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sabato 13 marzo 2010

Storie ordinarie di cronaca politica e vecchi rivoluzionari

Approfittiamo del tempo concessoci dal supremo per fare due cose:
1- un collage di notizie dal sito macerie che racconta, nell'ordine, della scarcerazione di compagni arrestati e di ciò che accade in città e che difficilmente troverete in cronaca.
2- un tributo narrato, dal sottoscritto, ad un rivoluzionario come Emiliano Zapata, uno che non ebbe modo di distinguere tra dittatori alla Diaz e liberali compassionevoli in quanto, una volta al potere, sia gli uni che gli altri trattarono la questione della distribuzione delle terre a chi le coltivava guardando solo agli interessi dei latifondisti e dei poteri "forti". La sua storia ci insegna un sacco di cose e non è che ci sia molto da aggiungere in più.

fonte:
http://www.autistici.org/macerie/

ombrello.jpeg

Tutti liberi gli arrestati nell’operazione del 23 febbraio scorso: nessuno dovrà più stare in galera o ai domiciliari, anche se qualcuno avrà l’obbligo di firma. Dopo due settimane, si iniziano a vedere le prime crepe nel castello di accuse malamente costruito dal PM Padalino (in un ritratto) e dal capo della Digos Petronzi (nella foto).

Ma la storia senza dubbio più emozionante è l’evasione di un gruppo di reclusi dal Cie di Torino. Avremmo voluto raccontarvela in anteprima, ma qualche agenzia di stampa ha già battuto la notizia: nella notte tra giovedì e venerdì sono riusciti a scappare almeno in otto, sembra attraverso dei buchi scavati da tempo, e fino ad ora sono ancora tutti liberi.

In culo alla Polizia, agli alpini, alla Croce Rossa e a tutti i magistrati, politici e giornalisti razzisti. Viva la libertà e chi se la conquista!

Cronaca

Buttafuori (e filo spinato)

9 marzo. Via i vecchi reduci dell’Associazione nazionale Alpini, largo aigiovani buttafuori dell’Hydra Service, guidati dal noto picchiatore Diego Simioli. Saranno proprio loro, i famosi responsabili del servizio d’ordine del Pd, a garantire la sorveglianza notturna della caserma di via Asti, dove sono alloggiati alcuni dei profughi e rifugiati politici protagonisti delle occupazioni di via Bologna e corso Peschiera. Il cambio della guardia è stato deciso dalla sinistra Fondazione Dravelli (legata all’Arci), che ogni mese incassa dal comune decine di migliaia di euro da spendere per il bene dei profughi. E sempre per il bene dei profughi, già da qualche tempo alcuni punti della caserma sono stati addobbati con del filo spinato.

Integrazione

9 marzo. Ennesima retata a Porta Palazzo, questa volta sui tram della linea 4. Mentre gli alpini piantonano le porte dei mezzi, controllori e polizia chiedono biglietti e documenti. A seguire l’operazione, un paio di camionette della polizia. Tra chi i controllori c’è anche un uomo in borghese coi tratti nordafricani: potrebbe essere Mostafa El Daodi, uno dei cinque controllori di origine straniera assunti dalla GTT tre mesi fa. Ecco cos’è l’integrazione.

Benzina

9 marzo. Dopo lo sgombero dall’alloggio ATC che occupava in corso Salvemini con la moglie e quattro figli, un uomo si è cosparso di benzina e ha minacciato di darsi fuoco nel cortile della circoscrizione 2.

Goffi

8 marzo. Nella notte ignoti entrano nella sede elettorale dell’UDC, in via Cernaia 16, e portano via due computer con i dati della campagna elettorale e un telefono cellulare. Prima di andarsene, strappano i manifesti del partito e si accaniscono in particolare contro la sagoma in cartone che ritrae Alberto Goffi. «Spero davvero sia stato solo un atto di vandalismo» ha commentato Goffi, quello in carne ed ossa.

Con le pive nel sacco

8 marzo. Se ne torna a casa con le pive nel sacco l’ufficiale giudiziario che questa mattina avrebbe voluto eseguire l’ennesimo sfratto dei suoi quindici anni di “onesto lavoro”, per usare le sue parole. A convincerlo a rinviare la pratica al 1 aprile ci hanno pensato decine di solidali della Rete per il diritto alla casa, accorsi per dar man forte ad una famiglia morosa che aveva deciso di non abbandonare l’alloggio.

Fumetti

7 marzo. Moncalieri. Imbrattati nella notte numerosi manifesti del candidato sindaco del Pdl Stefano Zacà, in particolare nel quartiere collinare di Revigliasco, proprio quello dove vive il politico. Un fumetto diverso per ogni manifesto, questi alcuni esempi: «Siamo un gruppo di infami», «Mafioso? Si certo!», «Ogni mese ti tolgo lo stipendio».

Su commissione?

7 marzo. “Calabresi farai la fine di tuo padre”, questa l’ennesima scritta comparsa nella notte sui muri della sede torinese del quotidiano “La Stampa”, in via Tiziano 62. Allertati dalla vigilanza privata, che aveva visto la scena grazie alle telecamere di videosorveglianza, i carabinieri fermano poco minuti dopo due ragazzi rumeni. In un cestino poco distante i militari avrebbero trovato uno zainetto, con dentro un biglietto con la scritta incriminata. Da qui la fantasiosa ipotesi che gli autori del gesto abbiano agito su commissione.

I destini della sinistra

3 marzo. Nel pomeriggio, in una sala in pieno centro a Torino, una elegante manica di sorridenti intellettuali, si è data convegno, alla presenza del bel sindaco Chiamparino, per discutere attorno ai destini della sinistra, tematica suggerita dalla presentazione di un libro. Destini della sinistra? Un gruppo di compagni antirazzisti, con in serbo alcune impressioni a riguardo, ha sentito l’urgenza, pur senza invito, di partecipare all’incontro, distribuendo volantini e aprendo uno striscione (di fatto disturbando). […]

Determinazione

1 marzo. Idrissa stava partecipando allo sciopero dei migranti, e forse non si aspettava che gli sbirri proprio oggi avrebbero provato ad arrestarlo per non aver ottemperato all’ordine di espulsione; gli sbirri forse non si aspettavano che arrestando lui il presidio colorato delle associazioni sarebbe diventato un corteo, che infine si sarebbe rifiutato di sciogliersi fino al momento della sua liberazione. Tra i tanti striscioni della manifestazione, anche quello dal balcone di Marco, ai domiciliari per via del suo antirazzismo, che recita «Fuoco ai C.I.E.». Davanti alle provocazioni di sbirri e PM razzisti bisogna agire, insieme, con determinazione.

http://www.youtube.com/watch?v=oNVLQc5Iiaw

martedì 23 febbraio 2010

Radio Black Out, spegni la censura




lunedì 22 febbraio 2010

Ricordiamo Valerio Verbano


Leggendo i giornali di oggi abbiamo capito che il sindaco Alemanno ha le idee un po’ confuse. Ieri sera, in un impeto (non richiesto) di “pacificazione”, ha proposto l’intitolazione di una via a Valerio Verbano. Peccato che la strada già esiste, si trova nel parco delle Valli, inaugurata qualche anno fa da Veltroni.

Carla Verbano, la mamma di Valerio, sorvolando sulla gaffe imbarazzante, ha chiesto invece al sindaco di utilizzare il suo ruolo istituzionale e la sua storia politica per riaprire il processo e individuare i responsabili dell’omicidio.

A distanza di poche ore, nella notte, i soliti coraggiosi con la muffa in testa e il coltello in tasca hanno imbrattato i murales, nel quartiere Tufello, accanto alla Palestra popolare dedicata proprio a Valerio.

La cosa interessante è che, pochi metri dalle scritte, sono stati attacchinati i manifesti di Casa Italia Colle Verde, una delle sedi dei fascisti di Casa Pound, formazione che sostiene ufficialmente la candidatura alle elezioni regionali del vice coordinatore del Pdl di Roma, Luca Malcotti.

Una provocazione grave che segnala ancora una volta in maniera esplicita la connessione politica tra fascisti e destra di governo, non solo nella nostra città ma anche nella coalizione che sostiene la candidatura di Renata Polverini.

Inutile dire che questi episodi non ci fanno paura, anzi ci danno più forza nella costruzione dei percorsi culturali, sociali e politici che mantengono viva la storia antifascista di Valerio.

Tra pochi giorni partiranno le tante iniziative previste per il trentennale dell’assassinio, tra cui, il 18 febbraio la presentazione del libro di Carla Verbano, il 20 il corteo e il concerto a piazza Sempione, il 22 l’assemblea al liceo Archimede e il presidio in via Monte Bianco.

Ancora una volta sarà un’occasione collettiva di difesa della memoria, di lotta e di festa, aperta alla città che non si arrende allo stato di cose presenti.


Trent’anni fa veniva ucciso nella sua casa Valerio Verbano, davanti gli occhi della madre Carla, per mano dei fascisti dei Nar.
Valerio era uno studente del liceo Archimede, attivo nelle campagne di contro-informazione che denunciavano i legami tra settori dello stato, eversione nera e poteri forti.
Un anniversario dal forte valore simbolico che, ancora una volta, vogliamo vivere come occasione collettiva di difesa della memoria storica, battaglia di verità e giustizia. Ma anche come occasione di lotta e di movimento.

Non è un caso che negli ultimi anni si sono moltiplicati i progetti culturali, sociali e sportivi dedicati a Valerio, per fare della memoria uno strumento di trasformazione radicale del presente.
Ricordare oggi Valerio, significa lottare per una società più libera, contro la paura e l’egoismo, per nuovi diritti di cittadinanza, contro un modello sociale fondato ancora sullo sfruttamento. Strappare spazi alla speculazione, affermare il diritto alla casa, contrastare la precarietà di vita e di lavoro, aprirsi a una società meticcia e multiculturale, praticare autonomia e indipendenza.

Oggi la storia di Valerio vive nei percorsi e nei progetti avviati in questi anni nei nostri quartieri, nelle scuole e in tutta la città. Per queste ragioni abbiamo pensato a un calendario di iniziative che prova ad esprimere tutta la ricchezza di questo filo rosso della memoria.

Si parte giovedì 18 febbraio, alle 17, all’Astra 19 di via Capraia, con la presentazione del libro “Sia folgorante la fine”, scritto da Carla Verbano. Si prosegue sabato 20, alle 16, con il corteo cittadino che partirà da via Monte Bianco, dove abitava Valerio, per poi concludersi a piazza Sempione. Qui, dalle 20, ci sarà un grande concerto, in cui si esibiranno, tra gli altri, 99 Posse, Assalti Frontali e Colle der fomento. Un luogo simbolico, nel quartiere di Valerio, che negli ultimi anni ha visto un’importante esperienza di autogestione, produzione culturale e lotta alla speculazione, rappresentata dal centro sociale Horus. Una vertenza ancora aperta, nonostante lo sgombero militare e la distruzione del novembre scorso.

Infine, lunedì 22 febbraio, giorno dell’anniversario, ci saranno due appuntamenti: la mattina, al liceo Archimede, un'assemblea organizzata dalle reti studentesche cittadine; il pomeriggio, dalle 16, il presidio in via Monte Bianco: “Un fiore per Valerio”.

A distanza di trent’anni, vogliamo proseguire il percorso di Valerio, ricordare la sua passione per la libertà e per la vita.
Non per odio, ma per dignità.
Valerio vive.

Le compagne e i compagni di Valerio


fonte:http://www.valerioverbano.it/dblog/


lunedì 18 gennaio 2010

Nuove BR e cyber terrorismo

Hanno arrestato Morlacchi con l'accusa di essere un terrorista. Meglio un potenziale terrorista visto che di terrorismo il nostro sembra che fino ad oggi non ne abbia prodotto.
Ritorneremo in seguito su questa vicenda. Al momento gli investigatori ci raccontano di aver trovato un manuale per cyber terroristi. Ora, visto che tra le istruzioni per i cyber terroristi c'è proprio quella di non conservare sul proprio pc documenti sensibili ci rimane il dubbio che tale documento in realtà lo possiamo trovare a casa di un sacco di gente.
Facendo un giro sulla rete, ad esempio, si trova questa simpatica "lezione" (del 2004 addirittura)su come operano i cyber terroristi da cui, in modo speculare, ne possiamo ricavare che un cyber terrorista serio ne avrà ricavato materiale per prendere le dovute precauzioni.
link:
http://www.consulteque.com/magazine_prof/index.phtml?_id_articolo=7001
Mah, l'impressione è che nella caccia al mostro da sbattere in prima pagina gli eroici difensori del bene pubblico abbiano solo trovato uno che ammira quello che è stato suo padre. E questo da noi è grave.

giovedì 17 dicembre 2009

Anarchici

E così siamo arrivati alla bomba. Non è esplosa (per fortuna) durante un'ora affollata di gente. Ha fatto, però, quel minimo di rumore da far sobbalzare sulle sedie lor signori.
C'è già una marea di persone che in queste ore si esercita sulle ipotesi più varie. C'è chi associa la cosa al "clima d'odio" di cui il Duomo in faccia a Berlusconi è stato un prologo.
C'è chi si accorge, ora, che forse quel segnale è associato ai CIE ed alle lotte che da mesi si portano avanti contro quella specie di lager.
Su queste strutture abbiamo visto un servizio su Rai news che descriveva le condizioni di vita all'interno di uno di questi. Se vi capiterà di osservare quelle immagini troverete, forse, un po' di pietà per quella gente; poi tornerete ad occuparvi di altro.
Fino al momento in cui scoppierà un altra bomba e voi ricomincerete con il giochino del " a chi serve?".
E se quei segnali fossero semplicemente in linea con quello che si accumula come energia tempestosa sotto il cielo? Niente di elaborato e raffinato ma solo sintesi di una rabbia montante? Cosa pensate possa interessare ad uno che vive in gabbia, ed al freddo, targato come clandestino e condannato a vivere, nella migliore delle ipotesi, su un pezzo di cartone delle alchimie politiche? Pensate che la rabbia abbia un'orizzonte razionale definito dai confini del " a chi giova?".
Io passeggio tra folle di uomini ridotti a numero. Gente senza identità, merce non spendibile per questo sistema perché manca lo spazio. Eccedenze che non deperiscono in pochi giorni, ma che al contrario, accumulano frustrazioni e rabbia.
Quando altre eccedenze scenderanno dai tetti e si salderanno a loro allora avrete di che aver timore.
Fino ad allora, purtroppo, qualche giovane vita avrà sacrificato la sua per me e voi che siamo inadeguati ed indegni per tanto.

In tutto questo chiedete sui vostri giornali a loro ed a chi li rappresenta di spiegare quale idea di società hanno in testa? Be', guardatevi intorno forse è il contrario di ciò che osservate dal vostro angolo caldo tutti i giorni.


Vi rimetto un post che parlava di anarchici qualche mese fa.





Queste sono le dichiarazioni di due compagni anarchici della redazione di Macerie, rilasciate nell'aula del tribunale che li giudicava, per i quali è stata deciso di applicare la misura della sorveglianza speciale . La sentenza prevede rispettivamente un anno e due mesi a uno, un anno e quattro mesi all’altro. Significa non poter condurre una vita normale, non poter frequentare le persone con cui si fa politica. E' una misura di stampo intimidatorio e fascista in linea con i tempi.

Nell'esprimere la solidarietà ai due voglio solo ricordare che l'intimidazione, la repressione sono all'ordine del giorno da queste parti. Certo, se state con il culo al caldo in qualche mansarda, ufficio o semplicemente a casa vostra la cosa non vi tocca.La loro colpa? Aver lottato contro quella roba che chiamano CIE e che sono in realtà lager dentro i quali si chiudono i poveri, quelli che non hanno diritti.


fonte:

http://www.autistici.org/macerie/


Trovo imbarazzante dovermi difendere dall’accusa di rappresentare un pericolo per la tranquillità di questo ordine sociale. Per non cadere nel ridicolo, non lo farò. Ma mi preme precisare una cosa: rifiuto categoricamente di essere definito “leader” di un qualsiasi movimento. Se lo scrive un giornalista, è solo una volgarità che non merita neanche una risposta. Ma se lo scrive la Questura, allora si tratta un grossolano errore. Chi lo dice non ha capito assolutamente nulla di come pensano, si organizzano e agiscono gli anarchici. Ed è un bene che sia così: non intendo fornire al nemico ulteriori elementi utili alla comprensione. Quanto alle rivolte nei lager per gli sfruttati stranieri, rivolte che io contribuirei a provocare, è semplicemente risibile l’idea che esse abbiano bisogno di volantini, scritte sui muri, petardi o palline da tennis per continuare a scoppiare. Per quello, basta la violenza delle guardie e la follia di un Ministro degli Interni.
Qualcuno penserà che in fondo me la sono cercata, che me la sono voluta. Anche, per esempio, con questa dichiarazione. A costoro rispondo con un sorriso, dicendo che il mio unico rimpianto è quello di non aver fatto abbastanza, e abbastanza bene. Proprio nei momenti come questo, momenti in cui è più evidente che la Legge è sempre dalla parte del più forte, del più potente, del più arrogante, momenti in cui un poliziotto può pensare di far ritrovare delle finte molotov per giustificare una carneficina, momenti in cui un pubblico ministero può pensare di telefonare a un giudice per raccomandare una severa condanna, proprio in momenti come questo i limiti stabiliti dalla Legge non possono rappresentare un vincolo per fare quello che ciascuno di noi ritiene giusto, e necessario. In fin dei conti, converrete anche voi, la libertà è sempre una questione di forza.

F.M. - Torino, 9 ottobre 2009

Prendo la parola per pochissimi minuti, perché è uno solo il punto che vorrei sviluppare in quest’aula e di persona rispetto alle richieste che vi ha presentato la Questura di Torino nei miei confronti. Degli altri aspetti di questa vicenda se ne può occupare meglio di me il mio avvocato nel quale ripongo piena fiducia.
Sappiate che mi costa un certo imbarazzo questo breve intervento. E già, perché qui vi debbo parlare non degli “episodi delittuosi” che mi hanno visto protagonista negli ultimi diciannove anni - per usare le parole della Questura. No. L’argomento della discussione di oggi sono io. Sono io con le mie scelte di vita e le mie attitudini. E come sapete è sempre imbarazzante parlare di se stessi. Ma altrettanto imbarazzante dovrebbe essere per un giudice discutere di cose impalpabili come le vite degli altri, come le scelte degli altri, e non di fatti materiali ed accertabili. E quando queste scelte che vengono messe sotto la lente d’ingrandimento sono scelte di campo nella lotta sociale, ecco allora che siamo di fronte ad un pauroso slittamento del Diritto e delle sue teorie. Slittamento che è indicativo di un’epoca e che conferma ciò che quelli come me hanno sempre pensato del ruolo concreto della Legge e dei tribunali nella Storia.

Veniamo al dunque. Nelle battute conclusive della lunga nota da lui redatta, il Signor Vicequestore Spartaco Mortola parla di me come di un individuo totalmente privo di scrupoli e di principi morali. Salto d’un balzo discussioni tediose sulla differenza tra etica e morale per dirvi solo questo: proprio perché sono un anarchico, proprio perché sono uno di quegli amanti spassionati della libertà che pensano che non debba essere la Legge a guidare i passi degli uomini, proprio per questo ogni cosa che faccio è ispirata a delle scelte etiche, a delle scelte di campo, ad una idea di giustizia precisissima ed esigente. Non posso dimostrare di esserci riuscito sempre e fino in fondo, certamente: ma che non mi si parli di “assenza di scrupoli e di principi”.

Del resto, se non avessimo “scrupoli” e “principi” né io né i miei compagni avremmo speso tanto tempo e tante energie per batterci contro i Centri di detenzione per stranieri senza documenti. Cosa ce ne viene, da questa lotta? Guadagni e promozioni? Visibilità sociale? Potere? Niente di tutto questo. A motivarci c’è solo la certezza che la libertà degli altri determini anche la nostra. La gente senza scrupoli va cercata tra chi li ha costruiti e chi li gestisce, i Centri, tra chi sorride di fronte ai pestaggi, alle umiliazioni, alle violenze. Non certo tra chi li vorrebbe chiudere per sempre.

Se proprio dobbiamo parlare di scrupoli morali e di principi, allora, parliamone sul serio. Chi ha redatto le note che avete tra le mani si chiama Spartaco Mortola e verrà ricordato per chissà quanti anni ancora per il sangue sparso sui pavimenti della Diaz nel 2001 genovese. È lui che è privo di scrupoli, non io. Il ministro degli Interni che gli fa da principale, poi, si chiama Roberto Maroni. Quello che ha detto che bisogna essere “cattivi con i clandestini”, quello che ha riso insieme a tutta la gente del suo partito di fronte alle stragi nel Mediterraneo di questa estate, quello che non ha fatto una piega quando gli sgherri di Gheddafi, per proteggere le nostre frontiere, hanno ucciso a coltellate e a colpi di bastone i profughi somali evasi dal campo di detenzione di Ganfuda. E mi si viene a parlare a me di principi morali e di violenza?
Ironia della sorte, anche il Pubblico ministero di questo procedimento, il dottor Padalino, ha le sue belle responsabilità. Penso solo alla legge - da lui tanto rumorosamente voluta e propagandata - che punisce chi si cancella le impronte digitali. Per colpa di quella legge sono finiti in carcere in Sicilia dei disertori dell’esercito eritreo che si erano abrasi i polpastrelli per riuscire a raggiungere i propri parenti nel nord dell’Europa. Uomini scappati dalla guerra e scampati al naufragio che finiscono in carcere appena sbarcati, tritati dall’isteria securitaria di questi anni oscuri. E sono io quello che non pensa alle conseguenze delle proprie azioni?

Vedete, c’è una distanza incolmabile tra personaggi come quelli che mi accusano e la gente come me e i miei compagni. Ed è data proprio da questo: noi gli scrupoli ce li abbiamo, noi non muoviamo passo se non siamo proprio sicuri che ciò che facciamo sia giusto fino in fondo, se non siamo sicuri che i nostri mezzi siano coerenti con i nostri obiettivi. Senza nessun interesse nascosto, senza ricercare il potere e neanche la fama. Gratuitamente, senza aspettarci nulla in cambio, solo per un senso di giustizia che sempre più spesso è completamente al di fuori della Legge.

A.V. - Torino, 9 ottobre 2009

domenica 13 dicembre 2009

L'aria che tira mentre si parla di Berlusconi


Quella che vedete è una delle immagini che testimoniano cosa è successo dopo lo sgombero di un centro sociale qui a Torino; la trovate nel sito di Macerie insieme ad una serie di articoli che parlano di uno dei tanti segmenti della vita di tutti i giorni in cui, in questo momento, si manifesta un conflitto duro e con pochi riflettori da parte dei media: la lotta contro i CIE.

L'ultimo post parla dell'aria che tira su questo fronte e riporta le parole di Franco Maccari (segretario generale del sindacato di polizia Coisp):

«[…] aspettando di vedere se la prossima volta saranno ancora i pochi colleghi schiacciati sotto il peso di un servizio disumano ad avere la meglio, o se magari resteranno vittime della violenza che ingiustamente si scatena contro di loro, o saranno costretti a gesti estremi.»

in poche parole si preannuncia il morto.

Da sottofondo a questo scenario avanza nella società civile un impercettibile disagio rispetto a situazioni che stanno assumendo il profilo della normalità.
Ieri sulla pagina torinese di repubblica Alberto Campo (che di mestiere fa il critico musicale) manifestava la sua meraviglia per il trattamento che Venerdì uno stuolo di poliziotti, bardati alla robocop, hanno riservato ad un gruppo di studenti (il più vecchio di 17 anni) che manifestavano con un sit in contro i tagli alla scuola pubblica dalle parti di via S.Ottavio.
A sua figlia (quindicenne) sono toccati calci e manganellate. Il bilancio parla di circa 10 contusi tra i manifestanti e quattro tra le forze dell'ordine (così ci racconta la questura). Andate a vedere come sono le contusioni tra i manifestanti e fate un paragone con quelle delle forze dell'ordine e vi farete un'idea di come stanno le cose.

In questa normalità c'è un pezzo d'Italia che assume come normale stivare la gente su autobus con le grate ai finestrini in movimento per la città e a caccia di "clandestini".
Capita a Milano così come capita che a Roma si esibisca la forza ed i muscoli per operare veri e propri rastrellamenti contro immigrati ed "eccedenze umane" non regolari.
C'è un altro pezzo d'Italia che crede che queste cose non siano giustificate e che la corda si sta per spezzare.
Di questo pezzo in molti fanno di Berlusconi il fantoccio contro cui tirare le freccette, perché mafioso e nemico dei giudici e della costituzione.
E' un pezzo d'Italia che si rassicura quando riempie una piazza ma che fa fatica ad intercettare, e in alcuni casi a vedere, la parte più profonda del malessere.
Un malessere che non si nutre solo di vuote alchimie politiche o simboli astratti come l'indipendenza della magistratura ma che si alimenta di condizioni di disagio e sofferenza materiale, cose tangibili come può essere tangibile la mancanza di un lavoro o di una casa. Il nascondersi perché "clandestino".

Un altro pezzo crede che Berlusconi è parte dello stesso zoo; questo pezzo di società prova a guardare alla sostanza dei comportamenti, a quello che passa il convento ed a cio' che sanciscono le leggi, quale classe d'individui riempie le carceri, quale i dormitori e chi fa la fila alla mensa dei poveri. Chi costruisce le gabbie e chi sancisce i privilegi. Chi può pagarsi un avvocato e chi no.Quale percorso ci porta a questo stato di cose e chi è connivente con il sistema.Il sottoscritto, che si trova in quel pezzo, non riesce a vedere grandi differenze tra il "Peron" di Arcore ed il "Macchiavelli" ex abitante di Botteghe Oscure (D'Alema).

Ci risparmiamo la lista della spesa sui tanti che hanno seminato il terreno che oggi consente ai più di guardare alle cose che accadono, contro i pezzi più deboli della nostra società, come a cose normali e necessarie per consentire loro di continuare a dormire al caldo.
Ci risparmiamo l'ipocrisia di quanti si scandalizzano per il "vile" gesto di un poveraccio fuori di testa, magari cianciando dal loro blog deberlusconizzato.

Io penso, al contrario, che quell'uomo sia l'unico cuor di leone in questa società di nani. La cosa triste è sapere che a lui hanno affidato la loro inconsistenza politica e la loro frustrazione i nani dell'opposizione istituzionale disconoscendolo nel momento in cui agisce.
Si sono spaventati a morte tutti. Fossi in loro guarderei oltre e mi preoccuperei di altro.








Colombia, lotta all'università e sbirri nostrani


Un compagno colombiano mi ha inviato questa foto. Anche lì ricorrono slogan identici a quelli dell'onda qui da noi.
Tanto per mantenesi in forma Venerdì i poliziotti hanno fatto vedere quanto sono forti, bardati da robocop, contro quindicenni che facevano un sit in in centro a Torino.
Roba da Sudamerica.
Ci provano anche contro gli operai, ogni tanto. Solo che lì incontrano gente con le mani callose ed incazzata e non è proprio come manganellare degli adolescenti.
Leccatevi il sangue, ragazzi. Assaggiatene il sapore, fa crescere .
A guardare certe scene mi chiedo se Pasolini scriverebbe ancora lo stesso su quei poliziotti. Quelli non sono figli del popolo. Ammesso che lo siano mai stati per qualche tenerone.

venerdì 27 novembre 2009

Il nuovo sciopero della fame di Kassim Britel

Kassim Britel: Nuovo sciopero della fame nel carcere di Oukasha a pochi giorni dalla Festa del Sacrificio

Ieri mattina presto nel reparto dei detenuti islamici si è svolta una perquisizione umiliante e del tutto immotivata, che ha portato alla confisca di oggetti utili, soprattutto per cucinare, e di proprietà dei detenuti stessi. I fratelli provvedono da soli alla preparazione di un pasto in comune al giorno, condividendo quanto portato dalle famiglie nella visita settimanale, per questo si sono dotati del minimo indispensabile dato che nulla viene fornito dal carcere.
Le celle ed il reparto che i fratelli mantengono puliti e in ordine erano in condizioni pietose.
Mentre gli agenti se ne andavano con il loro ricco bottino di tajine, i fratelli decidevano di entrare immediatamente in sciopero della fame e diffondevano il comunicato che segue in una traduzione casalinga.

Le sofferenze dei detenuti islamici non sono sufficienti? O meglio non guariscono i cuori di alcune persone che si sono spogliate di ogni umanità con precedenti vergognosi.
Pochi giorni prima della festa di 'Aid il Direttore del carcere di Oukasha ha predisposto un'ispezione provocatoria ed umiliante per i detenuti islamici che sono stati privati di oggetti di loro proprietà con insulti e minacce. Uno è stato portato nella segreta.
Abbiamo chiesto spiegazioni sull'accaduto. Ci è stato risposto che il motivo sono i contatti con le Associazioni dei Diritti Umani e la presentazione di reclami e denunce ufficiali.
Per l'azione di questo Direttore siamo costretti ad uno sciopero della fame aperto da oggi martedì 24 novembre.
Rinnoviamo la nostra lamentela per coloro che sono interessati a muoversi per riportare il Direttore nei limiti della sua funzione e far cessare l'ingiustizia che spesso ci colpisce da parte sua.
Fra le provocazioni nel carcere di Oukasha:
- chiudere celle vuote per creare sovraffollamento nel reparto,
- nessuna provvista alimentare
- impedire ai detenuti di usufruire della formazione professionale
- impedire agli studenti universitari di usufruire di strumenti informatici
- vietare l'ingresso di libri e riviste
- vietare l'ingresso di alcuni cibi essenziali,
- ....
Al momento i detenuti islamici in sciopero della fame sono 27.
Oukasha, 24 novembre 2009

fonte: la moglie di Kassim

venerdì 20 novembre 2009

La questione dei centri sociali

La questione dello sgombero dei centri sociali unisce come un sol uomo amministratori di destra ed amministratori di sinistra (ma ha senso questa distinzione?).
Così a Roma si presentano blindati e poliziotti, con tutto l'armamentario da robocop, per sgombrare l'Horus da presenze come quelle di quei giovani che sono un segno tangibile di disobbedienza e di non allineamento.
Qualche settimana fa era toccato ad un centro sociale di Catania e della stessa cosa si parla a Torino.
Di solito dietro la richiesta di sgombero c'è l'interesse di qualche palazzinaro che, non avendo altro da cui spremere rendita parassitaria, pensa di sostituire quanto si è costruito dentro quegli spazi con un pò di vetrine piene di merci griffate.
Qualche giorno fa sono passato davanti al parco della Tesoriera a Torino. Dentro c'è una villa che occupammo tra il 1976 ed il 1977. Quello spazio grazie a quell'azione fu restituito alla città e restaurato.
Nello spazio attiguo, all'ingresso del parco, ci installammo con il nostro "circolo del proletariato giovanile Zapata", quella casetta rappresentò per molti di noi un'alternativa al nulla dei casermoni anonimi della periferia. Da lì partivamo per le nostre manifestazioni ed in quello spazio producemmo inchieste sulla situazione sociale del quartiere. Furono individuate centrali di spaccio della droga ed un pò di gente fu buttata fuori dal quartiere con le ossa rotte ed a calci nel culo.
In seguito lì si collocò un centro per anziani e le Domeniche furono occupate dai suoni languidi delle fisarmoniche.
Adesso la villa è di proprietà di una banca e non ho idea se il centro per anziani esista ancora;
in compenso rimangono i casermoni e la droga ha ammazzato un pò di gente in più.
In questi momenti , mentre un popolo anonimo si organizza per celebrare il suo No Berlusconi day, centinaia di persone vengono spinte ai margini e con loro si dialoga soltanto con poliziotti e carabinieri. E' il destino di chi lotta veramente e non si preoccupa di farlo solo al Sabato mattina per non disturbare l'ordinato andamento delle cose.
Ci sarà un motivo se questi non occupano le colonne dei giornali?




horus sgombero



Si sono presentati alle 9 di mattina con una ventina di blindati tra polizia e carabinieri. In prima fila, il capo della Digos Giannini, seguito dai massimi vertici della questura e dell'Arma. Centinaia di agenti proteggevano l'ingresso nello spazio sociale del signor Gemini, proprietario dell'immobile, che vanta una serie di denunce per abuso edilizio, violazione della destinazione d'uso dei locali e tanto altro ancora. In questo modo, Gemini ha potuto guidare personalmente gli interventi di demolizione delle strutture interne tramite una ruspa meccanica. Prima gli ingressi, poi le scale e così via, blindando e distruggendo definitivamente gli spazi dell'ex teatro Aniene, uno dei gioielli della cultura e della architettura romana.
Questa è la fotografia della governance
al tempo della rendita e della precarietà come forme di controllo sociale. Lo stato che occupa militarmente il territorio per garantire la violazione sistematica di quel che rimane dei diritti e della democrazia. La banda di Alemanno e del fido Lucarelli reagisce in questo modo allo smacco di ieri sera quando migliaia di persone hanno invaso il Campidoglio per dire che il Piano casa del Comune è la stessa bufala di Veltroni, costringendo il sindaco a incontrare i movimenti mercoledì 26 novembre.
Propio come una banda, ieri notte,
hanno deciso la vendetta: sgomberare l'Horus di piazza Sempione, nonostante il prefetto continuasse a chiedere una trattativa politica che facesse riferimento alla delibera 26 del Comune di Roma. Uno scontro di poteri che spiega bene i rischi di restringimento delle libertà prodotti dalla crisi della rappresentanza al tempo della crisi globale.
Verso le 11 abbiamo deciso di occupare il Municipio IV
, la stessa filiera politica e di potere di Alemanno, bloccando le attività e costringendo il presidente Bonelli a improvvisare una trattativa con rappresentanti della regione e della provincia. Un solerte agente di polizia ha pensato bene di impugnare una pistola e puntarla addosso agli attivisti. Dopo 4 ore di presidio e dopo aver minacciato l'occupazione permanente dei tetti, come per miracolo, arriva la decisione: domani, venerdì 20, alle 14, è convocato il tavolo di trattativa diretta tra Municipio, Regione, Provincia. La lettera protocollata ha come oggetto la "destinazione culturale e sociale di parte della struttura ex Gil, di piazzale Adriatico (Montesacro) per garantire la continuità delle attività dell'Horus di piazza Sempione".
Questo è un primo risultato concreto della resistenza
messa in campo oggi, che risponde alle necessità di conquistare un nuovo spazio liberato nella città. Ma non ci basta, ovviamente. Oggi alle 18, assemblea cittadina per promuovere una campagna di resistenza e di rilancio, ma anche per capire insieme se è giunto il momento di una iniziativa nazionale, a Roma, che parli la lingua dell'indipendenza, dei diritti e della libertà.Horus Resiste
Blocchi Precari Metropolitani

Galleria Fotografica EidonPress


fonte:

http://www.globalproject.info/



venerdì 13 novembre 2009

Ilio Barontini e l'Africa

Per dignità non per odio- GAP

Un eroe livornese: Ilio Barontini in Africa

Qualcuno penserà, ma cosa c’entra tutto questo con Livorno e il quartiere Pontino? C’entra perché la Costituzione non l’hanno guadagnata e scritta i Folgorini morti accanto ai tedeschi, ma gente come Ilio Barontini, livornese e abitante di questo quartiere. In questo articolo vogliamo ricordare la sua difficile missione in Somalia, nazione martoriata da una storia difficile fatta di invasioni, dominazioni sanguinarie e stragi civili. Somali, Etiopi ed Eritrei, purtroppo, a causa di queste vessazioni, ad oggi non trovano ancora pace. La loro patria è molto più a sud di El Alamein, ma oggi è gente molto vicina a noi, se consideriamo, ad esempio, la numerosa comunità somala ed eritrea livornese, composta nella stragrande maggioranza da rifugiati politici.
Ilio Barontini, nel 1938, decise di andare laggiù, insieme a allo spezzino Bruno Rolla e il triestino Anton Ukmar per aiutare questa gente a liberarsi dall’ “impero” fascista. Malgrado il pugno di ferro di Graziani, l’Etiopia era ben lontana dall’essere sottomessa. Barontini, Rolla e Ukmar avevano un lasciapassare del Negus e lettere di accompagnamento per gli alleati dell’imperatore. I tre erano chiamati i “tre apostoli”, Barontini era “Paulus”, Rolla era “Petrus” e Ukmar “Johannes”. C’è di più. Il Negus dette a Barontini il ruolo di consulente del governo provvisorio alla macchia e il titolo di vice imperatore. Barontini e gli altri due “apostoli”, che agivano in zone diverse, predicavano l’unità delle razze e delle coscienze. Riuscirono ad infondere il senso del nazionalismo. Non era mai accaduto nell’Africa tribale. C’era una fame terribile anche allora, in Etiopia. Per non pesare sulle tribù, Barontini faceva mangiare ai partigiani i coccodrilli. La polizia italiana seppe di Barontini e presto si sparse la voce di questo capo bianco che dirigeva la resistenza. Misero una taglia sopra la sua testa e fecero circolare la sua foto. Ma “Paulus” aveva una gran barba. Era irriconoscibile. Comunque andarono vicini alla sua cattura. Un capo tribù arrivò al comando di “Paulus” con i suoi uomini e chiese di entrare fra i partigiani. Poche ore dopo tentò di saltare addosso a “Paulus”, ma “Paulus”, che stava sempre in guardia e non dormiva due notti di seguito nel medesimo posto, evitò la tagliola e le suonò al traditore. Anche qui ci sono degli italiani che combatterono contro gli italiani. Oggi è chiaro che la spedizione in Etiopia fu un errore, un dispendio inutile di vite, di capitali. Che poi gli italiani agli ordini di Graziani e quelli che scesero laggiù per lavorare, fossero quasi tutta brava gente, è un altro discorso. Tanto è vero che Barontini non volle mai che fosse torto un capello ai soldati italiani caduti prigionieri. E tanti italiani sono rimasti nelle tribù, di loro volontà, dopo essere stati fatti prigionieri.

tratto da Il Quartiere n.7 (ottobre 2009)

giovedì 12 novembre 2009

Padroni


Il tipo che si è presentato nei locali della Eutelia cercando di cacciare i lavoratori che occupavano lo stabile appartiene a questa "stirpe" (link).

'Sto tipo, per me, fa pari e patta con l'altro leghista che voleva fare gli interessi dei lavoratori rivendendosi l'azienda INNSE. In attesa di quello, rifiutava le commesse che gli arrivavano perché la rendita è una roba che con il lavoro non ci azzecca niente.

Prototipi di padroni grezzi. Ma avanguardia cialtrona nei modi spicci di tutta quella massa di parassiti che ingrassano sulla pelle di noialtri.

Ora io penso che una sana dialettica, fatta da pseudo sbirri armati di mazze di ferro e rappresentanti di quella medio piccola impresa del Nord che tanto va di moda, è ciò di cui molti di voi hanno bisogno per ritornare alla sostanza delle questioni.

Altro che tavoli concertativi, mediazioni e triccheeballacche. Quella roba è la parte più stupida ed evidente di un sistema che intimamente condivide quell'approccio. Solo che quelli sono coglioni, gli altri in modo più raffinato si accontentano di mettere a libro paga qualche rappresentante sindacale o qualche deputato eletto dal popolo.

Questioni di capacità finanziarie, relazioni ed immagine.
Il punto è che le cose non è che vadano poi così tanto bene come si ostinano a raccontarci. Siamo tanto nella merda. La produzione industriale è sulle montagne russe, ma nel senso della discesa. Soldi le banche non ne danno. I cantieri sono fermi e ieri per la prima volta una delle più grosse aziende che si occupa di manutenzione delle strade, dalle mie parti, ha visto i suoi operai incrociare le braccia.

Il sistema va avanti con i debiti, si spera che qualcuno possa onorarli. Però non si sa chi.
L'immagine di quegli sbirri da operetta mi hanno riportato indietro nel tempo, a quando la Fiat usava i suoi "guardioni" per rompere i picchetti e provocare gli operai.
Dicono che Torino sia stata progettata con viali ampi e larghi per un motivo di ordine pubblico. La cavalleria del re in questi spazi poteva manovrare meglio.

Adesso il re non c'è più, i cavalli anche. Però i viali ed i padroni sono quelli.

martedì 10 novembre 2009

Cronache dall'altro secolo



(Alfredo M. Bonanno e Christos Stratigopoulos sono rinchiusi nel carcere di Amfissa, a centocinquanta chilometri da Atene. Un carcere fatiscente, nel quale le condizioni detentive sono vicine a quelle di un campo di concentramento, tanto da essere soprannominato “il crematorio”. Sono stati rinviati a giudizio e aspettano il processo. Chi volesse scrivere loro può farlo inviando la corrispondenza a: Tzamala 3 - 33100 Amfissa - Greece. Il manifesto che vi abbiamo appiccicato qua sopra è – da quel che sappiamo - il primo scritto abbastanza sensato e significativo che sta circolando in Italia a proposito del loro arresto. Ci piace pubblicarlo qui, mescolandolo ai nostri racconti quotidiani di sommosse, evasioni e rivolte, proprio a dimostrare che “la dignità offesa che scaccia la disperazione e si trasforma in azione” non è una esortazione colma di speranza ma un fatto già concreto e che di processi insurrezionali in corso, bene o male, qualcuno ce n’è. Circoscritti e limitati quanto si vuole, ma meglio spendersi in questi che invecchiare aspettando i prossimi – sicuramente più vasti e puri e distruttivi –, magari lamentandosi a voce alta nell’attesa. Vi invitiamo dunque a scaricare e far circolare questo manifesto. E se poi avete voglia di leggere un po’, date una occhiata a questi brevi passaggi sulla “solidarietà” con i prigionieri, stralci di un articolo pubblicato proprio sulla rivista di Alfredo poco prima del suo arresto. Potrebbero essere un nuovo inizio di una vecchia discussione.)

fonte:http://www.autistici.org/macerie/?p=21703

lunedì 9 novembre 2009

Non mi chiedete se ho vinto o se ho perso

Poiché la politica con la p minuscola, che questo tempo esprime, non mi interessa più di tanto dedico un po' di questo spazio ai ricordi.
Lo faccio partendo da alcune testimonianze di compagni che, circa 10 anni fa, si riunirono per ripercorrere l'esperienza fatta in uno dei più famosi circoli del proletariato giovanile di Torino.
Il primo brano che propongo (non mi chiedete se ho vinto o se ho perso) è l'ultimo di un libretto che hanno scritto e che si trova in rete.
E' passato tanto tempo e quello che a molti di noi viene rimproverato è di essere ancora inchiodati a quei tempi. Sarà, forse, che quello che vediamo oggi non fa venir voglia di andare oltre la soglia di casa? Quello che è scritto nel brano lo condivido in gran parte, in particolar modo condivido il punto in cui alla fine di questa esperienza storica ed umana rimarrà un bilancio che ognuno di noi dovrà fare con la propria coscienza in funzione di come ha vissuto. Da quel punto di vista non è che mi senta tanto bene, alcune volte rimpiango il fatto di non aver dato corpo fino in fondo alle mie idee. Non credo che ci si possa limitare a "portare in tavola il pane" per la famiglia, perché quel pane lo produciamo noi ed il perché ed il come ,così come il quanto, rimane una questione ineludibile con cui da secoli si fa i conti.
Però adesso è così, anche se non ce ne siamo fatti una ragione.

...NON MI CHIEDERE SE HO VINTO O SE HO PERSO...

... all'interno del circolo c'erano dei comportamenti che rispondevano a bisogni che non sono stati recuperati dal mercato, cose che non sono monetizzabili...

... faccio una provocazione: forse il movimento del '77 è stato svilito e inglobato perché il mercato ha dato a ciascuno di noi la possibilità di realizzare le cose che avevamo prefigurato proprio attraverso il mercato stesso: ognuno ha trovato una sua nicchia.

Allora era possibile arrivare ad un compromesso facendo in modo che i soggetti antagonisti si realizzassero nel mondo delle merci, perché erano i rapporti di potere fra le classi che lo consentivano. Oggi il capitale produce dove vuole, cosa vuole e può esimersi dal contrattare con chi lotta e con i movimenti: a chi volesse meno orario e più salario il padrone risponderebbe "Chiudiamo qui e apriamo in Corea" o dove è più conveniente. Con questi meccanismi di ricatto, oggi tu non puoi più ritagliarti nessun tipo di compromesso. In qualche modo noi eravamo ancora tutelati da una situazione in cui il capitale non era riuscito a trasformarsi in maniera velocissima a livello internazionale...

... non credo che il movimento del '77 si sia esaurito perché le persone che ne facevano parte sono state assorbite dal mercato non avendo più niente da dire: il movimento è stato fermato, in qualche modo, con la repressione. Anche la lotta armata è servita da pretesto per fermare qualsiasi cultura di sinistra. Dopo ha sempre preso più piede il Pensiero Unico, la destra ecc. Gli anni ottanta io li ricordo come un periodo oscuro: non come una nicchia felice, ma come una nicchia cercata perché costretti dalla sopravvivenza...

... non ho l'impressione che sia stata la repressione a fermare il movimento. Ci sono state nella storia repressioni molto più forti che non hanno fermato le lotte dei movimenti e organizzazioni ad es. sotto il fascismo...Ad esempio il pentitismo, come fenomeno, non può essere solo stato causato della repressione...

... la repressione ha dato certo la spallata finale ma, secondo me, la causa centrale della fine è stata l'eterogeneità del movimento: tanti interessi, tanti bisogni, tutto messo insieme...

... anche le lotte dei minatori in Inghilterra nell’ottantaquattro e quelle della Fiat dell’ottanta sono ricordate ancora oggi in Italia ed in Inghilterra come una batosta pazzesca, una sconfitta enorme che ha cambiato il modo stesso di fare politica...

... C'è stata in Inghilterra, nel 1600, una rivoluzione grossa e violenta che l'ha devastata in lungo ed in largo. Lollardi, Livellatori, Diggers ne hanno fatte di cotte e di crude, ne hanno dette e scritte che se vai a leggere quelle cose dici "altro che il punk!" Hanno raggiunto livelli di sovversione incredibili: ma, spariti loro come persone (anche perché ne hanno ammazzati a migliaia), tutto è tornato come prima...

Io ricordo che in quest'ultimo periodo ero molto critico nei confronti del modo in cui ci eravamo mossi: ci eravamo fatti prendere in un meccanismo stile percussione, un colpo da una parte e uno dall'altra, solo che gli altri erano molto più forti e noi eravamo sempre di meno, sempre meno motivati e sempre meno capaci di star dietro alla situazione. Il circolo nostro è stato chiuso e non siamo più riusciti a organizzare niente. Il Leoncavallo è rimasto aperto, era stato occupato nel '75, anche perché loro erano molto più radicati sul territorio, sono stati più capaci a muoversi, poi Milano è tutta un'altra situazione.

... purtroppo gli slogan "riprendiamoci la vita", "partiamo da noi stessi e dai nostri bisogni", per qualcuno hanno voluto dire: riprendiamoci i nostri soldi, riprendiamoci le nostre carriere, riprendiamoci l'eredità di papà; per altri invece hanno voluto dire: riprendiamoci il cazzo nel culo, facciamoci le pere, facciamoci sparare. Adesso sto tirando giù in modo provocatorio, però tutto questo ha forse voluto dire individualismo sfrenato. Io non riesco a fare un bilancio preciso di quel periodo, ma il rischio di quelle parole d'ordine era proprio questo. È vero: noi si rifiutava il concetto alienato di militanza: andare a dare volantini davanti a fabbriche a gente che non sapevi manco chi cazzo era, che spesso aveva l'età del padre a cui eri contrapposto in famiglia. Ma, se parto solo dai miei bisogni, finisce che faccio solo il cazzo che mi pare a me, e per molti la banalizzazione di queste parole d'ordine ha voluto dire anche questo;

...La sinistra rivoluzionaria era sparita come forma organizzata, e noi in quel periodo a Torino, in pochi mesi, ma molto intensi, abbiamo riempito quel vuoto come eravamo capaci di fare e ci siamo dedicati in qualche modo a delle cose anche più grandi di noi, non perché non fossimo capaci, ma perché noi eravamo radicati sul territorio, avevamo messo insieme gruppi di amici...

... e pensate agli spettacoli oggi: enormi concerti anche gratuiti, tantissima offerta dai privati o dagli enti locali e tutto è partito allora anche per risposta alle nostre rivendicazioni...

... L'impressione è che noi abbiamo messo in piedi una roba effimera: le società sono come il mare, ma dentro ci sono cose fatte di roccia: la chiesa cattolica sono duemila anni che sta lì a rompere i coglioni, e loro usano dei metodi ben precisi per darsi continuità nel tempo.

Oggi mi sembra che quello che abbiamo fatto nel '77 fosse buttare acqua sui muri: s'asciuga. Vabbè, se ne butti tanta, il muro un po' si scrosta, ma cinquant'anni dopo la casa è ancora in piedi e la pioggia è passata, dimenticata. Quindi la politica è una roba che necessita di certi metodi, strumenti e organizzazione e non c'è un cazzo da fare, noi su quel terreno abbiamo perso...

... Lotta Comunista, ad esempio, è una struttura non effimera, che dura nel tempo, gente se ne va, gente arriva e le fanno una bella scuola quadri, ma non cambia un cazzo. Anche noi avremmo potuto fare la stessa cosa, ma non sono convinto che questi metodi garantiscano il cambiamento vero.

... è vero che tutta una serie di comportamenti sono rimasti. Non sono molto visibili, sono sotterranei, ma ci sono e mantengono una certa coerenza rispetto ad allora...

... le organizzazioni, i partitini della sinistra rivoluzionaria cercavano d'inseguire la società, che è un casino complessa, e si articolavano il più possibile: studenti, operai, disoccupati, proletari in divisa, cercando anche di farlo sul territorio, nella nazione; ma questa roba si è completamente spappolata nel '77. Tutto è stato frantumato e triturato. Ognuno poi si è ridotto a gestirsi, appunto, il proprio personale, la propria individualità più o meno per gruppi piccoli, molecole, più o meno per coppie o per famiglie o per bande...

... oggi stanno sicuramente venendo di nuovo al pettine una serie di contraddizioni irrisolte che creeranno sicuramente grossi casini; sarebbe utile vedere quali delle nostre esperienze passate potrebbero essere utilizzate, visto che sempre più gente viene tagliata fuori e sempre meno la società è in grado di rispondere alle domande: così come noi non siamo stati in grado di affrontare la complessità, non è detto che gli altri riescano a governarla la complessità...

... La maggior parte delle persone che hanno continuato delle attività, l'hanno fatto in un ambito ristretto: c'è chi si è occupato più di ecologia, chi si è occupato di problemi internazionali delimitandoli anche molto, uno Cuba, l'altro il Vietnam o il Nicaragua, scegliendo cioè un settore molto specifico e ristretto proprio come fuga dal confronto con la complessità. E non perché tutto il resto interessasse poco, ma uno diceva <>, che può essere anche stato un problema di coscienza: <> ...

... negli anni settanta si sta rompendo quella forma di patto sociale, che gli economisti chiamano "compromesso di tipo Keynesiano", tra classe lavoratrice e padronato che garantiva un reddito minimo alle famiglie consentendo l'accesso al consumo delle merci. Queste merci erano prodotte però da un sistema di produzione abbastanza rigido di tipo fordista. Questo patto sociale ti permetteva la macchina, un livello di istruzione secondario, gli ospedali... ti permetteva tutta una serie di cose. Quel modo di produzione era legato alla fabbrica tayloristica ed era rigido: bastava bloccare un punto per fermare tutto. Questo ha provocato processi di ristrutturazione che non erano solo legati alla necessità di rispondere alla lotta operaia, ma anche al fatto che la società stava cambiando. Vorrei collegare questo al problema dei bisogni e della soggettività: forse il nostro modo di porci di allora, frammentato e più individualistico, è servito anche da stimolo nei confronti di un assetto produttivo che stava cambiando verso il mercato diversificato: si passa da un modello di mercato che produce e che poi si pone il problema di trovare delle persone che comprano, ad un mercato in grado di produrre in funzione di bisogni diversificati e molteplici. I nostri comportamenti d'allora e il nostro modo di partire dai nostri bisogni sono stati utilizzati: il sistema produttivo fa questo di continuo usando elementi che agiscono nella società per trasformarsi continuamente. Non a caso i sistemi di comunicazione oggi utilizzano molto le forme che noi usavamo allora col teatro di strada, o con le forme più dirette o ironiche. La pubblicità oggi usa molto queste forme che erano un nostro mezzo creativo di allora, ad esempio le trasmissioni con la linea telefonica diretta che erano partite dalle radio libere...

... Se tu oggi mi dici: "facciamo un bel partito strutturato e poi facciamo la rivoluzione", io ti rispondo che non ci credo. Quel modo di fare politica è finito qui in Italia in quegli anni lì, ma, andiamo a vedere cosa è successo dove dicono esserci stata la rivoluzione comunista! Non si può certo dire che tutto sia andato bene, anzi. Guardiamoci intorno: oggi la gente si scanna per il colore della pelle, per una religione. A me non frega un cazzo di sapere come scopi, se in una posizione o nell'altra, però cosa tu pensi del razzismo, di tolleranza, eccetera, diventa importante, perché oggi dobbiamo fare i conti con marocchini, albanesi, senegalesi ... la nostra visione, più o meno marxista, deve fare i conti con queste altre culture, in Italia non ci siamo solo più noi ...

... La risposta che ho dato rispetto ad allora e che continuo più o meno a dare è questa: forse l'alternativa è cercare di essere coerente con la propria visione del mondo, delle cose e di sé stessi e di cercare di produrre dei cambiamenti all'interno delle singole realtà. Tenendo conto che è un casino perché da soli è dura, questo però non ci può esentare da questa cosa qui.

... sono passati vent'anni, ma ci si ritrova ancora a parlare qui con un certo spirito. Molti hanno fatto delle scelte non lontane dai presupposti d'allora: ci sono quelli che vivono ancora fuori dalla famiglia con modi alternativi, che usano il denaro in un certo modo. C'è il rifiuto della modernità e si cerca di vivere la propria vita basandola su dei valori che allora erano prioritari come lo sono oggi: essere anziché apparire ad esempio. Secondo me, è stata una generazione che non ha perso e non se l'è presa nel culo: io, da questo punto di vista, non mi sento assolutamente un perdente. È vero il potere non è stato preso, oggi c'è il PDS e allora c'era la Democrazia Cristiana e sappiamo che tutto è uguale, ma non mi sento un perdente, perché mi sembra che nella mia vita, così come in quella di tanti, si sia riusciti a mantenere una coerenza ed anche una linea rispetto a quello che pensavamo allora: dicevamo "lavorare meno lavorare tutti": nessuno o quasi lavora in fabbrica, nessuno ha sacrificato la propria vita appresso al mito del lavoro, che allora era comunque forte, cerchiamo di avere rapporti umani di un certo tipo e questo è rimasto un bisogno fortissimo; c'è una ricerca continua di contatti. Non è successo che ognuno sia andato per la sua strada facendo carriera...