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lunedì 8 marzo 2010

Mentre siete affaccendati e pensate a come cambiare il mondo votando un nuovo assessore ladro..

A Milano, nel Cie di via Corelli, i detenuti e le detenute in sciopero della fame cominciano ad essere debilitati ed indeboliti. Ad alcune ragazze del reparto trans sono state fatte flebo di liquidi e una è stata portata in ospedale. I reclusi hanno chiesto invano di essere pesati e controllati costantemente da personale medico, come è prassi durante ogni sciopero della fame, ma questo. Tuttavia, nonostante le difficoltà, lo sciopero continua con determinazione, anche grazie alla solidarietà degli antirazzisti che continuamente portano acqua e succhi al centro e mantengono ininterrottamente i contatti.

A Roma, nel Cie di Ponte Galeria, una ventina di reclusi continua lo sciopero: i gestori portano il cibo e loro lo rimandano indietro. Alcuni che avevano iniziato autonomamente lo sciopero qualche giorno prima degli altri sono molto provati, perché oramai sono dieci giorni che non mangiano. A differenza di quanto accade a Milano, a Roma i reclusi sono pesati e monitorati regolarmente, ma la cooperativa Auxilium (subentrata alla Croce Rossa nella gestione del centro da una settimana) non permette che i solidali portino i succhi e le bevande dall’esterno. La dotazione giornaliera di liquidi per ciascun recluso è di un litro d’acqua, ma lo sciopero non si ferma.

A Torino, nel Cie di corso Brunelleschi, lo sciopero nell’area gialla prosegue a staffetta e oggi un recluso in sciopero della fame da parecchi giorni si è sentito male. I suoi compagni di gabbia hanno chiamato la Croce Rossa, il 118 e i solidali fuori. Dopo un’ora di pressioni - dall’interno e dall’esterno del centro - il ragazzo è stato portato all’ospedale per accertamenti.

Bologna invece è un caso a parte. Nel Cie di via Mattei lo sciopero si è interrotto dopo il primo giorno, e soltanto un recluso continua il suo sciopero della fame solitario, anche per motivi personali. La situazione nel centro è molto difficile, perché sembra che l’uso di tranquillanti in questo Cie sia più diffuso che in altri. Ogni volta che i solidali riescono a contattare i reclusi, questi rispondono del tutto intontiti ed addormentati, a qualunque ora del giorno e della notte.

Infine, ecco alcune testimonianze raccolte dal Comitato Antirazzista di Milano e pubblicate sul sito noinonsiamocomplici.noblogs.org

Dalla sezione Trans del Cie di via Corelli, Milano:

“Siamo in 20 persone che stiamo facendo lo sciopero della fame. In ogni stanza siamo in 4 persone. I muri son pieni di muffa, le lenzuola vengono cambiate una volta alla settimana mentre le coperte non vengono mai cambiate. Ogni quindici giorni ci danno un bagnoschiuma. Alla sera dobbiamo pulire noi la stanza con la scopa e il secchio. Le finestre sono senza tende così la mattina presto entra la luce. Noi siamo obbligate a mettere le coperte sulla finestra per dormire. Il bagno è uno schifo, è molto sporco. Gli scarichi son tutti intasati, dobbiamo fare per forza i nostri bisogni in piedi. Alle 8 e mezza di mattina ci portano un bicchiere di latte e una brioche. Non possiamo bere le cose calde se non con la macchinetta a pagamento. Il cibo è molto scadente, ci portano spesso il tacchino. Noi che abbiamo il silicone non possiamo mangiare il tacchino. Per questo a molte di noi sono venute infiammazioni alle protesi, ai fianchi, al seno, nei glutei. Quando andiamo alla Croce Rossa per i nostri problemi di salute ci danno dei tranquillanti per togliere il dolore, ma queste gocce ci fanno addormentare. Quando abbiamo troppo dolore ci danno la tachipirina”.

“Sono qua da una settimana. Ho subito iniziato lo sciopero della fame perché non possiamo stare qua sei mesi. Inoltre sono sieropositiva, avevo da fare gli esami del sangue per valutare quali medicamenti prendere invece son stata portata qui e mi hanno fatto saltare la visita. Ho avuto tre giorni la febbre molto alta. Stavo così male che mi hanno portato in ospedale, al Policlinico, per un blocco intestinale. Dopo di che mi hanno riportato in Corelli sempre senza le medicine per l’HIV. Io sono in Italia da nove anni, mi sono ammalata in Italia e non posso stare qua dentro. Abbiamo bisogno di mantenerci e di mantenere la nostra famiglia al paese. Noi vogliamo la nostra libertà perché non abbiamo fatto nulla e ci obbligano a stare qua dentro senza potere fare nulla. C’è una psicologa che viene dentro una volta alla settimana, ma tanto alla fine ci danno sempre 30 gocce di Valium per dormire e via… poi diventiamo tutte dipendenti”.

“Io ho avuto un incidente molto grave fuori da qua. Ero ancora in cura con la fisioterapia e invece mi hanno presa e portata al Cie. Mi ero fratturata la scapola sinistra, il femore e il ginocchio. Qui spesso la ferita alla gamba mi si infiamma: vado in infermeria, mi danno una crema idratante e basta. Molte di noi sono state prese a Pisa, chi ci viene a trovare ha diritto a sette minuti di colloquio dopo 5 ore di viaggio… È pieno ovunque di scarafaggi e vermi nei water e nella doccia. La polizia ci maltratta, ci trattano come cani, ci insultano dicendo che siamo tutti gay, fanno battute sessiste nei nostri confronti. Quando diciamo cose che non gli vanno bene ci danno schiaffoni in faccia, per qualunque cosa ci aggrediscono e ci trattano come se non fossimo come esseri umani, con totale disprezzo. Sappiamo che una trans a Natale s’è suicidata qua dentro… c’è una ragazza dentro da quattro mesi che ha visto quello che è successo quando la ragazza si è suicidata e ora è del tutto fuori di testa, perché una persona normale non può sopravvivere qua dentro e molti vedono come unica uscita la morte. Ci sono persone con casi psichiatrici e dobbiamo vivere tutti assieme in una situazione di conflitto, con diverse patologie tutti assieme e qua entro siamo costretti a convivere con malattie diverse, neppure in carcere è così”.

Dalla sezione femminile del Cie di via Corelli, Milano:

“Vi racconterò la mia storia. Sono arrivata in Italia come turista perché mi piaceva molto questo paese. L’ultima volta mi ha fermato la polizia, mi hanno chiesto il permesso di soggiorno. Io avevo solo il visto come turista, ma mi hanno portato in questura dove son stata tre giorni e poi in Corelli. Mi hanno presa il 26 gennaio e avevo in tasca il biglietto dell’aereo per tornare in Brasile il 16 febbraio… beh son ancora qui! Ora dovrò uscire da questo paese come una criminale, scortata dai poliziotti. Non immaginavo che in Italia potesse esistere un posto come questo. Mi sento inutile, sto molto male. Ci trattano come animali, e questo è solo l’inizio… dovremo fare sei mesi in questo inferno per poi uscire di qua con un’espulsione per dieci anni. Chiediamo a tutti che ci ascoltino, che anche se ci dicono clandestini siamo gente di buon cuore. Siamo venuti in cerca di una vita migliore. Stiamo facendo lo sciopero per fare capire alla gente che siamo esseri umani e abbiamo il diritto di vivere qua come tutti gli altri e che non ci possono togliere la libertà. Ci dovrebbero esser altri modi per ottenere questo pezzo di carta senza passare da questo inferno. È veramente una legge ingiusta, non so chi l’ha inventata e non vogliamo rispettarla. Per noi l’unica opzione che abbiamo è lottare”.

fonte:http://www.autistici.org/macerie/?p=25213

http://www.autistici.org/macerie/wp-content/uploads/lunedi-8-marzo.jpg

Se volete scrivere ai compagni arrestati

Andrea Ventrella
via Roncata, 75
12100 CUNEO

Fabio Milan
via del Rollone, 19
13100 VERCELLI

Luca Ghezzi
via Pianezza, 300
10151 TORINO

giovedì 4 marzo 2010

Né guerra né pace, solo un sano conflitto sociale- Lo sciopero dei migranti

A Torino lo sciopero dei "migranti" ha fatto vedere un'immagine che a tanta gente non deve essere piaciuta per nulla.
Due fatti per spiegare perché.

1- Il mercato di Porta Palazzo era vuoto di banchi perché la cooperativa (lavoratori immigrati) che doveva montarli aveva scioperato al completo.
2- Durante la manifestazione è giunta voce che un "irregolare" era stato arrestato perché privo di documenti. Centinaia di persone incazzate hanno assediato Porta Nuova per farlo rilasciare (cosa avvenuta), segnando in questo modo un messaggio esplicito su quelli che sono i limiti di sopportazione.

Questi due episodi bastano da soli a chiarire perché è tempo che si volga lo sguardo verso nuovi soggetti che diventeranno i protagonisti di quella lotta "di classe" che per tanta gente appisolata non ha più significato.
Questa cosa mostra il clima di disagio e di incazzatura che gira tra quelli che sono più deboli e indifesi. Secondo me è proprio questa condizione che marca la differenza con i tanti "garantiti" che circolano nelle piazze con uno straccetto rosso immalinconito appeso al collo.

Quei lavoratori della cooperativa sono i più esposti, possono essere licenziati senza problemi e di loro non si occuperebbe nessuno. Qualche giorno fa un compagno mi ha scritto "come è difficile non so da dove iniziare, e poi la situazione e il menefreghismo.." Sarà mica anche una questione di coglioni ? Tanto per dircela tutta.

Ora mentre vi fate le vostre seghette mentali su chi e come votare occupandovi delle figure di merda del nano che fatica a presentare la sua lista di ballerine vi lascio con due questioni ancora aperte, la prima la potete leggere nel post di macerie che copio in questo spazio la seconda è che c'è gente in galera qui a Torino, messa dentro da democratici giudici della repubblica nata dalla resistenza e fondata sulla costituzione e sul lavoro ('sto cazzo), in galera, dicevo, perché sono antirazzisti.

Con tutto il cuore e l'affetto (che è tanto) ma andate affanculo popolo di sinistra.

p.s.
ricordate, né pace né guerra solo un sano conflitto sociale per muovere questo mare di merda.

“Siamo stanchi di non vivere bene. Viviamo come topi. La roba da mangiare fa
schifo. Viviamo come carcerati ma non siamo detenuti. I tempi di detenzione
sono extra lunghi perché 6 mesi per identificare una persona sono troppi.
Siamo vittime della Bossi Fini. C’è gente che ha fatto una vita in Italia e
che ha figli qua, gente che ha fatto la scuola qui e che è cresciuta qui. Non
è giusto. Non siamo delinquenti.

L’80 per cento di noi ha lavorato anni per la
società italiana e si è fatta il culo. I veri criminali non ci sono qui. Una
settimana fa uno di noi ha cercato di suicidarsi. Poi sono arrivati i
poliziotti coi manganelli per picchiarci come criminali o animali. Siamo
stanchi di questa vita. Vogliamo essere liberi come dei gabbiani e volare. Però
sei mesi sono troppi per un’identificazione, qui è peggio, peggio della galera.
La gente uscita dal carcere viene riportata qui altri sei mesi dopo che ha
pagato la sua pena, non è giusto. La gente che ha avuto asilo politico dalla
Svizzera o da altri stati in Europa e del mondo qui in Italia non li accettano,
non è giusto. I motivi dello sciopero è che i tempi sono troppo lunghi e
abbiamo paura perché due di noi sono morti dopo che sono stati espulsi altri
sono pazzi e noi non sappiamo cosa fanno loro dopo l’espulsione, e per andare
ti fanno le punture e diventi pazzo, alcuni muoiono. Entrando qui eravamo tutti
sani e poi usciamo che siamo pazzi. Inoltre rimarremo in sciopero fino a che
non fanno qualcosa per quelli arrestati di Torino che hanno fatto tante cose
per noi e che ora son in carcere.
Come scrive Dante il grande poeta
Vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non
dimandare”

Questo è il comunicato che i reclusi nel Cie di via Corelli a Milano hanno scritto ieri per rivendicare il loro sciopero della fame.

Da ieri infatti tutte le sezioni del Cie, maschile, femminile e transessuale, sono entrate in sciopero per protestare non solo contro la loro reclusione, i maltrattamenti e le terrificanti condizioni in cui sono costretti a vivere, ma anche in solidarietà con con chi a Torino il 23 febbraio è stato arrestato per attivita’ antirazzista; di cui due, ci teniamo a specificarlo, sono i reddattori stessi di questo sito.

fonte:http://www.autistici.org/macerie/?p=25053#more-25053


sabato 13 febbraio 2010

Emanuele si è suicidato, noi lo piangiamo con tutti i compagni


Siamo in lutto.
Piangiamo EMANUELE, morto perché gli hanno tolto il lavoro.
I suicidi di chi si trova licenziato, messo a margine della società dopo essere stato spremuto e sfruttato perché al padrone fa più comodo speculare che non produrre, aumentano ogni giorno. La disperazione di chi viene schiacciato dai pescecani dell’economia spesso non lascia alternative, ci sprofonda in buchi neri da cui non sappiamo più uscire. Eppure abbiamo lavorato e prodotto fino a quando a lor signori faceva comodo.
Non possiamo accettare la cultura della disperazione, della vita precaria. Una società civile significa dignità di tutti, a partire da chi lavora. Il lavoro, la vita devono essere tutelati e non esposti ad un’economia sempre più vorace, sempre più assassina.
Invitiamo tutti i lavoratori delle aziende in crisi, tutti precari, tutti i licenziati ad uirsi, ad organizzarsi per non subire nella solitudine in cui vorrebbero gettarci ma lottare per il diritto al lavoro. sicuro e stabile.
Piangiamo Emanuele e piangiamo i morti del lavoro, perché di lavoro si deve vive, non morire!
Torino, 13 febbraio 2010
I lavoratori del Presidio Agile ex-Eutelia di Torino
La Federazione della Sinistra di Torino

giovedì 28 gennaio 2010

Nuove frontiere dello sfruttamento: il lavoro a minuto

Qualche giorno fa con un articoletto di spalla il vice direttore di Repubblica ci raccontava che negli USA una fetta consistente di lavoratori ha sperimentato la gioia di una nuova tipologia di contratti: quelli a minuto lavorato.
In pratica le aziende ti pagano per l'effettivo tempo lavorato e nel compenso non è prevista nessuna forma d'indennità in caso di malattia, né alcuna copertura assicurativa.

Sembra che sia la nuova frontiera della flessibilità.
Il buon Giannini sollecitava i politici a prendere atto di questo stato di cose (con un sottinteso che lasciava intendere che quelli si stanno attrezzando per essere più competitivi) perché è ora di riformare il welfare.

Nella logica dei "Giannini" riformare il welfare significa re-distribuire il poco tra i tanti nuovi poveri che ci sono e che ci saranno , prevedere quindi ammortizzatori sociali per i periodi di disoccupazione per quanti saranno interessati da queste nuove forme di precariato togliendo a pensioni, sanità e quant'altro e parte dell'assistenza.

Sempre nella logica del Giannini il problema non è la nuova categoria dello sfruttamento (da combattere) quanto quella di attrezzare il sistema paese in modo tale che durante i periodi di non impiego un minimo di "salario sociale" permetta ai tanti di tirare avanti.

Con la logica del "questi sono i tempi, queste le condizioni e non abbiamo scelta, nel 1946, la Repubblica iniziò quella che oggi possiamo definire come la sua tratta degli schiavi per potersi pagare un po' di carbone.

Per fare questo furono conclusi vari accordi bilaterali tra Italia e Belgio, come il protocollo del 23 giugno 1946 ed il protocollo dell'11 dicembre 1957. Gli immigrati italiani che si diressero in misura considerevole verso le miniere di carbone del Belgio furono circa 24.000 nel 1946, oltre 46.000 nel 1948. A parte un periodo di flessione, corrispondente agli anni '49-'50, nel 1961 gli italiani rappresentarono il 44,2 per cento della popolazione straniera in Belgio, raggiungendo le 200.000 unità.

Quei lavoratori costavano la metà di un minatore belga, non si potevano rifiutare di lavorare una volta firmato il contratto di lavoro pena una detenzione di 5 anni di galera, venivano smistati a centinaia nella stazione di Milano,viaggiavano per due giorni in treni blindati senza conoscere la loro destinazione . A salari da fame garantirono quel carbone che permise all'Italia di far ripartire le sue fabbriche ed ai padroni di arricchirsi ancora di più.

Qui una breve cronaca (fonte:www.zadig.it/news2002/med/new-0218-1.htm):

      “Approfittate degli speciali vantaggi che il Belgio accorda ai suoi minatori. Il viaggio dall'Italia al Belgio è completamente gratuito per i lavoratori italiani firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall'Italia al Belgio dura in ferrovia solo 18 ore. Compiute le semplici formalità d'uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio”.

Il viaggio da Milano durava in pratica due giorni. Si partiva da Milano il lunedì mattina, si viaggiava tutto il lunedì e si arrivava in Belgio nel pomeriggio del martedì. Circa mille persone viaggiavano su ogni treno. Per quasi tutti era il primo viaggio di una certa importanza, o il primo in assoluto, un viaggio decisamente poco confortevole, specialmente quando si attraversava la Svizzera. Al passaggio per la Svizzera, infatti, per un certo tempo i vagoni venivano chiusi e il treno proseguiva senza nessuna fermata fino a Basilea, per non rischiare di perdere qualche passeggero lungo il tragitto. Le ragioni erano comprensibili: considerato che la Svizzera era una meta ben più ambita del Belgio, anche perché più vicina, molti sognavano di scendere e di fermarsi lì. Dopo Basilea i vagoni potevano di nuovo essere aperti, poiché nessuno voleva scendere in Francia. Le visite mediche d'idoneità al lavoro venivano sbrigativamente svolte durante il viaggio. Per il resto, sui treni non c'era praticamente alcun tipo d'assistenza.

Alla stazione centrale di Bruxelles, lunghi convogli ferroviari scaricavano gli uomini, stanchi, con i loro abiti semplici e con pochi effetti personali al seguito, molti dei quali non fecero mai ritorno al proprio paese.

A Bruxelles cominciava lo smistamento verso le differenti miniere, tenendo conto, nei limiti del possibile, delle affinità familiari. Gli interpreti e i delegati delle miniere regolavano alcune formalità essenziali e qualche problema personale.

In autobus o ancora in treno, gli uomini venivano poi accompagnati nei loro “alloggi”: le famose cantines, baracche insomma, o addirittura nei famigerati hangar, gelidi d'inverno e cocenti d'estate, veri e propri campi di concentramento dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra.

Né animali, né stranieri...

La mancanza di “alloggi convenienti”, previsti dall'accordo italo-belga, impediva alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia. Trovare un alloggio in affitto era infatti quasi impossibile all'epoca. Spesso, sulle porte delle case da affittare i proprietari scrivevano a chiare lettere “ni animaux, ni étranger”: né animali, né stranieri.

È dunque facile immaginare che l'integrazione dei lavoratori italiani in Belgio non era, in quegli anni, facile. Anche nelle miniere, dove peraltro le condizioni di lavoro erano particolarmente dure e insalubri, i rapporti con i minatori belgi non erano facili, poiché gli italiani estraevano in media più carbone e si pensava che fossero, per conseguenza, pagati meglio. La solidarietà tra paesani rendeva il peso del lavoro e delle condizioni di vita un po’ più sopportabile. I minatori italiani provenienti dal Veneto, dalla Sicilia, dall'Abruzzo, e così via, avevano infatti tendenza a riunirsi tra di loro e a parlare in dialetto, secondo la regione e il paese di provenienza.

In questo contesto, un formidabile fattore d'integrazione fu l'associazionismo sindacale, e in particolare il riconoscimento del diritto di voto agli immigrati stranieri per l'elezione delle cariche sociali, che venne introdotto per la prima volta in Belgio nel novembre del 1949, anche se con molte restrizioni. Benché inizialmente il diritto di voto fosse soltanto passivo, e non consentiva quindi di essere eletti, questa prima forma di partecipazione alla vita interna all'azienda, fino a quel momento sconosciuta alla quasi totalità dei nostri lavoratori, rappresentò un formidabile esercizio di democrazia e un'occasione importante per iniziare a partecipare alla vita politica e sociale belga. "


Con la testa a quegli avvenimenti ed a quella storia osservo che il percorso che in tanti hanno fatto non è servito a nulla.

Ci ripropongono condizioni che invece che farci fare passi in avanti ci riportano indietro nel tempo. La differenza sostanziale con quei periodi è nella qualità dei rapporti umani da ricostruire. Lì allora c'era qualcuno che si batteva per integrarti e farti conquistare diritti, qui da noi ora c'è solo una sporca guerra che faranno fare a noi. Sarebbe il caso di rivolgere quei metaforici fucili in altra direzione piuttosto che perpetuare e condividere condizioni di sfruttamento che ci abbrutiscono e basta ma, sembra, che questa cosa sia altamente "sovversiva", spregiudicata e da condannare.


E allora continuiamo a scannarci. Con i neri a Rosarno, contro quelli che bloccano i cancelli a Pomigliano, contro quei lavativi che vorrebbero pisciare più di una volta in 5 ore come hanno stabilito nel Carrefour qui a Torino, contro bidelli e professori. Però quando lo farete e soddisfatti tornerete a casa per aver ristabilito un po' di ordine passate dal centro e provate a guardare in alto, da qualche parte dietro una finestra vedrete gente affabile e cordiale in compagnia di signore gaudenti che fanno festa. Non lo sapete ma quello che festeggiano come coglione dell'anno ridendo a crepapelle siete proprio voi.


mercoledì 20 gennaio 2010

Riformisti dal cuore tenero

"Tito Boeri 13.09.2005
Le politiche dell'immigrazione degli stati dell'Unione Europea stanno diventando sempre più restrittive per i lavoratori poco qualificati, mentre i diversi paesi competono tra di loro nel cercare di attrarre dall'estero lavoratori più istruiti. Da noi, invece, prevale un atteggiamento restrittivo su tutti i fronti. E nel dibattito pre-elettorale si continua a pensare che si possa gestire la politica dell'immigrazione a livello nazionale, ignorando ciò che avviene altrove."

Queste cose Tito Boeri le ha scritte nel 2005. In sostanza per lui se c'è una ragione per applicare politiche restrittive nei confronti dell'immigrazione questa dovrebbe focalizzarsi sugli "straccioni", quelli dequalificati e non in grado di esibire una laurea in economia e commercio.
Insomma uno dal cuore tenero. Magari la questione della "coscienza" la risolviamo con un po' di adozioni a distanza e la raccolta di abiti usati.

A questo si contrappone il fronte di quanti, molto semplicemente, li vorrebbero tenere a casa loro. Indistintamente.Tra questi ho scoperto un sacco di gente che combatte l'imperialismo.
Categoria mai molto in voga come in questo periodo, però talmente evanescente che alla fine ti fa perdere di vista quello che concretamente ti si muove sotto gli occhi.
Che dire?
Dico che il fronte dei reazionari a vario titolo è molto ampio. Le ragioni sono le più diverse ma, sotto sotto, quello che si intravede è solo la necessità di mantenere un privilegio di casta.
In più questi signori hanno l'ambizione di far quadrare il cerchio. In sostanza, una volta tenuta ferma la marea umana facciamo sì che i nostri baldi imprenditori non provino per nulla a delocalizzare, così risolviamo anche la questione della disoccupazione ed i salari crescono.

A me sfugge il motivo per il quale un tizio, che viene preso a calci nel culo e sfruttato, dovrebbe essere un mio nemico piuttosto che uno con cui allearmi e rovesciare questo sistema. Ma forse sono un uomo semplice e poco complicato.

venerdì 4 dicembre 2009

La guerra dell'acqua è iniziata

Da Antonio ed attraverso la mailing list di medicina democratica ricevo e pubblico:

Segnalo la gravissima situazione igienico sanitaria che si è creata oggi a Zingonia dove è stata tagliata l'acqua in pieno inverno a 150 famiglie di migranti. I media non ne parlano perchè interessati alla "grave" crisi politica dei rapporti tra il Berlusca e Fini. Intanto donne e bambini si devono lavare per strada al freddo, mentre i media sono preoccupati per la "gravissima" epidemia di influenza H1N1.

Chiedo a Medicina Democratica di prendere posizione con un comunicato ufficiale di condanna per il gravissimo rischio per la salute di queste persone che abitano in queste case dopo averle pagate tramite mutui agevolati. Chiedo che si ribadisca con fermezza che l'acqua è un diritto per la vita e per la salute che la stessa OMS e l'UNICEF fissano in almeno 50 litri al giorno per persona.

ANSA) - BERGAMO, 3 DIC - Ore di tensione a Zingonia, in
provincia di Bergamo, dove da questa mattina cinque palazzi,
oltre 150 famiglie, la maggior parte composte da
extracomunitari, sono senza acqua dopo che l'azienda competente
ha interrotto l'erogazione perche' da anni nessuno paga le
bollette. Il debito ammonterebbe quasi 300.000 euro. Tutta
l'area e' presidiata dai carabinieri in vista di una
manifestazione di protesta prevista nel pomeriggio.
La Bas SII, azienda della A2A che eroga l'acqua nel paese
della Bassa Bergamasca, ha disposto la chiusura del servizio
dopo aver sollecitato piu' volte il pagamento delle bollette
insolute. Alle 9 i tecnici dell'azienda si sono presentati, come
annunciato nei giorni scorsi, e hanno letteralmente tranciato i
tubi che portano l'acqua negli appartamenti. In giardino sono
state installate due fontane per l'approvvigionamento degli
inquilini.
Con il passare delle ore la situazione, anche dal punto di
vista igienico, e' diventata sempre piu' drammatica.(ANSA).


Leggi su questo il post di Antonio Palladino


A ZINGONIA E' INIZIATA LA GUERRA

Tutti i cambiamenti iniziano dagli ultimi. Se poi si tratta della privatizzazione dell’acqua, le nuove regole del governo riguardano gli ultimi tra gli ultimi. Questa mattina a Zingonia - in provincia di Bergamo - è partita la battaglia più turpe di questo governo, con il taglio della fornitura idrica per 150 famiglie.

Le prime vittime sono centinaia di migranti, che abitano il condominio Athena, palazzi che fino agli anni ’80 ospitavano i “terroni”, ed oggi sono il rifugio per gli stranieri che nel profondo nord nessuno vorrebbe come vicino. Donne e uomini sfruttati di giorno e costretti, ora, a sperimentare per primi la gestione privata dell’acqua.
I bambini ieri si sono dovuti lavare all’aperto nelle due fontanelle pubbliche aperte da A2A per “le esigenze vitali”. I sanitari non funzionano più, creando una situazione drammatica in una zona già degradata.
L’operazione di A2A - la stessa società, è bene ricordarlo, che gestisce l’inceneritore di Acerra - è in realtà la prima fase di una vera e propria pulizia etnica e sociale della zona, che è entrata nelle mire degli speculatori finanziari. Prima hanno mandato i provocatori fascisti della Lega - Borghezio e altri squadristi - che hanno creato un po’ di baccano e tanta propaganda. Poi hanno preparato i progetti di “riqualificazione”, nel senso di cacciare le famiglie e preparare il terreno ai palazzinari della Lombardia da bere. Ora - per terminare il lavoro - hanno deciso di assetare il nemico, di farlo rimanere senza un bagno, di rendere insopportabile la vita.
Servirà una reazione chiara da parte del movimento per i beni comuni, anche perché iniziano dai migranti, ma arriveranno nelle nostre case. E forse sarà già troppo tardi.


venerdì 27 novembre 2009

Il nuovo sciopero della fame di Kassim Britel

Kassim Britel: Nuovo sciopero della fame nel carcere di Oukasha a pochi giorni dalla Festa del Sacrificio

Ieri mattina presto nel reparto dei detenuti islamici si è svolta una perquisizione umiliante e del tutto immotivata, che ha portato alla confisca di oggetti utili, soprattutto per cucinare, e di proprietà dei detenuti stessi. I fratelli provvedono da soli alla preparazione di un pasto in comune al giorno, condividendo quanto portato dalle famiglie nella visita settimanale, per questo si sono dotati del minimo indispensabile dato che nulla viene fornito dal carcere.
Le celle ed il reparto che i fratelli mantengono puliti e in ordine erano in condizioni pietose.
Mentre gli agenti se ne andavano con il loro ricco bottino di tajine, i fratelli decidevano di entrare immediatamente in sciopero della fame e diffondevano il comunicato che segue in una traduzione casalinga.

Le sofferenze dei detenuti islamici non sono sufficienti? O meglio non guariscono i cuori di alcune persone che si sono spogliate di ogni umanità con precedenti vergognosi.
Pochi giorni prima della festa di 'Aid il Direttore del carcere di Oukasha ha predisposto un'ispezione provocatoria ed umiliante per i detenuti islamici che sono stati privati di oggetti di loro proprietà con insulti e minacce. Uno è stato portato nella segreta.
Abbiamo chiesto spiegazioni sull'accaduto. Ci è stato risposto che il motivo sono i contatti con le Associazioni dei Diritti Umani e la presentazione di reclami e denunce ufficiali.
Per l'azione di questo Direttore siamo costretti ad uno sciopero della fame aperto da oggi martedì 24 novembre.
Rinnoviamo la nostra lamentela per coloro che sono interessati a muoversi per riportare il Direttore nei limiti della sua funzione e far cessare l'ingiustizia che spesso ci colpisce da parte sua.
Fra le provocazioni nel carcere di Oukasha:
- chiudere celle vuote per creare sovraffollamento nel reparto,
- nessuna provvista alimentare
- impedire ai detenuti di usufruire della formazione professionale
- impedire agli studenti universitari di usufruire di strumenti informatici
- vietare l'ingresso di libri e riviste
- vietare l'ingresso di alcuni cibi essenziali,
- ....
Al momento i detenuti islamici in sciopero della fame sono 27.
Oukasha, 24 novembre 2009

fonte: la moglie di Kassim

giovedì 12 novembre 2009

Padroni


Il tipo che si è presentato nei locali della Eutelia cercando di cacciare i lavoratori che occupavano lo stabile appartiene a questa "stirpe" (link).

'Sto tipo, per me, fa pari e patta con l'altro leghista che voleva fare gli interessi dei lavoratori rivendendosi l'azienda INNSE. In attesa di quello, rifiutava le commesse che gli arrivavano perché la rendita è una roba che con il lavoro non ci azzecca niente.

Prototipi di padroni grezzi. Ma avanguardia cialtrona nei modi spicci di tutta quella massa di parassiti che ingrassano sulla pelle di noialtri.

Ora io penso che una sana dialettica, fatta da pseudo sbirri armati di mazze di ferro e rappresentanti di quella medio piccola impresa del Nord che tanto va di moda, è ciò di cui molti di voi hanno bisogno per ritornare alla sostanza delle questioni.

Altro che tavoli concertativi, mediazioni e triccheeballacche. Quella roba è la parte più stupida ed evidente di un sistema che intimamente condivide quell'approccio. Solo che quelli sono coglioni, gli altri in modo più raffinato si accontentano di mettere a libro paga qualche rappresentante sindacale o qualche deputato eletto dal popolo.

Questioni di capacità finanziarie, relazioni ed immagine.
Il punto è che le cose non è che vadano poi così tanto bene come si ostinano a raccontarci. Siamo tanto nella merda. La produzione industriale è sulle montagne russe, ma nel senso della discesa. Soldi le banche non ne danno. I cantieri sono fermi e ieri per la prima volta una delle più grosse aziende che si occupa di manutenzione delle strade, dalle mie parti, ha visto i suoi operai incrociare le braccia.

Il sistema va avanti con i debiti, si spera che qualcuno possa onorarli. Però non si sa chi.
L'immagine di quegli sbirri da operetta mi hanno riportato indietro nel tempo, a quando la Fiat usava i suoi "guardioni" per rompere i picchetti e provocare gli operai.
Dicono che Torino sia stata progettata con viali ampi e larghi per un motivo di ordine pubblico. La cavalleria del re in questi spazi poteva manovrare meglio.

Adesso il re non c'è più, i cavalli anche. Però i viali ed i padroni sono quelli.

lunedì 12 ottobre 2009

Privatizzazioni di massa e mortalità

di Pirous Fateh-Moghadam

privatizzazioneUno studio pubblicato su Lancet esplora le cause dell’eccesso di mortalità che ha accompagnato la fase di transizione verso l’economia di mercato dei Paesi dell’Europa orientale e dell’ex-Unione Sovietica dal 1989 al 2002.

È noto da tempo che la transizione dall’economia pianificata dei Paesi dell’Europa orientale e dell’ex-Unione Sovietica all’economia di mercato abbia prodotto conseguenze devastanti sulla salute. L’UNICEF attribuisce oltre 3 milioni di morti premature alla transizione al capitalismo[1]; il programma di sviluppo delle Nazioni Unite (United Nations Development Programme – UNDP) stima in oltre 10 milioni il numero degli uomini scomparsi a causa del cambiamento di regime[2]; e, nonostante siano passati oltre 15 anni dall’inizio della transizione, in solo poco più della metà dei Paesi ex-comunisti è stata raggiunta l’aspettativa di vita registrata nel periodo antecedente la transizione[3].

Questi dati vengono ripresi nell’introduzione di un recente studio pubblicato da Lancet[4] che ritorna sull’argomento della mortalità associata alla transizione al capitalismo con l’obiettivo di fare luce sui meccanismi che potrebbero stare alla base del fenomeno e delle differenze osservate tra i diversi Paesi post-comunisti; i risultati sono interessanti e assumono un significato particolare in questa fase di crisi mondiale del capitalismo.

David Stuckler e Lawrence King del Dipartimento di Sociologia, dell’Università di Cambridge e Martin Mc Knee della London School of Hygiene e Tropical Medicine, hanno analizzato i tassi di mortalità standardizzati per età di uomini in età lavorativa (15-59 anni) dal 1989 al 2002 dei Paesi post-comunisti dell’Europa orientale e dell’ex-Unione Sovietica. Dall’analisi dei dati è risultato che i programmi di privatizzazione di massa sono associati in maniera statisticamente significativa con l’aumento di circa il 13% della mortalità a breve termine. In termini assoluti questo corrisponderebbe, nel periodo considerato, a circa 1 milione di morti tra gli uomini in età lavorativa, dovuti alla “terapia d’urto” della privatizzazione. La privatizzazione di massa è stata definita dagli autori come il trasferimento di almeno il 25% delle aziende statali al settore privato entro 2 anni.

Ma quale è il meccanismo attraverso il quale la privatizzazione produce i suoi effetti mortali? A questo proposito emerge chiaramente come l’aumento della disoccupazione sia in realtà il fattore di rischio che contribuisce maggiormente alla mortalità, confermando l’importanza fondamentale dell’occupazione nell’influenzare lo stato di salute della popolazione, una importante considerazione anche per l’Italia in vista dei prevedibili licenziamenti dovuti alla crisi economica mondiale. Ma non è solo la disoccupazione il fattore che media tra privatizzazione e mortalità, fanno osservare gli autori dello studio. In Unione Sovietica insieme al posto di lavoro era garantita anche la casa, l’educazione, gli asili nido e i servizi di prevenzione. Quindi “perdendo il lavoro si è perso anche tutto il resto”, come afferma Mc Knee in un’intervista della BBC a commento dello studio.

Importante notare che gli effetti della privatizzazione non sono stati gli stessi in tutti i Paesi analizzati. Proprio dal confronto tra i diversi Paesi sono emerse alcune informazioni supplementari molto interessanti. Risulta per esempio un rapporto inversamente proporzionale tra l’effetto sulla mortalità della privatizzazione e il capitale sociale. Gli effetti negativi della privatizzazione diminuiscono gradualmente con l’aumento del capitale sociale dei diversi Paesi e nei Paesi in cui più del 45% della popolazione faceva parte di una qualche organizzazione sociale (associazioni di volontariato, sindacati, comunità religiose, etc.), la privatizzazione di massa non aveva più effetti significativi sulla mortalità (slide 1).


Slide 1. Interazione tra privatizzazioni di massa e capitale sociale

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Un altro fattore decisivo nel modulare l’effetto della privatizzazione è la velocità con cui i processi di trasferimento di proprietà si sono verificati. Nei Paesi in cui si è proceduto ad un lento e progressivo passaggio, gli effetti negativi della privatizzazione sono stati molto meno pronunciati (Bielorussia e Paesi dell’Europa orientale) fino ad essere neutralizzati del tutto in qualche caso.
Il confronto tra i livelli di mortalità degli uomini adulti correlati con l’intensità della privatizzazione in Russia e Bielorussia è proposto nella slide 2. A partire da questi risultati gli autori raccomandano particolare cautela nei processi di trasformazione economica previsti in Paesi quali Cina, India, Egitto o Iraq (dove il processo di privatizzazione della proprietà statale è appena iniziato).

Slide 2. Privatizzazioni di massa e tassi di mortalità tra gli adulti maschi. 1989-2002: Russia e Bielorussia


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Le cause biomediche dirette della mortalità (determinanti prossimali) non sono state oggetto dell’indagine, tuttavia è emerso da altri studi, citati da Stuckler nella parte di discussione dello studio, che queste siano verosimilmente da ricondurre alla diffusione di fattori di rischio comportamentali come il consumo di alcol, il fumo di tabacco e la cattiva nutrizione. È infatti generalmente noto che gli stili di vita sani seguono un gradiente sociale, che vede penalizzati i disoccupati, i ceti meno abbienti e meno istruiti, un fatto valido pure in l’Italia, come viene anche documentato dai risultati del sistema di monitoraggio degli stili di vita PASSI[5]. Inoltre, nella patogenesi delle malattie cardio-vascolari, che hanno contribuito in misura notevole all’incremento della mortalità soprattutto delle persone di mezz’età, giocano un ruolo meno definito ma non meno importante, anche fattori di rischio di natura psico-sociale, lo stress socio-economico e la percezione della mancanza di controllo sugli eventi[6].

Risale proprio agli anni della terapia d’urto capitalistica nei Paesi ex-comunisti la pubblicazione del “Libro nero del comunismo” di Stéphane Courtois[7], una raccolta dei crimini del “comunismo”, categoria usata indiscriminatamente dall’autore con la finalità di denunciare in maniera generalizzata una vicenda storica considerata totalmente aberrante e criminale. Da allora, per gli esponenti politici ed intellettuali delle classi dominanti tale impostazione è rimasta l’orizzonte mentale entro il quale cercare di ingabbiare l’opinione pubblica al fine di rafforzare l’ideologia del pensiero unico, secondo cui l’economia di mercato rappresenterebbe l’unica e migliore forma di vita socio-economica possibile in eterno su questo pianeta.

Un’analisi più differenziata e critica delle drammatiche vicende del ‘900 e della transizione dall’economia pianificata a quella di mercato potrebbe invece contribuire alla riformulazione di ipotesi che mentre condannano fermamente i crimini commessi dai diversi regimi comunisti evitando qualsiasi forma di minimizzazione, nel contempo osino comunque prendere in considerazione il superamento del capitalismo. Infatti l’unico effetto positivo che l’attuale crisi economica mondiale potrebbe avere è proprio quello di allargare la breccia nella gabbia concettuale del pensiero unico, rendendo di nuovo disponibile all’opinione pubblica l’intera tavolozza di possibili opzioni per affrontare la crisi, comprese quelle che trascendono lo stato di cose esistenti.

Dallo studio di Stuckler emerge anche che l’organizzazione dei cittadini in associazioni politicamente e socialmente attive risulta avere un forte effetto protettivo nei confronti degli effetti negativi sulla salute provocati da crisi e disoccupazione. In altre parole non occorre far leva sui buoni sentimenti di altruismo per promuovere l’impegno sociale, basterebbe già il sano istinto di autoconservazione. Viene quindi naturale concludere questa riflessione con l’invito di essere “egoisti”, impegnandosi nel sociale.

Bibliografia

  1. UNICEF. A decade of transition. Monitoring Central and Eastern Europe Project. Florence, Italy: UNICEF, 2001.
  2. UNDP. Transition 1999. Human Development Report for Eastern Europe and the CIS. New York: UNDP REBEC, 1999.
  3. World Bank. World Development Indicators (2007 edn).Washington DC: World Bank, 2007.
  4. David Stuckler, Lawrence King, Martin McKee. Mass privatisation and the post-communist mortality crisis: a cross-national analysis. The Lancet 2009; 373 (9661): 399 – 407
    doi:10.1016/S0140-6736(09)60005-2
  5. Risultati del sistema di monitoraggio PASSI (progressi delle azienda sanitarie in Italia).
  6. Men T, Brennan P, Boffetta P, Zaridze D. Russian mortality trends for 1991-2001: analysis by cause and region. BMJ 2003; 327;964.
  7. Stéphane Courtois. Il libro nero del comunismo. Mondadori, 1998 (Collana Le Scie).

lunedì 5 ottobre 2009

La libertà di stampa è una sega mentale

Il fatto di aver espresso la contrarietà a partecipare alla manifestazione contro la "libertà di stampa" ha scatenato qualche illuminato progressista che si interroga del perché una certa "sinistra" insiste in questi atteggiamenti elitari.

Quel Sabato a Roma c'era anche un corteo dei Cobas che aveva come piattaforma la situazione dei precari della scuola; dalle mie parti ci si è ritrovati in tanti a Castellamonte perché il sindaco voleva titolare il ponte a Giorgio Almirante.
Sempre in quella giornata gli anarchici hanno organizzato, in diverse città d'Italia, manifestazioni contro quei lager che si chiamano CIE.

Potremmo aggiungere i tanti che passano il tempo su iniziative come i banchetti del pane di Rifondazione al sabato mattina, quelli che si sbattono davanti alle decine di presidi contro le chiusure di fabbriche che sono all'ordine del giorno etc. etc.

In buona sostanza di materiale su cui impegnarsi ne abbiamo avuto a iosa.
In questo però c'è una macroscopica differenza sul senso che ognuno di noi dà alla parola militanza. Personalmente mi sono strarotto i coglioni di piazze inconcludenti, riempite al sabato pomeriggio per non disturbare i ritmi della produzione; o di qualche corteo intruppato nelle molteplici bandiere sindacali che rappresentano proprio quei signori che firmano accordi buoni solo a farti ingoiare ancora più merda.

Bisognerà porsi il problema di riempire la piazza con qualcosa che ci rappresenti su quelle che sono le nostre priorità e le nostre esigenze, o no?
Si dirà, ma per te la libertà di stampa non rappresenta un problema?
Lo rappresenta si. Ma mica perché me lo dice il direttore della Repubblica. La libertà di stampa è una questione che si intreccia con la vita di tutti i giorni.
Faccio un esempio, qualche giorno fa è morto d'infarto un magistrato di nome Laudi, molti muri di Torino si sono riempiti di scritte in cui si "festeggiava" l'avvenimento. Se qualcuno leggeva i quotidiani sull'argomento poteva trovarvi tutta la retorica buona per queste questioni: "incivili ed estremisti" salvo sorvolare sul fatto del perché di tanto giubilo .

Mi inquieta la questione della libertà di stampa perché ci sono giornalisti, come alla Stampa di Torino, che facevano nomi e cognomi di compagni sospettati di azioni come quelle al Cambio ancor prima che un qualsiasi poliziotto avesse aperto bocca sull'argomento.
Mi inquieta la libertà di stampa perché una serie di blogger sono giunti al top della notorietà, mettendo a rischio la loro incolumità, grazie ad articoli di giornali in cui si faceva una sorta di lista di proscrizione di quei siti in cui si dissacrava, o si trattava in modo non allineato, la questione delle morti in Afghanistan.
Mi inquieta la questione della libertà di stampa perché da un commento su comedonchisciotte, fatto su uno dei collaboratori del ministro Gelmini, si è arrivati ad interrogazioni parlamentari ed articoli sul corriere della sera trattando chi vi scrive come un pericoloso estremista da isolare.
Avete avuto notizia di qualcuno che abbia protestato contro questo tipo di regime?

C'è si una questione legata alla libertà di stampa; passa attraverso il modo in cui vengono confezionate le notizie, le motivazioni per le quali certe cose vanno dette ed altre no, perché certe questioni si inseriscono in quella guerra per bande che è il risultato di ciò che si muove ai vertici della piramide.

E allora quella sinistra che si dice di popolo con quali argomenti partecipa a quella manifestazione? Con quali parole d'ordine ed in funzione della tutela di quali interessi?
Personalmente di vedere in TV Minzolini, Gad Lerner o la sorella di Buttiglione non mi frega un emerito cazzo di niente. Sono solo la testimonianza di assetti di potere che si spostano in un senso o nell'altro.
Tanto meno mi interessa partecipare alla rissa, facendo tifo, tra le fini argomentazione di Belpietro o quelle di Eugenio Scalfari sulla questione escort.

C'è un ultimo aspetto. Io penso che la gente che ha partecipato alla manifestazione meriti rispetto; questo non toglie che io li giudichi dei "fessi". Adesso saranno lì a controcersi le budella perché il "loro" presidente della Repubblica gli ha firmato lo scudo fiscale con argomentazioni tipo "non rompetemi i coglioni che di costituzione non ne capite una cippa".
Sono gli stessi che votavano, turandosi il naso, PD perché "echeccazzo vuoi mettere il pericolo Berlusconi?". E così in parlamento ci hanno mandato, come contraltare, Colannino, la Binetti e Calearo.
Sono gli stessi che si indignano perché ci sono 22 traditori del popolo che sono mancati "alla bisogna" quando passava l'amnistia per gli evasori.
Provate a ragionare su chi ha interesse a che certi provvedimenti passino; magari di mestiere fa anche l'editore di qualche quotidiano "progressista".

Ho a cuore si la libertà di stampa; come le mille altre libertà che ci stanno sottraendo, in primis la libertà di vivere degnamente. Non chiedetemi però di partecipare ad uno spettacolo per gonzi. Quello fatelo voi.





venerdì 2 ottobre 2009

Tempo di elettroshock per un paese di cortigiani


Domani ci sarà una manifestazione a sostegno della libertà di stampa. Ieri sera Santoro, per la seconda volta, ha dedicato spazio ed attenzione alle vicende che riguardano Berlusconi; a seguire una puntata di porta a porta ha visto il proto-fascista da cabaret Ignazio dire " mi fai schifo!" ad Odifreddi, perché questo aveva accennato al fatto che tali Garfagna e Gelmini più che per le loro competenze intellettuali occupino uno scranno in virtù di altre questioni e favori.

Stamattina ho comperato il "fatto quotidiano". Bene, sul totale delle pagine dedicate in un modo o nell'altro al nano non c'é un rigo che rimandi a questioncelle come "crisi", disoccupazione e rabbia montante.

In questo spaccato di rissa non si vede rappresentata la realtà, non si vedono le persone.
Quando si parla di questi argomenti si discetta di "crisi del credito", deflazione, improbabili statistiche consolatorie tra diversi livelli di disoccupazione.
Non si ha la capacità di rappresentare il significato di dover tirare avanti con 700 euro al mese.
Di cosa significhi la disoccupazione a 50 anni. Non si parla del fatto che stanno programmando una società di poveri, fatta da precari e pensionati da 500 euro al mese. Una società in cui se il mercato si restringe si restringe la base dei garantiti.

In un "seminario" a cui ho partecipato i relatori che parlavano di lavoro, fabbrica e precariato hanno raccontato cosa succede dietro l'angolo.
Nella provincia di Milano le ore di cassa integrazione nei primi otto mesi, comparati allo stesso periodo del 2008, sono passate da 5.800.000 a 32.700.000.
Sono stati coinvolti 55.000 lavoratori ed altri 25.000 (per circa 3.000 aziende coinvolte) attendono di vedere accolte le richieste che le riguardano.
Si è discusso di Fiat, del fatto che in Polonia uno stabilimento ha una produzione equivalente a quella degli stabilimenti italiani (per circa 600.000 vetture), ai problemi dati dalla dismissione prossima di una serie di linee di produzione e fuoriuscita dal mercato di modelli importanti.
Del ritorno alla produzione dello stabilimento serbo.
Di quello che sarà l'impatto su Mirafiori, del fatto che è attesa una guerra tra poveri; guerra che oggi vede in competizione operai polacchi con colleghi italiani e che domani vedrà i sindacati di fronte a scelte tipo salviamo Mirafiori o Pomigliano con questioni di territorio che si intersecheranno a questioni di clientelismo politico e locale.

La visione delle nostre classi dirigenti porterà a risposte xenofobe; i territori si parcellizzeranno sempre di più ed il collante della "comunità" nazionale rischia seriamente di saltare.La corsa all'individualismo collide con questioni che riguardano milioni di individui; la gestione di problematiche che mettono in discussione l'asseto "economico" e le risposte di scuola che vengono fornite, per superare la crisi, sono in contraddizione con gli eventi.
Piuttosto che rimettere in discussione il sistema si preferisce traccheggiare, spostare in là il problema.

In questo periodo a Torino sono state occupate 25 fabbriche, 17 sono state salvate grazie soprattutto a forme di lotta molto radicali. Altre 10 sono state occupate ultimamente, 8 hanno chiuso definitivamente.
In questo panorama di disastro "ambientale" si sgretola un corpo sociale a cui mancano punti di riferimento. Lo scenario con cui un lavoratore si trova a fare i conti oggi è quello di una società che sta subendo profonde modificazioni. Il primo è quello di dover fare i conti con una realtà che è fatta da azienda come la Pagnelli s.p.a nella quale si assumono a tempo in determinato lavoratori romeni qualificati (ingegneri e tecnici) e si precarizzano lavoratori italiani.
Il secondo aspetto è quello dei lacci che stringono gli individui e li rendono ricattabili e soli di fronte ai problemi. Ad esempio circa il 40% dei lavoratori Fiat ha impegnato il 5° dello stipendio con finanziarie con cui hanno linee di credito che hanno permesso l'acquisto di beni "voluttuari".
Su 100 lavoratori messi in mobilità solo il 14% cerca una nuova collocazione tramite i centri dell'impiego o le agenzie interinali, il resto cerca soluzione individuali e sulla base di rapporti inter personali (in Germania e Francia il dato è del 25%).

Oggi per lottare ed avere un po' di visibilità si sta sui tetti. La motivazione è banale, non si vedono vie d'uscita e la prospettiva è il licenziamento e basta. Mancano ammortizzatori "pubblici" dati dalla capacità di riassorbire nel pubblico le eccedenze dell'industria.

In questo scenario qualcuno ha detto "il problema che ci troviamo di fronte è quello di non poter contare su un corpo da rianimare per la semplice ragione che il corpo si sta disfacendo"

I giornalisti giocano, i politici anche. Oggi la questione della democrazia passa attraverso il lavoro che non c'è, l'occasione data solo da chi ti offre di delinquere per risolvere il problema, dal fatto che un'intera classe di individui (la moltitudine) non ha rappresentanza e soggetti che ne narrino le questioni aperte.
La democrazia passa attraverso la possibilità di veder tutelati i propri interessi, nel porre al centro questioni di sostanza che toccano la pelle della gente.
Passa il tempo, osservo i tentativi di ri-aggregazione e guardo chi lotta sul serio. Chi paga il prezzo. Non li vedo rappresentati nelle loro denunce, non li vedo ascoltati. Sento, però, dal mio osservatorio il rumore di sottofondo. Una classe che non ha coscienza di sé in quanto tale.

Nella società dello spettacolo quando il messaggio perde la sua forza propulsiva (stare sul carro ponte per vedere riconosciuto un diritto) si passa al messaggio successivo. Un messaggio che per grado di efficacia non potrà che essere più radicale. D'altra parte se la visione che si ha del corpo è quella di una massa in disfacimento perché non curarlo con l'elettroshock ?


In tutto questo che significato avrebbe l'adesione a quella manifestazione? Tra quei signori ci sono gli stessi che appartengono a quell'élite auto-referenziale che impedisce alle informazioni ed alle questioni di venire affrontate. In quella piazza ci troveremo gli stessi politici che a parole combattono lo scudo fiscale e poi nei fatti mancano in parlamento nel momento in cui potrebbero mettere in crisi il sistema. Credo che questa roba ci stia sulla testa e non ci riguarda fino in fondo perché noi siamo censurati da sempre. Avete notizia delle lotte nei CIE, ad esempio? Della gente pestata a sangue? Di quelli messi in galera perché hanno volantinato in una sede della lega Nord? Del trattamento alla Caselli contro gli studenti (62 arresti preventivi prima del g8 all'aquila)? Dei lavoratori diffidati a circolare in una provincia (Biella) perché protestavano per il loro licenziamento? Ne sapete poco, vero?
Bene, è tempo di elettroshock.

sabato 26 settembre 2009

Quello che accade nei CIE, in Italia democratica e cattolica

Il ministro Maroni oggi è stato contestato. Lui è uno di quelli che ha sulla coscienza quello che accade nei CIE.

E ci furono tempi infami in cui intellettuali rincretiniti hanno dichiarato che la vita è il sommo dei beni. Oggi sono arrivati i tempi terribili in cui ogni giorno si dimostra che la morte dà inizio al suo governo del terrore esattamente quando la vita è diventata il sommo bene; che chi preferisce vivere in ginocchio, muore in ginocchio; che nessuno può essere ucciso più facilmente di uno schiavo. Noi viventi dobbiamo imparare che non si può nemmeno vivere in ginocchio, che non si diventa immortali se si corre dietro alla vita, e che, se non si vuole più morire per nulla, si muore nonostante non si sia fatto nulla.»


venerdì 11 settembre 2009

La libertà d'informazione ed i giornalisti piagnucolanti

Ma dov’è la dignità di Santoro? Di Travaglio? Della Gabanelli? E delle centinaia di migliaia di voi che li seguite? Lewis Hill si vergognerebbe di loro, e di voi.
Rampognano da non so quanti anni che in Italia c’è il ‘regime’, un regime viepiù bieco e nero, ma poi alle casse del ‘regime’ vanno a piagnucolare spazi televisivi e denaro. Mai nella storia degli oppositori d’Italia, dai giorni dei fratelli Rosselli a oggi, né nella storia d’Occidente, si è vista una condotta talmente penosa. E voi pubblico strillate che l’informazione è di ‘regime’, ma tutto quello che volete fare è starvene a casa in salotto e avere la libertà servita gratis in Tv dal ‘regime’. Ridicoli. Mai nella storia delle società civili organizzate, dalla nascita del socialismo a oggi, si sono visti così tanti incapaci cittadini.

Santoro naviga per 20 anni fra le fila dei comunisti e post comunisti di Ingrao nella televisione di Stato, e oggi finge di non sapere che la Tv di Stato è un cadavere decomposto, inutile scuoterlo. Gabanelli si infila nella Tv di Stato di Craxi, col socialista Roberto Quagliano (vero ideatore di Report) e con Giovanni Minoli, e oggi lamenta ‘censura’ dopo 5 anni di prime serate sotto Berlusconi. Travaglio dichiara che nella Tv di Stato “tutti hanno il guinzaglio, e senza guinzaglio lì dentro non ci si entra”, poi sta anche lui abbarbicato al botteghino di viale Mazzini ad attendere i suoi contratti firmati. Tutti e tre a pretendere la paghetta dal 'regime'.

Uno spettacolo indecente. Nel 1943, un uomo di nome Lewis Hill contemplava il suo Paese, gli Stati Uniti, in piena corsa agli armamenti, controllato con ferrea determinazione da un ‘regime’ militare, poliziesco, ma soprattutto bancario e industriale senza pari nel mondo occidentale. Non esisteva, negli USA di allora, neppure la più pallida idea di partecipazione democratica nei media, meno che meno la libertà di espressione. Hill e alcuni giornalisti-attivisti si trovavano a quell’epoca internati in un campo di semi-libertà per obiettori di coscienza a 2.500 metri di altezza sulle Sierra Mountains; non avevano telefoni, Internet, né editori nazionali che li pubblicassero, né V-day pensabili o Star di sostegno. Lewis Hill e il suo collega Roy Finch volevano la libertà dei media. Era tutto ciò per cui vivevano e avevano lavorato. Non bussarono alle porte del New York Times o di NBC Radio, né in seguito alla CBS o ABC. Non rampognarono i consiglieri d'amministrazoie dei media americani per uno spazio nel ‘regime’. Ebbero dignità.

Hill partì da un seminterrato di San Francisco con un microfono e due idee: libertà di opinione a qualsiasi costo e i finanziamenti da chi ascolta. Le sue prime parole all’etere, il 15 aprile 1949 alle 3 del pomeriggio, furono: "Questa è radio KPFA, Berkeley”. Gli ascoltatori accertati quel giorno furono 12. Oggi quel microfono perduto nell’indifferenza del dopoguerra, è divenuto Pacifica Radio e la Tv Democracy Now!, la più vasta rete di media pubblici d’America e del mondo, con 800 stazioni che la ospitano, più satellite e internet, e una audience mondiale di quasi 200 milioni di persone. Interamente auto-finanziata.

Eppure mai, mai in questa grande storia di giornalismo libero è accaduto che un singolo giornalista di Pacifica e Democracy Now! si sia sognato di bussare alle porte del ‘regime’ a elemosinare libertà. Essi hanno capito che un cadavere non rivive, che bisogna abbandonarlo alla decomposizione e partorire altro. Esattamente quello che si dovrebbe fare in Italia. Ma costa. Costa l’immenso prezzo dell’oscurità per decenni, costa, cari finti eroi della finta libera informazione italiana, la perdita della carriera, delle copertine sui giornali, delle collaborazioni con i settimanali, delle folle adoranti, dell’adrenalina dell’essere famosi, della candidature in politica, delle cene con magistrati o ‘principessine’. Significa affrontare il destino amarissimo di coloro che hanno dato tutta la vita per poter raccontare il mondo, ma gli tocca farlo dalle catacombe dei 12 ascoltatori o giù di lì, giornalisti come Carlo Ruta, Antonella Randazzo, Carlo Gubitosa, Paolo Barnard, e tanti altri come noi. Come Lewis Hill quel pomeriggio di 60 anni fa.

Ma se fra Santoro o Gabanelli e Lewis Hill o l’attuale Amy Goodman passa un’oceanica differenza in dignità (oltre che bravura), lo stesso va detto degli attivisti italiani e di quelli americani. Qui si fanno feste di piazza e falò colorati, girotondi patetici o petizioni, poi tutti a casa, e quando c’è da metterci le proprie ore di uggioso e anonimo lavoro per pagare e per far funzionare un'informazione libera, capita sempre che dopo il solito strepitoso inizio rimanete in 5, perché un mese dopo c’è già un altro V-day da fare, e via! di corsa tutti al nuovo party. Così, in questo Paese di pavidi e adoranti servili, sono fallite tutte la iniziative ispirate a ciò che invece gli altri sanno fare.
Gli altri hanno giganti del calibro di John Pilger, Dean Baker, Alexander Cockburn, Amy Goodman, Naomi Klein, Nir Rosen, Amira Hass, Akiva Orr, Tariq Ali…, che nessuno ha mai, mai visto, neppure per sbaglio, aggirarsi per i corridoi del ‘regime’ a piagnucolare per un paio di riflettori puntati addosso.
Berlusconi li vede i piagnucolanti, e non per nulla, mentre alternativamente gli allunga un tocco di pane o glielo toglie, li disprezza.

Paolo Barnard
Fonte: www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=134
Fonte: www.comedonchisciotte.org

Molti di loro puzzano

OTTOBRE 1912: relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione al Congresso Americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti.

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali...
.......Si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purchè le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia.
Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.

sabato 4 luglio 2009

La sinistra che non vuole i neri come vicini di casa, come la destra.


A Torino da diversi mesi 200 somali vivono ammassati in una ex clinica; senza servizi igienici, cucine e bagni. questo posto si trova in un quartiere semi-periferico (S.Paolo).
Il prefetto ha deciso di spostarli in una caserma in disuso che si trova a ridosso del centro della città.Si spera con condizioni di abitabilità diverse rispetto alla prima situazione. La zona è in prossimità dei murazzi e della gran madre, posto chic e molto borghese.Pre-collina con case che costano un botto a mq. Posto abitato da gente che conta in città; gente sicuramente abituata a viaggiare, ad avere del mondo una visione non stereotipata, laica e rispettosa delle persone.

Vediamo adesso qual'è stata la reazione, così come la racconta la Stampa, nei due luoghi. Il centro e la periferia.
Partiamo dal centro.
La signora Laura Bianchi, da buona madre, è preoccupata" Sono preoccupata e disperata, qui i bambini vanno in giro da soli:ora che succederà?".
Sottolinea questa disperazione Barbara Bianchi" Si tratta di gente incivile, non vogliamo perdere la tranquillità". Già la nostra e la loro civiltà.
E le malattie? Vogliamo dimenticarci di quelle? A questo ci pensa Olga Ottone "Penso tutto il male possibile del trasloco c'è il rischio di malattie"

Così mentre una parte di Torino si preoccupa da un'altra parte qualcun altro festeggia (e qui passiamo alla semi-periferia), come la signora Adele che, folgorata sulla via ecologica, afferma "Vede i cassonetti strapieni di tutto? E poi a noi chiedono di dare la differenziata. Lì ci sono vestiti, resti di televisori, stracci, cibo, bottiglie, lattine. E' uno schifo un vero schifo"
E se non basta ci pensa Luigi Noviello a rafforzare il concetto" Dai cassonetti dove buttano di tutto si diffonde una puzza tremenda".

Il giorno successivo a questa cronaca sullo stesso giornale, e siamo di nuovo nel centro della città, leggiamo che Nigra (deputato del PD ed ex segretario provinciale ed abitante della zona), dopo un letargo sull'argomento durato mesi, unisce la sua protesta a quella della Lega dicendo" Chi sono questi Somali? Non si mettono 200 persone tutte assieme, così si sposta solo il problema..".
Tanto per non farci mancare nulla registriamo anche la dichiarazione di tale Renzo Caiolo (ex dirigente della Lega delle cooperative e sponsor del sindaco Chiamparino) che dice:
"ma la colpa è del governo Berlusconi (e figurati, dico io. Questo si è dimenticato chi ha inventato i CPT), le caserme sono del ministro La Russa, quello dell'interno è Maroni, fanno il pacchetto sicurezza e ci mettono in casa i clandestini (notare che sono profughi politici, nota mia)"
In questo delirio di dichiarazioni demenziali si distigue la Lega che non sa che pesci prendere.
I nostri, dopo essersela presa con chi gestiva il problema dei Somali mettendoli in periferia e facendo pagare il prezzo a chi ne ha già di suo per stare male, adesso non capiscono come risolvere la questioncella del fatto che li hanno accontentati trovando un posto in centro, proprio vicino ai ricchi in grisaglia e cravatta regimental.

Questo sentimento e questo argomentare, spacciato per opinione comune di massa, si somma ad una serie di segnali che vanno avanti da tempo.

Ad esempio torniamo un attimo in periferia, al 28 giugno.

"28 giugno. Due donne, una madre e una figlia di 61 e 39 anni, infastidite dalle risate di alcuni bambini che giocavano sotto il loro balcone al primo piano di un condominio di Barriera di Milano, hanno gettato di sotto una secchiata di candeggina, colpendo la madre dei bambini, provocandole per fortuna solo leggere ustioni guaribili in pochi giorni. La scelta del liquido non è stata casuale: la vittima è infatti una donna di Capo Verde, e le due le hanno gridato: «Beccati questo, così ti sbianchi quella pelle nera che c’hai»".

Dalle parti di via Urbino il 1 luglio

1 luglio. Una grata divelta e un tubo dell’acqua fracassato: questi i danni all’edificio candidato ad ospitare la nuova “Moschea della Pace” di via Urbino, colpito nella notte con grosso petardo. Ancora poca cosa, in effetti, rispetto agli sforzi profusi in questi ultimi mesi da Stefano Allasia, Gabriele Marcelli, Elena Maccanti, Carlo Verra, Mario Borghezio, Roberto Cota e Giuseppe Lonero. Poca cosa, dopo i due cortei e la fiaccolata del mese passato, ma non proprio niente: tutti i loro appelli alla Guerra Santa cattolica contro la presunta “conquista islamica” della città non sono dunque caduti nel vuoto. Non sappiamo dire, ora, se questa piccola esplosione resterà cosa isolata o se invece è come un lampo che, da lontano, preannuncia il temporale che si avvicina. Siamo certi invece che prima o poi questi organizzatori di guerre di religione saranno costretti ad assumersi le proprie responsabilità, e per intero.

Tutto ciò nel contesto di normali azioni di rastrellamento, in cui l'umanità è il segno distitivo dei nostri solerti tutori dell'ordine:

"30 giugno. Sono le 11 di mattina e in via Nizza alcuni carabinieri in divisa e in borghese fermano i passanti per controllare i documenti. Tutto fila liscio finché viene fermata una donna, nera, che alla richiesta dei documenti tenta di scappare. I carabinieri la inseguono e la bloccano immediatamente, dietro una macchina in sosta, e la ammanettano. Alcuni passanti, italiani e stranieri, si fermano e iniziano a urlare «ma cosa state facendo?! Basta! Vergogna!». La donna grida che le stanno facendo male, e viene caricata in macchina. Una signora nata in Somalia ma cittadina italiana, indignata da quanto stava succedendo, chiede che almeno vengano tolte le manette all’arrestata, ma un carabiniere in borghese replica che non avere i documenti è un reato, e che le manette servono ad evitare che la donna si faccia male da sola."

Vogliamo, però, concludere la cronaca cittadina con uno spiraglio di giustizia:

1 luglio. Si è aperto in tribunale il processo contro i due agenti della Polfer accusati di aver riempito di botte, nell’intimità del gabbiotto al binario 1 di Porta Nuova, un quindicenne albanese colpevole di aver mostrato loro la tessera sanitaria anziché la carta di identità ad un controllo sui binari.

Passiamo adesso a qualche sommessa considerazione.
Qualche giorno fa ho ascoltato un pezzo dell'intervento di Veltroni; ad un certo punto dopo aver fatto una pippa retorica, ed incomprensibile a gente normale come me, su ciò che è nuovo e ciò che è vecchio ha tirato fuori il coniglio dal cilindro: la lettera di una mamma precaria, depressa, scoraggiata e quant'altro che lo ha investito di tutti i problemi del mondo.
Devo dire che il bravuomo sembrava sinceramente commosso; esortava i suoi a guardare la società per quello che offre in termini di disperazione ma anche di energie sopite a cui bisogna dare una risposta.
Mentre diceva tutte quelle cose ho ripensato a come hanno sistemato i precari Treu ed i suoi accoliti; a come hanno dato risposte in termini di immigrazione e clandestinità i vari Napolitano e Del Turco.
A come hanno provato a difendere la poltrona da sindaco, a Roma, occupandosi della questione Rom; ho ripensato all'assessore che si è occupato dei lavavetri e della campagna di ordine pubblico che ne è seguita, ho ancora nelle orecchie la retorica di Penati che è stato il primo a sponsorizzare le ronde in provincia di Milano facendone un punto qualificante del suo programma.

Ora il punto è, ma se quel campione di cittadini è rappresentativo della "società" e di ciò che chiede e se quei politici sono l'espressione di ciò che di meglio la sinistra riformista , con la sua azione di governo,riesce ad esprimere in questo paese che speranza abbiamo noi?

p.s.
Nel disordine mentale annotiamo le uniche parole sagge; quelle del sindaco Chiamparino che, in sintesi, ha mandato a cagare i radical chic pre-collinari di destra e sinistra .
fonti:
La Stampa del 3 e 4 Luglio
Macerie cronache contro di Torino