti i cittadini sono formalmente uguali davanti alla legge?
Questa è una esplicitazione di ciò che è la struttura portante del pensiero Marxista, la constatazione che non esiste un "diritto" naturale o principi eterni ed immutabili, ma che tale fatto (in questo caso distribuzione)è l'esplicitazione di un rapporto "sociale" che sancisce in quel particolare contesto di relazione economica (in questo caso il capitalismo) ed in funzione dei rapporti di forza esistenti tra le classi (capitalisti, salariati)un diritto.

L'articolo di Lunghini più che da un Marxista a me pare scritto da un socialista, non (mi) sembra che abbia l'obiettivo di determinare un modo per re-distribuire il "prodotto sociale" quanto quello di evidenziare come, nella attuale distribuzione, in relazione a ciò che socialmente implica il fallimento di una politica economica i " lavoratori abbiano un ben fondato diritto ad alti salari, se non proprio a tutto il prodotto....... Gli stessi cultori della teoria dominante dovrebbero convenire che se il prodotto sociale si riduce, chi non ne ha meritato una parte dovrebbe restituire il maltolto. In generale per via fiscale, in molti casi per via giudiziaria."


Sicuramente chi, allo stato attuale, non ha meritato ma ha accumulato risorse buone da spendere in tempo di crisi è evidente, chi non ne ha ma paga pesantemente il costo è altrettanto evidente.
Da questo punto di vista il "consiglio di Lunghini" per un borghese è un buon consiglio. E di questo ne dovrebbe tenere conto. Certo è che un marxista o un comunista non si accontenterebbe solo di quello (in quanto al comunista interessano il possesso dei "mezzi di produzione").

Per chiudere, il punto della distribuzione è una delle questioni che "SICURAMENTE" differenziano un socialista da un comunista. Un economista liberale, negando che questo aspetto sia di per sé elemento di conflitto di classe (quanto meno non prendendolo neanche in considerazione), il problema "autonomamente" neanche se lo pone.
Però la differenza esiste.
Ora, poiché ritengo stupido sprecare "risorse" e "tempo" per scrivere ciò che al riguardo gente più brava di me ha scritto (ammesso che bravo io lo sia) lascio ad un estratto preso da Homolaicus l'esplicitazione del mio pensiero:


"Ai tempi di Marx l'economia politica borghese continuava a ritenere il capitalismo il migliore sistema sociale di tutti i tempi, al punto che non ce ne sarebbe stato un altro. Questa era anche l'opinione della politica dominante in tutti i paesi capitalistici. Solo il socialismo utopistico aveva messo in crisi queste certezze, ma senza ottenere risultati apprezzabili sul piano pratico. Non deve stupire, in tal senso, la scarsa considerazione in cui si tenevano le teorie di Marx, se si esclude -e ciò stupiva e ammirava lui stesso- la Russia populista.

Marx esordisce a p. 12 dicendo che secondo lui le connessioni poste dagli economisti borghesi relativamente ai concetti di produzione, distribuzione, scambio e consumo sono "superficiali". E a p. 13 fa notare che "gli avversari degli economisti politici" si sono già accorti che non si possono "dissociare barbaramente cose che sono invece connesse". Questi avversari sarebbero i "belletristi socialisti" ma anche alcuni "economisti prosaici", come p.es. Say. Marx qui non fa citazioni, anzi sembra piuttosto evasivo, limitandosi a parlare di avversari "all'interno e all'esterno" del campo degli economisti politici. Il motivo di ciò probabilmente dipende dal fatto ch'egli non sembra nutrire particolare considerazione per questi critici, in quanto afferma ch'essi "o stanno sul loro [dei suddetti economisti] terreno o stanno al di sotto di loro"(ib.).

In sostanza il problema che i critici degli economisti borghesi pongono è relativo al fatto che per quest'ultimi la produzione viene concepita come "troppo esclusivamente fine a se stessa", mentre "la distribuzione avrebbe un'importanza altrettanto grande"(ib.).

Il socialismo utopistico infatti puntava molto sulla "distribuzione", in quanto con questa categoria, che implica dei processi di carattere etico-sociale, si poteva meglio affrontare la questione della democraticità della società borghese.

Insomma il problema che Marx vuole affrontare in questo capitolo è quello di capire in che rapporto stanno produzione e consumo, poiché in astratto (o nelle pubblicazioni degli economisti borghesi) tutto sembra funzionare perfettamente: produzione e consumo praticamente coincidono, in quanto si supportano reciprocamente, in una sorta di mutuo condizionamento, ma in concreto, nella realtà sociale del capitalismo sembra essere la produzione a dettare un ruolo egemonico e lo prova il fatto che tra produzione e consumo "s'interpone la distribuzione che, in base a leggi sociali, determina quale quota della massa dei prodotti spetti al produttore"(p. 19). Infatti sotto il capitalismo "il ritorno del prodotto al soggetto [che lo produce] dipende dalle relazioni in cui questi si trova con altri individui. Egli non se ne impossessa immediatamente"(ib.); sicché in altre parole produzione e consumo non coincidono affatto, in quanto la distribuzione appare sempre squilibrata, iniqua, frutto dell'antagonismo sociale. Marx non si esprime esattamente così, ma non v'è dubbio che il suo pensiero sia questo.

Non stiamo forzando i testi. Si prenda p.es. quest'altro problema, esposto subito dopo da Marx con una frase apparentemente enigmatica: "quando egli [l'operaio] produce nella società, l'appropriazione immediata del prodotto non è il suo scopo"(ib.). Che significato ha questa frase buttata lì? Semplicemente che la finalità della produzione capitalistica è la valorizzazione progressiva del capitale, non la soddisfazione dei bisogni. Marx non ne parla perché dà per scontata la risposta. I Gründrisse sono diari di lavoro, non dimentichiamolo. Già nei Manoscritti del 1844 egli aveva detto che l'operaio non produce affatto per consumare ciò che produce.

A suo parere -e qui veniamo al punto forte di contrasto tra il socialismo scientifico e quello utopistico- il problema non è quello di come intervenire sul versante della distribuzione, al fine di cambiare, in favore dell'operaio, il rapporto tra produzione e consumo, ma è quello di come intervenire direttamente sulla produzione, poiché "il modo determinato in cui si partecipa alla produzione determina le forme particolari della distribuzione, la forma in cui si partecipa alla distribuzione"(p. 20).

Su questo problema di natura economica ovviamente s'innesta quello di natura politica, i cui termini di confronto oggi vengono affrontati con maggiore flessibilità: riforme sociali, in direzione di un mutamento progressivo della distribuzione nell'ambito del sistema capitalistico, o rivoluzione politica, in direzione della conquista del potere per un ribaltamento immediato del modello capitalistico di produzione? Marx propendeva per questa seconda soluzione e il suo radicalismo lo porterà a rompere molto presto con tutto il socialismo utopistico.

Gli economisti borghesi, dal canto loro, erano su questo aspetto ancora più astratti dei socialisti utopisti, poiché nella distribuzione non vedevano neppure i problemi connessi ai conflitti di classe. Marx dice che secondo loro "la distribuzione si presenta come distribuzione dei prodotti e quindi essa è ben lontana dalla produzione e quasi autonoma rispetto ad essa"(p. 21). Gli economisti avevano interesse a mostrare questa diversità, in quanto non volevano che i critici della distribuzione ineguale facessero ricadere sulle forme della produzione i motivi dello scompenso tra produzione e consumo. Per il resto erano tranquillamente disposti ad ammettere che tra produzione e consumo vi fosse identità o reciproco condizionamento, ed erano del tutto indifferenti al fatto che -prosegue Marx- "all'origine, l'individuo non possiede alcun capitale, alcuna proprietà fondiaria. Fin dalla nascita esso è assegnato al lavoro salariato dalla distribuzione sociale"(ib.)."


L'ARTICOLO SUL MANIFESTO



Secondo la teoria economica dominante (la teoria neoclassica, quella che viene insegnata nella maggior parte dei corsi universitari e praticata poi dai responsabili delle politiche economiche nazionali e sovranazionali), il prodotto sociale dovrebbe essere distribuito tra i diversi «fattori» della produzione in proporzione al contributo che ciascuno di questi fattori ha dato al prodotto. Ai proprietari delle risorse naturali, finanziarie o tecnologiche, la rendita; ai proprietari del capitale il profitto; ai lavoratori i salari. Dal punto di vista teorico la questione è molto complicata, tuttavia la rendita dipende soltanto dal diritto di proprietà e l'unica giustificazione ragionevole dei profitti è il lavoro di direzione e il compenso per il rischio. Che i lavoratori abbiano un ben fondato diritto ad alti salari, se non proprio a tutto il prodotto, dovrebbe essere pacifico. Gli stessi cultori della teoria dominante dovrebbero convenire che se il prodotto sociale si riduce, chi non ne ha meritato una parte dovrebbe restituire il maltolto. In generale per via fiscale, in molti casi per via giudiziaria".
(http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090303/pagina/01/pezzo/243603/ )