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martedì 2 febbraio 2010

Conversazioni con Maria: il concetto d'imperialismo, parte 1a

Il tutto ha avuto inizio da questo post e questa è stata la risposta di Maria con ciò che ne è seguito:
Maria-Cristina Serban
Li vorrebbero tenere a casa loro forse anche i figli, o le madri, o le mogli, od i mariti... O gli ospedali dovrebbero tenersi i medici...
Vorrei che in Romania per esempio la gente sia allettata da promesse di lavoro nel proprio paese e che possa arricchirsi qui, vorrei che i salari non cadano... Vorrei che il lavoro della gente non sia ottenuto al più basso prezzo possibile. Le cause dell'immigrazione mi preoccupano... La povertà di massa dovuta alla dura discesa dei salari reali, l'accanimento della concorrenza tra le aziende, nata dallo sfruttamento del lavoro dei poveri, anche dalla parte di tanti baldi imprenditori, l’abbandono dell’espansività sindacale. Trovo angosciante il fatto che non esista una forza che costituisca un argine contro il capitalismo che sradica molta gente. Una forza che fermi la corsa dei salari verso il basso... Preferirei che fra due venditori di tempo di lavoro con lo stesso standard di produttività, ad essere ingaggiato perché costa di meno non fosse un rumeno. La gente che costa meno immigra anche dove sorge una fabbrica... Non vorrei che i miei connazionali fossero vittime dell’emigrazione come effetto della globalizzazione dell’offerta di lavoro, e che tra loro fossero alcuni disposti a fare lo stesso lavoro dell’operaio nazionale dell'Italia, per esempio, per un terzo della paga.
Ovviamente sono a favore delle cause degli immigrati (da quelli dequalificati e non in grado di esibire una laurea in economia e commercio, ai laureati di medicina e chirurgia). E sarei a favore anche di una loro lotta di liberazione. Scoprirsi poveri, senza prospettive di lavoro dignitoso nel proprio paese (e spesso neppure in quello dove si emigra), vedersi la vita affettiva spenta, dev’essere molto triste.
E per quanto riguarda l'imperialismo, mi ripugna, è odioso. Solo al senso estetico di un narcisista non ripugna. E del resto il sistema capitalistico si riproduce in presenza di stati imperialistici potentissimi e territorializzati in stati-nazione colonialistici.

Anche qui si possono leggere alcune cose interessanti:
http://indipendenza.lightbb.com/politica-italiana-f2/oltre-la-solidarieta-ai-braccianti-neri-di-rosarno-t518.htm

Mario Paravano
Maria io penso che se le condizioni del capitalismo impongono(come mi sembra tu dica) queste condizioni di mobilità, l'obiettivo deve essere trattare la massa di persone che arrivano come soggetti da coinvolgere e non da trattare come "nemico".
Questo anche perché, oggi, con la possibilità che il capitale ha di muoversi in senso trasnazionale il problema dell'immigrazione è una questione che (a quei signori) non interessa negli stessi termini in cui interessava qualche decennio fa.
Chi apre una fabbrica da un'altra parte lo fa nell'ottica di utilizzare migliori condizioni di "sfruttamento".
In Italia abbiamo assistito ad una desertificazione di interi distretti industriali (Biellese, Maceratese ad esempio) perché un certo tipo di produzioni si sono spostate da un'altra parte. La Fiat in Polonia produce lo stesso numero di vetture, in uno stabilimento, che da noi si producono in quattro.Lo fa a minori costi e meno personale e meno sindacati.Quindi che senso ha rinchiudersi con una logica che tratta di imperialismo e poi produce una ideologia fatta da tanti nazionalismi che nulla vogliono togliere alla struttura di fondo del funzionamento del sistema?
Qui da noi la bandiera dell'antimperialismo (quale? solo quello americano o anche quello cinese?) è una roba che tende a mistificare la sostanza vera di certe posizioni. Se poi penso che gente che militava in terza posizione, o che milita in ordine nuovo (tutti gruppi di neofascisti), oggi ha la pretesa di mettere un cappello a certe forme di "razzismo" alla Rosarno mi viene da pensare che con questi non si va da nessuna parte e non si costruisce nessuno fronte. proprio perché a loro non interessano quegli uomini sfruttati

Maria-Cristina Serban "Quindi che senso ha rinchiudersi con una logica che tratta di imperialismo e poi produce una ideologia fatta da tanti nazionalismi che nulla vogliono togliere alla struttura di fondo del funzionamento del sistema?"

Certo, si deve pensare a tutto. Io per esempio auspico un orizzonte storico legato ad una prospettiva di superamento del modo di produzione capitalistico, che mi sembra blocchi le vie dell'emancipazione. Poi so che tutto sta nell'intendersi quando si parla di modo di produzione capitalistico. Nel mio paese mi piacerebbe che più gente fosse a favore di una filosofia dell'emancipazione umana e di una scienza dei rapporti sociali di produzione. Queste, unite ad una resistenza all'imperialismo, produrrebbero, secondo me, un risultato estremistico articolato, che spaventerebbe ognuno di quelli che non vogliono togliere nulla alla struttura di fondo del funzionamento del sistema.

"Qui da noi la bandiera dell'antimperialismo (quale? solo quello americano o anche quello cinese?) è una roba che tende a mistificare la sostanza vera di certe posizioni."

La Cina non ha la vocazione messianica conquistatrice dell'impero americano potentemente armato, che quindi non è solo un impero capitalistico come i passati imperi coloniali (Inghilterra, Francia, Germania, Giappone, ecc.), ma è anche un impero ideologico ed ideocratico. E di fronte alle sue terribili armi di distruzione di massa con cui pretende di ricattare il mondo intero, io sostengo tutte le resistenze ad esso. Anche perché non esiste un imperialismo virtuoso o alternativa. O una globalizzazione virtuosa o alternativa. Alcuni per concetto leniniano di imperialismo intendono la globalizzazione. La globalizzazione comporta la sottomissione di stati nazionali deboli e privati di sovranità politica, economica e militare a nuovi stati nazionali imperiali più forti.
Con la Cina auspicherei un unione libera delle nazioni europee, su base paritaria e cooperativa, allo scopo di fronteggiare l’imperialismo americano che oggi appare nella necessità di produrre il proprio dominio mondiale illimitato così come nella sua concezione culturale ed ideologica, ma anche economica. Una sorta di nuovo Reich millenario. La Cina non è capace di produrre il proprio dominio mondiale illimitato, non c'è ora nessun dominio imperiale soverchiante della Cina, perché in campo militare e culturale la Cina non può competere con gli Usa. L'alleanza militare fra l’impero americano, i suoi servi anglosassoni insulari ed i suoi padroni sionisti rimane decisamente squilibrata rispetto a tutti gli altri centri di potere militari.
Il dispotismo arrogante e razzista dell'unico impero messianico Usa e la generalizzazione della globalizzazione neoliberale (la forma dominante della concorrenza inter-imperialistica per gli Usa) penso rappresentino la morte, o il suicidio, dell'Europa.

Il mio antimperialismo non penso mistifichi nulla... Liquidare l'antimperialismo mi sembrerebbe frettoloso: mi piacciono molto le tesi che non sono integrate nel sistema. E le tesi antimperialiste mature e convincenti non lo sono. Quelle che per me hanno una reale forza argomentativa... Come non lo sono del resto neanche le tesi radicali sulla raffigurazione dei conflitti sociali odierni.

E chi lo dice che la Cina non ha quella vocazione?La Cina approfitta della sua potenza finanziaria per comperare interi pezzi d'Africa. Credi che lo faccia per emancipare quelle persone? Io non capisco molto quelli che hanno un problema di imperialismo americano e ne contrappongono uno che in termini di meccanismi di potere, sfruttamento delle risorse non è per nulla diverso.In Cina si sta affermando un modello sociale che tende a polarizzare le differenze, che non è socialista per nulla e che non a caso viene lodato dai conservatori americani.
Le tesi radicali sulla configurazione dei conflitti sociali hanno il pregio di non scambiare lucciole per lanterne, ricollocano i rapporti di dominio nella logica dialettica di categorie marxiste che sono economiche e sociali.
Proviamo a tessere un filo che unisce e non a spezzare relazioni e solidarietà tra sfruttati.
Nell'alveo dell'antimperialismo si muove una corrente di pensiero neofascista, qui in Italia, che scorgo molto bene, per quanto cerchi di nascondersi dietro parole d'ordine "suggestive". A me il fascismo anti-sistema non piace e non interessa per nulla.

continua

lunedì 23 novembre 2009

W la democrazia (?)



Questa roba che chiamano democrazia è uno strano animale. Ti fornisce tutto ed il contrario di tutto. Ti permette di fare del male a te stesso grazie al fumo o all'alcool e nello stesso tempo non ti permette, vietandolo, che tu ti possa drogare con un po' di erba o facendoti di eroina.
E' talmente attento alla tua salute questo sistema democratico che è capace di imbastire campagne forcaiole perché qualcuno sbronzo, di nazionalità romena ed al volante fa una strage ed in cui la questione è il romeno e non l'uso degli alcolici o la produzione di vetture troppo veloci; lo stesso sistema ci mette anni a non vedere riconosciuti i diritti al risarcimento di migliaia di persone avvelenate e morte per produrre in una fabbrica piena di amianto a Casale Monferrato.

Questo sistema celebra la libertà in tutte le sue espressioni; libertà di pensare e dire, libertà di lavorare, libertà di fare impresa ed infine libertà di mercato.
Per fare questo celebra l'abbattimento di muri scordandosi di quelli che costruisce e pontifica auto-incensandosi sulla sua maestosità e bellezza.
E' un sistema che celebra gli oggetti anche se inutili e si dimentica degli uomini,che inventa e produce mestieri per affabulatori per puntellare con l'arte della ragionevolezza la sua impalcatura.

Ha talmente fiducia di sé ,questo sistema, che costruisce marchingegni giuridici per evitare che tutti i cittadini vengano rappresentati con le loro idee, o che possano esprimere la loro preferenza per tizio o caio.
E' un sistema che ti accoglie per sfruttarti bene e nello stesso tempo ti esclude con campagne xenofobe anche se a questi signori tu paghi le tasse.
Una gabbia che ha bisogno di tanti spioni e di moltissimo sospetto per costringerti a chinare la testa.
E' questa pietanza, il sistema, condito con questi ingredienti e con questa quantità industriale di sale, la democrazia, che ce lo fa giudicare come un sistema ipocrita, buono per chi ha potere e può esercitarlo e farlocco per la maggioranza degli abitanti di questo pianeta.
E' un sistema in cui la lotta è impari perché il gioco è truccato fin dall'inizio. Ed in tutti i giochi truccati finisce che quello che si sente fregato rovescia il tavolino e spara all'altro.




domenica 22 novembre 2009

Appuntamento da non perdere

Bussoleno (TO)
Mercoledì 25novembre
ore 21
Osteria La Credenza
Via W. Fontan, 16
Renato Curcio presenta: Respinti sulla strada. La migrazione ipermoderna di minorenni e ragazzi stranierili

venerdì 20 novembre 2009

La cultura della destra in Italia (e la sua mutazione)

Il pensiero unico delle oligarchie finanziarie transnazionali che dominano l’economia globalizzata del mercato mondiale non è né di destra né di sinistra, ma è di destra in economia (potere del denaro), di centro in politica (potere del consenso) e di sinistra in cultura (potere dell’innovazione nel costume, che flessibilizza e ‘scioglie’ le vecchie incrostazioni conservatrici delle tradizioni precedenti). È questa allora la ragione per cui la cultura di destra va affannosamente in cerca di un compratore, ma nessuno la vuole comprare, perché il vecchio comunismo storico novecentesco è vergognosamente imploso da solo, ed il vecchio armamentario del tradizionalismo culturale appare del tutto ‘fuori fase’ nell’epoca di Internet e del clero giornalistico internazionale di lingua inglese. Non è dunque un caso che i più intelligenti intellettuali europei provenienti da una tradizione culturale di destra (come l’italiano Marco Tarchi ed il francese Alain De Benoist) propongano lucidamente non tanto un "rilancio selezionato ed aggiornato" della cultura tradizionalista, ma un vero e proprio superamento della dicotomia culturale sinistra/destra in vista di una nuova sintesi. A mio avviso essi hanno perfettamente ragione, anche se questo aperto riconoscimento non implica affatto che io sia d’accordo con loro nel merito concreto delle proposte avanzate, per il semplice fatto che a mio avviso la tradizione marxista, convenientemente criticata e filtrata, continua ad avere un potenziale emancipativo che pensatori come Tarchi e De Benoist non sono affatto disposti a concedere. Più in generale la deriva produttiva dalla cultura di destra, pur essendo mille volte migliore del mantenimento dell’identità di destra, resta carente sul piano dell’universalismo e della critica al capitalismo, ed il suo eclettismo non è scevro di ambiguità culturale e di opportunismo teorico.
La crisi della cultura di destra è dunque anche un episodio del mutamento di campo del suo committente culturale tradizionale, che si trova più a suo agio con la flessibilità nichilistica post-moderna della sinistra ex-populista ed ex-marxista. Essa era già da tempo carente proprio su di uno dei suoi piani preferiti, quello "nazionale". Da un lato la destra, che avrebbe in teoria dovuto difendere le identità nazionali, produceva una serie di grotteschi e ridicoli anti-italiani professionali, come l’impenitente fascistoide Indro Montanelli, l’osceno negazionista dell’uso dei gas asfissianti della campagna colonialista e razzista in Etiopia nel 1936. Il copione teatrale dell’anti-italiano consiste nell’attribuire all’intera collettività nazionale i difetti specifici ed irripetibili della propria canagliesca personalità individuale, con in più l’ipocrisia del tirarsene fuori e del fingersi un sofisticato lord anglo-scandinavo capitato per caso in un mondo di trogloditi mediterranei. Dall’altro la destra, che si avvolge spesso nella bandiera come in un accappatoio, è poi di fatto la bandiera di una sorta di americanizzazione sfrenata e servile del costume, e si pensi solo al familismo consumistico della cultura di un Silvio Berlusconi, in cui la famiglia abbiente identificata con una unità affluente di consumo è esplicitamente collocata come fondamento filosofico, economico e sociale del rapporto fra l’individuo ed il mondo circostante. Il carattere del tutto post-borghese, ed appunto perché post-borghese integralmente capitalistico (nel senso del capitalismo della terza rivoluzione industriale), è in Silvio Berlusconi ingenuamente manifesto, e dovrebbe indurre alla riflessione coloro che si attardano ad identificare la borghesia con il capitalismo.
I tentativi di Gianfranco Fini (Fiuggi I e Fiuggi II) di dare alla destra italiana un profilo culturale moderno sono interessanti perché mostrano il completo nichilismo dei politici professionali nei confronti della propria tradizione culturale (ed in proposito il parallelismo fra Fini e D’Alema è impressionante e rivelatore). Da un lato non si vuole ‘buttare via niente’, perché vi sono nicchie di mercato di destra ancora interessate ad Evola ed a Spengler. Dall’altro bisogna farsi accettare spiritualmente dalle oligarchie ultracapitaliste e sioniste che dominano il pianeta, ed allora via con Popper, Hayek, Isaiah Berlin, eccetera. Ma questo ciarpame colto non può che toccare alcune centinaia di laureati pretenziosi. Per la ‘base elettorale’ resta purtroppo soltanto l’evocazione paranoica della minaccia dell’emigrazione di colore, l’enfatizzazione dell’insicurezza del cittadino minacciato dalla delinquenza comune, l’illusione di guarire i mali sociali con il pugno di ferro dell’inasprimento delle pene, eccetera.

Costanzo Preve

mercoledì 18 novembre 2009

Come e con chi preparare il cambiamento, 2

Io:

Molto interessanti le tue considerazioni. In questo tuo ragionare manca il tuo punto di vista sullo strumento.
Una volta era un partito di avanguardie, ma oggi?

Giuseppe:

Tutto sembra cosi semplice ma credo sia molto piu` complesso. E quei soldati (molti poco piu` che ragazzini cresciuti tra i videogiochi) e i lavoratori che caricano le armi e le loro famiglie come faranno a vivere? Invece, quali cambiamenti di stile di vita dovrebbero adottare le persone-noi (soprattutto dei paesi piu` ricchi) per rendere meno ... Visualizza altroappetibile andare a fare le guerre per il petrolio. Negli ultimi anni almeno nella mia citta` si e` fatto moltissimo per abituare le persone ad andare in bici o prendere i mezzi di trasporto pubblci elettrici o ibridi. Le istituzione pubbliche e le associazioni hanno investito moltissimo in piste ciclabili, segnaletiche e informazioni per i cittadini e vari incentivi. Si e` anche investito nelle metropolitane leggere. Io credo che queste siano azioni concrete. Anche qui si potrebbe comunque obiettare dicendo. Si e` vero, ma si aumentano gli utili delle societa` che producono biciclette o macchine ibride magari delocalizzando e impiegando manodopera a basso costo ... Il circolo e` vizioso ma credo che in questo sistema quello che sia importante e` nel nostro piccolo fare delle scelte quotidiane che promuovano aziende fondate su commercio equo, agricoltura organica, aziende che non usino capitali delle mafie, aziende che non siano solo controllate dagli azionisti ma anche (o solo) dallo stato soprattutto in determinati settori come la sanita`... bisogna inoltre dare supporto alle scuole e alle universita e garantire l'accesso e soprattutto il successo a tutti, bisogna smetterla di tramandare le professioni piu` prestigiose e di potere di padri in figlio (come succede soprattutto in Italia- da quello che ne so) e creare realmente pari opportunita`per tutti (obama e molti altri come lui negli usa non sono figli di papa`) e permettere ad ogni individuo di avere una vita dignitosa e non doversi arruolare negli eserciti o nelle polizie per avere un pezzo di pane... A proposito di profitti dalle guerre, Avete letto questo articolo? http://www.eni.it/en_IT/media/press-releases/2009/10/2009-10-13-zubair-field.shtml

Maria:

È triste quando al posto dell'implementazione della politica della cosiddetta "pari opportunità" si assiste all'insorgere di situazioni di discriminazione o persecutorie.

Negli Stati Uniti c'è il sistema bipartitico che, secondo Ralph Nader per esempio, limita la capacità degli americani di rappresentare l'interesse di molti, specialmente quando quel sistema bipartitico ammette solo una leadership di centro (o centro-destra) come quella di Obama o di destra come quella precedente (e lì non conta essere figlio del papà, per prima cosa bisogna fare gli interessi del sistema imperiale). Nader ne parla come se il sistema bipartitico fosse una sorta di prigione. Incollo questo pezzo di un'intervista esemplificativa:

JAY: Well, the one argument you can make is that Obama got elected and Ralph Nader didn't—you could say you need to speak this way. And then it comes down to, I think, a lot of what you were saying. Even if one wants to read all these things into his candidacy—and I don't know that you can—then it doesn't come down to, as far as advisers, they're all the same-old-same-old advisers. We haven't seen anything fresh and new here....
NADER: That's the first tip that you get: you see who he surrounds himself with. And, look, the problem is he has no competition from the left. I mean, I went into this campaign knowing that I was going to be kept off the debates even though every national poll from 2000 wanted my by name. Okay. So that means you don't reach tens of millions of people. If you're not scheduled on the debates, the national media won't cover you—The New York Times, the networks, Washington Post in April, May, June, July, August—because, they say, "You don't have a chance. You're not a mega-billionaire like Perot who can put ads on." And then the third thing that happens is that we're drained during the summer just trying to get on the ballot, because no country in the western world obstructs voters and obstructs candidates the way our country does with these draconian state laws enacted by the two parties. We have a two-party dictatorship in this country. Let's face it. And it is a dictatorship in thralldom to these giant corporations who control every department agency in the federal government, including the Department of Labor. I mean, this is how far it's gone. We have a corporate state. Franklin Delano Roosevelt put it very well in 1938 in a message to Congress. He said when government is controlled by private economic power, he said, quote, "that's fascism," end quote. That's the definition of fascism. And look at every big industry now screwing the average guys, going for bailouts.

http://therealnews.com/t/index.php?option=com_content&task=view&id=31&Itemid=74&jumival=2718

Giuseppe
su nader non ci troviamo d'accordo. Capisco le sue posizioni ma non mi rappresenta. Meglio 10, 100, 1000 obama. Leggi piu` sull'attivismo di obama presente e passato e rifletti che forse sono persone come nader che impediscono cambiamenti reali. Il sistema si cambia dal di dentro attraverso, per esempio, cose concrete come quelle che scrivevo ... Visualizza altrosopra di cui mi piacerebbe sentire il tuo commento e permettendo a chi non proviene dal mondo elitista e salottiero di stampo europeo ad entrare nel sistema. Sono sicuro che la sola esperienza personale/familiare (anche se apparentemente parte del sistema) possa portare cambiamenti piu` concreti di mille parole gettate al vento o della resistenza armata. Ci sono giovani registi (alcuni di essi immigrati che hanno avuto la possibilita` di formarsi in America) che anche se parte del sistema producono delle cose molto interessanti che servono a scuotere le coscienze e forse a cambiare un po' le cose.
Maria

Sono a favore del commercio equo, dell’agricoltura organica... Che poi la strategia imperiale non possa cambiare così, e non possa diventare più gentile, sarebbe un altro problema. Nel sistema attuale non sarà possibile rintracciare nessuna traccia di un’universalizzazione alternativa, cioè anticapitalistica e postcapitalistica, per via di un'economicizzazione del conflitto. O di una globalizzazione virtuosa o alternativa (sarebbe assurdo immaginare che possa esistere). Penso che lo stato di cose esistenti possa essere cambiato un po’ attraverso pratiche di convivivialità e solidarietà nelle relazioni umane solo a livello locale, in alcune regioni... E per alcuni sarebbe ideale riuscire a mantenere sfere vitali non mercificabili, o almeno non completamente mercificate...

Il commercio equo e solidale, anche quello animato dalle migliori intenzioni, non può e non potrà influire che in misura minima sui rapporti di forza internazionali e sugli equilibri geopolitici e militari controllati dagli Stati Uniti, ai quali tante oligarchie devono la loro fortuna. Impossibile da ignorare poi il fatto che i consumatori occidentali sono viziatissimi e gli interessi degli importatori internazionali sono venali e mutevoli. L’economia si regge su preventivi rapporti di forza. Il dolce commercio equo e solidale non basta. E neanche la disobbedienza.

Obama non mi era mai sembrato tutto cuore e ragione... In Afghanistan per esempio, lo è?... Non mi sentirei di dare interpretazioni neoromantiche dei nostri tempi, e del futuro, se penso all’operato di Obama finora...... Visualizza altro

Ecco tra l’altro cosa dicevano di lui due americani qualche settimana fa:

"Climate change- mass extinction, drought, death...Is that motivating enough? Wall Street billion dollar bonuses while tax payer money is still in their coffers? Corporate health care- no public option- no cost control- major loop holes? Congressional resolutions that are outright lies? Gross militarism? Deliberate catering to the fascist right (who don't even know their fascists) to justify watered down policies that cater to corporations.
What exactly is the left waiting for? Give Obama a chance? Nader is right on. Fire in the belly.
Push Congress? Lobby harder than the opposition? Civil disobedience? Yes- but more the ability to face the truth, speak the truth and pay the price for doing so..."

"Ralph's insight - that Obama will not challenge power - really seems to resonate in these post-100 days era of the Obama Presidency. It may be an explanation for Obama's ability to say one thing, but do the opposite. I'm still not sure if it's a gross character flaw or whether Obama just shamelessly manipulates his political base."

http://www.commondreams.org/video/2009/11/04-1

E si chiedeva Nader: “How much has he campaigned in Latino and African-American areas? He was up there all over the country with all the cameras. He could have brought such attention to poor areas in this country and he didn't do it.”

http://therealnews.com/t/index.php?option=com_content&task=view&id=31&Itemid=74&jumival=2718

Come impedisce Nader i cambiamenti reali?... Nader esortiva tra l’altro al ritiro completo delle truppe dall’Afghanistan e dall’Iraq...

Io:

Il sogno di cambiare le cose senza porsi il problema del potere che assume il punto di vista delle classi subalterne è un "sogno " e basta.
E' una roba che appartiene alla notte dei tempi e che ha visto nel "capitale" (inteso come classi dominanti) un interlocutore molto interessato ed attento.
I sistemi economici (precapitalismo, capitalismo, comunitarismo) hanno un comune denominatore :
Cosa produrre, come produrre, in che modo produrre. Questa struttura governa direttamente ed indirettamente sovrastrutture e rapporti sociali determinati dal come si risponde a quei problemi.
Se manca in termini di rappresentanza, nel dare le risposte, l'interlocutore principale, che è colui il quale è strumento subordinato oggi nei processi di produzione (di ogni tipo) come si pensa di operare dei cambiamenti?... Visualizza altro
Andando in bicicletta tutti? Ci andiamo già (anche in bus) per una ragione semplice, non abbiamo i soldi per mantenere una macchina.
La concretezza della politica subordinata alla logica del capitale produce la svendita del patrimonio pubblico, la flessibilità al ribasso delle condizioni di lavoro, la subordinazione ed il silenzio rispetto ai processi in atto. A questo hanno portato i ragionamenti "verdi". Le fabbriche magari saranno un po' più ecologiche ma la sostanza per me e per mio figlio non cambia.
Questa roba bisogna spezzarla agitando e producendo conflitto contro le istituzioni.Non c'è bisogno di "armi" per questo. C'è bisogno di agire rompendo lo schema della non rappresentanza istituzionale. Io milito in un partito e sempre di più mi rendo conto che non rappresenta nulla in termini di prospettiva e di cambiamento. fagocitati in un sistema di relazioni in cui vieni sbattuto ai margini se vai sopra le righe di ciò che è consentito. E allora il mio tempo preferisco spenderlo concretamente sviluppando il conflitto in ogni occasione possibile. Formando una nuova generazione che abbia il coraggio di stare fuori dal palazzo e che per il palazzo diventi un incubo.

Qui la prima parte:
http://pensareinprofondo.blogspot.com/2009/11/come-e-con-chi-preparare-il-cambiamento.html

Come e con chi preparare il cambiamento

Lo scambio di opinioni con Maria ha preso come spunto questo articolo di Preve:

"Costanzo Preve, nel 2001: A mio avviso non possiamo ancora fare una valutazione storica complessiva degli attuali movimenti no-global, perché essi sono una realtà solo all’inizio di un processo di sviluppo i cui esiti non sono ancora per nulla prevedibili. Essi possono essere l’embrione iniziale di un futuro movimento rivoluzionario, oppure possono evolvere verso l’"opposizione di Sua Maestà" di cui il moderno capitalismo ha bisogno, un’opposizione detta "propositiva" e "responsabile", in realtà di tipo petizionistico (si fanno petizioni ai potenti perché essi ascoltino i sudditi) e solidaristico. Dal momento che gli esiti non sono ancora prevedibili, è chiaro che in questi movimenti bisogna starci dentro senza troppi pregiudizi o sospetti. Personalmente, mi considero un rivoluzionario "classico", nel senso che tutti i progetti rivoluzionari storicamente strategici devono sempre essere radicati in interessi collettivi di classi subalterne, e non possono mai assumere la forma di movimenti caritativi e moralistici, se non in forma del tutto marginale. Io solidarizzo pienamente con la Palestina in lotta, ma se la Palestina non lottasse in prima persona, la mia solidarietà resterebbe una semplice testimonianza astratta. Il giudizio sui movimenti no-global non deve neppure essere ricavato dallo spettacolo virtuale del circo giornalistico e mediatico. Il circo mediatico conosce tre soli spettacoli fondamentali, lo spettacolo porno, lo spettacolo sportivo e lo spettacolo sanguinoso, per cui il suo unico vero modo di relazionarsi con i movimenti no-global è la distruzione urbana dei "Black Blocs", che lungi dall’essere stupidi e primitivi, hanno capito perfettamente come funziona il circo mediatico e vi si adeguano in modo brillante e performativo. Infine, il giudizio sui movimenti no-global non deve neppure essere ricavato dalla autorappresentazione ideologica e narcisistica dei suoi attuali dirigenti, un ceto professionale sottilissimo di politici di professione, scrittori di "Best Sellers" e permanenti di associazioni non governative all’autofinanziamento pubblico e privato. Un giudizio serio dovrà essere dato sulla base esclusiva della funzione strutturale anticapitalistica di cui questi movimenti saranno capaci. Per questo siamo solo all’inizio."

Maria:


Per Preve il sistema ideale pare sia quello che farebbe prevalere il polo dell'uguaglianza, gli interessi dei più poveri, un sistema che si soffermerebbe sulle classi subalterne e che diffonderebbe la cultura del lavoro sicuro e garantito e del vicinato solidale, attuando politiche di redistribuzione della ricchezza che favorirebbero i ceti disagiati. Solidarizza con questi ultimi. Con le vittime dei padroni che si servono degli immigrati per svalutare il potere contrattuale conquistato in decenni di defatiganti lotte sindacali. E con gli immigrati che anche loro subiscono l’aggressione economicista del capitalismo reale - i muratori rumeni, senegalesi, marocchini, le battone nigeriane, albanesi e moldave eccetera... Con "gli immigrati musulmani ma anche i rumeni ortodossi ed i filippini cattolici che vengono da identità culturali in cui c’è ancora un fortissimo senso del lavoro e della solidarietà familiare", e per i quali "il regno di Pannella e della Bonino" sarebbe "estraneo", secondo lui...
Solidarizza con le vittime della distruzione della stabilità e della sicurezza del posto di lavoro, condannate ad una perenne "mobilità orizzontale", oscillante tra disoccupazione, sottoccupazione ed occupazione precaria... Perché vittime dei principi dell'economia liberista globalizzata, del decentramento produttivo determinato da vantaggi competitivi di natura salariale e fiscale che hanno portato al regresso sociale, alla proletarizzazione del lavoro, alla diseguaglianza...

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=21923

Penso sia possibile farsi un'idea su quelli con cui solidarizza(va) Preve anche leggendo una conversazione tra lui ed Eugenio Renzi pubblicata due anni fa su Cahiers du cinéma. Il collegamento diretto pare non esista più sul sito della rivista, ma io avevo copiato quella conversazione e se volete la potete leggere nella mia ultima nota.

I movimenti caritativi e le associazioni non governative, "di cui il moderno capitalismo ha bisogno", come dice Preve, spesso si "rifanno" la buona coscienza aiutando qua e là alcuni di quelli che appartengono alle classi subalterne nel contesto storico attuale, mentre i dettami del turbocapitalismo continueranno ad essere messi in pratica altrove, disseminando malcontento, ingiustizia, disgrazie. (all’espressione "turbocapitalismo" Preve, in un volume in cui si confrontava con le posizioni di Giuseppe Giaccio e Alain de Benoist, dichiarò di preferire l’espressione "capitalismo puro" che si richiama sia al concetto di Karl Marx di "modo di produzione capitalistico" - un semplice modello e non una società concretamente esistente - sia al concetto di Max Weber di "idealtipo")

A differenza di molti di quelli che credono di sorvolare la società dicendosi solidali con le classi subalterne - quelle che sono spesso le vittime di una situazione caratterizzata dal dominio della produzione capitalistica - Preve pare abbia fatto anche quel passo che consiste nello "smarcarsi" dall'ossessivo pensiero unico che si maschera da apparente pluralismo multicolore: personalmente io per questo tipo di sensibilità a volte impazzisco...

Sul movimento no global Preve ha scritto anche qui:
http://www.kelebekler.com/occ/bertinotti7.htm

E Pino, riguardo ad un tuo commento di ieri in cui hai scritto "credo che non si possa generalizzare dicendo che il sistema e` inumano, arrogante. Esiste per fortuna un altra etica e un altro modo di fare affari. Certo negli ultimi decenni le societa` di capitale (complice la finanza globale e chi nei vari paesi europei (imprenditori, governanti di turno...) trae grosso profitto nel vendersi i propri beni) hanno avuto sempre piu` potere. Ma per fortuna il sistema non e` solo quello", secondo me ripetevi alcuni dei luoghi comuni del pensiero unico...

Io:

La questione del capitalismo caritatevole è solo, per me, un modo per cercare di rendere gestibili delle tensioni sociali che potrebbero avere sbocchi non facilmente controllabili.
Ed è un approccio che è figlio della storia dei tempi, che si è sviluppato in coincidenza dello sviluppo della teologia cristiana e che viene sfruttato in termini di controllo sociale.
Rimane, però, fuori da questo la questione legata al rapporto con le classi subalterne.
Un comunista pensa di dovere avere come punto di riferimento coloro i quali producono valore, per motivi legati (se vuoi) anche ad una questione di spazi fisici e di comunità. Elementi che rendono più facile il proselitismo e l'azione politica.
Quando invece si pensa in termini generali agli sfruttati ,senza dare modo di capire attraverso quali elementi si puo' pensare di organizzare quel fronte ,si corre il rischio di generare una serie di fronti ai quali manca un filo che li tenga insieme.
Io penso che bisogna intervenire su tutti i soggetti, avendo chiaro un orizzonte ed una proposta che sia la più unificante possibile e che non parcellizzi nelle comunità il fronte della lotta.

Maria:

Capisco il tuo discorso sulla carità. Nel merito penso siano interessanti anche alcune delle considerazioni di Žižek. Al sistema la carità serve spesso per occultare lo sfruttamento economico. A volte il ricatto messo in scena dal sistema rivela un Superego di proporzioni gigantesche. I cosiddetti Paesi sviluppati "aiutano" i cosiddetti Paesi sottosviluppati con sussidi, crediti e così via, e con ciò evitano il problema chiave, vale a dire affrontare la loro complicità e corresponsabilità per la situazione misera di quei Paesi. Nel capitalismo contemporaneo la carità in generale (non solo quella di Bill Gates) esiste, in parte, come un modo per mascherare lo sfruttamento di base, fondamentale nel sistema economico. Fornisce la copertura ideologica per i processi non-caritatevoli sistematici che conducono all'impoverimento dei deboli. L’integrazione della carità nel sistema - ordinare un caffè da Starbucks che invia i soldi ad un bambino deforme, eccetera - è un esempio di progresso morale, parzialmente dovuto ai movimenti sociali della fine degli anni Sessanta.
La carità non distrugge le relazioni di potere disuguali per contrastare la violenza che fa parte del vivere nella povertà. La filantropia generosa sottoscrive la normalizzazione della violenza e dell'ineguaglianza strutturali. Il sistema investe perversamente nel paternalismo inefficiente come quello della Starbucks, che presenta alla gente un’emergenza da risolvere, che è falsa e piace a quelli che vorrebbero "fare qualcosa!" ma riflettono poco sul senso del loro gesto fatto all'interno dei confini inefficienti del riformismo controrivoluzionario. La carità accade anche così... sotto forma di gesti vuoti che pretendono di distruggere le sbarre della gabbia che tiene tutte le persone povere nello squallore e nell'oscurità.

Scrivi inoltre "Quando si pensa, in termini generali, agli sfruttati senza dare modo di capire attraverso quali elementi si puo' pensare di organizzare quel fronte si corre il rischio di generare una serie di fronti ai quali manca un filo che li tenga insieme". Hai ragione, bisogna evitare di disperdere le proprie forze su di un fronte troppo vasto, bisogna creare invece una saldissima resistenza per affrontare le forze sistemiche.
Sarebbe di certo interessante una discussione su quali mosse strategiche intraprendere che impongano ai potenti di assumere condotte anti-capitalistiche. Ma sarebbe una discussione enorme.
Preve non si inserisce forse tra quelli che ipotizzano una via concreta che faccia crollare il sistema - ma io per esempio non ho letto tutti i suoi libri - ma penso lasci capire alcune cose interessanti.
Sappiamo per esempio che non contempla l'approccio proposto da Max Weber di fronte alla soffocante routine quotidiana della razionalizzazione del mondo nei suoi vari aspetti, una volta perduto ogni conforto religioso, senza l'ottimismo trainante di personalità carismatiche capaci di stimolare il cambiamento. Per Marx Weber opporre resistenza alla "gabbia d'acciaio" popolata da specialisti senza spirito e gaudenti senza cuore significa prestare testimonianza, rassegnarsi al fatto che la "gabbia d'acciaio" non consente altro che qualche margine di anticipazione e di prevedibilità sull'incerto futuro, e quindi offrirebbe solo qualche chance di intervento responsabile su di una realtà avviata lungo i binari prestabiliti della razionalizzazione burocratica. Max Weber suggerisce la rassegnazione al processo irreversibile di disincantamento del mondo che prende corpo via via, nell'ambito delle società e ricorre alla metafora "gabbia d'acciaio", che implica l’idea dell’impossibilità di riuscire a sfuggire alle sbarre della gabbia. Preve non condivide quel disincanto. Il capitalismo non è una serie di sbarre create dall’esterno all’essere umano... La logica sistemica che opera nel capitalismo e che sovra determina i rapporti sociali, come forma interna delle dinamiche ambientali e personali dell'uomo, non è assolutamente necessaria, comporta una soggettività, e perciò non potrebbe mai arrivare a sottrarre definitivamente la gente alla resistenza.
Penso che si possa unire un fronte anticapitalista a questo livello, che si opponga anche alla logica sistemica del modo di produzione, senza rimanere sul terreno politico. Si potrebbe attivare una resistenza contro ciò che consente l'autoriproduzione del capitalismo: contro la politica economica delle sue imprese, la divisione sociale e tecnica del lavoro che innesca, ma anche l'operare a prima vista autonomo di elementi antropologici e di forze ambientali segnati col sigillo dinamico e necessitante del capitalismo. Si possono attaccare i punti vulnerabili degli avamposti economici del sistema.

Tutto questo senza illudersi però sulle capacità rivoluzionarie della classe operaia, salariata, e neanche sulla capacità della socializzazione capitalistica delle forze produttive di produrre un soggetto rivoluzionario (e si potrebbero adoperare per esempio gli argomenti di Preve per controbattere la tesi della “generazione spontanea” di un soggetto rivoluzionario). Non regge più il mito di un soggetto rivoluzionario demiurgico refrattario all’integrazione nel sistema e di un crollo risolutivo, servono solo processi di costruzione comunitaria cosciente basati su una concezione del mondo condivisa razionale e dialogica. Interessante la profezia integrazionista di Marcuse si è realizzata. Anche Weber parlava di una pietrificazione meccanizzata adornata da un convulso desiderio di sentirsi importante, di integrarsi nel sistema… Dalle banlieues parigine, passando per le rive del Mississipi e giungendo a sconosciute cittadine cinesi un proletariato universale chiede l'abolizione dello stato di cose esistenti. Le insurrezioni dell'autunno 2005 avvenute nelle periferie francesi non hanno avuto l'obiettivo di fare richieste specifiche, erano soltanto incentrate sul riconoscimento, in base ad un vago, inarticolato “ressentiment”. Questo scoppio muto di violenza riflette profondamente sulla natura della nostra società moderna. A cosa serve la nostra celebrata libertà di scelta quando la sola scelta è tra il giocare secondo le regole ed il fare violenza distruttiva su se stessi? (un’altra cosa sarebbe una violenza mirata in modo da non rendere inefficace e controproducente l’agire)

Quindi un fronte si potrebbe organizzare attraverso il rifiuto di giocare secondo le regole... I rumeni che emigrano per necessità economiche per lavorare in Italia, per esempio, accettano di giocare secondo le regole. Nonostante siano tante le famiglie smembrate – che avevano dei figli - perché uno dei coniugi aveva deciso di emigrare per mandare soldi a casa. Nonostante nel paese in cui emigrano facciano spesso lavori degradanti. Avrei pensato che potessero fare delle domande al governo rumeno o tentare di obbligare il governo rumeno di attuare politiche che non li costringano ad emigrare... E oltre a questi, l’Italia attrae anche i piccoli e i medi imprenditori rumeni. La loro immigrazione è nel vantaggio dell’Italia. In un certo senso loro, emigrando, partecipano attivamente alla violenza sistemica contro i più deboli (tra cui anche i loro connazionali). La Romania pare li spinga a favorire un ambiente straniero in cui collocare le loro aziende e partecipare attivamente e concretamente alla crescita e allo sviluppo dell’economia. Ci si dovrebbe invece rivolgere alla Romania per consentire loro una maggiore possibilità d'espansione del proprio business, per riuscire ad accontentarli perché poi essi possano dare un contributo alla crescita dell’economia rumena. Ci sono ancora molti altri rumeni che emigrano e che possiedono esperienze che potrebbero essere valorizzate dalla Romania... La compiacenza nel lasciarsi assoggettato alle esigenze del capitale e nel far favorire l’emigrazione dei cittadini dalla parte di un paese che non accoglie le domande di lavoro rende quel paese subalterno ai paesi forti.

Poi ci sono gli imprenditori italiani che, spinti anche loro dalla necessità, abbandonano le loro aziende ed emigrano in altri paesi. Lo fanno perché la globalizzazione ha determinato una concorrenza sui prezzi in molti settori importanti dell’economia. Questo, su un paese come la Romania, ha un impatto più negativo che positivo.
Il mio non è un giudizio morale – anche se penso che la gente abbia spesso più interesse a NON giocare secondo le regole ed a reagire perché venga superata la politica di subalternità alle logiche e agli interessi del capitale - ma è un dato di fatto che può additare ai cercatori una strada nuova.
Gli eventuali mancati accoglimenti delle domande da parte dei potenti e l’insistenza dalla parte della gente di attuare una resistenza come quella a cui accenavo prima potrebbero essere accompagnati da un bella dichiarazione di lotta armata dalla parte dei potenti: il sistema sarà impietoso con chi rifiuta di giocare secondo le regole e rifiuta l’adozione di mezze misure e compromessi e vorrebbe abbattere il sistema. Organizzare un fronte anti-sistemico comporta anche questo "rischio"..
Preve fa notare inoltre, nel suo libro "Il Marxismo e la tradizione culturale europea", che "a differenza di come affermava erroneamente il marxismo, la classe operaia manifestava fisiologicamente una natura ribellistica (scambiata spesso per rivoluzionaria) soltanto nel primo periodo della sua recente uscita dalla precedente cultura comunitaria di tipo artigianale, bracciantile e contadina, mentre mano a mano che si ‘integrava’ nella società industriale capitalistica si adattava massicciamente sia all’economicizzazione puramente sindacalistica del conflitto sia all’incorporazione nazionalistica. Detto altrimenti, la classe operaia e salariata europea realmente esistente, e non il suo raddoppiamento ideale sognato dal comunismo, era spontaneamente socialdemocratica e non certo ‘comunista’ "...
Il capitalismo è fatto in prima istanza di imprese, e solo in seconda istanza di fabbriche: in questo modo pare non si possa formare il lavoratore collettivo associato previsto da Marx...
Quando scrivi di un fronte anti-sistemico, mi viene di pensare anche ad una possibile resistenza globale all'occupazione dell'Iraq e dell'Afghanistan (oltre alle resistenze armate che penso siano indispensabili). La nostra resistenza potrebbe cominciare con il rifiuto di ammettere la legittimità dell'occupazione dell'Iraq e dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti. Questo significa un tipo di agire che renda impossibile che l'impero raggiunga i suoi scopi. Significa che i soldati dovranno rifiutare di combattere, i riservisti dovranno rifiutare di servire, i lavoratori dovranno rifiutare di caricare le armi sulle navi e sugli aerei. Significa certamente che paesi come la Romania dovranno rifiutare di mandare i suoi soldati a combattere e che anche in paesi come l'India e il Pakistan la gente dovrà bloccare i piani del governo degli Stati Uniti di far inviare soldati indiani e pakistani nelle zone occupate...
Si potrebbe pensare anche a scegliere alcune delle corporation principali che stanno traendo profitto dalla distruzione dei paesi occupati, per elencare poi ogni progetto in cui esse sono coinvolte. Poi si possono localizzare i loro uffici in ogni città ed in ogni paese nel mondo. Per poi perseguire quelle corporation. Far chiudere i loro uffici. In questo caso sarebbe necessario unire tutte le forze disponibili in un fronte collettivo transnazionale che concordi su strategie come quelle di cui scrissi sopra per lavorare assieme in vista di un singolo obiettivo comune... Cioè essere preparati ad attivare tutti gli strumenti possibili per sostenere le resistenze popolari.

La discussione continua.....


martedì 17 novembre 2009

Comunismo, populismo, socialdemocrazia, fascismo e nazismo

"Il tentativo di imporre il primato della politica (organizzata in forme diversissime, dal pluralismo partitico socialdemocratico al partito monocratico di tipo comunista, fascista o populista) sulla logica autonomizzata dell’economia capitalistica pura, è stato l'elemento comune di di alcuni giganteschi fenomeni novecenteschi. Se poi vogliamo fare giochi estivi di nessuna importanza, e mi si chiede soggettivamente in che ordine “morale” e politico metto questi fenomeni, allora risponderò subito così: al primo posto metto il comunismo storico novecentesco nel suo insieme (nonostante bestialità, crimini, ecc.), poi metto il populismo terzomondista (Peròn, Nasser, ecc.), poi al terzo posto metto l’onesta socialdemocrazia (Palme, ecc., con esclusione della socialdemocrazia imperialista, interventista e bombardatrice alla D’Alema), ed al quarto ed ultimo posto metto il nazifascismo (di cui considero particolarmente imperdonabili il colonialismo razzista ed il razzismo di sterminio e quindi l’Etiopia di Mussolini del 1935 e lo Auschwitz di Hitler del 1942). Naturalmente questo non è affatto un gioco, ma è una cosa serissima. Il fatto che faccia questa classifica, e non un’altra, ha ovviamente dietro nel mio caso mezzo secolo di riflessioni di tipo storico, filosofico, storiografico e soprattutto morale. Quello che però voglio dire è che non basta accanirci interminabilmente in questi esercizi di storia passata. Perché il fatto è che questa storia è fondamentalmente storia passata. So bene che esiste il passato che non passa mai e la cosiddetta “lunga durata”. Ma il punto essenziale sta nel fatto che tutti e quattro questi fenomeni storici, diseguali e moralmente distinti, fanno ormai parte essenzialmente del passato."

Costanzo Preve

Commento di Maria
"Per Preve il comunismo novecentesco sarebbe stato un fenomeno storico "maestoso" e la cui comprensione richiede sempre una chiave di lettura marxista. La complessità di quel fenomeno è stata a volte, secondo Preve, una sfida per quelli che avrebbero provato a spiegarlo. Per alcuni "il comunismo sarebbe stato un'incresciosa parentesi utopicototalitaria ed ideologico-dispotica della grande storia universale della libertà, libertà a sua volta identificata con un grande centro commerciale globalizzato (Badiale-Bontempelli). A questo trionfo della Pantautologia (come direbbe Ignazio Silone) concorre la sinergia dei vecchi critici (la tradizione dell'anticomunismo liberale borghese da Hayek a Popper) e dei nuovi critici (i rinnegati sessantottini che devono avvelenare il pozzo in cui avevano bevuto nella loro stralunata gioventù in modo che nessuno più possa berci per l'eternità, eternità scambiata da loro per il restante della loro miserabile e fallita vita terrena). L'addizione di vecchi critici e di nuovi critici non caratterizza così la conoscenza del fenomeno globale del comunismo storico novecentesco, ma la sua esorcizzazione e demonizzazione «parentetica». Credo che tutto questo (scrivo nel 2007) dovrebbe durare ancora alcuni decenni, vista la forte integrazione ideologica sinergica fra le tre componenti del ceto politico specializzato della governance post-democratica, del circo mediatico televisivo e giornalistico integralmente americano-sionista e della classe universitario-accademica globalizzata in base a codici ispirati alla variante politicamente-corretta del pensiero unico neoliberale."

http://www.facebook.com/l/;files.meetup.com/508445/C.Preve-autopresentazione.pdf

Ciao!"

giovedì 5 novembre 2009

Ho sentito che non volete imparare niente

HO SENTITO CHE NON VOLETE IMPARARE NIENTE

Ho sentito che non volete imparare niente.

Deduco: siete milionari.
Il vostro futuro è assicurato - esso è

Davanti a voi in piena luce. I vostri genitori
Hanno fatto sì che i vostri piedi

Non urtino nessuna pietra. Allora non devi
Imparare niente. Così come sei

Puoi rimanere.

E se, nonostante ciò, ci sono delle difficoltà, dato che i tempi,

Come ho sentito, sono insicuri
Hai i tuoi capi che ti dicono esattamente

Ciò che devi fare affinché stiate bene.
Essi hanno letto i libri di quelli

Che sanno le verità
Che hanno validità in tutti i tempi

E le ricette che aiutano sempre.

Dato che ci sono così tanti che pensano per te

Non devi muovere un dito.
Però, se non fosse così

Allora dovresti studiare.

Bertolt Brecht


Da questo sito: http://www.eco.unibs.it/~palermo/

venerdì 30 ottobre 2009

Nietzsche, guerre umanitarie e schiavitù

In occasione dell'uscita del suo nuovo libro "Nietzsche, il ribelle aristocratico", Bollati Boringhieri, Domenico Losurdo chiarisce i tanti perché dell'insufficienza di un'interpretazione politicamente innocentista di Nietzsche. Quando l'ermeneutica dell'innocenza diventa esegesi colpevole di rimozioni e mistificazioni rispetto a un grande pensatore.


Il 14 aprile 1999, mentre infuriava la guerra contro la Jugoslavia, su "la Stampa" appariva una breve lettera firmata da Gianni Vattimo che così suonava o tuonava: "Ma Domenico Losurdo, Luciano Canfora, Costanzo Preve, Livio Sichirollo e gli altri firmatari della lettera di solidarietà al popolo serbo, che invitano Milosevic a "ristabilire la convivenza tra i diversi gruppi etnici" nonostante l'aggressione imperialista (colpevole di averla turbata?), hanno sentito parlare della Bosnia, degli stupri etnici, dei campi di concentramento, della pulizia razziale cominciata da Milosevic dieci anni fa?". Due giorni dopo, sempre "la Stampa" ospitava una replica firmata dal sottoscritto. Dopo una ricostruzione assai diversa della vicenda del Kosovo, la mia lettera così si concludeva: "Vattimo si è meritatamente conquistato una fama internazionale come interprete di Nietzsche e Heidegger. Peccato che ora sembri perdere di vista un aspetto essenziale della loro lezione: il pathos morale può veicolare le peggiori crociate sterminatrici". Prescindiamo qui dagli aspetti più immediatamente politici di questo scambio di lettere (d'altro canto, sulla nuova guerra che si profila all'orizzonte, Vattimo sembra per fortuna voler assumere un atteggiamento del tutto diverso). E' più importante un altro aspetto. Già dalla polemica appena vista emergeva un contrasto filosofico, che verteva e verte non sulla grandezza del filosofo in questione, bensì sugli insegnamenti che da lui si possono e si devono ricavare. Anzi, dal mio punto di vista era ed è chiaro che la lettura innocentista di Nietzsche gli fa un grave torto, rendendo impossibile la comprensione della possente carica demistificatrice che dispiega il suo "radicalismo aristocratico".

Radicalismo aristocratico e rivendicazione della schiavitù


"Radicalismo aristocratico": in questa definizione, che si deve alla penna di un amico e ammiratore (Georg Brandes), Nietzsche si riconosce in pieno. Ed essa sembra ben caratterizzare un atteggiamento politico che non si limita a condannare come espressioni di "decadenza" e "degenerazione" lo Stato sociale, i sindacati, la diffusione dell'istruzione, la democrazia, il regime parlamentare. Andando ancora oltre, il filosofo non esita a rivendicare la permanente validità dell'istituto della schiavitù quale fondamento della civiltà. L'ermeneutica oggi dominante preferisce rimuovere o leggere in chiave allegorica questo motivo che accompagna come un'ombra l'opera di Nietzsche in tutto l'arco della sua evoluzione. Epperò, a rinviarci alla storia e alla politica sono i testi stessi del filosofo, che contengono riferimenti sprezzanti a Beecher-Stowe, l'autrice della Capanna dello zio Tom, il celebre romanzo abolizionista che tanto eco suscita in Europa e nella stessa Germania. Ancora più significativa è l'osservazione contenuta in Umano troppo umano: tutti desiderano l'"abolizione della schiavitù"; eppure bisogna ammettere che "gli schiavi sotto ogni riguardo vivono più sicuri e più felici del moderno operaio (Arbeiter) e il lavoro (Arbeit) degli schiavi è ben poca cosa rispetto a quello dell'operaio", dell'Arbeiter. Di nuovo, siamo rinviati alla guerra di Secessione e all'aspro dibattito che l'ha preceduta e accompagnata: ad insistere sul fatto che la condizione degli operai liberi non è migliore di quella degli schiavi, a contrapporre la schiavitù salariata, descritta con implacabile durezza di toni, alla schiavitù vera e propria, per lo più mistificatoriamente immersa in un'ovattata atmosfera patriarcale, ad agitare tale argomento sono i difensori della schiavitù.

E' bene allora precisare il quadro storico in cui si collocano la vita e la riflessione di Nietzsche. La sua giovinezza cade nel mezzo della guerra di Secessione: in riferimento alla situazione del Sud degli USA, Tocqueville sottolinea come pene severe proibiscano di insegnare agli schiavi a leggere e scrivere. Siamo portati a pensare a Nietzsche: "Se si vogliono degli schiavi - e di essi si ha bisogno - non si devono educare come padroni". E' sempre Tocqueville ad osservare che nel Sud degli USA il valore tenuto in maggior considerazione dai padroni bianchi è l'otium, mentre "il lavoro si confonde con l'idea di schiavitù". E di nuovo il pensiero corre a Nietzsche, al suo sarcasmo sulla "dignità del lavoro" e alla sua denuncia della "famigerata volgarità degli industriali dalle rosse mani grassocce", essi stessi contaminati dalla moderna frenesia del lavoro. Negli anni successivi al 1865, alla cancellazione della schiavitù nella repubblica nord-americana corrisponde la cancellazione della servitù della gleba in Russia; senonché, forme di servaggio o semiservaggio persistono nei due paesi. L'Inghilterra, che nel 1833 ha abolito la schiavitù nelle sue colonie, procede poi, negli anni '70 e '80, al blocco navale delle coste dell'Africa orientale per impedire la persistente tratta dei neri in direzione soprattutto del Brasile che abolisce la schiavitù, e il relativo commercio degli schiavi, solo nel 1888, l'anno in cui ormai volge al termine la vita cosciente del filosofo. Infine, è da tener presente che, mentre giustificano la loro espansione in nome dell'abolizione della schiavitù nelle colonie, le grandi potenze sottopongono gli "indigeni" a rapporti di lavoro servili. E' la conferma, agli occhi di Nietzsche, dell'ineludibilità di un istituto che a torto e invano i filantropi moderni pretendono di abolire.

Il dibattito sulla schiavitù irrompe con forza anche sul terreno dell'antichistica: nel 1848 Henri Wallon pubblica la sua Histoire de l'esclavage dans l'antiquité e, nella lunga prefazione (un libro nel libro), prende netta posizione a favore dell'abolizione della schiavitù nelle colonie francesi, decisa dalla repubblica scaturita dalla rivoluzione del febbraio 1848. Ben si comprende il coinvolgimento dei filologi. Wallon osserva che, nell'opporsi alla soppressione della schiavitù nelle colonie francesi, "i partigiani dello status quo, fanno appello all'antichità". Anche negli USA la polemica anti-abolizionista celebra ripetutamente la splendida fioritura della Grecia antica, impensabile senza la presenza di quel benefico istituto, tanto odioso a sciagurati ideologi privi del senso della realtà. Negli anni che precedono lo scoppio della guerra di Secessione, lo studio dei classici latini e greci è al centro del curriculum delle scuole e delle Università nel Sud. Particolare attenzione viene riservata ad Aristotele, ed è per l'appunto tenendo presente la definizione aristotelica dello schiavo che Nietzsche parla della stragrande maggioranza degli uomini come "macchine intelligenti" ovvero come "strumenti di trasmissione".

Onnipresente in Nietzsche e nel dibattito culturale e politico della seconda metà dell'Ottocento, il tema della schiavitù dilegua o si trasforma in un'innocente metafora nell'ambito dell'odierna ermeneutica dell'innocenza (Bataille, Deleuze, Vattimo, Colli, Montinari ecc.). Il filosofo viene così "salvato" ma a caro prezzo, attribuendogli una limitata capacità di intendere e di volere in campo politico: egli avrebbe fatto costante ricorso alla "metafora" della schiavitù, essendo del tutto all'oscuro dell'aspra polemica e della dura lotta che, su tale tema, divampavano attorno.

Otium et bellum, "guerra e arte"

E, invece, per Nietzsche non ci sono dubbi: sono le fatiche e gli stenti degli schiavi a rendere possibile la civiltà, consentendo ad una ristretta minoranza di uomini la libertà dal lavoro e dalle preoccupazioni materiali e dunque il godimento dell'otium e la promozione della cultura e dell'arte. Tale aristocrazia si impegna a custodire la sua "distinzione" rispetto non solo alle masse lavoratrici ma anche, come sappiamo, ai capitalisti dalle "mani grassocce". Questi ultimi tendono a condividere le idee e i gusti delle prime: gli uni e le altre si riconoscono in una "civilizzazione" all'insegna del comfort materiale e di un ideale filisteo di sicurezza, sono incapaci di comprendere da un lato i valori della cultura, della bellezza, dell'arte, dall'altro i valori del rischio, del coraggio, dell'avventura, della guerra. E' in questo quadro che bisogna collocare l'inno alla guerra in Nietzsche, che non si stanca di celebrare le figure dei grandi condottieri, quali Alessandro, Cesare, Napoleone, e che, in particolare, raccomanda il "militarismo" di Napoleone come "cura" necessaria contro l'odiata "civilizzazione".

Senonché, come per la rivendicazione della schiavitù, anche in questo caso interviene la lettura in chiave metaforica ad immergere il filosofo in un bagno di innocenza. In Vattimo la celebrazione nietzscheana della guerra diviene la "negazione nietzscheana dell'unità dell'essere" ovvero l'"insistenza sul conflitto, il caos, il carattere interpretativo di tutto". Di nuovo dileguano i conflitti politici e sociali del tempo, di nuovo la storia viene messa alla porta come un'intrusa. In realtà, nello sviluppare il suo discorso sulla guerra, Nietzsche si rivolge ad una classe ben determinata. La "nuova nobiltà", di cui il radicalismo aristocratico si augura l'avvento o la riscossa, è chiamata a riaffermare la sua "distinzione", di contro alla dilagante volgarità dell'utilitarismo e del pensiero meramente calcolante, agitando la bandiera dell'otium et bellum. Assai caro al nostro filosofo, tale motto descrive e trasfigura le condizioni di vita e i valori dell'aristocrazia europea della seconda metà dell'Ottocento. Mentre fonda la sua ricchezza e il suo splendore sul possesso della terra, coltivata da una popolazione agricola su cui pesa ancora il retaggio feudale, la nobiltà occupa per tradizione gli alti gradi dell'apparato militare. Il rapporto signore-servo si riproduce nell'esercito come rapporto ufficiale/soldati; il beneficiario dell'otium è al tempo stesso il protagonista del bellum, così come a sopportare e ad aborrire il peso dell'otium e del bellum è la massa dei servi o dei figli di servi.

Naturalmente, proprio perché unifica l'aristocrazia europea nel suo complesso e ha di mira in primo luogo il confitto sociale interno, la parola d'ordine dell'otium et bellum è tutt'altro che sinonimo di agitazione sciovinistica intra-europea. Ciò vale per l'Antico regime che sussiste fino allo scoppio della prima guerra mondiale così come vale per Nietzsche: l'aristocrazia riafferma la sua egemonia e la sua "distinzione" impegnandosi in guerre che hanno come bersaglio la plebaglia socialista nella metropoli capitalistica e la marmaglia dei barbari nelle colonie. Alcuni decenni più tardi, in Germania, Langbehn chiama "guerra e arte" a contrastare la deriva dell'involgarimento plebeo e democratico. Ad esprimersi così è un autore che si considera "discepolo" di Nietzsche. In effetti, la parola d'ordine appena vista riecheggia il motto otium et bellum, dove l'otium è la condizione indispensabile per il prodursi della civiltà e, in primo luogo, dell'arte. Lo dimostra in particolare l'esempio della Grecia. E alla Grecia sulla scia del suo Maestro, fa riferimento anche Langbehn: ""guerra e arte" è una parola d'ordine greca, tedesca, ariana".

"Allevamento", "superuomo" e "sottouomo"

Al fine di tener ferma e invalicabile la barriera che deve separare i signori dagli schiavi, Nietzsche rinvia come ad un modello al codice Manu e al mondo induista delle caste. Qui non c'è ombra di mobilità sociale: il dominio signorile e il lavoro si trasmettono ininterrottamente di generazione in generazione. Siamo come in presenza di "razze" contrapposte, quella degli ariani (il superiore popolo conquistatore) e quella dei nativi sconfitti e soggiogati. Norme rigorose vietano il mescolamento delle classi e delle razze (la miscegenation contro cui, in questo periodo di tempo tuonano nel Sud degli Stati Uniti i teorici della schiavitù e dell'assoggettamento dei neri). L'ultimo Nietzsche sottolinea compiaciuto come il codice Manu colpisca con particolare durezza "l'uomo-non-da-allevamento (Nicht-Zucht-Mensch), l'uomo ibrido, il ciandala".

Nell'esprimersi in tal modo, il filosofo risente chiaramente dell'influenza di una nuova "scienza", l'eugenetica, inventata in Inghilterra da Galton, cugino di Darwin. Ora è possibile perseguire in modo "scientifico" l'"allevamento" (Züchtung) della razza dei signori e della razza dei servi, sbarazzando al tempo stesso la società dei "materiali di rigetto e di scarto". Emergono così motivi più che mai inquietanti, e più sollecitamente che mai l'ermeneutica dell'innocenza interviene a mettere al riparo Nietzsche da ogni contaminazione con la politica e, a maggior ragione, con la politica eugenetica. Non c'è da preoccuparsi - assicura Vattimo - "questo biologismo è allegoria". Di conseguenza, tutte le volte che può egli traduce Züchtung non già con "allevamento" bensì con "educazione". Che importa se Crepuscolo degli idoli dichiara in modo esplicito che "l'allevamento di una determinata specie umana" rientra tra i "termini zoologici"? L'ultimo Nietzsche invoca rigorose misure legislative per bloccare la procreazione dei malriusciti e dei falliti della vita. Se si vuole realmente sventare il pericolo che il delinquente contribuisca a formare una "razza della delinquenza", non si deve esitare a "castrarlo". E' così che bisogna procedere anche "per i malati cronici e nevrastenici di terzo grado", per i "sifilitici": si tratta insomma di impedire la procreazione "in tutti i casi in cui un figlio sarebbe un delitto".

Non si ferma qui la politica eugenetica di Nietzsche, che non solo irride "il divieto biblico "non uccidere"" ma che giunge ad enunciare un programma estremamente radicale: "Annientamento di milioni di malriusciti", "annientamento delle razze decadenti", s'impone "un martello con cui frantumare le razze in via di degenerazione e morenti, con cui toglierle di mezzo per aprire la strada a un nuovo ordine vitale". Più evidente che mai risulta l'inconsistenza della lettura allegorica. Di cosa sarebbe metafora l'appello alla castrazione e persino all'annientamento dei malriusciti oltre che delle "razze decadenti"? E, tuttavia, in Vattimo il processo di volatilizzazione e sublimazione si conclude con la proposta di tradurre Übermensch con "oltreuomo", invece che con "superuomo": a Nietzsche starebbe a cuore solo il "trascendimento" dell'"uomo della tradizione". In realtà, nel condannare "l'egoismo dei malati", che si attaccano ad una vita priva di valore e in tal modo aggravano la "degenerazione" (Entartung), Zarathustra proclama: "In alto va la nostra strada, dalla specie (Art) alla super-specie" (Über-Art). Chiara è la contrapposizione del "super-uomo" e della "super-specie" alla dilagante "degenerazione". E' impresa vana voler separare in Zarathustra il grande e fascinoso moralista (il critico implacabile dell'"uomo della tradizione") dal brutale teorico del radicalismo aristocratico.

Ma la traduzione vattimiana implica un'ulteriore rimozione. C'è un rapporto tra la celebrazione del "superuomo" (Übermensch) e la denuncia del "sottouomo" (Untermensch), che un ruolo così cruciale e così funesto svolge più tardi nell'ambito dell'ideologia e della pratica del Terzo Reich?

Rimozione della storia e ricerca di un capro espiatorio

Ossessionata dalla preoccupazione di evitare ogni possibile elemento di contiguità tra Nietzsche e l'ideologia nazista, l'odierna ermeneutica dell'innocenza per un verso rimuove o trasfigura i motivi più inquietanti e ripugnanti del grande filosofo, per un altro verso s'impegna nella caccia al capro espiatorio: ad aver tentato di distruggere il mondo incantato delle metafore sono la "manipolazione" di Elisabeth o le mistificazioni di Lukács. Senonché, questa caccia è al tempo stesso inconcludente e superflua. Mentre il filosofo è ancora in vita, l'amico o l'ex-amico Rohde condanna la sua "morale cannibalesca". Qualche anno dopo, un discepolo di Feuerbach, Julius Duboc, osserva che dagli scritti di Nietzsche emana un "puzzo di incendio e di bruciato", un'"aria carica di miasmi in cui è immersa l'aristocrazia canagliesca dei suoi superuomini". D'altro canto, agli inizi del Novecento grandi sociologi come Pareto e Weber e, ai giorni nostri, storici eminenti quali Mayer, Nolte, Ritter, Hobsbawm, Elias, tutti concordano, sia pure a partire da orientamenti tra loro assai diversi, nel collocare Nietzsche nell'ambito della reazione antidemocratica di fine Ottocento.

Ma, oltre che inconcludente e ingiusta, la caccia al capro espiatorio è fondamentalmente superflua. E' precipitoso leggere come una diretta anticipazione del nazismo l'"annientamento delle razze decadenti" invocato da Nietzsche: è una pratica in atto nella seconda metà dell'Ottocento (si pensi alla cancellazione dalla faccia della terra dei pellerossa negli Stati Uniti e degli "indigeni" in Australia e nell'Africa del Sud); e questa pratica è così largamente accettata e condivisa che ad essa non hanno nulla da obiettare neppure autori che si dichiarano liberali (Burckhardt, Renan ecc). Certo, è a partire da questo contesto ideologico e politico che bisogna prendere le mosse per comprendere poi la genesi dell'ideologia nazista; ma questa vicenda va al di là non solo di Nietzsche ma anche della Germania nel suo complesso.

Ritorniamo alla coppia concettuale Übermensch/Untermensch. Rosenberg, l'ideologo pressoché ufficiale del Terzo Reich, osserva che il merito di aver per prima elaborato la categoria di Untermensch spetta a Lothrop Stoddard. Chi è costui? E' un pubblicista statunitense che ha studiato in Germania e che conosce e cita Nietzsche, dal quale è largamente influenzato. In polemica contro l'"idolo" della democrazia, Stoddard celebra anche lui la "nuova nobiltà" e rende omaggio non solo a Galton e all'eugenetica - chiamata a favorire lo sviluppo di una "super-razza" (super race) così come da Zarathustra è chiamata a favorire lo sviluppo di una "super-specie" (Überart) - ma anche a Teognide e alla sua battaglia contro i matrimoni misti tra nobiltà e plebe. Come si vede, la lettura di Nietzsche ha lasciato tracce vistose persino nei dettagli. Denunciando l'ulteriore accelerazione della degenerazione moderna e democratica, Stoddard mette in guardia contro il pericolo mortale che per la civiltà rappresenta l'Under Man (ovvero l'Untermensch della traduzione tedesca), dal pubblicista statunitense esplicitamente contrapposto allo Übermensch di nietzscheana memoria, sia pur diversamente interpretato.

Questa vicenda linguistico-ideologica è la conferma per un verso della vacuità della lettura innocentista di Nietzsche, per un altro verso dell'insostenibilità della teoria che pretenda di spiegare l'ideologia nazista a partire esclusivamente da un diabolico Sonderweg tedesco. Ad elaborare una categoria-chiave del discorso ideologico nazista è un autore (Stoddard) che dialoga sì con Nietzsche ma che, al tempo stesso non solo è americano ma può anche vantare il solenne elogio di due presidenti USA, e cioè Harding e Hoover.

Una critica anticipata della "guerra umanitaria" e dell'"imperialismo dei diritti umani"

Abbiamo visto che trasformare in un'innocente metafora il discorso di Nietzsche sulla schiavitù significa fare grave torto ad un autore che, sin dalla sua adolescenza, si è misurato profondamente con la storia e la politica. Proviamo ora a far intervenire il contesto storico. Ecco allora che la stessa celebrazione della schiavitù finisce col dispiegare un'insospettata efficacia critica. Essa cade nel momento in cui il colonialismo europeo trasfigura la sua espansione come un contributo decisivo alla causa della lotta contro la barbarie della schiavitù. Viene così bandita una Crociata, talvolta intesa nel senso letterale e cristiano del termine; senonché, la sua avanzata va di pari passo con l'assoggettamento della popolazione "indigena" al lavoro più o meno coatto e persino con una vera e propria recrudescenza del lavoro servile, nonché con la disgregazione e la distruzione della cultura indigena. E dunque, la celebrazione nietzscheana della schiavitù s'intreccia, paradossalmente, con la demistificazione delle reali pratiche coloniali di asservimento ed etnocidio: ""L'abolizione della schiavitù", questo presunto contributo alla "dignità dell'uomo", è in realtà l'annientamento di una stirpe profondamente diversa, mediante l'affossamento dei suoi valori e della sua felicità".

Negli ultimi decenni dell'Ottocento, Bismarck decide di agitare anche lui la parola d'ordine dell'abolizione della schiavitù nel mondo coloniale e dell'espansione della civiltà e dei principi umanitari. Ed ecco rivolgersi a suoi collaboratori in questi termini: "Non sarebbe possibile reperire dettagli raccapriccianti su episodi di crudeltà?". Sull'onda dell'indignazione morale da essi suscitata sarebbe stato poi più agevole bandire la crociata contro l'Islam schiavista e rafforzare il ruolo internazionale della Germania. Si potrebbe commentare con Al di là del bene e del male: "Nessuno mente tanto quanto l'indignato". Non c'è dubbio che una critica della "guerra umanitaria" e dell'"imperialismo dei diritti umani" non possa prescindere dalla lezione di Nietzsche. E' un fatto assai positivo che Vattimo non si lasci più incantare dalle sirene della guerra umanitaria. Forse può essere per lui l'occasione di ripensare e di rimettere in discussione la lettura innocentista di Nietzsche.

Fonte: da una nota di Maria-Cristina Serban

giovedì 29 ottobre 2009

Incontri virtuali con un fascio






Quando ho iniziato il dialogo con Mirko ho pensato a Cris. A.
Qui potete leggere come è andata http://pensareinprofondo.blogspot.com/2009/10/ed-il-duce-fini-nella-monnezza.html.
Devo dire subito che mi sono rotto le palle di proseguire oltre anche perché non abbiamo più un cazzo da dirci sulla questione trattata, lui comprenderà.
Mirko è di forza nuova, sono quindi andato oltre le frequentazioni di Cristiana con Casa Pound. Lei va a trovare quelli, io mi becco con uno che in modo evidente professa la sua "religione" e la sua "ideologia".
Si dirà, ma Casa Pound non è la stessa cosa di Forza Nuova. Sottili distinzioni. Riconosco però al camerata Mirko la forza della coerenza ma, allo stesso tempo, mi domando voi con Mirko ci passereste una serata per cercare di "redimerlo"?




Poi, qual'è la differenza "ideologica" tra Mirko ed i suoi camerati di casa pound?
Secondo me una differenza grossa c'è. Mirko non è un ipocrita e non si nasconde dietro alchimie dialettiche, pensa che gli immigrati debbano essere condotti fuori dai confini della "sacra patria" "umanamente", che dei froci dei negri e dei rom non gliene frega un cazzo perché ha da pensare agli italiani e che, mentre noi perdiamo tempo con quelli, loro si occupano dei "fratelli" indigeni.
Mica come quelle mezze seghe della Casa delle Libertà o i panzoni imborghesiti alla Borghezio o i finti alla Iannone.

La frequentazione è nata su una roba che lo ha portato a scrivermi frasi tenere tipo "se ti piglio ti spiano" (grossolano ed approssimativo ma quello è il senso), salvo poi scoprire che lui si definisce un non violento (+ o -) ed è un mistico del fascismo spirituale.
Vabbè, direte, ma a noi che ce frega?
Come che vi frega? Vorrei sapere se lo devo redimere o no ed andarlo a trovare.

Saluti a pugno chiuso ed ora e sempre resistenza compagni, a scanso di equivoci nelle foto che ho scattato le mie frequentazioni abituali, quando si può (S.Cristobal Gennaio 1994- EZLN, campo della Guerriglia FMLN Salvador):-)

mercoledì 28 ottobre 2009

I moderati, egemonia culturale 8

Trasmissione sul moderatismo


mercoledì 21 ottobre 2009

Egemonia culturale- mass media, scuola e valori, parte 7

Mentre da un lato (quello sinistro) Tremonti fa una considerazione di per sé banale sul valore del posto fisso, dall'altro si esercita nell'esercizio dei tagli alla scuola pubblica.
Come riescano tutte queste cose a stare nella testa di Tremonti è un bel mistero. Mi chiedo come possa vivere una condizione nella quale si esercita nel formulare opinioni e valori che uno si aspetterebbe da uno di "sinistra" (del 900) e, nello stesso tempo, operare concretamente in un contesto in cui si realizzano fatti di segno opposto.
Al di là della questione precari, i tagli all'istruzione creano i presupposti per una generazione di individui a cui sempre di più mancheranno i mezzi e gli strumenti per farsi della società un'opinione diversa rispetto a quella che traspare da ciò che comunicano i media ogni giorno.
Trattando di egemonia culturale e prima di passare a qualche altro teorico, che ha fatto riflessioni dirette ed indirette sulla questione, ci piace evidenziare il pensiero di Darhendorf che illustra in modo sintetico il rapporto tra scuola, cultura e critica come pilastri della democrazia.
A queste riflessioni aggiungo un link ad un articolo di Paolo Barnard che fa un ragionamento su come una certa destra ha saputo costruire nel tempo i presupposti di un'egemonia culturale che da noi ha fatto tanti proseliti.
Per chiudere varrebbe la pena riflettere anche su come, in questi anni, si siano coscientemente azzerati tutti quei luoghi in cui una comunità d'individui ha per decenni costruito una sua identità e dei propri valori.
Mi riferisco all'idea dei satelliti che in qualche modo venivano utilizzati come cinghie di trasmissione di un'idea di società che fosse altro rispetto a quella in cui viviamo (cooperative, circoli, sedi di partito etc.)
Loro hanno contribuito ad azzerare questo patrimonio ed oggi non rimane altro che farsi dettare l'agenda politica da Repubblica ed Il Giornale mentre le agenzie pubblicitarie creano bisogni/valori per le nuove generazioni.


DOMANDA: Nell'attuale contesto politico è innegabile l'influenza dei media. Prof. Darhendorf, come concepisce uno spazio politico in cui al cittadino sia garantito un reale potere di rappresentanza?

La democrazia esige uno spazio pubblico che sia in condizioni di mediare interessi ed opinioni degli uomini col processo decisionale delle istituzioni politiche, o di mediarli nelle istituzioni politiche. Il caso ideale è rappresentato da uno spazio pubblico costituito da uomini liberi, da individui che s'incontrano sulla piazza del mercato. Quello che è ancora usuale nelle assemblee elettorali dei cantoni svizzeri si avvicina molto a questo spazio pubblico ideale. In verità questo caso ideale non si è mai verificato per intero, e nelle grandi società è molto difficile che possa verificarsi.

Il caso ideale viene sempre influenzato da altri fattori. Lo spazio pubblico, l'ideale spazio pubblico democratico, viene sempre falsificato, sia mediante la rappresentanza, sia anche mediante la manipolazione.

La manipolazione può avvenire in modi molto diversi. Nel XIX secolo e fino al nostro secolo, la manipolazione degli elettori avveniva spesso ad opera dei potenti del posto, i grandi proprietari terrieri, o proprietari di altro tipo, o comunque persone per questa o quella ragione potenti. Una forma di manipolazione oggi particolarmente attuale è senza dubbio quella che avviene mediante i mass-media e i pochi proprietari dei mass-media: dunque, la manipolazione dello spazio pubblico è sempre stato un pericolo, e lo è ancora oggi.

Per questo mi preme l'accesso all'istruzione: ogni uomo e ogni donna deve aver la chance, l'opportunità, di sviluppare i propri talenti, interessi e desideri, nelle scuole e nelle università. In questo senso per me l'istruzione è un diritto civile. L'istruzione ha naturalmente anche una funzione nella formazione di uno spazio pubblico democratico: ha naturalmente una funzione allorché si tratta di porre gli uomini in condizioni di far uso dei propri diritti civili

Non sono mai stato convinto, come altri, che con l'educazione politica si possa giungere chissà dove: credo molto — è un tratto anglosassone in me — al common sense, alla capacità di fondo di ogni singolo uomo di formulare giudizi su questioni politiche importanti. Ma in un mondo complicato, questa capacità esige, ad esempio, che si sia in grado di leggere un giornale, e che lo si legga realmente; esige che si sia in grado di ascoltare e comprendere notiziari, e qui è ancora una volta necessario un certo grado di preparazione, di istruzione.

Ma già dal modo in cui io dico questo si può dedurre che per me l'istruzione è un presupposto primario nel concetto di diritti civili, nei concetti di organizzazione della vita umana, di organizzazione delle capacità e opportunità di cui abbiamo bisogno nella vita.

Tratto dall'intervista "Democrazia e totalitarismo" - Oxford, biblioteca del S. Anthony's College, domenica 23 luglio 1989

venerdì 16 ottobre 2009

Lo scambio di opinioni su come si stava bene nella DDR

Il post dedicato all'indagine che ha messo in evidenza la nostalgia prevalente per la ex Germania comunista ha innescato una discussione su facebook interessante. La ripropongo qui.

Tiefensee immagino consideri la nostalgia dei tedeschi dell'Est un sentimento dubbio, da combattere, perché essa arriva a perturbare, a confondere l'ideologia attuale (del successo), il mito dell’efficienza, il culto del consumismo, la supremazia delle leggi del mercato eccetera.
La nostalgia è un sentimento fondamentalmente di assenza, ed i tedeschi dell'Est che, come me rumena, avranno vissuto in un sistema in cui forse provavano a trarre il massimo vantaggio dalle situazioni possibili e forse riuscivano a cavarsela molto più spesso di quanto lo fanno adesso, probabilmente recuperano con la memoria, col ricordo l'attuale assenza del sentimento della comunità e del cameratismo, o l'attuale assenza della solidarietà, o del cibo...
E dopo essersi arresi a nostalgie di questo tipo, magari dovranno subire (o guardare gli altri subire) il lavaggio del cervello fatto dai media dell'apparato totalitario liberale. E allora forse si ricorderanno con nostalgia anche di come la persuasione totalitaria ed il lavaggio del cervello furono uno degli elementi integranti più deboli degli Stati comunisti del '900...

Reuters cita invece un sondaggio Forsa sulla nostalgia della Ddr, e che espone anche alcuni dei motivi per i quali i tedeschi si aggrappano ai ricordi nostalgici:...

http://news.yahoo.com/s/nm/us_wall_odd

E nel 2006 sul sito della Deutsche Welle si potevano leggere commenti come questo:

"Experts point out that the population flight from eastern Germany can only be stemmed by creating job opportunities in the region."

E le affermazioni di Tiefensee di allora:

"Reports on the state of unity in past years had to acknowledge some tough issues ranging from rampant unemployment to negative demographics. Right-wing extremism is much more acute in eastern Germany than it is in the west. Despite some economic successes and a revitalized infrastructure, eastern Germany has still not caught up with the western part of the country: Wages in the eastern regions are 23 percent lower and unemployment rates are nearly twice as high. It will take 15 to 20 more years before we can speak about sustainable economic revival (in the eastern part)."

E quelle dello storico Konrad Jarausch:

"The too rapid transformation from a planned to a market economy during unification, the too high conversion rate of the currency and the too generous wage settlements have destroyed much of the productive base in the east. The challenge for the next half generation is therefore to create a new industrial base in the eastern states."

Anche questo articolo sulla "ostalgia", che era apparso su Le Monde Diplomatique nel 2004 (sempre in inglese), è assai suggestivo:
http://lists.portside.org/cgi-bin/listserv/wa?A3=ind0408C&L=PORTSIDE&E=0&P=221548&B=--&T=text%2Fplain

Antonio Franceschino
A parte che io ritengo eccessiva questa insistenza sul tema dell "Ostalgie" (più un fenomeno di consumo, legato ad alcuni film e libri usciti di recente, che un fenomeno reale. Questo non significa naturalmente che non esista disagio nella Ddr, e rimpianto di alcuni aspetti del vecchio regime, che forse nella memoria sono stati poi idealizzati), ricordo quando le cose stavano esattamente al contrario, tanto per metter i puntini sulle "i": dopo la vittoria elettorale di Brandt nel '69, e l'apertura ad Est, denominata "Ostpolitik", Brandt stesso, primo Cancelliere della Germania Federale, andò in visita a Erfurt, nell'allora Ddr; e lì successe l'imprevisto, che mise in forte imbarazzo la dirigenza della Germania comunista: gli operai "comunisti" inneggiarono a Brandt, inscenando una forma di protesta contro il regime, del tutto inattesa evidentemente. In quel caso, si dimostrò senza ombra di dubbio da che parte stavano in maggioranza gli operai della Ddr, se con i comunisti o con i socialdemocratici (di allora, va precisato, degli anni '70)!

Mario Paravano
E perché mai, Antonio. A me sembra che nel 2009 se il 60% delle persone di quel paese ha nostalgia il dato di per sé è significativo. Che abbiano fatto una manifestazione nel 69 nella DDR mica mi meraviglia. Mi meraviglia che sono nostalgici adesso, dopo aver provato le virtù della socialdemocrazia alleata con i cristianosociali.
Questo sempre per mettere i puntini.

Maria-Cristina Serban
L'esempio della reazione di alcuni operai della Ddr alla visita del cancelliere socialdemocratico Willy Brandt a Erfurt come tentativo di "dimostrare senza ombra di dubbio da che parte stavano in maggioranza gli operai della Ddr", mi pare inconcludente.

Secondo Costanzo Preve, che ha visitato diversi paesi dell'Europa orientale, ed ha visto lavorare gli operai sia in Germania Ovest che in Germania Est, e non solo ha visto, ma ha anche lavorato, i sogni utopistici dell'eguaglianza e della virtù della democrazia in regime capitalista socialdemocratico sarebbero (stati) sterili e perfino grotteschi, e "la fine del comunismo storico novecentesco, ultimo fattore geopolitico di riequilibrio dei rapporti internazionali" sarebbe stata "negativa e sciagurata".

"Se vogliamo fare giochi estivi di nessuna importanza, e mi si chiede soggettivamente in che ordine "morale" e politico metto i giganteschi fenomeni novecenteschi che hanno tentato di imporre il primato della politica (organizzata in forme diversissime, dal pluralismo partitico socialdemocratico al partito monocratico di tipo comunista, fascista o populista) sulla logica autonomizzata dell’economia capitalistica pura, risponderò subito così: al primo posto metto il comunismo storico novecentesco nel suo insieme (nonostante bestialità, crimini, ecc.), poi metto il populismo terzomondista (Peròn, Nasser, ecc.), poi al terzo posto metto l'onesta socialdemocrazia (Palme, ecc., con esclusione della socialdemocrazia imperialista, interventista e bombardatrice alla D'Alema), ed al quarto ed ultimo posto metto il nazifascismo (di cui considero particolarmente imperdonabili il colonialismo razzista ed il razzismo di sterminio e quindi l'Etiopia di Mussolini del 1935 e lo Auschwitz di Hitler del 1942)." (da un articolo di Preve: "Sulle categorie di destra e di sinistra e sulla loro evoluzione storica")

Sebbene sia fallito, il comunismo ha cominciato dai bisogni della gente, non da quelli del capitale, e le sue conseguenze furono di immensa portata anche per le masse lavoratrici dei Paesi capitalistici (il welfare, il modello socialdemocratico), per i popoli colonizzati, per le stesse democrazie occidentali, sfidate dal nazifascismo e salvate dalla vittoriosa resistenza dell'Armata Rossa. Dire questo non significa dimenticare i crimini, la repressione del dissenso, la degenerazione oligarchica dei gruppi dirigenti e delle tecnocrazie.

Si potrebbe fare inoltre una riflessione sull'attuale crisi della sinistra europea, o più esattamente sulla fine del modello socialdemocratico dovuta ai fermenti politici ed economici successivi alla fine del comunismo... O persino sulla pesante sconfitta della socialdemocrazia tedesca del mese scorso...

Antonio Franceschino
Tralascio il commento di Maria, perché sarebbe troppo complesso (per me) affrontarlo nel suo complesso, abbiamo già discusso tra l'altro ampiamente tra di noi di comunismo, socialdemocrazia, populismo, da posizioni radicalmente diverse, come possono esserlo quelle di una comunista antimperialista seguace di Preve e un socialista liberale "alla Bobbio": capite che far stare insieme Preve e Bobbio è come cercare di mettere insieme cane e gatto, ragion per cui è già tanto, anzi è fondamentale, che fra di noi ci sia una stima e un rispetto sia umano che intellettuale reciproco, al di là delle divergenze politiche.
Torno invece a Mario: io non sottovaluto affatto il fenomeno di "Ostalgie", di nostalgia della Ddr, diffuso nella ex Germania Orientale, e certamente dovrebbe essere, anzi dopo la recente disfatta elettorale lo è già, un elemento di preoccupazione, di riflessione e autocritica nella Spd, che ha governato negli ultimi 11 anni prima con i Verdi, e poi nella Grande Coalizione con i democristiani, il fatto che nella ex Ddr, la Linke, l'erede diretta del Partito Comunista, abbia più di un quarto del suffragio popolare e superi ampiamente la Spd. Certamente, il ritorno all'opposizione non può che fare bene a un partito stanco e logorato, che potrebbe essere il simbolo della crisi più generale del socialismo europeo, che nel suo insieme si è lasciato tutto trascinare dal liberismo imperante, favorito certo dalla caduta del comunismo, ma già sviluppatosi negli anni '80 nei paesi anglosassoni (Thatcher e Reagan).
Il socialismo europeo deve ripensare profondamente le ragioni della sua esistenza, e della sua storia, e recuperare le sue idealita e i suoi modelli politici (Welfare, Stato sociale, ecc.), il modello a cui riferirsi esiste, bisogna recuperarlo, e spero che gradualmente questo accadrà, a meno che non si voglia che scompaia totalmente la sinitra, salvo frange minoritarie, dall'orizzonte poltico.
Ricordo che già Willy Brandt, che io considero uno dei massimi leader politici della seconda metà del XX° secolo, era cosciente di questa involuzione, tant'è vero che sulla sua tomba a Berlino, che io ho avuto occasione di visitare, c'è scritto: "Ich habe es gesucht", "Almeno ci ho provato", che è l'ammissione di una sconfitta almeno parziale. La socialdemocrazia però deve recuperare dei modelli tuttora validi, ma abbandonati in seguito all'ondata liberista, l'ideale comunista a mio giudizio deve invece ripartire quasi da zero, non potendo certo rifarsi, se non in negativo a modelli, che sono disastrosamente crollati, si sono disfatti per consunzione in pratica, e devono essere quindi completamente ripensati, dalle fondamenta secondo me (ma io sono sempre stato un critico del comunismo, e quindi ammetto che il mio giudizio sia di parte).
Ritornando per chiudere al fenomeno dell'"Ostalgie", della "nostalgia" della Ddr, spiego per quali motivi lo considero parzialmente sopravvalutato; vi è una percentuale di questi "nostalgici", che non saprei quantificare, che è certamente fisiologica, è la nostalgia del passato, della giovinezza, che sempre insorge in una certa età della vita dell'uomo e porta ad idealizzare quel periodo della propria vita. Forse voi non lo avete ancora provato, ma a me, sulla soglia dei 50 anni, capita spesso di aver nostalgia dei miei 20 anni, benché non siano stati in realtà un periodo così entusiasmante da nessun punto di vista (cominciava il "craxismo" allora in Italia), ma era per me l'età delle illusioni, delle speranze, non solo politiche, ma anche umane, personali, speranze perloppiù andate disilluse, e quindi poi idealizzate oggi. Ricordo un aneddoto, di un'aristocratica francese che all'epoca della Restaurazione, provava nostalgia per gli anni della Rivoluzione, e alle sue amiche più giovani, che se ne stupivano, per il fatto che allora rischiava ogni giorno la testa, soleva dire: "Allora ero giovane, mi batteva il cuore!".
Credo che molta di questa "nostalgia" abbia semplicemente queste radici, e quindi che la percentuale delle persone che nella ex Ddr rimpiangono autenticamente l'epoca comunista e vorrebbero ritornarci, non sia poi in realtà così grande, neppure maggioritaria, come dimostra il voto del resto, un quarto della popolazione suppergiù. Qui vi lascio, vi saluto e vado a dormire, perché sono stanchissimo. Un saluto a tutti e a presto!


Dire che nella maggior parte dei casi si tratta di un cedimento ad una nostalgia nei confronti "del passato, della giovinezza, che sempre insorge in una certa età della vita dell'uomo e porta ad idealizzare quel periodo della propria vita" mi sembra una visione riduttiva.

Come mai non si discute dell'attuale economia nella ex-Ddr (prospettive e sviluppi nell'ottica dell'adesione all'economia capitalista), della maniera in cui la gente ha vissuto il divorzio burrascoso con una società che ha garantito a tutti casa, assistenza sanitaria, vacanze, un'idea di sé e della propria funzione sociale... Perché non vengono per esempio esaminati i fattori pragmatici che hanno determinato le nostalgie.

O perché non vengono commentati anche i risultati della ricerca sugli esiti sfavorevoli della vittoria del capitalismo nei paesi post-comunisti dell’Europa orientale e dell’ex-Urss pubblicati da Lancet. Quella ricerca parla di un aumento della mortalità del 13% tra il 1989 e il 2002 in quei paesi, cioè della morte di tante persone alle quali erano stati brutalmente tolti il lavoro e l'accesso agevolato ai servizi sociali.... Visualizza altro

http://www.facebook.com/topic.php?uid=39014715123&topic=6795
http://pensareinprofondo.blogspot.com/2009/10/privatizzazioni-di-massa-e-mortalita.html

Nel passato l'ideologia comunista è stata spesso oggetto di diversi sondaggi realizzati nei paesi dell'Europa orientale (commissionati all'estero). Alcuni dei sondaggi hanno rivelato l'ambivalenza di molte persone rispetto alla teoria e alla pratica di quell'ideologia. Molte persone tra quelle che avevano bersagliato di critiche l'autoritarismo, la centralizzazione e le inefficienze dei sistemi comunisti, e l'idea di comunismo, ritenendo che l'economia del libero mercato fosse "essenziale al nostro sviluppo economico", quando si smise di ragionare in termini di comunismo e mercato, così carichi di implicazioni ideologiche, hanno abbandonato l'apparente consenso al nuovo corso nella sfera economica, alle politiche trasformazionali dei nuovi governi capitalisti.
Approfondendo aspetti specifici delle loro vite, molti tesero a sostenere le politiche ed i valori associati con i vecchi stati comunisti: egualitarismo diffuso, un ruolo forte del governo nell'economia ed uno scetticismo profondo circa un sistema distributivo basato più sul merito che sui bisogni. I governi comunisti avevano mirato a porre fine alle disuguaglianze ed a raggiungere la piena occupazione, e dopo il loro crollo, le diseguaglianze sono aumentate bruscamente, le restrizioni imposte agli stipendi ed alla ricchezza sono state rilassate. Alcuni anni fa le differenze di reddito erano viste dalla stragrande maggioranza delle persone negli stati dell'Europa orientale come troppo grandi. Oltre il 60% dei bulgari, degli ungheresi e dei sloveni, per esempio, la pensava così... La maggior parte delle popolazioni post-socialiste favorisce i lavori garantiti: in un sondaggio il 56% degli estoni ed il 84% dei tedeschi della ex-Ddr esprimevano questa preferenza - cioè, secondo gli intervistati, i governi dei rispettivi paesi avrebbero dovuto impegnarsi a garantire un lavoro a coloro che volevano uno.

Mi ricordo anche di un sondaggio di alcuni anni fa in cui si chiedeva alla gente di otto stati post-comunisti di postulare un "reddito giusto ed equo" per il dirigente di una grande società e per un operaio non qualificato: i rapporti medi tra questi due stipendi (il primo diviso dal secondo) erano uniformemente più piccoli di quelli negli stati capitalisti. Il differenziale di reddito postulato mediano negli stati capitalisti era più elevato di quello degli stati dell'ex-blocco comunista.

Le cose che scrivi sono giuste, Maria. Dico soltanto che nella ex Ddr, tutto sommato, la situazione complessiva è mediamente un po' migliore che negli altri Paesi ex-comunisti.
Forse è il confronto con i "Wessis" a deprimerli particolarmente.

Mario Paravano
Antonio, quello che ha prodotto il passaggio ad un'economia di mercato "liberale" è una somma di società in cui si sono acuite le differenze tra chi ha e chi non ha. Il punto ineludibile è che quelli non hanno migliorato di un niente la loro condizione sociale.Il fatto di essere depressi a queste condizioni mica è una questione che interessa solo gli ex comunisti della DDR; per i quali non credo che ciò dipenda da invidia. Quanto è depresso un qualsiasi uomo, che appartenga al primo o al terzo mondo, di fronte ad una società che accetta la concentrazione di ricchezza e di potere nelle mani di pochi a discapito dei più?
Altra questione, ora lancet ha messo in evidenza alcuni dati statistici di per sé significativi, a questi varrebbe la pena aggiungere la considerazione di come alcuni stati si sono trasformati in protettori di criminalità e mafia accettando che la loro classe dirigente fosse formata da gangster. Io direi un fallimento su tutta la linea.