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martedì 16 febbraio 2010

Ragazzi la vita è dura

Questa mattina tal professore emerito, della università Luiss, Celli ci ha raccontato che una delle cose da dire ai giovani è che la vita è dura e che bisogna prepararsi ed essere competitivi.
Queste sagge parole mi sono sembrate uno spiraglio di luce ed ho riflettuto sul fatto che in effetti è una di quelle robe che come messaggio non trasmetto mai a mio figlio.

Di solito quando parliamo delle amenità della vita evito di dirgli robe tipo " guarda che qui, visto che non possiamo contare su relazioni di amici di amici tali da poterti garantire un calcio nel culo, è meglio che ti dai una mossa perché sono cazzi acidi"

Sì la vita è proprio dura ed a questi bamboccioni bisogna che qualcuno la verità la racconti.
Poi, mi sono fermato un attimo ed ho pensato che forse a mio figlio bastano i discorsi "casalinghi" che sente tutte le sere, che forse i giramenti di coglioni sono un messaggio neanche tanto paludato e che le condizioni materiali di gran parte dei genitori dei suoi compagni e nostre sono tali che da sole e senza professori rappresentano argomenti di per sé esaustivi.
Per questa roba non ha bisogno, come il figlio del professore, di laurearsi.

Quindi devo metterci un carico da 11 come suggerisce il professore? Rompergli ancora di più i coglioni e demoralizzarlo tanto per non farci mancare niente fino in fondo?
Io penso che gran parte di questi ragazzi lo sappiano già che la vita è dura semplicemente perché la vivono già così. E poi, magari non sarebbe il caso di allevare una generazione di combattenti in grado di cambiare una vita "dura" in una vita "normale"e dignitosa almeno per i loro figli?
Per quella roba là da dove si inizia?

lunedì 9 novembre 2009

Non mi chiedete se ho vinto o se ho perso

Poiché la politica con la p minuscola, che questo tempo esprime, non mi interessa più di tanto dedico un po' di questo spazio ai ricordi.
Lo faccio partendo da alcune testimonianze di compagni che, circa 10 anni fa, si riunirono per ripercorrere l'esperienza fatta in uno dei più famosi circoli del proletariato giovanile di Torino.
Il primo brano che propongo (non mi chiedete se ho vinto o se ho perso) è l'ultimo di un libretto che hanno scritto e che si trova in rete.
E' passato tanto tempo e quello che a molti di noi viene rimproverato è di essere ancora inchiodati a quei tempi. Sarà, forse, che quello che vediamo oggi non fa venir voglia di andare oltre la soglia di casa? Quello che è scritto nel brano lo condivido in gran parte, in particolar modo condivido il punto in cui alla fine di questa esperienza storica ed umana rimarrà un bilancio che ognuno di noi dovrà fare con la propria coscienza in funzione di come ha vissuto. Da quel punto di vista non è che mi senta tanto bene, alcune volte rimpiango il fatto di non aver dato corpo fino in fondo alle mie idee. Non credo che ci si possa limitare a "portare in tavola il pane" per la famiglia, perché quel pane lo produciamo noi ed il perché ed il come ,così come il quanto, rimane una questione ineludibile con cui da secoli si fa i conti.
Però adesso è così, anche se non ce ne siamo fatti una ragione.

...NON MI CHIEDERE SE HO VINTO O SE HO PERSO...

... all'interno del circolo c'erano dei comportamenti che rispondevano a bisogni che non sono stati recuperati dal mercato, cose che non sono monetizzabili...

... faccio una provocazione: forse il movimento del '77 è stato svilito e inglobato perché il mercato ha dato a ciascuno di noi la possibilità di realizzare le cose che avevamo prefigurato proprio attraverso il mercato stesso: ognuno ha trovato una sua nicchia.

Allora era possibile arrivare ad un compromesso facendo in modo che i soggetti antagonisti si realizzassero nel mondo delle merci, perché erano i rapporti di potere fra le classi che lo consentivano. Oggi il capitale produce dove vuole, cosa vuole e può esimersi dal contrattare con chi lotta e con i movimenti: a chi volesse meno orario e più salario il padrone risponderebbe "Chiudiamo qui e apriamo in Corea" o dove è più conveniente. Con questi meccanismi di ricatto, oggi tu non puoi più ritagliarti nessun tipo di compromesso. In qualche modo noi eravamo ancora tutelati da una situazione in cui il capitale non era riuscito a trasformarsi in maniera velocissima a livello internazionale...

... non credo che il movimento del '77 si sia esaurito perché le persone che ne facevano parte sono state assorbite dal mercato non avendo più niente da dire: il movimento è stato fermato, in qualche modo, con la repressione. Anche la lotta armata è servita da pretesto per fermare qualsiasi cultura di sinistra. Dopo ha sempre preso più piede il Pensiero Unico, la destra ecc. Gli anni ottanta io li ricordo come un periodo oscuro: non come una nicchia felice, ma come una nicchia cercata perché costretti dalla sopravvivenza...

... non ho l'impressione che sia stata la repressione a fermare il movimento. Ci sono state nella storia repressioni molto più forti che non hanno fermato le lotte dei movimenti e organizzazioni ad es. sotto il fascismo...Ad esempio il pentitismo, come fenomeno, non può essere solo stato causato della repressione...

... la repressione ha dato certo la spallata finale ma, secondo me, la causa centrale della fine è stata l'eterogeneità del movimento: tanti interessi, tanti bisogni, tutto messo insieme...

... anche le lotte dei minatori in Inghilterra nell’ottantaquattro e quelle della Fiat dell’ottanta sono ricordate ancora oggi in Italia ed in Inghilterra come una batosta pazzesca, una sconfitta enorme che ha cambiato il modo stesso di fare politica...

... C'è stata in Inghilterra, nel 1600, una rivoluzione grossa e violenta che l'ha devastata in lungo ed in largo. Lollardi, Livellatori, Diggers ne hanno fatte di cotte e di crude, ne hanno dette e scritte che se vai a leggere quelle cose dici "altro che il punk!" Hanno raggiunto livelli di sovversione incredibili: ma, spariti loro come persone (anche perché ne hanno ammazzati a migliaia), tutto è tornato come prima...

Io ricordo che in quest'ultimo periodo ero molto critico nei confronti del modo in cui ci eravamo mossi: ci eravamo fatti prendere in un meccanismo stile percussione, un colpo da una parte e uno dall'altra, solo che gli altri erano molto più forti e noi eravamo sempre di meno, sempre meno motivati e sempre meno capaci di star dietro alla situazione. Il circolo nostro è stato chiuso e non siamo più riusciti a organizzare niente. Il Leoncavallo è rimasto aperto, era stato occupato nel '75, anche perché loro erano molto più radicati sul territorio, sono stati più capaci a muoversi, poi Milano è tutta un'altra situazione.

... purtroppo gli slogan "riprendiamoci la vita", "partiamo da noi stessi e dai nostri bisogni", per qualcuno hanno voluto dire: riprendiamoci i nostri soldi, riprendiamoci le nostre carriere, riprendiamoci l'eredità di papà; per altri invece hanno voluto dire: riprendiamoci il cazzo nel culo, facciamoci le pere, facciamoci sparare. Adesso sto tirando giù in modo provocatorio, però tutto questo ha forse voluto dire individualismo sfrenato. Io non riesco a fare un bilancio preciso di quel periodo, ma il rischio di quelle parole d'ordine era proprio questo. È vero: noi si rifiutava il concetto alienato di militanza: andare a dare volantini davanti a fabbriche a gente che non sapevi manco chi cazzo era, che spesso aveva l'età del padre a cui eri contrapposto in famiglia. Ma, se parto solo dai miei bisogni, finisce che faccio solo il cazzo che mi pare a me, e per molti la banalizzazione di queste parole d'ordine ha voluto dire anche questo;

...La sinistra rivoluzionaria era sparita come forma organizzata, e noi in quel periodo a Torino, in pochi mesi, ma molto intensi, abbiamo riempito quel vuoto come eravamo capaci di fare e ci siamo dedicati in qualche modo a delle cose anche più grandi di noi, non perché non fossimo capaci, ma perché noi eravamo radicati sul territorio, avevamo messo insieme gruppi di amici...

... e pensate agli spettacoli oggi: enormi concerti anche gratuiti, tantissima offerta dai privati o dagli enti locali e tutto è partito allora anche per risposta alle nostre rivendicazioni...

... L'impressione è che noi abbiamo messo in piedi una roba effimera: le società sono come il mare, ma dentro ci sono cose fatte di roccia: la chiesa cattolica sono duemila anni che sta lì a rompere i coglioni, e loro usano dei metodi ben precisi per darsi continuità nel tempo.

Oggi mi sembra che quello che abbiamo fatto nel '77 fosse buttare acqua sui muri: s'asciuga. Vabbè, se ne butti tanta, il muro un po' si scrosta, ma cinquant'anni dopo la casa è ancora in piedi e la pioggia è passata, dimenticata. Quindi la politica è una roba che necessita di certi metodi, strumenti e organizzazione e non c'è un cazzo da fare, noi su quel terreno abbiamo perso...

... Lotta Comunista, ad esempio, è una struttura non effimera, che dura nel tempo, gente se ne va, gente arriva e le fanno una bella scuola quadri, ma non cambia un cazzo. Anche noi avremmo potuto fare la stessa cosa, ma non sono convinto che questi metodi garantiscano il cambiamento vero.

... è vero che tutta una serie di comportamenti sono rimasti. Non sono molto visibili, sono sotterranei, ma ci sono e mantengono una certa coerenza rispetto ad allora...

... le organizzazioni, i partitini della sinistra rivoluzionaria cercavano d'inseguire la società, che è un casino complessa, e si articolavano il più possibile: studenti, operai, disoccupati, proletari in divisa, cercando anche di farlo sul territorio, nella nazione; ma questa roba si è completamente spappolata nel '77. Tutto è stato frantumato e triturato. Ognuno poi si è ridotto a gestirsi, appunto, il proprio personale, la propria individualità più o meno per gruppi piccoli, molecole, più o meno per coppie o per famiglie o per bande...

... oggi stanno sicuramente venendo di nuovo al pettine una serie di contraddizioni irrisolte che creeranno sicuramente grossi casini; sarebbe utile vedere quali delle nostre esperienze passate potrebbero essere utilizzate, visto che sempre più gente viene tagliata fuori e sempre meno la società è in grado di rispondere alle domande: così come noi non siamo stati in grado di affrontare la complessità, non è detto che gli altri riescano a governarla la complessità...

... La maggior parte delle persone che hanno continuato delle attività, l'hanno fatto in un ambito ristretto: c'è chi si è occupato più di ecologia, chi si è occupato di problemi internazionali delimitandoli anche molto, uno Cuba, l'altro il Vietnam o il Nicaragua, scegliendo cioè un settore molto specifico e ristretto proprio come fuga dal confronto con la complessità. E non perché tutto il resto interessasse poco, ma uno diceva <>, che può essere anche stato un problema di coscienza: <> ...

... negli anni settanta si sta rompendo quella forma di patto sociale, che gli economisti chiamano "compromesso di tipo Keynesiano", tra classe lavoratrice e padronato che garantiva un reddito minimo alle famiglie consentendo l'accesso al consumo delle merci. Queste merci erano prodotte però da un sistema di produzione abbastanza rigido di tipo fordista. Questo patto sociale ti permetteva la macchina, un livello di istruzione secondario, gli ospedali... ti permetteva tutta una serie di cose. Quel modo di produzione era legato alla fabbrica tayloristica ed era rigido: bastava bloccare un punto per fermare tutto. Questo ha provocato processi di ristrutturazione che non erano solo legati alla necessità di rispondere alla lotta operaia, ma anche al fatto che la società stava cambiando. Vorrei collegare questo al problema dei bisogni e della soggettività: forse il nostro modo di porci di allora, frammentato e più individualistico, è servito anche da stimolo nei confronti di un assetto produttivo che stava cambiando verso il mercato diversificato: si passa da un modello di mercato che produce e che poi si pone il problema di trovare delle persone che comprano, ad un mercato in grado di produrre in funzione di bisogni diversificati e molteplici. I nostri comportamenti d'allora e il nostro modo di partire dai nostri bisogni sono stati utilizzati: il sistema produttivo fa questo di continuo usando elementi che agiscono nella società per trasformarsi continuamente. Non a caso i sistemi di comunicazione oggi utilizzano molto le forme che noi usavamo allora col teatro di strada, o con le forme più dirette o ironiche. La pubblicità oggi usa molto queste forme che erano un nostro mezzo creativo di allora, ad esempio le trasmissioni con la linea telefonica diretta che erano partite dalle radio libere...

... Se tu oggi mi dici: "facciamo un bel partito strutturato e poi facciamo la rivoluzione", io ti rispondo che non ci credo. Quel modo di fare politica è finito qui in Italia in quegli anni lì, ma, andiamo a vedere cosa è successo dove dicono esserci stata la rivoluzione comunista! Non si può certo dire che tutto sia andato bene, anzi. Guardiamoci intorno: oggi la gente si scanna per il colore della pelle, per una religione. A me non frega un cazzo di sapere come scopi, se in una posizione o nell'altra, però cosa tu pensi del razzismo, di tolleranza, eccetera, diventa importante, perché oggi dobbiamo fare i conti con marocchini, albanesi, senegalesi ... la nostra visione, più o meno marxista, deve fare i conti con queste altre culture, in Italia non ci siamo solo più noi ...

... La risposta che ho dato rispetto ad allora e che continuo più o meno a dare è questa: forse l'alternativa è cercare di essere coerente con la propria visione del mondo, delle cose e di sé stessi e di cercare di produrre dei cambiamenti all'interno delle singole realtà. Tenendo conto che è un casino perché da soli è dura, questo però non ci può esentare da questa cosa qui.

... sono passati vent'anni, ma ci si ritrova ancora a parlare qui con un certo spirito. Molti hanno fatto delle scelte non lontane dai presupposti d'allora: ci sono quelli che vivono ancora fuori dalla famiglia con modi alternativi, che usano il denaro in un certo modo. C'è il rifiuto della modernità e si cerca di vivere la propria vita basandola su dei valori che allora erano prioritari come lo sono oggi: essere anziché apparire ad esempio. Secondo me, è stata una generazione che non ha perso e non se l'è presa nel culo: io, da questo punto di vista, non mi sento assolutamente un perdente. È vero il potere non è stato preso, oggi c'è il PDS e allora c'era la Democrazia Cristiana e sappiamo che tutto è uguale, ma non mi sento un perdente, perché mi sembra che nella mia vita, così come in quella di tanti, si sia riusciti a mantenere una coerenza ed anche una linea rispetto a quello che pensavamo allora: dicevamo "lavorare meno lavorare tutti": nessuno o quasi lavora in fabbrica, nessuno ha sacrificato la propria vita appresso al mito del lavoro, che allora era comunque forte, cerchiamo di avere rapporti umani di un certo tipo e questo è rimasto un bisogno fortissimo; c'è una ricerca continua di contatti. Non è successo che ognuno sia andato per la sua strada facendo carriera...

martedì 29 settembre 2009

Studiare economia e diritto con un "gagno di 15 anni"

Ieri mio figlio mi ha descritto quello che il suo professore di economia gli ha spiegato del perché quella materia viene trattata come "scienza". L'impressione che ho avuto è che non ha colto bene il senso del tutto. Lui è al 2° anno di un liceo che "pomposamente" si titola come "economico aziendale". Un indirizzo che è il frutto di uno dei tanti tentativi sperimentali di questa nostra beneamata scuola. Il prossimo anno oltre a diritto, economia, matematica etc. studierà anche filosofia che insieme a storia ed italiano costituiranno il trittico "umanistico" della sua formazione.
Il resto sono materie come inglese, francese,biologia ed educazione fisica.
Vedere e sentire un brasiliano che studia la costituzione italiana, le fonti del diritto e che, nello stesso tempo, accompagna il tutto con un sottofondo musicale fatto da Tupac e Mano negra mi fa una certa impressione.

Che giudizio dare della scuola pubblica italiana con un figlio adolescente che la frequenta?
Mah, sono combattuto tra un bel 4 ed un 5 (tanto per darle una speranza).
La cosa che più mi lascia perplesso in questo casino è l'assoluta mancanza di passione da parte di chi lo forma (con rarissime eccezioni). Io sono un rompicoglioni con lui. Lo seguo, vado dai professori, cerco di capire il clima della classe. Insomma mi do da fare per cogliere eventuali aspetti critici su cui intervenire.
Lo scorso anno ha studiato materie come storia ed italiano con un tizio (che quest'anno non c'è più) che in tutto l'anno gli ha fatto fare numero tre temi, spiegava storia dettando un riassunto di quello che c'era sul libro e per il resto cercava di contenere l'irruenza di 18 giovanotti.
Tracce lasciate nella testa di quei ragazzi? Zero, zero.

Quando ci sediamo a tavola e prendiamo i libri provo a suggerirgli di cercare delle connessioni tra le materie che studia. Ieri parlando di economia abbiamo fatto un po' di incroci con la storia, le innovazioni tecnologiche e ciò che questo ha sempre determinato nella società in genere.
Stessa cosa quando abbiamo affrontato i primi rudimenti di diritto, il significato di norma giuridica, i diversi rami etc.
Mi rendo conto di quanto sia difficile "appassionarlo". Questa difficoltà giustifica l'indifferenza di un insegnante alla sorte di quei ragazzi? Io penso proprio di no.

Lo scorso anno dei 18 che hanno iniziato l'anno tre hanno abbandonato. Sono scomparsi e non frequentano più nulla. Qualcuno era ripetente ed i genitori si sono arresi.
Quando vado a parlare con i suoi professori il massimo dello sforzo è quello di aprire il registro e snocciolare i voti concludendo con una delle seguenti frasi "potrebbe fare di più" oppure" deve studiare di più".
Mi è capitato anche di stare lì a sentire una tipa che mi parlava di Lucas e che alla fine si è accorta che in realtà lo aveva confuso con un altro ragazzo.

La scuola è nella merda perché nella merda siamo noi tutti, non può essere un'isola felice.Credo però che dovrebbe provare ad esserlo.
Lì al mattino non entri in una fabbrica per avvitare bulloni. C'è del materiale umano, ci sono facce, storie, cervelli. Se è così basta allora solo un gessetto ed una lavagna e tanta passione "travolgente".
Certo la Gelmini è una testa di cazzo, le scuole non hanno risorse e ti devi pagare anche la carta igienica. Ma questo che ci azzecca con la "formazione"? Cosa ti impedisce quando insegni storia (ad esempio) di narrargliela in modo che avvenimenti accaduti 2.000 anni fa abbiano per loro un senso?

C'è gente che cerca responsabilità allo sfascio nel 68. Beh, io vorrei riaverlo il 68. Oggi alleviamo una generazione di ragazzi incolti, abituati a rispondere solo a dei quiz con delle crocette ai quali è negata la possibilità di usare il loro cervello in modo dinamico e flessibile.
Nello schifo che stiamo programmando per il futuro il 68 non c'entra un beneamato cazzo. Credo, al contrario, che c'entri una sorta di ingegneria sociale (inconsapevole?) che non ha bisogno di soggetti in grado di cogliere le connessioni, di interrogarsi sul perché dei fatti. Gente che vada a collocare quello che gli viene insegnato nei rapporti tra gli individui traendone delle conseguenze e formandosi un'opinione su come quel sapere sarà domani utilizzato.
Mi chiedo se chi insegna è consapevole di tutto questo. O se il problema è solo quello di non pagare la carta igienica.
Se lo sanno molto di ciò che dovrà cambiare è nelle loro mani, indipendentemente dalla Gelmini. Se non lo hanno capito c'è poca speranza ed io proverò, nel mio piccolo, a fare supplenza.

martedì 28 luglio 2009

Radio micciacorta

Questa sera se non avete un cazzo da fare, se vi siete rotti i coglioni di sentire le solite cose,.....berlusconi di qui, franceschini di là......e noi nella merda, passate a trovarmi dalle parti di radiomicciacorta; il link ? qui a fianco. Non siamo in tanti, per il momento c'é una media di una dozzina di affezionati ascoltatori.
Di che si parla? Questa sera di viaggi. Vi porterò un po' in giro con me, razza di bamboccioni incalliti.
Ci sarà un viaggio vero ed uno da "organizzare". Quello vero vi porterà nella terra degli Exil, quello da progettare nel conflitto. Quello vero.
p.s.
ore 20,45, ed abbiate pazienza se sentite un pò di casino

mercoledì 24 giugno 2009

Correva l'anno scolastico 1975/1976


Correva l'anno scolastico 1975/1976. Eravamo messi così alla Tesoriera; in posa sorridenti e belli in attesa degli eventi che ci avrebbero proiettati definitivamente nel mondo degli adulti.
La VaB dell'ottavo liceo scientifico di Torino si preparava all'esame di maturità. Io sono il quarto partendo da sinistra nella fila di quelli seduti per terra.
Sono vicino ad Enrico e ad Andrea. Claudio è un po' più in sù.

Non ricordo bene le date (sono passati 34 anni) ma qualche settimana dopo fui espulso da scuola per le botte date ad un paio di fascistelli durante le ore di lezione.
Ricordo che li andai a prendere in classe, davanti ai professori esterrefatti, ed insieme ad altri compagni li sbattemmo fuori dai cancelli.
Il giorno prima erano venuti a cercarci con un po' di camerati. Uno di loro estrasse una pistola e ci minaccio'.
Gente tosta i fasci, si chiamavano "cucciolo" (pesava 120 kg ed era grande e grosso), willy (il più bastardo) ed insieme ad altri provavano a farci paura.
Già la paura, era una roba che ti costringeva a guardare se sotto casa qualche macchina con gente strana fosse lì in attesa. Valeva per noi e per loro. C'erano codici di comportamento e zone proibite, cose da usare in funzione del livello dello scontro e cose da non usare.

Il mio professore di ginnastica era Franco Arese, provo' a calmarci quella volta e cerco' di convincerci con tutti i mezzi di lasciar perdere e di non alimentare le tensioni.E chi lo sentiva.
Era così allora. La scuola fu occupata a seguito della mia espulsione (ed a quella di Renato), si fece autogestione; ci si scontrò con il preside, con i crumiri, con i fasci e con quelli che non ci sopportavano.
Furono giorni magnifici.
Il parco in cui ci scattarono la foto l'anno successivo lo occupammo; fondammo un circolo che si chiamò Zapata ed iniziammo un lavoro politico nel quartiere e tra i ragazzi che alla fine costrinse il comune a restaurare la "villa", a creare una struttura per anziani e ad aprire il sito alla gente della città.
Altri tempi; si dialogava con gente come Novelli.
Il 1976 è stato l'ultimo anno di Carosello, in quell'anno arrestarono Curcio, uscì il primo numero della Repubblica, l'OLP fu ammessa all'ONU, Ultimo tango a Parigi fu censurato, Mario salvi fu ucciso da un poliziotto ed Ulrike Meinhof suicidata in un carcere di massima sicurezza.

Un anno pieno di cose.

p.s.
in culo alla balena ai maturandi

domenica 3 maggio 2009

Mandare a fanculo il 95% dell'umanità italiota



Credo di essere diventato intollerante. Si, uno di quelli che si lamenta di tutto e di tutti. Che, ancor prima di sentire la fine di un discorso o di un ragionamento, scuote le spalle e manda a cagare il 95%di quelli che discettano.
Intollerante perché consapevole di essere solo come un eremita nel deserto. Però, in fondo, la mia è una condizione  di uomo libero. Magari con poca gente che mi sopporta, ma libero.

Perché scrivo queste robe? Perché ho una voglia grande come una montagna di mandarvi a quel paese tutti quanti, con poche eccezioni.
Vivo in compagnia di prototipi di giovani uomini, gente che dovrebbe avere l'ambizione e l'energia per cambiare il mondo. Li trovo invece imbolsiti e più rincoglioniti del sottoscritto.
Prendeteli, ad esempio, quando finita la scuola o l'università capita a costoro di trovare uno straccio di posto da precario. 
Strisciano. Si mimetizzano con giacca e cravatta, provano a fare i grandi e alla fine, sopportando il sopportabile, strisciano.
Impiegano esattamente 30 minuti per scaraventare nel cesso i quintali di libri su cui si sono formati una pseudo coscienza libertaria, laica e progressista. 30 minuti nei quali realizzano che la loro condizione in fondo non è precaria ma flessibile, che così è oggi il mondo e che chi non è attento a cogliere le innovazione a capire i processi a mettere in fila i bisogni ridisegnando la propria condizione è destinato al museo dell'archeologia industriale e sociale.
Direte, "ma sono ricattabili"
"In culo a quelli che si fanno ricattare, e allora che cazzo me la meni con la storia della coscienza civile e del no alla mafia ed alla camorra se sei così invertebrato da non aver quei due millimetri di spessore di farti rispettare senza essere costretto a chiedere il permesso al tuo "responsabile" per andare al cesso a pisciare?"

Oppure provate a dirmi: di che si occupano i giovani? Che cazzo fanno nel loro tempo libero. Con quali questioni occupano le loro meningi?
Me li vedo già tutti infervorati a commentare la notizia del giorno: la Monica che molla il Silvio.
Sono ridotti a parlare di quello perché il resto è noia. Con la mamma che stira i calzini e cucina i rigatoni cosa di meglio può esserci di una soap opera vera?
La cosa insopportabile in questo? la sinistra che fa la bigotta, e con la puzza sotto il naso, per un vecchio che scopa come un mandrillo.Ma andate a cagare.
Siamo ridotti a questo livello di discorso? A questo livello di partecipazione allo spettacolo? Andate a fanculo!

Si dirà, ma non sono tutti così i ragazzi (ed i vecchi). Sarà, ma la massa informe che vedo trascinare stancamente le gambe sotto i portici, attaccati mano nella mano con lo sguardo vuoto, sono massa e basta.
Se valgono le statistiche e se i  vecchi che li hanno generati e ridotti al vuoto pneumatico con i loro discorsi impegnati, di fronte alla gazzetta dello sport e ad un cappuccino e bombolone, con loro formano la maggioranza, significa che questi uniti ai padri costituiscono la palude di questo paese di merda.   
Sicuramente non vi abbiamo dato una mano in questi anni per elevarvi; giusto quel tanto da guardare oltre. 

Già, la vecchia generazione. Mi ci sono perso a cercare di capire. Ne ho trovati tanti sulla strada impegnati come il sottoscritto a sopravvivere, cercare di dare un senso a tutto impegnando il tempo in cose che non lasciano traccia.
Ridotti ad una vita ordinaria; dopo aver provato ad essere straordinari. Quei pochi che salvo o sono ancora in galera o sono andati via. E' per questo che non mi assolvo e provo a resistere.

We're just two lost souls swimming in a fish bowl

Mi ci sono perso nei meandri delle iperboli illogiche della mia generazione. Gente che ha fatto un percorso per trovarsi a ridare un senso alla propria storia parlandone in luoghi frequentati da fascisti, o intorno ad una tavola imbandita, dicendo che se avessimo vinto Pol Pot ci avrebbe fatto una sega.

So, so you think you can tell Heaven from Hell,
blue skies from pain. 
Can you tell a green field from a cold steel rail? A smile from a veil? 
Do you think you can tell?


Per una attimo ho avuto un brivido a riascoltarli mentre dicevano quelle cose. un brivido perché so che non è vero e che loro cercano di sfangarla vendendo quel poco che hanno da offrire. Un retaggio di incoscienza trasformato in ombre che gettano orrore sulla nostra storia.
Anche noi minoranza, ai tempi nostri, in un mondo specularmente uguale a questo.
Diciamocelo (come dice quel coglione di fascio) in realtà era tutto già così allora.
Si, ci si agitava e si moriva anche. ma la massa di membra stanche sotto i portici era la stessa e con gli stessi cromosomi.

E allora andate a cagare, giovani invertebrati e vecchi lobotomizzati.
Sono quasi arrivato alla conclusione che qui nessuno rappresenta niente. 

And did they get you trade your heroes for ghosts? 
Hot ashes for trees? Hot air for a cool breeze? 
Cold comfort for change? And did you exchange 
a walk on part in the war for a lead role in a cage?

Dare una forma alla propria incazzatura che sorniona ti guarda mentre ti alzi tutte le mattine è un modo per fare della terapia che ti costringe ad andare avanti.
Gli dai la forma del tuo vicino, del discorso sentito al bar, del vecchio che picchia il ragazzino vociante e del ragazzino che manda a fanculo il vecchio intollerante.
Gli dai la forma e la sostanza dei rapporti che compongono questo caleidoscopio fatto di umanità e materialità, di speranze impercettibili e realtà banale.

Year after year, 
running over the same old ground. What have we found? 


Ne ho i coglioni pieni.
Per esempio l'altro giorno era il primo maggio e mi sono fatto un pezzo di corteo. Nello stesso serpentone viaggiavano i ragazzi dei centri sociali con dietro quelli del Pd che a loro volta avevano dietro Rifondazione, anarchici e Lotta comunista.
Tutti con il loro striscione, tutti con le loro parole d'ordine ed i loro slogan.
Davanti a quelli di Askatasuma c'erano quelli di Di Pietro. Ho provato a cercare una ragione per essere lì, per trovare un collegamento tra quelle diverse anime e ne ho trovato uno solo. La bella giornata di sole e la commemorazione a cui non si può mancare.
Manco la polizia c'era. 

Vivo in una città che ha consumato il suo asfalto sotto i colpi delle suole di milioni di uomini che negli anni ne hanno occupato le strade e divelti i ciotoli per farne proiettili.
Anime che aleggiano come fantasmi e che ogni tanto emergono di giorno quando meno te lo aspetti.
Piccoli segnali.
Vivo in una città che è diventata indifferente. Sorda e poco partecipe ma che si meraviglia di quei segnali.
Per questo sono intollerante e non ho più il tempo di cercare delle spiegazioni, di guardare agli altri, di sentire analisi e discorsi. Il corso delle cose è quello. Da sempre si potrebbe dire. Non è che ci sia ancora altro da capire. E' solo una questione di percorsi e di voglia. Voglia di agire e basta. Null'altro. E allora ti interroghi su cosa possa dare dignità e significato a quello che rimane. Trasformarsi nell'ennesimo censore della fuffa? Uno di quelli che reclama il diritto, a cui piace l'ordine delle regole e che scrive libri su questo? Un altro di quelli che siedono al tavolino e non lo rovesciano mai? Sempre con il ditino alzato e senza aver la forza di ficcarlo veramente nel buco del culo del potere? Un parolaio? In ultima istanza  pensare di impiegare il tempo correggendo cose inutili e senza sostanza dell'universo mondo o mandare a cagare il creato. Ed affanculo il resto?





mercoledì 22 aprile 2009

Il mio 25 Aprile

La retorica che accompagna le celebrazioni è una roba con cui ho fatto i conti un sacco di volte nella mia famiglia.
Sarà stato per il fatto che con la retorica della guerra( la mia famiglia) ha avuto una certa dimestichezza, e che a me è capitato di vederla e toccarla da vicino.
Una retorica che creò miti e statue intorno alle quali celebrare il ricordo degli avvenimenti
La retorica  portò mio nonno a combattere nell
a guerra del 15 quando ancora non aveva compiuto 18 anni. A ricevere un paio di medaglie al valore ed una ferita in testa ricucita alla meno peggio.
In seguito lo vestirono con un casco coloniale, gli fornirono  un fucile e, nel 1936, lo imbarcarono su una nave diretta in Africa.
Quando tornò, nel 1947, trovò un figlio che non aveva fatto in tempo a veder nascere ed altri che non riconosceva.
In compenso parlava bene l'inglese appreso nei campi di prigionia e sapeva come recuperare da un paio di sandali un po' di cuoio con cui attenuare i morsi della fame. 

Partì perché doveva scegliere tra la fame qui ed un cumulo di cazzate che gli avevano raccontato per giustificare quel viaggio.
Combattè in tanti posti diversi e fu catturato insieme ad altri a Gondar.
Quando tornò non ringrazio' chi lo aveva mandato lì. Quella gente era sparita o si era riciclata. Aveva altro a cui pensare e pensò solo lavorare ed a tirare avanti.

Quello che i suoi figli gli raccontarono al suo ritorno era, però, l'immagine di un'Italia che era stata ridotta con le pezze al culo, un posto in cui se non eri fascista avevi un po' di problemi. Anche se tuo padre, o tuo marito, combattevano per quello con il cranio pelato che si era divertito a dichiarare guerra a mezzo mondo.

Gli raccontarono dei libri dati a scuola con la scritta "regalo del fascio per miserabilità accertata". Di come la miseria li aveva costretti a cercare con mille espedienti di sopravvivere.
Della gente fucilata davanti al cimitero dai tedeschi, del gerarca che passava tutte le sere con i suoi stivaloni lucidati a specchio sotto casa. Dell'odio che saliva piano. 
Della strage di Pietransieri. Un posto in cui i nazisti ammazzarono 128 persone, di questi 60 erano donne. Il motivo era dato da un sospetto: l'appoggio ai partigiani.
Solo un sospetto.
Gli raccontarono anche dei partigiani e della Brigata Maiella. Dei tanti, dei troppi morti.

E allora quando celebrerò il 25 Aprile penserò a lui, a mio padre ed a quelli come loro. Gente che ha pagato un prezzo altissimo e che è stata liberata.
Celebrerò, con chi di loro c'è, la resistenza ed i suoi partigiani e manderò affanculo revisionisti ex fascisti e gente di merda che con quella storia e quella gente non hanno niente ma niente da spartire. E godrò, nel tenere viva quella retorica, salutando e ricordando con il pugno chiuso il compagno Giovanni Visone Pesce.




venerdì 9 gennaio 2009

Sport di classe

E così mentre qualcun altro si beccava 4 goal dal Chievo Verona, due dal Siena ed altri due dal Valencia e tornava a casa con le pive nel sacco e scornati, il mitico brasiliano con i suoi compagni del Canavese vinceva il torneo Tappari mettendo in fila l'Acqui, il Napoli, Il Parma, il Torino e l'Albino Leffe.
Un goal subito e undici segnati.
W le squadre umili,proletarie e toste.

domenica 21 dicembre 2008

Torino d'inverno

Springsteen mi fa pensare, con la sua musica,che se dovessi associare la sensazione di libertà a qualcosa avrei bisogno di quelle atmosfere per provare a definirla e sentirla epidermicamente.
Mi fa scorrere davanti agli occhi immagini di strade senza orizzonte, metallo e macchine.
Tute blu e lavoratori che escono a frotte da una fabbrica.
Ciminiere e fumo.
Un panorama desolato che ti spinge a cercare nelle tasche i pochi spiccioli per pagarti un biglietto ed andare via. 
Ricordo quell'atmosfera strana di Torino, da ragazzo e d'inverno. L'attesa del pullman sotto casa. La nebbia che faceva fatica ad alzarsi.Il freddo che entrava nelle ossa.
Mio padre che sbrinava il vetro della sua macchina. Mia madre in vestaglia che ci salutava tutti e chiudeva la porta.
L'odore di sapone e di pulito di quelli che ti passavano accanto sul bus. Le voci quasi sussurrate e l'idea del tepore dei corpi che ognuno di noi aveva lasciato nel letto.
Mi scorrevano così le immagini di questa città più di trent'anni fa. Grigia e metallica. Rumorosa come il mantice di una pressa che si abbatte su una lamiera.
Una città con i ritmi della fabbrica, con i volti della fabbrica. Costruita con le mani callose di quelle persone. Gli occhi luminosi delle tante mamme che parlavano dei sogni da fare e realizzare per conto dei loro figli.
Gente forte, mille dialetti e la sensazione di essere a tempo in quel luogo.





martedì 2 dicembre 2008

Tu faresti lo spacciatore?


Ieri sera mentre accompagnavo mio figlio ad un evento sportivo che lo riguardava, chiacchierando del più e del meno mi ha fatto questa domanda" Papà, tu spacceresti droga se non avessi alternative?"
Lì per lì sono rimasto perplesso e l'ho guardato attentamente per capire se, dietro quella domanda, non ci fosse dell'altro.
"Ci sono sempre delle alternative ad una cosa del genere, ed in ogni caso se uno fa una roba del genere si deve rendere conto che procura un danno ad una persona, non mi sembra il modo migliore per risolvere un problema personale, o fare soldi, speculare sulla pelle di qualcun altro."
"Si ho capito, ma se tu fossi veramente nella merda cosa faresti? Spacceresti come ultima possibilità droga?"
"Non esiste che quella sia l'ultima possibilità- ho risposto- Ed in ogni caso no, non spaccerei droga, preferirei dormire sotto i ponti"
"E faresti dormire sotto i ponti tutti noi?"L'altra domanda.
Per fortuna siamo arrivati proprio su questo punto, e la conversazione si è chiusa lì.
Però, voi spaccereste se foste nella merda?

sabato 14 giugno 2008

Poesie



Oggi non ho voglia di scrivere nulla.Lascio la costruzione del comunismo in un punto indeterminato dell'universo o del futuro "perché (come mi ha scritto Francesca in un commento qualche post fa) dico chiunque può augurarsi la distruzione del capitalismo, anche un fascista o un prete, soprattutto se mette il termine in un punto indeterminato del futuro".Capirete che, nella determinazione del punto e, cosa più importante, del come, abbiamo tempo di fare una passeggiata tra le cose più belle che ci siano capitate di ascoltare od osservare in questo peregrinare, pieno di tentativi, illusioni, vittorie e sconfitte .
Io mi sono messo alla ricerca di qualche poesia. Ce ne sono di meravigliose, qui mi limito a qualcuna di quelle che ogni tanto vado a riprendere.Accompagnato magari da qualche melodia un po' così, perché, al fondo, l'idea della rivoluzione è piena di malinconia per ciò che vorremmo che fosse e che in realtà non è.Come una poesia.

“Con i poveri della terra voglio condividere il mio destino: il ruscello della sierra mi piace più che il mare”
Jose Marti

Io ti chiesi

Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto.

Mi hai guardato a lungo
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste

- Hermann Hesse

L'Infinito

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

- Giacomo Leopardi


Agonia


Morire come le allodole assetate
sul miraggio

O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia

Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato

Ungaretti


Aggiunti su suggerimento di Mauro

È ridicolo credere

È ridicolo credere

che gli uomini di domani
possano essere uomini,
ridicolo pensare
che la scimmia sperasse
di camminare un giorno
su due zampe

é ridicolo
ipotecare il tempo
e lo é altrettanto
immaginare un tempo
suddiviso in piú tempi

e piú che mai
supporre che qualcosa
esista
fuori dall'esistibile,
il solo che si guarda
dall'esistere.



(Eugenio Montale, Satura; Satura II)

Non sono nulla, non posso nulla,
non perseguo nulla.
Illuso, porto il mio essere con me.
Non so di comprendere,
né so se devo essere,
niente essendo, ciò che sarò.
A parte ciò, che è niente, un vacuo vento
del sud, sotto il vasto azzurro cielo
mi desta, rabbrividendo nel verde.
Aver ragione, vincere, possedere l'amore
marcisce sul morto tronco dell'illusione.
Sognare è niente e non sapere è vano.
Dormi nell'ombra, incerto cuore.

Pessoa

Gli esami non finiscono mai



Tra circa due ore Lucas avrà finito con gli esami di terza media.Alle 14,30 gli tocca l'orale.
A suo dire le prove scritte sono andate bene.
La prova di matematica prevedeva la risoluzione di un problema di geometria con un prisma,tre esercizi di statistica sul concetto di media, mediana e moda,una equazione e la rappresentazione su un piano cartesiano di una funzione del tipo y=ax+b.
Nello scritto d'inglese doveva presentarsi e parlare di un suo amico, il tema di italiano lo ha visto impegnato nello scrivere ad un suo amico di quelli che sono i suoi problemi.
E' stata dura farlo studiare quest'anno. Tra gli impegni nel calcio con i suoi tre allenamenti settimanali (dalle 17,00 alle 19,00), le partite, le ragazzine che ronzano, le tempeste ormonali, i discorsi sulla necessità di sentirsi libero e non guardato a vista e tutto l'ambaradan legato alla sua crescita,con Carla, abbiamo iniziato la nostra scalata sull'Everest.
Nel rapporto con mio figlio cerco di trovare il giusto equilibrio tra quello che è il modo di vedere la vita e la società e quello che sente lui.
In questo momento non è molto attratto dalla politica.Anzi, direi che per lui le mie incazzature ed i miei sermoni il più delle volte sono incomprensibili.
Mi sembra molto pratico.Una volta, parlando di cultura fascista gli ho detto che una cosa che non avrei mai sopportato sarebbe stata quella di vederlo frequentare ambienti di quel genere.
Mi ha chiesto se potevo fare una eccezione nel caso si fosse innamorato di una bella ragazza di destra.
Quando li avevo io 14 anni giocavo nel cortile di casa. Lui per poter fare la stessa cosa, e trovare uno spazio in cui non prendersi gli improperi di chi non sopporta le urla dei ragazzi quando giocano, attraversa mezza Torino.
Ascolta musica hip hop, rap e reggae. I suoi idoli sono 2pac, che ho scoperto grazie a lui, ed Eminem.
Adesso è teso, non ha pranzato e non vede l'ora che tutto finisca.
Gli ho suggerito di pensarsi da qui a tre anni. Mi ha risposto che non è una bella cosa pensarsi vecchi per superare lo stress.
In bocca al lupo, figlio.

giovedì 29 maggio 2008

Quando ero giovane


Quando ero giovane i guai me li andavo scientemente a cercare.La militanza politica era qualcosa che mi occupava il tempo e la vita.Ho attraversato città dentro cortei pieni di rabbia e di violenza.Ho visto cose brutte e sconvolgenti come l'incendio dell'Angelo Azzurro e Crescenzio ridotto ad un manichino informe su una sedia, con il fumo che avvolgeva la sua figura.Ho visto finire al telegiornale la vita di compagni, stesi sul pavimento di un Bar in un quartiere operaio.

Ho condiviso il rischio, l'adrenalina, la paura ed il coraggio di tanti.
Ho visto, vicino casa, il dolore di un genitore che piangeva il figlio morto, ucciso da compagni che volevano fare un agguato ad una volante.
Ho portato il passamontagna e la spranga.Ho picchiato ed inseguito, sono stato braccato ed ho ricevuto minacce.Mi hanno distrutto il portone di casa spaventando a morte i miei vicini.Hanno scritto il mio nome, insieme ad altri, sui muri di scuola promettendomi di tutto.Ho frequentato gente che si è pentita e che un attimo prima cercava di convincermi di quanto fosse giusta la lotta armata.
Quando frequentavo il liceo sono stato espulso e sospeso per una settimana.Cosa avevo fatto?Ero entrato dentro la classe di uno che il giorno prima, fuori dai cancelli, si era presentato con una pistola minacciando dei compagni e lo avevo cacciato via a calci in culo.

Ho rivisto, in questura, le foto segnaletiche di gente che non vedevo da anni.Di altri ho perso le tracce. Di molti rivedo le facce in televisione mentre organizzano convegni o si scannano per una poltrona.

Quando la mia vita è cambiata, perché il caso mi ha portato a fare altro, ho riempito il vuoto della mia vita viaggiando.
Sempre rigorosamente con zaino e sacco a pelo.
La cosa più bella che ci sia, dal mio punto di vista. Ho preferito andare, e conoscere, realtà che sentivo in qualche modo vicino alla visione che ho io della lotta e della vita. Luoghi in cui scegliere e sentirsi nel giusto.A posto con la coscienza.Tra tanti posti il Guatemala, Il Salvador ed il Messico.Ho ritrovato, per caso, negli archivi del corriere della sera un articolo che mi ha visto involontario protagonista insieme ad un mio amico.La rivolta del Chiapas e l''occupazione di san Cristobal da parte di Marcos.Perché scrivo di questo? Forse perché quello che accade oggi mi riporta indietro nel tempo.Con tante differenze però.La prima differenza è in noi.In ciò che antropologicamente siamo diventati.Al fatto di dover vivere in un continuo equilibrio tra ciò che riconosciamo come valori e ciò che manifestiamo, nei nostri comportamenti di vita concreta, omologati ai tanti.
Al nostro vivere temendo di perdere quello che abbiamo. Nel non andare fino in fondo nelle cose che ci raccontiamo di questa società.
Probabilmente è diventato tutto più difficile ed incasinato.
O forse è tutto maledettamente più semplice.C'è una cosa di cui sono sicuro.Abbiamo scelto, fin da giovani, di complicarci la vita e viverla un po' male.E credo che, adesso, avremmo voglia di voltare le spalle ed occuparci solo di noi stessi.Solo che non ci riusciamo ed in fondo godiamo ad essere così.

Gli indios assaltano la citta' di San Cristobal

Rivolta indigena in Messico cinque morti e 20 feriti bloccati due turisti italiani,300 indios armati si sono impadroniti della localita' san Cristobal de Las Casas nel Chiapas

------------------------- PUBBLICATO ------------------------------ Gli indios assaltano la citta' di San Cristobal TITOLO: Rivolta indigena in Messico Cinque morti e 20 feriti Bloccati due turisti italiani CITTA' DI MESSICO . Rivolta indigena in Messico. Trecento indios, pesantemente armati, si sono impadroniti della localita' turistica di San Cristobal de las Casas nello Stato del Chiapas provocando almeno 5 morti e una ventina di feriti fra le forze dell' ordine. Due turisti italiani sarebbero rimasti bloccati in un hotel della cittadina. I ribelli hanno detto di appartenere all' "Esercito di liberazione nazionale Emiliano Zapata", dal nome dell' eroe della rivoluzione del 1910 20. Dopo aver tagliato le linee telefoniche e le strade d' accesso alla citta' , il gruppo composto anche da alcuni bianchi avrebbe occupato e saccheggiato il municipio. I due italiani, M. P., 36 anni, di Torino, e xxxxxxxxxx, 33, di Genova, sarebbero bloccati in un albergo del centro. Lo ha rivelato la moglie di P., xxxxxxxx: "Mio marito . ha spiegato la donna . e' riuscito a parlarmi per telefono solo per pochi minuti, poi e' caduta la linea. Mi ha detto che i guerriglieri hanno occupato il municipio e l' albergo "San Cristobal" dove si trovano alcuni stranieri, in maggioranza statunitensi, e che nella citta' sta arrivando l' esercito messicano". Gli indios si sarebbero sollevati anche nelle localita' di Ocosingo, Altamirano e Las Margaritas, sempre nello Stato di Chiapas, confinante col Guatemala. E' la prima volta negli ultimi 20 anni che gli indigeni messicani impugnano le armi contro le autorita' . Nella "dichiarazione di guerra", distribuita alla popolazione e affissa sui muri di San Cristobal, i guerriglieri affermano: "Siamo coscienti che la guerra che stiamo dichiarando e' una misura estrema, ma essa e' giusta". Quindi invitano le popolazioni indigene del Chiapas, uno degli Stati piu' poveri del Messico, ad unirsi alla rivolta per opporsi ai "dittatori che da diversi anni conducono una guerra genocida" contro i popoli indigeni. L' obiettivo finale e' di "marciare sulla capitale, vincere l' esercito federale e permettere ai popoli liberati di eleggere democraticamente le autorita' ". Il governo ha reagito inviando sul posto l' esercito e bollando la rivolta come "atto di violenza e di provocazione".


martedì 13 novembre 2007

I beati

Beata è la guerra quando è santa

Beati sono i nobili ed i padroni specie se sono comunisti

-Rino Gaetano- le beatitudini

lunedì 24 settembre 2007

Slogan

sabato 11 agosto 2007





CI RIVEDIAMO TRA UN PAIO DI SETTIMANE..POLLI!!!!!

sabato 30 giugno 2007

LED ZEPPELIN

Ascoltavo questa canzone e mi sentivo carico a palla.
Si usciva e sotto i portici ci si metteva su due colonne.
Le chiamavamo ronde proletarie.
Le facevamo contro spacciatori e fasci.
Oggi è tutto diverso.
Oggi i ragazzi vanno ai cortei allegri e con le mani dipinte di bianco ed alzate, e le botte le prendono lo stesso.


venerdì 22 giugno 2007

Il compagno Priebke

La vicenda di Priebke è una storia scomoda. Ci costringe a confrontare noi stessi con l'esigenza di conciliare quello che pensiamo in genere sulla giustizia e sul ruolo della pena con quello che quell'uomo rappresenta.
Iniziamo da quest'ultimo punto.
Priebke è l'occasione, per molta gente, di rifare la storia ed analizzare in modo strumentale quello che accadde dal 43 al 45.In questo c'è un tentativo smaccato di rifare i conti con il passato tracciando delle linee di demarcazione tra le ingiustizie e le violenze subite, in cui gli aggressori perdono questa loro identità per diventare alla fine vittime.In cui il dolore che si subisce nel momento in cui qualcuno, violentemente, risolve le questioni aperte accomuna tutti indistintamente. Il fatto di agire con violenza, indipendentemente dalle cause e dal contesto, pone tutti sullo stesso piano.Partigiani, nazisti e fascisti. Nel momento in cui subisci violenza automaticamente diventi vittima.Non importa se sei stato un carnefice.Tanto basta per ridisegnare i confini, dimenticare le responsabilità o annacquarle.
La lotta partigiana è stata dura e violenta. ha avuto eccessi in un momento in cui i monti, le valli e le fabbriche erano occupate da lupi e non da agnelli.In quel contesto, molti rinunciarono alla sicurezza del nascondersi in cantina per andarsene con un fucile ad ammazzare nazisti e fascisti.Lo fecero con ferocia ed odio. Con quella determinazione necessaria a combattere un mostro che aveva divorato milioni di uomini.
Alla fine di quel periodo, in Italia, un comunista firmò un atto che di fatto rese liberi migliaia di complici di quel regime.
Lo stato riaccolse tra le sue braccia funzionari ed ex repubblichini che diventarono lo strumento per colpire operai e contadini che provavano ad alzare la testa.
negli armadi della procura di roma, per decenni, si occultarono fascicoli che parlavano delle stragi nazifasciste degli ultimi tre anni di guerra.
Furono scoperti per caso quei fascicoli. Di tutti quegli orrori solo due alla fine pagarono.Priebhke e Kappler.
Durante il tempo trascorso, molti nazisti erano emigrati negli stati uniti o in sud america. Aiutati in questo dai servizi segreti americani e da qualche prete (come nel caso di Priebke).
Una volta celebrata la sconfitta del nemico, impiccando le effigi a Norimberga, si potevano riutilizzare tutti quelli che facevano comodo nella lotta contro il nuovo pericolo rosso.
Nazismo e fascismo furono espressione, in Italia e Germania, di una borghesia spaventata dalle lotte che negli anni 20 si svilupparono in Europa.
Quei regimi non mettevano in crisi l'idea di sviluppo che il capitalismo aveva.Certo non erano democratici, ma cosa poteva importare. In fondo quello che interessava era contrastare un'idea in cui ti costringevano a tenere conto delle necessità di milioni di uomini senza nulla.
La storia procede in modo lineare.la tensione che esprimono i rapporti tra classi di uomini diseguali, tra modelli di sviluppo antitetici, produce strumenti e regimi che servono ad un solo scopo e ad un solo padrone.
La vita di Priebke, la sua tragedia è parte di questo muoversi.
Concretizzò la sua ferocia facendo uccidere centinaia di civili.
Di questo noi teniamo conto e, se lo avessero preso, il suo posto era a piazzale Loreto.
Ma cosa è oggi quell'uomo.E' un vecchio di 93 anni.Vicino alla morte.Un vecchio che scrive lettere alla sorella di un diciasettenne che lui fece uccidere.
Si richiama a Cristo ed al papa molte volte. Mai un accenno di pentimento o di autocritica in quelle sue missive.
La pena di vivere accerchiato chiuso nella sua casa.
Per quanto mi riguarda potrebbe andarsene dove gli pare. A morire.Sono convinto che troverà, in un'altra vita forse, pena sufficiente a scontare quello che fece.
Se celebriamo la pena di Priebke allora celebriamola sempre e per chiunque.In questo, però, non dimentichiamo di celebrare e raccontare quello che siamo come prodotto di una storia che, in fondo, non ha innocenti.

martedì 19 giugno 2007

Una faccenda privata




Mio figlio ha tredici anni e gioca a pallone.Mio figlio ascolta musica di gente a cui si sente istintivamente vicino come lui


ha affrontato subito un paio di problemi Lucas.
Ricordo quando, per la prima volta in Italia,con lui che aveva due anni ho fatto la fila in questura per il suo permesso di soggiorno.
Ti trattano un pò così quando sei in fila, quando fa caldo e speri che qualcuno sia un pò gentile con quella gente e con te, che lì sei come loro.
Guarda il mondo con rabbia ogni tanto mio figlio.
le battute a volte sono "spiritose".Se mette una maglietta a maniche corte nera gli chiedono perchè lui le ha comunque lunghe le maniche.
Non vi dico poi al mare.
Noi ci sorridiamo e lui con noi.La gente non vuole ferirti e non capisce cosa può esserci nella testa di un tredicenne.
Nessuno di noi vuole darci peso.
E' un fatto che, crescendo, le battute spiritose aumentano.
Ma è forte il mio Lucas.E' forte nel corpo e nello spirito.Noi gli insegniamo la tolleranza, il rispetto e proviamo a fargli capire cosa è giusto e cosa no.
Vede carrette di profughi con il colore della sua pelle.Si chiede se la povertà appartiene solo a quelli come lui o no.
Ha paura istintivamente del rifiuto che si ha per quelle persone, ha paura che quel rifiuto riguardi anche lui.
Ha avuto una insufficienza quest'anno Lucas. In religione.Dice che in Brasile non tutti sono cristiani e che lui ancora deve decidere.Con il prete è stato subito conflitto.Duro e senza riguardi per la tonaca.
Anche in comportamento non è il massimo. Lui dice che c'è razzismo ed ipocrisia (non è questo il termine esatto).Che è facile prendersela con lui.
Non è un bullo Lucas.Non ha mai usato violenza.
Mi auguro che la sua vita sia serena e forse mi illudo. Con Carla lo guardiamo crescere e la sera lo salutiamo con un bacio prima di lasciarlo ai suoi sogni.

martedì 29 maggio 2007

All'avvocato che mi onora delle sue visite

Caro Luc Simo (per capirci),
uno si chiede, visto il tuo bellissimo curriculum e la tua esperienza in materia di diritto (quello che interessa la gente con la grana), perchè mi dedichi del tempo? Forse gli affari languono? Non hai sufficienti meeting a cui partecipare,' libri da recensire? oppure semplicemente ti manca un pò di ginnastica sessuale e non sai come sfogarti (la mamma non è che ti ha fatto tanto bello). Capisco bene, adesso, tanta pignoleria nell'uso dei termini e nella corretta disposizione delle frasi. un maestro della forma e della retorica lontano dalla sostanza delle cose.
Uno progressista così e così attento alla forma mi farebbe piacere sapere quanto dichiara nella sua denuncia dei redditi.