Visualizzazione post con etichetta guerre. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta guerre. Mostra tutti i post

sabato 13 marzo 2010

Storie ordinarie di cronaca politica e vecchi rivoluzionari

Approfittiamo del tempo concessoci dal supremo per fare due cose:
1- un collage di notizie dal sito macerie che racconta, nell'ordine, della scarcerazione di compagni arrestati e di ciò che accade in città e che difficilmente troverete in cronaca.
2- un tributo narrato, dal sottoscritto, ad un rivoluzionario come Emiliano Zapata, uno che non ebbe modo di distinguere tra dittatori alla Diaz e liberali compassionevoli in quanto, una volta al potere, sia gli uni che gli altri trattarono la questione della distribuzione delle terre a chi le coltivava guardando solo agli interessi dei latifondisti e dei poteri "forti". La sua storia ci insegna un sacco di cose e non è che ci sia molto da aggiungere in più.

fonte:
http://www.autistici.org/macerie/

ombrello.jpeg

Tutti liberi gli arrestati nell’operazione del 23 febbraio scorso: nessuno dovrà più stare in galera o ai domiciliari, anche se qualcuno avrà l’obbligo di firma. Dopo due settimane, si iniziano a vedere le prime crepe nel castello di accuse malamente costruito dal PM Padalino (in un ritratto) e dal capo della Digos Petronzi (nella foto).

Ma la storia senza dubbio più emozionante è l’evasione di un gruppo di reclusi dal Cie di Torino. Avremmo voluto raccontarvela in anteprima, ma qualche agenzia di stampa ha già battuto la notizia: nella notte tra giovedì e venerdì sono riusciti a scappare almeno in otto, sembra attraverso dei buchi scavati da tempo, e fino ad ora sono ancora tutti liberi.

In culo alla Polizia, agli alpini, alla Croce Rossa e a tutti i magistrati, politici e giornalisti razzisti. Viva la libertà e chi se la conquista!

Cronaca

Buttafuori (e filo spinato)

9 marzo. Via i vecchi reduci dell’Associazione nazionale Alpini, largo aigiovani buttafuori dell’Hydra Service, guidati dal noto picchiatore Diego Simioli. Saranno proprio loro, i famosi responsabili del servizio d’ordine del Pd, a garantire la sorveglianza notturna della caserma di via Asti, dove sono alloggiati alcuni dei profughi e rifugiati politici protagonisti delle occupazioni di via Bologna e corso Peschiera. Il cambio della guardia è stato deciso dalla sinistra Fondazione Dravelli (legata all’Arci), che ogni mese incassa dal comune decine di migliaia di euro da spendere per il bene dei profughi. E sempre per il bene dei profughi, già da qualche tempo alcuni punti della caserma sono stati addobbati con del filo spinato.

Integrazione

9 marzo. Ennesima retata a Porta Palazzo, questa volta sui tram della linea 4. Mentre gli alpini piantonano le porte dei mezzi, controllori e polizia chiedono biglietti e documenti. A seguire l’operazione, un paio di camionette della polizia. Tra chi i controllori c’è anche un uomo in borghese coi tratti nordafricani: potrebbe essere Mostafa El Daodi, uno dei cinque controllori di origine straniera assunti dalla GTT tre mesi fa. Ecco cos’è l’integrazione.

Benzina

9 marzo. Dopo lo sgombero dall’alloggio ATC che occupava in corso Salvemini con la moglie e quattro figli, un uomo si è cosparso di benzina e ha minacciato di darsi fuoco nel cortile della circoscrizione 2.

Goffi

8 marzo. Nella notte ignoti entrano nella sede elettorale dell’UDC, in via Cernaia 16, e portano via due computer con i dati della campagna elettorale e un telefono cellulare. Prima di andarsene, strappano i manifesti del partito e si accaniscono in particolare contro la sagoma in cartone che ritrae Alberto Goffi. «Spero davvero sia stato solo un atto di vandalismo» ha commentato Goffi, quello in carne ed ossa.

Con le pive nel sacco

8 marzo. Se ne torna a casa con le pive nel sacco l’ufficiale giudiziario che questa mattina avrebbe voluto eseguire l’ennesimo sfratto dei suoi quindici anni di “onesto lavoro”, per usare le sue parole. A convincerlo a rinviare la pratica al 1 aprile ci hanno pensato decine di solidali della Rete per il diritto alla casa, accorsi per dar man forte ad una famiglia morosa che aveva deciso di non abbandonare l’alloggio.

Fumetti

7 marzo. Moncalieri. Imbrattati nella notte numerosi manifesti del candidato sindaco del Pdl Stefano Zacà, in particolare nel quartiere collinare di Revigliasco, proprio quello dove vive il politico. Un fumetto diverso per ogni manifesto, questi alcuni esempi: «Siamo un gruppo di infami», «Mafioso? Si certo!», «Ogni mese ti tolgo lo stipendio».

Su commissione?

7 marzo. “Calabresi farai la fine di tuo padre”, questa l’ennesima scritta comparsa nella notte sui muri della sede torinese del quotidiano “La Stampa”, in via Tiziano 62. Allertati dalla vigilanza privata, che aveva visto la scena grazie alle telecamere di videosorveglianza, i carabinieri fermano poco minuti dopo due ragazzi rumeni. In un cestino poco distante i militari avrebbero trovato uno zainetto, con dentro un biglietto con la scritta incriminata. Da qui la fantasiosa ipotesi che gli autori del gesto abbiano agito su commissione.

I destini della sinistra

3 marzo. Nel pomeriggio, in una sala in pieno centro a Torino, una elegante manica di sorridenti intellettuali, si è data convegno, alla presenza del bel sindaco Chiamparino, per discutere attorno ai destini della sinistra, tematica suggerita dalla presentazione di un libro. Destini della sinistra? Un gruppo di compagni antirazzisti, con in serbo alcune impressioni a riguardo, ha sentito l’urgenza, pur senza invito, di partecipare all’incontro, distribuendo volantini e aprendo uno striscione (di fatto disturbando). […]

Determinazione

1 marzo. Idrissa stava partecipando allo sciopero dei migranti, e forse non si aspettava che gli sbirri proprio oggi avrebbero provato ad arrestarlo per non aver ottemperato all’ordine di espulsione; gli sbirri forse non si aspettavano che arrestando lui il presidio colorato delle associazioni sarebbe diventato un corteo, che infine si sarebbe rifiutato di sciogliersi fino al momento della sua liberazione. Tra i tanti striscioni della manifestazione, anche quello dal balcone di Marco, ai domiciliari per via del suo antirazzismo, che recita «Fuoco ai C.I.E.». Davanti alle provocazioni di sbirri e PM razzisti bisogna agire, insieme, con determinazione.

http://www.youtube.com/watch?v=oNVLQc5Iiaw

giovedì 25 febbraio 2010

Chi è il terrorista?

lunedì 22 febbraio 2010

Oggi sulla 1a pagina della Stampa c'è questo titolo

Almeno 27 vittime
in un attacco aereo,
McChrystal si scusa
"Siamo qui per voi"



Cosa dobbiamo dire? Pessima comunicazione? Credo, al contrario, che l'arte dell'inganno con questa gente è veramente sopraffina. Una volta si limitavano a dire "banditi" uccisi durante un rastrellamento, ora fanno i dispiaciuti e comunicano in modo trasparente il nuovo macello in attesa del prossimo.
D'altra parte il nostro è un sistema "democratico" in cui le notizie sono talmente tante e buttate lì a centinaia che è meglio mostrare candidamente quello che si è fatto piuttosto che nasconderlo e rischiare di sollevare un inferno che ti può costare paginate di giornali per settimane. In questo modo la notizia sarà ruminata insieme alle altre e tutto continuerà come prima.

E' uno strano mondo di "civilizzati" il nostro. Ci battiamo laicamente contro il Burka delle donne afghane, per la parità dei diritti e tutto ciò che può colorare di rosa la nostra splendida esistenza. Trattiamo con sufficienza e dall'alto del nostro sapere gli incolti, il popolo bue ed i trogloditi del terzo e quarto mondo. Non riusciamo proprio a concepire come non ci capiscano.
Ieri sera sdegnati abbiamo assistito alla fustigazione di una giovane donna trasmessa in TV, ed abbiamo pensato "sti cazzi, che barbari". Quando abbiamo letto il titolo qua sopra non abbiamo non potuto sottolineare la differenza " Che stile, se lo avessero fatti quegli stronzi col cazzo che ti chiedevano scusa"

venerdì 4 dicembre 2009

La guerra dell'acqua è iniziata

Da Antonio ed attraverso la mailing list di medicina democratica ricevo e pubblico:

Segnalo la gravissima situazione igienico sanitaria che si è creata oggi a Zingonia dove è stata tagliata l'acqua in pieno inverno a 150 famiglie di migranti. I media non ne parlano perchè interessati alla "grave" crisi politica dei rapporti tra il Berlusca e Fini. Intanto donne e bambini si devono lavare per strada al freddo, mentre i media sono preoccupati per la "gravissima" epidemia di influenza H1N1.

Chiedo a Medicina Democratica di prendere posizione con un comunicato ufficiale di condanna per il gravissimo rischio per la salute di queste persone che abitano in queste case dopo averle pagate tramite mutui agevolati. Chiedo che si ribadisca con fermezza che l'acqua è un diritto per la vita e per la salute che la stessa OMS e l'UNICEF fissano in almeno 50 litri al giorno per persona.

ANSA) - BERGAMO, 3 DIC - Ore di tensione a Zingonia, in
provincia di Bergamo, dove da questa mattina cinque palazzi,
oltre 150 famiglie, la maggior parte composte da
extracomunitari, sono senza acqua dopo che l'azienda competente
ha interrotto l'erogazione perche' da anni nessuno paga le
bollette. Il debito ammonterebbe quasi 300.000 euro. Tutta
l'area e' presidiata dai carabinieri in vista di una
manifestazione di protesta prevista nel pomeriggio.
La Bas SII, azienda della A2A che eroga l'acqua nel paese
della Bassa Bergamasca, ha disposto la chiusura del servizio
dopo aver sollecitato piu' volte il pagamento delle bollette
insolute. Alle 9 i tecnici dell'azienda si sono presentati, come
annunciato nei giorni scorsi, e hanno letteralmente tranciato i
tubi che portano l'acqua negli appartamenti. In giardino sono
state installate due fontane per l'approvvigionamento degli
inquilini.
Con il passare delle ore la situazione, anche dal punto di
vista igienico, e' diventata sempre piu' drammatica.(ANSA).


Leggi su questo il post di Antonio Palladino


A ZINGONIA E' INIZIATA LA GUERRA

Tutti i cambiamenti iniziano dagli ultimi. Se poi si tratta della privatizzazione dell’acqua, le nuove regole del governo riguardano gli ultimi tra gli ultimi. Questa mattina a Zingonia - in provincia di Bergamo - è partita la battaglia più turpe di questo governo, con il taglio della fornitura idrica per 150 famiglie.

Le prime vittime sono centinaia di migranti, che abitano il condominio Athena, palazzi che fino agli anni ’80 ospitavano i “terroni”, ed oggi sono il rifugio per gli stranieri che nel profondo nord nessuno vorrebbe come vicino. Donne e uomini sfruttati di giorno e costretti, ora, a sperimentare per primi la gestione privata dell’acqua.
I bambini ieri si sono dovuti lavare all’aperto nelle due fontanelle pubbliche aperte da A2A per “le esigenze vitali”. I sanitari non funzionano più, creando una situazione drammatica in una zona già degradata.
L’operazione di A2A - la stessa società, è bene ricordarlo, che gestisce l’inceneritore di Acerra - è in realtà la prima fase di una vera e propria pulizia etnica e sociale della zona, che è entrata nelle mire degli speculatori finanziari. Prima hanno mandato i provocatori fascisti della Lega - Borghezio e altri squadristi - che hanno creato un po’ di baccano e tanta propaganda. Poi hanno preparato i progetti di “riqualificazione”, nel senso di cacciare le famiglie e preparare il terreno ai palazzinari della Lombardia da bere. Ora - per terminare il lavoro - hanno deciso di assetare il nemico, di farlo rimanere senza un bagno, di rendere insopportabile la vita.
Servirà una reazione chiara da parte del movimento per i beni comuni, anche perché iniziano dai migranti, ma arriveranno nelle nostre case. E forse sarà già troppo tardi.


lunedì 21 settembre 2009

Morire da parà

In giro per il web un mix delle voci che mi rappresentano sulla questione dell'Afghanistan

1- Questi "ragazzi" sanno quello che fanno: non sono coglioni come il giornalismo italiano pretende noi siamo.
Sanno che là, fuori dal compuond, ogni giorno li aspetta l'ostilità di migliaia di afgani.
Sanno che un ingorgo in centro può essere un problema molto serio.
Sanno che in otto anni gli afgani hanno assaggiato una versione narcotica, prevaricatrice e bombarola della democrazia.
Sanno della pagliacciata della ricostruzione e quanto costa costruire un anche un piccolo ambulatorio se prima devi setacciare la sabbia palmo a palmo in cerca di armi.
Sanno che tanti neopoliziotti se non sono ricattabili dalla fame si danno alla fuga con addestramento ed armi NATO.
Questi "ragazzi", soprattutto, conoscono molto bene il motivo per cui hanno chiesto di servire la Patria: sono i 144 euro di diaria; i più giovani per farsi la cabrio, i più vecchi per il mutuo.
_________________
http://sacrabolt.altervista.org


2-A commento di questo post http://www.dongiorgio.it/pagine.php?id=1818&nome=prima
Mah, indubbiamente quando c’è in qualche modo di mezzo la religione, tutto viene un pò falsato e reso irrazionale ....

Così come quando la si butta sull’ "etica" e non su una corretta analisi marxista, scientifica, "di classe" come si diceva una volta.

E’ vero, i parà non sono "mercenari" nel senso stretto del termine, in quanto "lavorano" per un solo paese e non si offrono, come appunto i "mercenari" classici, al miglior offerente.

Ma, antiretorica per antiretorica, i parà non sono nemmeno i poliziotti di Valle Giulia di cui parlava Pasolini o gli alpini italiani morti sul Don di una famosa canzone degli Stormy Six.

Sono, come amano definirsi anche loro, dei "professionisti" della guerra.

E sono in larghissima parte fascisti ... è certamente antipatico dirlo oggi ma sul profilo facebook di uno dei morti di Kabul c’erano scritte cose tipo "ringrazio Dio d’avermi fatto nascere fascista" e puttanate simili ... che ricordano la bandiera di Salò affissa sui muri della caserma di Nassirya che fu fotografata dopo l’attentato tra le macerie ....

E poi, il prete in questione tesse l’elogio della moglie di Gino Strada ed in generale dell’intervento umanitario di Emergency, mica dei talebani ....

Ripeto, quando c’è di mezzo la religione e/o l’etica ( e vale per i talebani ma anche per certo pacifismo cattolico come per certe logiche giustizialiste e "girotondine") si rischia sempre di deragliare rispetto alla razionalità e alla politica ....

Ed è senz’altro politicamente più giusto e produttivo dire - senza alcuna simpatia per i talebani - che i parà uccisi a Kabul sono prima di tutto vittime di una guerra ingiusta e di chi li ha mandati a combatterla, cioè i governi.

Piuttosto che abbandonarsi a battute stupide ... tipo il "talebani 6 parà zero" comparso su facebook e su qualche nodo locale di indymedia ..... o le imprecise disquisizioni di questo prete sui "mercenari" ....

Rimane il fatto che comunque questo esercito di "professionisti" - e poi in fondo i parà lo sono sempre stati pure quando l’esercito era di leva - è innegabilmente un coacervo del peggior fascismo ....


E questo è preoccupante non solo per l’utilizzo che ne viene fatto in guerre lontane .... ormai i parà in tuta mimetica la destra li ha sparsi pure per le strade delle nostre città ....

K.

http://bellaciao.org/it/spip.php?article24893#forum18802



3-sassicaiamolotov 18 Settembre 2009 at 17:41

@Italiano: contrariamente a quanto volgarmente viene lasciato intendere dai nostri “signori della guerra” in salsa amatriciana a sinistra nessuno è contrario al partire armati ed intraprendere lotte di liberazione, anche guerre se necessario, per liberare un popolo dalla schiavitù e dall’oppressione. Altrimenti Che Guevara lo avremmo lasciato alla destra; però vedi, caro italiano, il punto è che andare in casa di altri pensando col proprio metro di valori a ristabilire un “ordine” quando questo ordine non risponde minimamente al desiderio ed all’aspettativa del popolo su cui siamo piombati armati di tutto punto, col solo risultato di aumentarne il massacro di civili e di dare la (giusta) impressione di essere soltanto altri oppressori in cerca di risorse da sfruttare, ebbene questo si chiama TERRORISMO.
Perchè se credi alla palla dell’esercito andato in Afghanistan a portare pace, ordine e democrazia per prima cosa vuol dire che non hai la più pallida idea di cosa sia l’Afghanistan e seconda cosa che la tua unica fonte di informazione sono le veline governative.
Io non ho nessuna condivisione di valori con chi approva questa guerra mascherata con ignobile ipocrisia dal termine “missione di pace”.
Nessuna.
Amo la mia terra, amo la mia famiglia, amo il mio paese.
Ma la mia famiglia non sarà MAI la famiglia ipocrita ed assassina che manda a morire i suoi figli più vulnerabili (tutti del sud i 6 morti, ma guarda un pò) e che li fa crepare di uranio impoverito nell’indifferenza generale. Questa non è la mia famiglia.
E non è la mia Patria quella che accetta che un bavoso mafioso tra una mignotta e l’altra mandi a morire dei ragazzi imbevuti di slogan e di retorica patriottarda al solo fine di fare la guardia a due bidoni di benzina, come in Iraq. O che si accoda non ad uno stato ma alle aziende di Dick Cheney per andare in guerra mentre qui in Italia si faticano a trovare risorse per gli ammortizzatori sociali e si smantella tutto il sistema educativo.
Quella patria se la possono ficcare su per il culo.
E la mia terra non è quella di chi con una politica assassina permette che i rifiuti vengano palleggiati tra le mani di affaristi e criminali, per poi ritrovarci con bidoni radioattivi sui fondali marini e con popolazioni con percentuali di morti di tumore da guerra civile.

La mia famiglia ha rispetto della terra su cui vive, ha un senso di comunità con gli altri nuclei familiari perchè il lavoro ci unisce per creare il benessere di tutti, non quello di pochi e la disperazione di non arrivare a fine mese di troppi, la mia PATRIA lavora con la diplomazia e con l’amore per il prossimo per la pace tra i popoli, la mia Patria non fa in tv servizi agiografici su dittatori arrivati dal bergamasco ad opprimere le libertà come in Honduras, la mia Patria non sbatte fuori o manda a morire donne, anziani e bambini che scappano da orrori che noi da qui non possiamo neanche immaginare o obbligano dei medici a fare la spia in barba all’etica più nobile che esista solo perchè dei razzisti xenofobi che insultano quotidianamente la bandiera italiana tengono per le palle un mafioso arrapato.

E’ questa la tua PATRIA, è questa la tua famiglia? E’ questa la tua terra?

Io sto lavorando da 30 anni e mi sono rotto la schiena per questo paese, vedete di non tirare troppo la corda perchè a posare gli attrezzi da lavoro e prendere le armi in mano per una guerra di Liberazione in nome della Patria della Famiglia e del Paese è un’ipotesi alla quale sembra abbiate tutte le intenzioni di volerci costringere.



Per chiudere una considerazione presa da un forum in cui si discute sull'uso della violenza e del pacifismo

Maria-Cristina Serban
I tempi di Gandhi erano diversi, un'altra era della globalizzazione. Il commercio (trade), la terza rotaia della politica americana, è oggi comunemente accettato, spesso senza sfida, come se fosse una divinit... Visualizza altroà da propiziare a tutti i costi - anche se significa sacrificare lavori, famiglie, case, città o ecologie intere. Tanta gente scommette sul capitalismo moderno, malgrado i guadagni diminuiti, consolandosi per le guerre che offrono “la risposta” (quelli che le oppongono sono quasi-inesistenti). La risposta non violenta mi pare sia un anacronismo nella società odierna dominata dalla violenza. Cosa rende Gandhi rilevante oggi?... Perché i sionisti non adottano i metodi azzardosi di Gandhi? E potrebbe la non violenza predicata con acume da Gandhi essere usata nella lotta al terrorismo / guerra per il capitale di Obama? Perché l'impiego tattico di Obama nella sua lotta al terrorismo / guerra per il capitale non è quello di Gandhi?

venerdì 24 luglio 2009

Internazionalismo, il forum di Beirut

Impressioni di alcuni compagni di ritorno dal Forum di Beirut

Nel gennaio scorso abbiamo partecipato al Forum Internazionale di Beirut “per sostenere la Resistenza anti-imperialista dei popoli e la costruzione di alternative alla globalizzazione”, di cui già Senza Censura si è occupata, nel numero 28, pubblicando le dichiarazioni finali.
Noi ora, se non possiamo certo fornire una approfondita analisi dei temi trattati e del significato politico complessivo di questa interessantissima e importante iniziativa, possiamo però offrire degli spunti di riflessione.
Innanzitutto, per quanto riguarda la contemporaneità con la feroce e criminale aggressione di Israele a Gaza, abbiamo colto un cambiamento di prospettiva, se così si può dire. Noi, infatti, giungevamo dall’esperienza delle grandi manifestazioni milanesi in solidarietà con Gaza, e dentro di noi era dominante lo sdegno, la rabbia, la pena. Ebbene, qui al Forum, se pure sdegno, pena e rabbia erano presenti, e si concretizzavano anche in drammatiche informazioni visive (con terribili foto delle distruzioni e dei massacri compiuti dall’esercito israeliano), si respirava qualcosa di concretamente diverso: la consapevolezza del carattere vittorioso della Resistenza di Gaza, e questo ci faceva immergere in un altro mondo, passando dall’“esternità” di chi solidarizza vivendo in quell’Occidente che opprime e violenta, al cuore di quel mondo che resiste e combatte nella consapevolezza che la vittoria sul sionismo e sull’imperialismo è possibile.
Altro elemento che ci ha fortemente impressionato è stata la comunanza di punti di vista tra soggetti con formazioni ideologiche del tutto differenti.
L’intervento del religioso mussulmano, con tanto di turbante, che esordiva invocando Allah il misericordioso, trattava della necessità di opporsi al colonialismo e all’imperialismo, e legava questa lotta (come dice anche una delle dichiarazioni finali) alla lotta contro il capitalismo globalizzato e la distruzione delle conquiste sociali.
E così, era palpabile, pur nella diversità dei punti di partenza e della formazione ideologica, la consonanza con l’intervento del professore francese della Sorbona, che riferiva dei suoi seminari sul marxismo, inteso non come bibbia della verità rivelata, ma come strumento per analizzare al meglio la realtà.
E così agli interventi di Hamas, FPLP, Hezbollah, potevano seguire relazioni di Ramsey Clark (ex ministro della giustizia USA durante la presidenza Carter, ed ora promotore di tribunali sui crimini di guerra USA in Iraq), o dell’ex segretaria del PTB (partito del Lavoro del Belgio) che ben descriveva le difficoltà per i movimenti, in Europa, di essere a fianco delle resistenze, e ciò anche per il formarsi di quelle specifiche normative repressive create appositamente per impedire queste “saldature” almeno nella solidarietà.
Ma era poi il complessivo panorama degli interventi e delle nazionalità ad impressionare: filippini esponenti di un partito di ispirazione maoista, cubani, sudanesi, giovani marocchini, indiani, turchi, pachistani, egiziani, iracheni, siriani, iraniani, ed una vivace delegazione venezuelana, ben impegnata a sottolineare il legame tra la loro rivoluzione e la loro lotta contro l’imperialismo USA e le lotte dei popoli mediorientali contro questo stesso imperialismo ed il sionismo.
E, negli interventi, si poteva notare una significativa franchezza nell’esprimere difficoltà e problemi: ricordiamo ad esempio come Alain Gresh, giornalista di Le Monde Diplomatique, sottolineasse che per gli europei è importante non offrire il fianco all’accusa di “scivolare” dall’antisionismo all’antisemitismo, e ciò proprio per la nota specificità della storia d’Europa.
Questo complessivo quadro conteneva, poi, specifici interventi, alcuni molto interessanti, come quello di Luis Britto, professore venezuelano di economia, che approfondiva il tema della crisi economica globale, indicando diversi scenari possibili, dalla guerra ad una ripresa dei movimenti rivoluzionari, ovviamente insistendo su questa seconda ipotesi.
Con la loro specificità erano poi presenti rappresentanti di movimenti europei (inglesi, greci, italiani, spagnoli, svizzeri, belgi, austriaci, irlandesi, norvegesi, francesi), che, però, e finalmente, non erano più “il centro del mondo”, ma si ponevano a fianco di un altro centro.
Secondo noi, infine, non è un caso che si sia richiamato, a premessa delle dichiarazioni finali, lo spirito della Tricontinental. E non è un caso, perchè forte è il legame con quello spirito, legame che supera le differenze, anche profonde, che connotavano i partecipanti al Forum.
E proprio questa possibilità di unità nelle differenze ci è sembrato il messaggio forte del Forum di Beirut, che ha manifestato quanto questa unità sia ricercata dal mondo arabo-mussulmano, e anche reso evidente quanto miopi siano coloro che, perchè situati all’interno dell’impero, si sentono ancora autonomo centro del mondo intero.


fonte:
http://www.senzacensura.org/

mercoledì 8 luglio 2009

Il libro che parla dell'insurrezione che verrà, guardate i segnali anche se sono deboli

Fonte:affaritaliani.it


"The coming insurrection" è il testo del momento, e potrebbe rappresentare per il movimento giovanile di protesta del futuro quello che alla fine dei '90 'No Logo' ha rappresentato per i No Global, e cioè una vera e propria 'nuova Bibbia'. Il volume spiega il rifiuto della Sinistra 'ufficiale' ed esorta all'insurrezione. Dalla Francia è arrivato nelle università Stati Uniti, dove i ragazzi si riuniscono per condividerne la lettura in attesa della rivoluzione. I pareri sono discordanti: se il governo d'oltralpe è preoccupato e parla di 'un manuale per terroristi', il filosofo francese Agamben afferma che si tratta di 'uno dei più intelligenti lavori del nostro tempo'.

Lunedí 06.07.2009 09:41

insurrection
La copertina
Un libro francese di autori ignoti mette la febbre addosso a molti americani. Il futuro non ha futuro, è scritto nel libro, e per gli americani che hanno da sempre navigato su barche abbastanza comode e su acque quasi sempre calme, senza un "futuro" nella mente, significa la fine prima del tempo. Il libro, che è stato intitolato "The coming insurrection", secondo il governo francese è "un manuale per il terrorismo". Il filosofo francese Giorgio Agamben lo considera "uno dei piu' intelligenti lavori del nostro tempo". Molti commentatori ritengono si tratti del lascito di Guy Debord.

Tradotto in inglese, "The coming insurrection" spiega attentamente il rifiuto della Sinistra ufficiale e della sua agenda riformista, mentre si allinea con il crescente numero di chi in Francia, negli Stati Uniti e altrove, rifiuta l'idea che teoria, politica e vita stessa sono reami separati. "The coming insurrection" (in italiano 'arriva l'insurrezione'...) è la prima pubblicazione ufficiale in USA della collezione di propaganda che si accentra al recupero di "comunismo" come una tattica per l'insurrezione globale.


GUARDA LA GALLERY

Mette paura addosso all'americano il fatto che il libro esorti apertamente la formazione di 'centinaia di comunita' basate sul principio dell'amicizia che si formano "in ogni stabilimento, in ogni strada, in ogni villaggio, in ogni scuola". In una parte della pubblicazione si legge: "Hanno usato i nostri genitori per distruggere il mondo e ora vogliono usare noi per ricostruirlo, e con un profitto". Molti giovani statunitensi la pensano proprio cosi'. Oggi gruppi di giovani dai 20 ai 30 anni si riuniscono privatamente per discutere pagina per pagina di questo libro. Anche in America, insistono, arriverà l'insurrezione. E come è scritto nel libro stesso, arriverà con le armi. Con il fuoco. "Non c'e' insurrezione senza armi!".

Ieri ho visitato la Yale, che frequentai per due semestri la prima volta che arrivai in questa nazione. Gli studenti una volta erano tutti conservatori, ragazzi destinati a "diventare qualcuno". Oggi, macchè. Appaiono nervosi, forse storditi dalle parole contenute nel libro "The coming insurrection"; qualcuno non crede che avverà negli Stati Uniti, la maggioranza pensa che si stanno creando le basi per una insurrezione e quando arrivera' non ci sara' modo di fermarla. Nella libreria Barnes & Noble (il piu' importante book store in America), nella Union Square di Manhattan, un centinaio di giovani si sono riuniti per celebrare la traduzione in inglese del libro scritto dall'Invisible Committee. Ne ha parlato anche il New York Times. Questi giovani hanno urlato che anche in America ci sara' un imminente collasso della cultura capitalista, con l'aiuto del governo Obama.

Barnes & Noble non aveva dato l'autorizzazione per la riunione e cosi' sono stati cacciati dalla polizia. Prima di uscire un giovane e' saltato su un tavolo e ha urlato: "Sono tutti d'accordo: esploderà presto", parole scritte nella prefazione del libro. Ha detto a Affaritaliani.it Jeff, studente 23enne: "Il libro è importante perché spiega la totale
bancarotta di tutto. Noi viviamo in un'estetica ampollosa con contenuto zero". In un mondo avvolto dal ghiaccio delle falsità statunitensi, "The coming insurrection" potrebbe diventare il rompighiaccio auspicato dagli anarchici di questa nazione. Una cosa è certa: la gente è stanca, non crede più al potere della politica nazionalistica degli Stati Uniti. "Siamo un popolo morto che si muove come uno zombi", ha concluso il giovane Jeff.

Benny Manocchia

mercoledì 6 maggio 2009

Ma cosa ci fanno i militari in città?

Fonte:http://www.autistici.org/macerie/


A carte scoperte

Diario

Ma cosa ci staranno mai a fare tutti questi soldati per le strade di molte città italiane, con le mani in mano e l’occhio da pesce lesso? Se qualcuno ancora pensasse che si tratti di una estemporanea trovata pubblicitaria di un governo che ci tiene ad apparire forte, o delle manie militariste di un paio di ministri, farebbe bene a leggersi il rapporto della NATO «Urban Operations in the Year 2020». Dove si apprende che, secondo le previsioni degli strateghi del dominio, il fronte della guerre future passerà proprio di qui, per le strade di conglomerati metropolitani sempre più invivibili, scossi da tensioni sociali, etniche e religiose di portata ormai non troppo inimmaginabile. Una specie di Yugoslavia di quartiere, insomma.

In questo senso, l’operazione «Strade sicure», non è altro che un tassello di un disegno più grande, una fase di addestramento delle truppe alla città, e allo stesso tempo della città alle truppe. Dietro il fuoco di copertura delle menzogne dei politici, i militari scoprono dunque le loro carte. Nessuno potrà dire di non essere stato avvisato.

Qui

Se volete leggerlo anche voi, potete scaricarlo da qui.

martedì 28 aprile 2009

Sante parole



 «Quando i lavoratori francesi sono arrabbiati», ha detto «Oskar il rosso» all’emittente pubblica Wdr, «sequestrano i loro manager. Io desidero che ciò avvenga anche qui da noi, affinché i manager si rendano conto della rabbia dei dipendenti e capiscano che la gente teme per la propria esistenza».


mercoledì 22 aprile 2009

Il mio 25 Aprile

La retorica che accompagna le celebrazioni è una roba con cui ho fatto i conti un sacco di volte nella mia famiglia.
Sarà stato per il fatto che con la retorica della guerra( la mia famiglia) ha avuto una certa dimestichezza, e che a me è capitato di vederla e toccarla da vicino.
Una retorica che creò miti e statue intorno alle quali celebrare il ricordo degli avvenimenti
La retorica  portò mio nonno a combattere nell
a guerra del 15 quando ancora non aveva compiuto 18 anni. A ricevere un paio di medaglie al valore ed una ferita in testa ricucita alla meno peggio.
In seguito lo vestirono con un casco coloniale, gli fornirono  un fucile e, nel 1936, lo imbarcarono su una nave diretta in Africa.
Quando tornò, nel 1947, trovò un figlio che non aveva fatto in tempo a veder nascere ed altri che non riconosceva.
In compenso parlava bene l'inglese appreso nei campi di prigionia e sapeva come recuperare da un paio di sandali un po' di cuoio con cui attenuare i morsi della fame. 

Partì perché doveva scegliere tra la fame qui ed un cumulo di cazzate che gli avevano raccontato per giustificare quel viaggio.
Combattè in tanti posti diversi e fu catturato insieme ad altri a Gondar.
Quando tornò non ringrazio' chi lo aveva mandato lì. Quella gente era sparita o si era riciclata. Aveva altro a cui pensare e pensò solo lavorare ed a tirare avanti.

Quello che i suoi figli gli raccontarono al suo ritorno era, però, l'immagine di un'Italia che era stata ridotta con le pezze al culo, un posto in cui se non eri fascista avevi un po' di problemi. Anche se tuo padre, o tuo marito, combattevano per quello con il cranio pelato che si era divertito a dichiarare guerra a mezzo mondo.

Gli raccontarono dei libri dati a scuola con la scritta "regalo del fascio per miserabilità accertata". Di come la miseria li aveva costretti a cercare con mille espedienti di sopravvivere.
Della gente fucilata davanti al cimitero dai tedeschi, del gerarca che passava tutte le sere con i suoi stivaloni lucidati a specchio sotto casa. Dell'odio che saliva piano. 
Della strage di Pietransieri. Un posto in cui i nazisti ammazzarono 128 persone, di questi 60 erano donne. Il motivo era dato da un sospetto: l'appoggio ai partigiani.
Solo un sospetto.
Gli raccontarono anche dei partigiani e della Brigata Maiella. Dei tanti, dei troppi morti.

E allora quando celebrerò il 25 Aprile penserò a lui, a mio padre ed a quelli come loro. Gente che ha pagato un prezzo altissimo e che è stata liberata.
Celebrerò, con chi di loro c'è, la resistenza ed i suoi partigiani e manderò affanculo revisionisti ex fascisti e gente di merda che con quella storia e quella gente non hanno niente ma niente da spartire. E godrò, nel tenere viva quella retorica, salutando e ricordando con il pugno chiuso il compagno Giovanni Visone Pesce.




martedì 21 aprile 2009

Israele è uno stato razzista

INTERVISTA A HAIDAR EID, SOSTENITORE DI UN SOLO STATO EBRAICO-PALESTINESE

Di Anna Weekes, The Electronic Intifada, 12 Marzo 2008[1]

Quella che segue è un’intervista di Anna Weekes con Haidar Eid, professore associato nel Dipartimento di Letteratura Inglese dell’Università di Al-Aqsa, nella Striscia di Gaza.

Anna Weekes: Qual è la situazione corrente nella Striscia di Gaza?

Haidar Eid: Non si può parlare della situazione nel ghetto di Gaza senza sentirsi scoraggiati. Quello che sta accadendo qui è un lento genocidio che avviene davanti agli occhi di un mondo assai indifferente.

L’assedio di Gaza e la punizione collettiva illegale e continuativa dei suoi residenti da parte di Israele ha provocato l’aumento vertiginoso dei prezzi dei viveri. Molti generi alimentari, medicine e altri beni, come il materiale da costruzione, non sono più disponibili. Non ci sono più scorte disponibili per 91 farmaci. Gli ospedali denunciano la mancanza totale di farmaci pediatrici, di antibiotici, di farmaci per le malattie croniche, di farmaci anticancro, di una gamma di farmaci per la dialisi renale e per la soluzione di glucosio IV. Inoltre, c’è carenza di macchinari per la dialisi renale. C’è un aumento della diarrea tra i bambini e c’è la possibilità di insorgenze di febbri tifoidi e di epatiti se il blocco non viene tolto. E la chiusura dei valichi di confine ha provocato la morte di dozzine di palestinesi che avevano urgente bisogno di cure, inclusi alcuni malati terminali di cancro, cui è stato negato l’ingresso in Israele o in Egitto da parte dello Shin Bet [il servizio segreto israeliano]. E’ stato anche negato l’accesso a dozzine di altri malati negli ospedali di Israele, dell’Egitto, della Giordania e della Cisgiordania. Trentotto di loro, bambini inclusi, sono morti nelle ultime due settimane. Mille di questi malati stanno per morire!

Il carburante sta diventando raro e costoso. La chiusura delle fabbriche ha provocato la perdita di più di 80.000 posti di lavoro. Non c’è bisogno di dire che nel frattempo, le forze di occupazione israeliane continuano a bombardare e ad attaccare Gaza, uccidendo i palestinesi, principalmente bambini e civili, in modo indiscriminato.

AW: E’ ancora possibile la soluzione dei due stati?

HE: No. Permettetemi di ricordarvi la risoluzione adottata dal Convegno Mondiale Contro il Razzismo (WCAR) del Forum delle associazioni non-governative tenutosi a Durban, in Sud Africa, nel Settembre del 2001. Essa afferma chiaramente che “Israele [è] uno stato razzista e di apartheid, in cui il marchio dell’apartheid – in quanto crimine contro l’umanità – è stato caratterizzato da separazione e segregazione, espropriazione e accesso ristretto alla terra, snazionalizzazione, “bantustanizzazione”, e atti disumani”.

La costituzione di uno stato palestinese indipendente e sovrano all’interno dei confini del 1967 è impraticabile. Un sistema tipo Bantustan non garantisce una pace globale. Non l’ha garantita nel Sud Africa dell’apartheid. Ironicamente, perciò, quello cui gli accordi di Oslo (firmati nel 1993 fra Israele e l’OLP) hanno condotto è una situazione che non venne prevista dai firmatari [Nota del traduttore: in realtà almeno gli israeliani la previdero benissimo!], vale a dire l’impossibilità di costituire uno stato palestinese indipendente e sovrano sul 22% della Palestina storica. Israele ha già creato sul campo una nuova realtà annettendo Gerusalemme e dichiarandola capitale eterna dello stato ebraico. In tal modo non sarà la capitale di un futuro stato palestinese. Il numero dei coloni ebrei in Cisgiordania è aumentato fino a raggiungere la cifra di oltre mezzo milione. E il Muro dell’apartheid, costruito da Israele nella Cisgiordania, ha rubato tra il 20 e il 30% della Cisgiordania, portando a un aumento delle strade in Cisgiordania riservate ai soli ebrei.

La costituzione di uno stato palestinese indipendente e sovrano non è menzionata in nessuna delle clausole dell’accordo di Oslo. La definizione di questa questione venne affidata all’equilibrio delle forze nella regione. Quest’equilibrio è a favore di Israele.

In ogni caso, la costituzione di uno stato palestinese non risolverebbe la questione palestinese. Non affronterebbe [il problema dei] sei milioni di profughi dispersi in tutto il mondo; né affronterebbe la questione del razzismo esercitato da Israele contro il milione e 300 mila palestinesi che vivono in Israele e che vengono trattati come cittadini di terza classe.

AW: Quali mosse stanno facendo i palestinesi per perorare la causa di un solo stato?

HE: Un gruppo di attivisti palestinesi, di varia provenienza, si sono associati per promuovere la pace insieme alla giustizia in Medio Oriente attraverso la costituzione di un Gruppo a favore di uno Stato Democratico. Crediamo che la soluzione di un solo stato sia la sola scelta praticabile che garantisca la pace globale in Medio Oriente. Crediamo fortemente che la costituzione di uno stato democratico e secolare nella Palestina storica per tutti i suoi cittadini indipendentemente dalla religione, dalla razza o dal sesso – dopo il ritorno dei profughi palestinesi – sia la soluzione del conflitto in Medio Oriente. Questo è esattamente quello che è successo in Sud Africa e in Irlanda. Non l’esclusivismo basato sull’appartenenza etnico-religiosa. La costituzione di stati-nazione basati sull’etnia, la razza, o la religione è anacronistico.

Siamo anche attivi nella campagna, iniziata in Palestina, di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele. Queste misure, simili a quelle applicate contro il Sud Africa durante l’era dell’apartheid, sono necessarie per porre termine alla politica genocida di Israele verso i palestinesi. Crediamo che queste misure non violente debbano essere mantenute fino a che l’Israele dell’apartheid riconoscerà il diritto inalienabile dei palestinesi all’autodeterminazione e alla costituzione di uno stato democratico per tutti i cittadini.

AW: Dacci cortesemente il tuo punto di vista sulla riunione di Annapolis, negli Stati Uniti, rivolta a porre termine al “conflitto” israelo-palestinese.

HE: La riunione di Annapolis è stata una fanfara con cui il disgraziato presidente americano spera di finire il proprio mandato come “uomo della pace”! Come con Camp David, la colpa del fallimento di questa riunione viene attribuita ai palestinesi. Questa riunione non ha discusso i problemi più importanti che caratterizzano la questione palestinese; in particolare, il ritiro delle forze israeliane dentro i confini del 1967, il diritto di ritorno [per i profughi palestinesi], e lo status di Gerusalemme. Gli Stati Uniti hanno sempre mostrato una politica filo-israeliana a fronte dei diritti fondamentali del popolo palestinese.

Il punto di vista più pericoloso è stato quello del discorso di apertura di Bush, nel quale egli ha evidenziato il “carattere ebraico” dello stato di Israele. Ora tutto ciò è razzismo, come sapete bene voi in Sud Africa. Ci viene chiesto, anche dalla comunità internazionale, di dimenticare i sei milioni di profughi dispersi in tutto il mondo in seguito alla fondazione di Israele; e non vengono neppure menzionati i diritti del milione e 300 mila palestinesi “cittadini” dello stesso Israele. Secondo quest’impostazione, i palestinesi sono solo quelli che vivono nella Striscia di Gaza e nella Cisgiordania. Ora, questa non è la causa palestinese; la causa consiste nel diritto di ritorno dei profughi, quelli sia dentro che fuori la Palestina. Non c’è la minima possibilità di avere la pace in Medio Oriente senza risolvere questa questione.

AW: Cosa si aspetta la vostra organizzazione dal governo del Sud Africa?

HE: Bene, ci aspettiamo che il governo post-apartheid del Sud Africa mostri una migliore comprensione della nostra lotta poiché abbiamo molto in comune. Il Sud Africa dovrebbe troncare i propri rapporti diplomatici con l’Israele dell’apartheid, esattamente allo stesso modo in cui voi chiedevate che il mondo boicottasse i governi razzisti dell’era dell’apartheid. Le figure della liberazione del Sud Africa, quali Desmond Tutu, Roni Kasrils e John Dugard, e persino l’ex presidente americano Jimmy Carter hanno definito Israele uno stato di apartheid. Come è caduto l’apartheid? Non tenendo ambasciate a Pretoria, né con accordi economici, o con qualsiasi forma di normalizzazione.

AW: Cosa può fare la gente comune del Sud Africa per sostenere i palestinesi?

HE: Poiché le Nazioni Unite, l’Unione Europea, gli Stati Uniti e la comunità internazionale hanno respinto i palestinesi, noi contiamo sulla gente comune affinché faccia qualsiasi passo, per quanto piccolo, per mostrare il proprio sostegno alla Palestina e il rifiuto dei crimini di guerra genocidi di Israele. La gente può far questo facendo pressione sui propri governi per costringere Israele a ricondursi nei parametri del diritto internazionale. Ma ci aspettiamo di più dai sudafricani ordinari poiché abbiamo molto in comune. Trattate Israele nel modo in cui volevate che trattassimo i sudafricani razzisti.

Anna Weekes è una sindacalista sudafricana e un’attivista dellaCoalizione pacifista che chiede al governo sudafricano di porresanzioni contro Israele

lunedì 20 aprile 2009

Pulizia etnica in Palestina

da "Rinascita", sabato 10, domenica 11 gennaio 2009

Le origini della pulizia etnica in Palestina

Giovanna Canzano ha incontrato Mauro Manno,

ricercatore, storico ed esperto del Medio Oriente

Mauro Manno


Le origini della pulizia etnica in Palestina

Ebrei "üeber alles". Sin dal 1948 con la nascita dello stato di Israele leggendo vari giornali vediamo la presenza ebraica in ogni settore della vita sia culturale che economica: guida e saggi e "uomini giusti"?
Io non direi "Ebrei über alles", semmai "sionisti über Alles". Questa distinzione oggi è fondamentale. Studio da anni l'ideologia politica del sionismo per poter dire con certezza che la confusione su questo punto non è solamente errata, storicamente e politicamente, ma anche ingiusta verso quei tanti ebrei che sono stati le vittime del sionismo. Anche oggi ci sono ebrei che sono vittime del sionismo. Io di queste nuove vittime ne conosco alcune personalmente, e non mi sembra che siano "über alles", sono invece certamente sotto il mirino dei sionisti. Vengono ostracizzate, perdono il posto all'università come è successo a Norman Finkelstein, l'autore de "L'industria dell'Olocausto" oppure vengono isolate e messe in condizioni di lasciare non solo la cattedra universitaria ma anche i loro affetti e i loro amici in Israele ed emigrare in occidente, come è successo a Ilan Pappe, l'autore di "La pulizia etnica della Palestina". Questi ebrei soffrono perché hanno il coraggio di proclamarsi antisionisti. Questo atto di rivolta contro il sionismo non costituisce solo il ripudio di quell'ideologia politica ma è anche il rigetto delle conseguenze storiche che la sua vittoria ha avuto, vale a dire, lo stato ebraico, Israele come stato ebraico. Gli antisionisti vogliono la fine dello stato d'Israele così come è stato edificato dai sionisti e si battono per la sua sostituzione con uno stato unico e democratico per tutti gli ebrei e tutti i palestinesi che si trovano all'interno dell'intera Palestina, cioè all'interno di Israele e dei territori occupati, Gaza compresa. Ma ciò non basta; essi sostengono anche il diritto al ritorno dei profughi cacciati nel 1948, come d'altronde sancisce la risoluzione dell'ONU n. 194, votata esattamente 60 anni fa (11 dicembre 1948) e mai applicata. Ma attenzione! Chi conosce la sorte di queste nuove vittime del sionismo, cioè degli ebrei antisionisti, non deve dimenticare la sorte ben più tragica toccata agli ebrei assimilazionisti durante il II conflitto mondiale. Anch'essi erano contrari al sionismo, anch'essi sono stati le vittime del sionismo. Questa è la parte della loro storia che i sionisti vogliono assolutamente tenere nascosta. La loro lotta contro gli ebrei assimilazionisti, condotta in collaborazione con i nazisti e gli antisemiti. Altro che "uomini giusti", i sionisti sono gli uomini politici più ingiusti che ci siano mai stati, verso gli altri ebrei e verso i non-ebrei.

Gli ebrei assimilazionisti?
Gli ebrei assimilazionisti sono quegli ebrei che vogliono assimilarsi, fondersi nella popolazione del Paese dove sono nati. Per la legge rabbinica, l'halachà, è ebreo chi è figlio o figlia di madre ebrea o chi si converte al giudaismo. L'ebraicità dunque è trasmessa attraverso il sangue, dalla madre al figlio o alla figlia. Per le altre religioni non è così: il cristianesimo di un cattolico o l'islam di un musulmano non sono trasmessi attraverso il sangue. Per conservare questa peculiarità ebraica e per conservare l'ebraismo in generale, è fondamentale che nella famiglia non ci siano matrimoni misti, con non-ebrei. Se un ebreo (non nato in Israele) ritiene che il fatto di essere figlio di madre ebrea non lo faccia ebreo, se rigetta la religione ebraica, se si considera un essere umano libero di scegliere un'altra religione o nessuna religione, se vuole vivere senza il peso del passato ebraico della sua famiglia, allora costui è un'assimilazionista. Vuole uscire dal chiuso mondo ebraico ed entrare nel mondo più aperto e libero dei non-ebrei. Costui quindi adotterà totalmente la cultura, la lingua, il modo di vita, la cucina, la tradizione, ecc. del paese in cui vive. Ne adotterà anche il destino. Non si sentirà obbligato a sposare una donna ebrea per cui i suoi figli non saranno più ebrei secondo l'halachà. Se educherà i suoi figli nello spirito in cui egli stesso è vissuto e se i suoi figli faranno anch'essi dei matrimoni misti, e così i figli dei suoi figli, allora, dopo poche generazioni i suoi discendenti non saranno più ebrei, saranno italiani, tedeschi, francesi ecc a tutti gli effetti. Il sionista Jabotinsky, che ovviamente aborriva l'assimilazione, così diceva: «Per giungere ad un'assimilazione vera... (l'ebreo) deve produrre attraverso una lunga serie di matrimoni misti, in un periodo di varie decine di anni, un nipote-di un nipote-di un nipote nelle cui vene sia rimasta soltanto una minima traccia di sangue ebraico, perché solo quel nipote-di un nipote-di un nipote avrà la conformazione spirituale di un vero francese o di un vero tedesco». Il matrimonio misto è alla base dell'assimilazione. Prima del II conflitto mondiale, i matrimoni misti erano in forte progressione; per esempio, nel 1929, in Germania, essi costituivano il 59% dei matrimoni; per contro i matrimoni puri, con entrambi i coniugi ebrei erano una minoranza, il 41%. Ciò spaventava i sionisti, che consideravano gli assimilazionisti alla stregua dei traditori. Quando i nazisti salirono al potere, le organizzazioni sioniste internazionali si affrettarono a collaborare con loro e conclusero dei patti per far emigrare solo i sionisti fuori dalla Germania (recuperando i loro averi) e avviarli nelle colonie palestinesi. Gli ebrei assimilazionisti non li interessavano e così li condannarono alla loro sorte. I sionisti non fecero nulla perché gli assimilasizionisti tedeschi potessero emigrare in America o in altri stati occidentali, anzi bloccarono tutti i tentativi in questo senso. Più tardi, durante la guerra, estesero questa politica a livello europeo. Erano in corso eccidi e massacri di ebrei e loro trattavano per salvare solo i sionisti e quelli che volevano emigrare in Palestina, gli altri potevano morire. L'esempio di Rezso Kasztner, è illuminante. Questo sionista ungherese, nel 1944, contrabbandò la salvezza della sua la famiglia e degli aderenti alle varie organizzazioni sioniste ungheresi -1600 persone in o tutto- in cambio della sua collaborazione e quella dei suoi seguaci per facilitare la deportazione ad Auschwitz di centinaia di migliaia di ebrei assimilazionisti. Questa politica ha facilitato la quasi estinzione degli ebrei non-sionisti, quelli sulla via dell'assimilazione. I sionisti sono corresponsabili, con i nazisti di questo crimine. Ecco la ragione per cui oggi la maggior parte degli la ebrei della diaspora si dichiarano sionisti e praticano i matrimoni tra soli ebrei.

Cioè una pulizia etnica tra gli ebrei e condotta dagli ebrei?
Serberei il termine "pulizia etnica" a quello che i sionisti hanno fatto ai palestinesi nel 1948. Essi hanno ripulito la Palestina dai suoi antichi abitanti, come ha minuziosamente mostrato Ilan Pappe nel suo recente libro con quel titolo. Direi invece che c'è stata la volontà dei sionisti di liberarsi degli ebrei non-sionisti. Io ho parlato di corresponsabilità dei sionisti con i nazisti. Sono stati i nazisti a portare la morte mentre i sionisti hanno collaborato a vari livelli con i carnefici. Durante il II conflitto mondiale, i sionisti, in alcuni casi, sono giunti ad uccidere direttamente, il più delle volte, hanno denunciato altri ebrei, hanno spesso gestito i campi di concentramento, hanno convinto gli assimilazionisti a starsene buoni, a non ribellarsi, il tutto in cambio della salvezza dei loro seguaci sionisti, dei loro familiari e degli amici. Per quel che riguarda i loro seguaci, bisogna specificare che i capi sionisti non si sono nemmeno impegnati a salvarli tutti, ma solo i più giovani, cioè quelli che potevano combattere con le armi (in previsione della lotta contro gli inglesi e i palestinesi), cioè quelli che potevano lavorare per lo sviluppo delle colonie, quelli che potevano fare figli. I vecchi e i bambini sarebbero stati di peso. Nel 1937, Chaim Weizmann, futuro presidente di Israele, davanti alla Commissione Peel a Londra dichiarò con freddezza: «voglio salvare... dei giovani (per la Palestina). I vecchi passeranno. Sopporteranno il loro destino o non lo faranno. Sono polvere, polvere economica e morale in un mondo crudele... Solo il ramo giovane sopravviverà. Dovranno accettarlo». E qui si tratta di sionisti. Ben Gurion, parlando nel '38, dei bambini (figli di sionisti e non-sionisti), disse: «Se sapessi che è possibile salvare tutti i bambini di Germania portandoli in Inghilterra e solo metà di essi portandoli in Eretz Israel, allora opterei per la seconda alternativa». Ben Gurion sapeva che se gli assimilazionisti e le persone di buona volontà avessero dovuto scegliere tra il salvare gli ebrei dai campi di concentramento e il sionismo, la pietà avrebbe avuto la meglio e tutta l'energia della gente sarebbe stata canalizzata verso il soccorso degli ebrei di vari Paesi; allora "il sionismo" sarebbe stato cancellato dall'ordine del giorno non solo presso l'opinione pubblica mondiale, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma anche in ogni altro luogo nell'opinione pubblica ebraica. Per i sionisti ciò non doveva accadere ed essi fecero di tutto perché non accadesse. Pensi che quando qualcuno disse a Yitzhak Gruenbaum -capo del Comitato di Soccorso (!) dell'Agenzia Ebraica in Palestina- nel 1943 quando gli eccidi erano cominciati, «Non costruite nuove colonie (...) sborsate il denaro per salvare gli ebrei della diaspora», egli rispose: «Il sionismo passa sopra ogni altra cosa». In un'altra occasione, sempre nel 1943, pronunciò la frase: «Una mucca in Palestina vale più di tutti gli ebrei in Polonia». E così i sionisti, alleandosi con i nazisti, si sono salvati, mentre i non-sionisti sono stati eliminati proprio in grazia di quella alleanza. Ed oggi i sionisti dominano su tutti gli ebrei e influenzano pesantemente i governi occidentali. Determinano la politica estera americana (vedi il libro di Mearsheimer e Walt). Per questo Israele è intoccabile e può fare tutto quello che vuole e non solo ai palestinesi... Ma qui tocchiamo il problema della lobby sionista.

Lobby sionista?
Per capirci, prendiamo l'esempio della lobby sionista in America, la lobby sionista più forte d'Occidente. Nella corsa dei due candidati americani alla Casa Bianca, tutti hanno potuto vedere in TV sia Obama sia il suo vice, Biden, sia i due perdenti McCain e la Palin correre a genuflettersi davanti all'organizzazione più potente della lobby, l'AIPAC. Questo era stato previsto da Mearsheimer e Walt e si è avverato puntualmente. I due candidati sono stati costretti a sottomettersi ad un accurato esame davanti ai giudici della lobby riguardo alle loro proposte politiche riguardanti Israele e ai posti di comando che essi erano disposti ad accordare a sionisti (ebrei o non ebrei) nella loro futura amministrazione. Tutti ricorderanno come Obama sia riuscito a spiazzare il rivale proclamando che egli appoggia la linea di «Gerusalemme unica e indivisibile capitale dello Stato ebraico». McCain non si era spinto a tanto. Questa linea è ufficialmente condannata dalla comunità internazionale sulla base di una serie di risoluzioni dell'ONU. Israele prosegue nell'espulsione dei palestinesi (in gran parte di fede cristiana) dalla Città Santa e l'Occidente fa finta di niente pur mantenendo la posizione ufficiale dell'ONU. Adesso Obama, l'«uomo della pace» si è spinto dalla parte di Israele come nessun presidente lo aveva mai fatto. All'inizio sembrava che l'appoggio determinante della lobby andasse per McCain, poi le cose sono cambiate. Bisogna ricordare che il vice di Obama, Joe Biden, appena scelto, si è dichiarato «un ardente sionista» e non mi sorprenderebbe se non sia stato imposto a Obama proprio dalla Lobby. Poi Obama è riuscito a dare garanzie sicure e i favori (e i denari) della lobby sono affluiti dalla sua parte. Un colpo formidabile per i sionisti. Adesso la lobby avrà una politica pro Israele e pro lobby portata avanti da un presidente popolare e non da una controfigura di Bush. I politici occidentali potranno fare anche loro una politica pro israeliana e pro americana (che è lo stesso) senza troppo scontrarsi con l'opinione pubblica. Il movimento pacifista è completamente spiazzato. Certo molto presto Obama distruggerà la sua immagine di uomo nuovo, diventando come la Rice o Powell, il nero di turno che serve gli interessi della lobby; ma alla lobby questo cosa importa, dal momento che ottiene ciò che vuole? In realtà l'immagine di Obama è già intaccata. La scelta della Clinton agli esteri, la scelta di Rahm Emanuel (il cui padre ha dichiarato di odiare gli arabi e di essere sicuro che il figlio agirà a favore di Israele) sono solo i primi segni. Un'altra cosa è riuscita ad ottenere la lobby. Dopo lo strapotere che Bush aveva accordato ad un'altra ala della lobby, agli screditati neocons (quasi tutti ebrei), gli strateghi sionisti hanno pensato di far fare la stessa politica di costoro a dei non-ebrei, ma di sicura fede sionista. Così dopo Biden, ecco ricomparire la Clinton (con la quale Obama all'inizio si era scontrato sulla politica estera e oggi gliel'affida). Hillary è un'altra sionista e si porta al Dipartimento di Stato la squadra ebraica del marito: la Madeleine Albright, Holbrooke, Dennis Ross, ecc. Stessa politica dei neocons ebraici ma portata avanti ufficialmente da non-ebrei. I sionisti non-ebrei sono per fortuna pochi ma sono i peggiori traditori del loro paese e mandano a morire giovani americani in guerre per rafforzare Israele, come è successo in Iraq. Anche noi europei abbiamo la nostra lobby sionista comunque. Non ci facciamo illusioni.

Anche in Europa c'è la lobby sionista?
La lobby sionista si trova ovunque nel mondo dove ci sono sionisti. Se quest'ultimi fossero tutti in Israele le cose sarebbero più semplici ma c'è la diaspora e tra gli ebrei della diaspora ci sono molti sionisti. Già era nel programma del primo congresso sionista (1897) che i sionisti della diaspora dovessero compiere i passi necessari «per ottenere dai diversi governi il consenso necessario alla realizzazione degli scopi del sionismo». Ed è quello che essi sono riusciti a fare. Oggi, dopo la nascita di Israele, la lobby sionista americana e le varie lobby nazionali servono sempre gli «scopi del sionismo», che però sono diversi rispetto a quando bisognava fondare lo stato ebraico. Dopo 60 dalla sua fondazione, Israele non ha fondamenti sicuri. La sua esistenza come «stato ebraico» è messa in discussione ed esso si mantiene solo con la forza. Essendo uno stato etnico che occupa terre altrui e opprime i palestinesi, senza rispettare la legalità internazionale, esso sa bene che è uno stato illegittimo. La lobby ha il compito di "legittimarlo" almeno in Occidente. L'Europa, almeno formalmente, si è impegnata in Medio Oriente con una posizione di equilibrio tra arabi e israeliani. Abbiamo grandi interessi nel mondo arabo. Nel 2004 ci sono stati i primi cambiamenti. II Consiglio dell'UE approvò il "Piano d'Azione UE-Israele" e nonostante la pagella sconvolgente di Israele nel campo dei diritti umani, il Piano dichiarava che «l'UE e Israele condividono gli stessi valori di democrazia, rispetto di diritti umani e sovranità della legge e delle libertà fondamentali». Il che non è assolutamente vero e sono pronto a dimostrarlo. Comunque il Piano fa anche peggio: dà la possibilità a Israele di «prendere parte in aspetti determinanti delle politiche dell'UE». Diventeremo una colonia sionista. Dal 2006 la posizione dell'Europa cambiò ulteriormente. Prima ci fu un ammorbidimento delle critiche a Israele. Ciò avvenne su pressione di uno speciale "Comitato Ebraico Americano per L'Europa". In esso vi è L'Aipac, l'ADL (lega antidiffamazione), l'American Jewish Congress, che si è distinto in modo particolare. A rispondere positivamente da parte dell'UE fu prima Prodi, poi la Ferrero-Waldner, infine Barroso. Prima del 2000 l'UE pretendeva che Israele ripagasse i danni alle infrastrutture costruite nei territori occupati coi denari europei, dopo, la Ferrero-Waldner e Barroso non pretendono più niente. Oggi esiste nel Parlamento europeo una struttura di circa 200 parlamentari "Amici europei di Israele" che lavora per Tel Aviv. Questo sforzo è sostenuto da uomini d'affari ebrei di tutto il continente nonché da ebrei eletti nei vari parlamenti, come, in Italia, la Fiamma Nierenstein e l'avvocato Alessandro Ruben. Infine, con la presidenza UE alla Francia dell'ebreo sionista (lo ha dichiarato lui) Nicolas Sarkozy e la costituzione dell'Unione mediterranea, il sionismo è ormai molto vicino ad ottenere l'accettazione e la legittimazione di Israele nel mondo arabo, tramite l'Europa. Attenzione, questa non è una politica di pace, come dicono i governanti europei. Se la legittimazione araba si realizzerà, Israele avrà mano libera per una politica militare, contro l'Iran, contro Hizbollah e i palestinesi, con il bene placido dei paesi arabi. In questo quadro lo stato palestinese sarà una serie di piccoli bantustans completamente circondati, come Gaza. Solo la crisi economica dell'Occidente può fermare il conflitto. Se la crisi economica farà saltare il potere traballante dei governanti arabi corrotti, assisteremo ad una ripresa del terrorismo, delle rivolte, delle rivoluzioni dei popoli arabi frustrati.

Israele non è uno stato democratico?
No. Non lo è. È uno stato etnocratico. Uno stato per soli ebrei. La democrazia nello stato ebraico vale solo per gli ebrei. Per i non-ebrei è una farsa. Immaginiamo per un attimo che in un Paese multietnico in cui vi è un'amministrazione coloniale, un partito che rappresenta una particolare etnia ha in programma, dopo la fine del colonialismo, di costituire uno stato democratico su tutto il Paese ma cacciando le altre etnie. Possiamo dire che il programma di questo partito è democratico? Per me è un programma razzista basato sulla pulizia etnica. Adesso immaginiamo che, finita la fase del colonialismo, a questo partito venga concesso di costituire il suo stato ma solo su una parte del territorio del paese e a condizione che anche su quel territorio non ci siano espulsioni etniche. Succede invece che lo stato viene fondato subito dopo l'espulsione della maggioranza degli abitanti da parte della minoranza, secondo il suo programma razzista iniziale. È uno stato democratico ma la democrazia doveva coinvolgere tutta la popolazione e non solo la minoranza che ha effettuato la pulizia etnica. Adesso succede che le istituzioni che rappresentano la legalità internazionale (per esempio l'ONU) chiedano a questo stato etnico di reintegrare gli espulsi e accordare loro pari diritti democratici. In risposta questo stato "democratico" (per la sola etnia che esso rappresenta) si rifiuta di farlo, anzi persevera nel suo programma iniziale di volere conquistare tutto il territorio del paese e di colonizzarlo con gente della sua etnia fatta affluire da altri paesi. Questa nuova espansione e questa nuova pulizia etnica non avvengono in modo fortuito ma sono sancite nei documenti fondanti dello stato "democratico".
Per esempio in essi vi si stabilisce che tutto il territorio del Paese appartiene a tutti coloro che appartengono all'etnia giusta ovunque essi si trovino (e magari da migliaia di anni) e non appartenga invece agli espulsi che vi vivevano prima della fondazione dello stato etnico. È ancora uno stato democratico? Non basta. Immaginiamo che in questo stato etnico è sopravvissuta una piccola minoranza dell'etnia sbagliata. Una minoranza in crescita demografica che costituisce circa un quarto della popolazione totale. Queste persone vengono trattate come cittadini di secondo grado, nelle attività economiche, nei tribunali, nella vita quotidiana, ecc., dove devono subire mille discriminazioni. La discriminazione più grave riguarda il possesso della terra. Lo stato si è assicurato, con un'altra legge fondante della "democrazia" etnica, che il 93% della terra del paese resti nelle mani dell'etnia giusta. La vendita di proprietà terriere (e immobiliari costruite su di esse) deve avvenire solo tra persone di questa etnia. È però possibile acquistare nuove terre di quel 7% rimasto all'etnia minoritaria, in modo da espander le proprietà dell'etnia giusta. È ancora uno stato democratico? Di fronte a queste discriminazioni lo stato etnico concede un limitato diritto di voto e un limitato diritto di critica alla minoranza discriminata. Bastano questi diritti politici di fronte alle mille discriminazioni a far sì che lo stato sia democratico? Già sento i difensori di Israele, perché è di lui che stiamo parlando, insorgere e protestare contro la mia ultima affermazione sui limitati diritti politici della minoranza palestinese. Invece è proprio così. Si pensi, per esempio al fatto che in Israele è proibito mettere in discussione il carattere ebraico dello stato. È proibito fondare partiti che hanno come programma uno stato diverso, non etnico, ma di tutti i cittadini. È proibito lottare per l'applicazione della risoluzione 194 dell'ONU che sancisce il diritto al ritorno dei palestinesi espulsi. È proibito lottare per abolire la legge fondante dello stato che dice che la Palestina appartiene a tutti gli ebrei del mondo e che in qualunque momento uno di essi può andare in Palestina a occupare una proprietà che l'esercito dello stato ebraico avrà provveduto a togliere a qualche palestinese dei territori occupati. È ancora uno Stato democratico? Rovesciamo la situazione: immaginiamo per un attimo che lo Stato italiano si proclami stato "cattolico" e stabilisca che i cittadini italiani ebrei, o protestanti o altri ancora non appartengano a questo stato, li discrimini direttamente, proibisca loro di acquistare terre o proprietà immobiliari da cittadini cattolici. D'altra parte stabilisca che i cittadini cattolici (qualsiasi cosa ciò possa oggi significare) non possano vendere proprietà a ebrei, protestanti, ecc, in modo che la terra d'Italia si concentri sempre più in mani cattoliche. Ai non cattolici viene lasciato il diritto di voto ma in modo tale che esso non pregiudichi il carattere "cattolico" dello stato. L'Italia potrebbe ancora chiamarsi stato democratico? E ricordo ai difensori di Israele che gli ebrei in Italia non sono un quarto della popolazione come i palestinesi in Israele. Ricordo loro anche che andando avanti nel modo in cui si sta andando avanti c'è il rischio che oltre che uno stato etnocratico Israele, diventi anche uno stato teocratico, visto il peso crescente dei religiosi nella politica israeliana.

Quale è la spiegazione del furibondo attacco israeliano contro Gaza?
Se guardiamo a quello che sta accadendo adesso a Gaza nel quadro storico che in qualche modo abbiamo tracciato in questa intervista dobbiamo concludere che si tratta di un ulteriore passo in avanti della pulizia etnica dei palestinesi. Se Israele avesse voluto un compromesso con i palestinesi su uno stato palestinese, ebbene le occasioni non sono mancate. I sostenitori di Israele affermano che furono i palestinesi a non accettare la divisione della Palestina nel 1948. Ma chi l'avrebbe accettata? Quale nazione avrebbe accettato la divisione del proprio territorio imposta dall'alto fosse anche dall'ONU (che allora, ricordiamolo, era costituito da un quarto degli stati attuali ed era sotto il controllo di USA e Unione Sovietica)? Se poi l'ONU avesse imposto anche l'applicazione della risoluzione 194 che chiedeva a Israele di permettere ai palestinesi cacciati con la forza di poter tornare, allora le cose sarebbero andate molto diversamente. Ma Israele rifiutò la risoluzione, sicuro dell'appoggio USA, il quale era già sotto l'influenza della Lobby sionista americana. Fece molto di più, assassinò il mediatore ONU Folke Bernadotte che stava elaborando una nuova politica. Israele voleva uno Stato etnicamente puro e niente altro. Questo è il sionismo. Dopo la guerra del 1967, Israele non accettò neanche la risoluzione 242 che imponeva il ritiro israeliano dai territori occupati. Anzi, contro ogni legge internazionale, cominciò a colonizzarli. Israele non accettò nessun compromesso; durante le trattative di Oslo e continuò ancora la colonizzazione. Nel 2002 gli stati arabi offrirono il riconoscimento di Israele e la pace in cambio del ritiro di Israele entro i confini del 1967, ma Israele rifiutò, iniziò la costruzione del muro che ingloba vasti territori occupati dai quali la popolazione palestinese viene lentamente espulsa, e continua sempre con la costruzioni di colonie e con il soffocamento dei palestinesi di Gerusalemme Est. Quando nel 2006, Hamas vinse le elezioni democratiche e formò un suo governo su tutti i palestinesi di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, Israele non lo riconobbe e assieme agli Usa e con la complicità dell'UE, iniziò una politica di divisione dei palestinesi. A questa politica si prestò il corrotto Abu Mazen. Per salvaguardare l'unità, Hamas accettò un compromesso con lui e con quella parte di Fatah che lo sostiene; formò con lui, un governo di unità nazionale. Istigato da Usa e da Israele, Abu Mazen, convinto anche che il nuovo governo era nato per la debolezza di Hamas, organizzò un complotto a Gaza per evincere il potere militare del partito rivale. Ma fallì e furono i seguaci di Abu Mazen ad essere cacciati da Gaza. Allora, Abu Mazen (autodichiaratosi presidente "a divinis" dei palestinesi) sciolse il governo formandone uno con i suoi fedelissimi e lasciò che Israele arrestasse ministri, deputati, dirigenti di Hamas in tutta la Cisgiordania. Si impegnò in trattative per un accordo di Pace con Israele (Annapolis). Queste ovviamente non hanno portato a niente, perché Israele non cede su niente e vuole gente come Abu Mazen che si presta alla finzione eterna delle trattative e intanto avanza con la colonizzazione e la pulizia etnica. Per Israele quindi adesso è essenziale eliminare Hamas, uccidendone o arrestandone tutti i dirigenti. Questo è il senso dell'attacco criminale contro Gaza. Conquistarla e darla a Abu Mazen con il quale continuare la finzione delle trattative. Se Hamas resiste ed Israele è costretto a cessare l'attacco e ritirarsi, sarà Abu Mazen il primo sconfitto, ma fallirà tutta la strategia di Israele e degli americani.

intervista di Giovanna Canzano