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venerdì 5 marzo 2010

Memoria

lunedì 22 febbraio 2010

La storia di Valerio raccontata da sua madre Carla

Nel febbraio del 2005 sono stati 25 anni che Valerio non c’è più, e sono cominciate le interviste. Si sono ricordati di ciò che avvenne il 22 febbraio 1980. Tutto cominciò con una telefonata dell’ANSA che mi chiese cosa ne pensavo della famiglia Mattei (avevano perso due figli nell’incendio della loro casa) che avrebbe voluto sapere la verità sull’uccisione dei loro figli; naturalmente risposi che erano nel loro pieno diritto e che anche io vorrei sapere chi uccise Valerio. Il giornalista dell’ansa mi disse: “Ma lei è di un altro colore politico”, ed io risposi che di fronte all’uccisione dei figli e di giovani non esiste nessun colore. Il giorno dopo i giornali riportarono ciò che dissi, e mi telefonò il dr. Bruno Vespa per invitarmi a Porta a Porta; gli risposi che non sarei andata in studio, se voleva poteva mandarmi i suoi operatori a casa. Credevo si rifiutasse, invece mandò tutta la squadra ad intervistarmi e poi trasmisero tutto a “Porta a Porta”. In seguito ci furono altre richieste di TV e tutti mandarono i loro inviati ad intervistarmi a casa. Teleroma 56 fu la migliore; poi Dossier storie, Terra, Cominciamo bene, Uno mattina, Blu notte, L’Incudine, solo Costanzo rifiutò e non mi importò niente perché mi è proprio antipatico. Poi ci furono i giornalisti dei giornali. Un giorno mi telefonò la segretaria del presidente dell’11ma circoscrizione di Roma che chiedeva un colloquio. Lo ricevetti, una persona squisita e sinceramente sembrava interessato alla storia di Valerio; da quel giorno si sono mosse altre persone. Venne il sindaco Veltroni con un codazzo di giornalisti, venne il presidente della mia circoscrizione dr. Salducco.

Il giorno dell’anniversario dei 25 anni ci furono tanti amici di Valerio e altri alla manifestazione che tutti gli anni facevano, ma quell’anno fu più imponente. I ragazzi fecero anche un murales con il viso di Valerio, ma nella nottata i fascisti lo cancellarono, ricevendo critiche da tutte le parti; ma ormai era distrutto. Il 25 Febbraio dello stesso anno, giorno del suo compleanno, Veltroni ha intitolato viale Valerio Verbano nel Parco delle Valli: è stata una bella cerimonia alla quale è intervenuto anche il papà di Valter Rossi, altro compagno ucciso, ma chi mi ha fatto veramente piacere vedere è stato il dr. Andreassi, ora prefetto.

Il sindaco mi ha messo a disposizione un avvocato, il senatore Calvi. Speriamo che riesca a fare qualche cosa. Poco tempo fa mi chiamarono nuovamente in tribunale, per farmi vedere delle foto, ma erano quasi tutte vecchie, gente che avevo già visto, e alcune non mi dicevano proprio niente. Meno male che si danno ancora da fare, questo mi consola. L’avvocato mi ha detto che ci sono delle speranze, e io spero.

Ora torno indietro di parecchi anni, nel 1979.
Valerio un pomeriggio andò con altri compagni in campagna a sparare dei pedardi fabbricati da loro, ma una pattuglia della polizia (o una spiata) li intercettò e fermò tutti quanti, solo che l’unico maggiorenne era Valerio che aveva compiuto i 18 anni due mesi prima; lo portarono a Regina Coeli, gli altri a Casal del Marmo. Mio marito ed io eravamo fuori e quando tornai a casa da sola, mentre mi stavo cambiando gli abiti, sentii suonare: aprii la porta e mi trovai di fronte alla polizia, si presentarono e mi dissero cosa era accaduto,un colpo per me, mai avrei immaginato che mio figlio potesse fare una cosa del genere; con il mandato di perquisizione che avevano, cominciarono a cercare nei cassetti, trovarono foto un dossier (il famoso DOSSIER) e per giunta una pistola. Quando la vidi mi sentii gelare, da dove sbucava? Non l’avevo mai vista. Fatto il loro lavoro se ne andarono ed io rimasi in attesa di mio marito; come raccontargli cosa era accaduto? Infatti come rimase non so descriverlo.
Vennero degli amici che avevano sentito la notizia alla radio, dalla quale avevano sentito descrivere mio figlio come un fabbricante di bombe. Prendemmo un avvocato, ma purtroppo mio figlio fu condannato a sette mesi con la condizionale. Cominciò l’odissea avanti e indietro fra avvocati e carcere per i colloqui; poi mio marito, una notte, si sentì male e lo portai al Policlinico Gemelli.

Ero rimasta sola a dover gestire tutto, lui non mangiava il cibo dell’ospedale e i medici mi fecero un permesso per portarglielo da casa. Era un viaggio andare al Gemelli ma io tutti i giorni ci andavo lo stesso, questo per 35 giorni; in più dovevo gestire il problema di fare, una volta alla settimana, i pacchi di cibo per Valerio: meno male che mi aiutavano le sue amiche compresa Manuela, ma credetemi, non auguro a nessuno quello che ho passato in quel periodo. Finalmente il processo d’appello, e ad ottobre Valerio uscì: andai a prenderlo e non vi dico la gioia che provai a poter vedere il mio ragazzo fuori di lì. Era finito l’incubo.
Mio marito stava meglio, ma gli avevano riscontrato un’epatite, diabete e ipertensione, perciò si doveva curare; speravamo che tutto fosse finito, sbagliavamo.

Un giorno Valerio era con Manuela, quando lo chiamarono perché c’era in corso una rissa a piazza Annibaliano, tra fascisti e autonomi. Lui andò e non ho mai saputo da chi ebbe un coltello; morale della favola: per difendere il suo amico Massimo diede una coltellata ad uno e lui si prese una martellata in petto. Noi abbiamo saputo questo dopo la sua uccisione, quella sera non venne a casa perché lo portarono da un medico, e telefonò dicendo che stava a casa di un amico; era vero però ci nascose il fatto, non voleva farci sapere cosa era successo. In quella occasione Valerio perse una borsa (che era mia) con dentro il documento di identità, così i fascisti seppero chi era. Quando venne a casa la mattina dopo non ci disse niente e tutto continuò come prima: andava a scuola, venivano i suoi amici di sempre, compresa Manuela; sembrava tutto tranquillo. Fino a quel maledetto 22 febbraio 1980.

Valerio è morto e il segreto è lì con lui. Ci furono i funerali il 25 febbraio, giorno del suo compleanno in cui avrebbe compiuto 19 anni: ma si può morire in quella maniera a 19 anni? È assurdo, nel fiore della gioventù! Io non posso pensare che i suoi assassini vivano ancora, magari hanno famiglia, dei figli: come fanno a vivere tranquilli, a guardarli in volto? Durante i funerali ci furono tafferugli con gas lacrimogeni anche dentro il cimitero; tanta gente era venuta anche da fuori Roma. Ci accompagnarono al loculo che avevano assegnato a Valerio in un palazzone ed io scelsi il loculo in alto: mi sembrava il meglio.
Tornammo a casa in uno stato di disgusto per come si era comportata la polizia e sempre più distrutti per aver perso nostro figlio in quella maniera.

Cominciarono dal giorno dopo ad invitarci ad andare alla Digos per farci vedere delle foto di fascisti : speravamo e speravano di poter riconoscere quello che avevo visto io, ma era stato un attimo. Provai a descriverlo: era molto somigliante ad un amico di Valerio, certo non era lui, ma era sul tipo suo; poi anche in tribunale quando vi erano dei processi di militanti di destra, ma nessuno gli somigliava.
Passava il tempo, ci erano vicini i compagni di Valerio, Manuela che era la sua ragazza, ci aiutavano a sopportare questa tragedia immensa. Nessuno delle autorità ci venne a trovare, non ci mandarono nessuno psicologo per aiutarci a trovare un poco di serenità, cosa che hanno fatto invece con le famiglie che avevano perso i figli fascisti: loro erano di serie A, e noi di quale serie? Serie da lasciare soli.
Ci aiutammo a vicenda mio marito ed io, solo che, più forte di carattere, non sono mai riuscita a piangere, cosa che invece mio marito faceva spesso. Ho pagato dopo questa mia durezza con un bel cancro all’intestino; sono colostomizzata, sapete cosa significa? Significa vivere fino alla morte con la deviazione del retto sull’addome; un bell,impiccio, che io sopporto perché dopo la morte di mio figlio tutto è niente in confronto.

Nel 1988 mio marito si è ammalato ed è morto di cirrosi epatica, una epatite trascurata se lo è portato via. Altro dolore, diverso da quello di mio figlio, ma pur sempre grande, anche perché mio marito era molto buono, adorabile, una persona che mi ha aiutato nei momenti peggiori anche a superare la mia invalidità. Ora sono sola e sto aspettando la fine, però, prima di andarmene vorrei sapere chi è stato.

fonte: Carla Verbano

A pugno chiuso Valerio

venerdì 20 novembre 2009

La questione dei centri sociali

La questione dello sgombero dei centri sociali unisce come un sol uomo amministratori di destra ed amministratori di sinistra (ma ha senso questa distinzione?).
Così a Roma si presentano blindati e poliziotti, con tutto l'armamentario da robocop, per sgombrare l'Horus da presenze come quelle di quei giovani che sono un segno tangibile di disobbedienza e di non allineamento.
Qualche settimana fa era toccato ad un centro sociale di Catania e della stessa cosa si parla a Torino.
Di solito dietro la richiesta di sgombero c'è l'interesse di qualche palazzinaro che, non avendo altro da cui spremere rendita parassitaria, pensa di sostituire quanto si è costruito dentro quegli spazi con un pò di vetrine piene di merci griffate.
Qualche giorno fa sono passato davanti al parco della Tesoriera a Torino. Dentro c'è una villa che occupammo tra il 1976 ed il 1977. Quello spazio grazie a quell'azione fu restituito alla città e restaurato.
Nello spazio attiguo, all'ingresso del parco, ci installammo con il nostro "circolo del proletariato giovanile Zapata", quella casetta rappresentò per molti di noi un'alternativa al nulla dei casermoni anonimi della periferia. Da lì partivamo per le nostre manifestazioni ed in quello spazio producemmo inchieste sulla situazione sociale del quartiere. Furono individuate centrali di spaccio della droga ed un pò di gente fu buttata fuori dal quartiere con le ossa rotte ed a calci nel culo.
In seguito lì si collocò un centro per anziani e le Domeniche furono occupate dai suoni languidi delle fisarmoniche.
Adesso la villa è di proprietà di una banca e non ho idea se il centro per anziani esista ancora;
in compenso rimangono i casermoni e la droga ha ammazzato un pò di gente in più.
In questi momenti , mentre un popolo anonimo si organizza per celebrare il suo No Berlusconi day, centinaia di persone vengono spinte ai margini e con loro si dialoga soltanto con poliziotti e carabinieri. E' il destino di chi lotta veramente e non si preoccupa di farlo solo al Sabato mattina per non disturbare l'ordinato andamento delle cose.
Ci sarà un motivo se questi non occupano le colonne dei giornali?




horus sgombero



Si sono presentati alle 9 di mattina con una ventina di blindati tra polizia e carabinieri. In prima fila, il capo della Digos Giannini, seguito dai massimi vertici della questura e dell'Arma. Centinaia di agenti proteggevano l'ingresso nello spazio sociale del signor Gemini, proprietario dell'immobile, che vanta una serie di denunce per abuso edilizio, violazione della destinazione d'uso dei locali e tanto altro ancora. In questo modo, Gemini ha potuto guidare personalmente gli interventi di demolizione delle strutture interne tramite una ruspa meccanica. Prima gli ingressi, poi le scale e così via, blindando e distruggendo definitivamente gli spazi dell'ex teatro Aniene, uno dei gioielli della cultura e della architettura romana.
Questa è la fotografia della governance
al tempo della rendita e della precarietà come forme di controllo sociale. Lo stato che occupa militarmente il territorio per garantire la violazione sistematica di quel che rimane dei diritti e della democrazia. La banda di Alemanno e del fido Lucarelli reagisce in questo modo allo smacco di ieri sera quando migliaia di persone hanno invaso il Campidoglio per dire che il Piano casa del Comune è la stessa bufala di Veltroni, costringendo il sindaco a incontrare i movimenti mercoledì 26 novembre.
Propio come una banda, ieri notte,
hanno deciso la vendetta: sgomberare l'Horus di piazza Sempione, nonostante il prefetto continuasse a chiedere una trattativa politica che facesse riferimento alla delibera 26 del Comune di Roma. Uno scontro di poteri che spiega bene i rischi di restringimento delle libertà prodotti dalla crisi della rappresentanza al tempo della crisi globale.
Verso le 11 abbiamo deciso di occupare il Municipio IV
, la stessa filiera politica e di potere di Alemanno, bloccando le attività e costringendo il presidente Bonelli a improvvisare una trattativa con rappresentanti della regione e della provincia. Un solerte agente di polizia ha pensato bene di impugnare una pistola e puntarla addosso agli attivisti. Dopo 4 ore di presidio e dopo aver minacciato l'occupazione permanente dei tetti, come per miracolo, arriva la decisione: domani, venerdì 20, alle 14, è convocato il tavolo di trattativa diretta tra Municipio, Regione, Provincia. La lettera protocollata ha come oggetto la "destinazione culturale e sociale di parte della struttura ex Gil, di piazzale Adriatico (Montesacro) per garantire la continuità delle attività dell'Horus di piazza Sempione".
Questo è un primo risultato concreto della resistenza
messa in campo oggi, che risponde alle necessità di conquistare un nuovo spazio liberato nella città. Ma non ci basta, ovviamente. Oggi alle 18, assemblea cittadina per promuovere una campagna di resistenza e di rilancio, ma anche per capire insieme se è giunto il momento di una iniziativa nazionale, a Roma, che parli la lingua dell'indipendenza, dei diritti e della libertà.Horus Resiste
Blocchi Precari Metropolitani

Galleria Fotografica EidonPress


fonte:

http://www.globalproject.info/



martedì 17 novembre 2009

Quelli del 77 ed il loro rapporto con il lavoro

... 'il lavoro è un male necessario per sopravvivere, poi trovo gratificazione in altre cose'. Però dipende da quali altre cose uno può trovare: negli anni 80 non erano molte

... Io non avevo questa cosa del faticare di meno. Perché ho iniziato e lavoravo seriamente e mi sono abituato subito per poter sopravvivere lì, in fabbrica. Per me era importante fare delle cose che avessero un senso, che servissero. Quando io ho tanto tempo libero e non ho fatto cose che sono utili mi sento in colpa...per me è importante sentirsi parte di un mondo e non si tratta di tempo del lavoro, tempo libero, ma di parte della tua vita, faccio qualcosa che mi serve. Fare niente perché non so cosa fare, non lo chiamo tempo libero perché me lo sento costretto in qualche cosa.

... Sull'idea di lavorare poco: siamo al mondo con tanti altri esseri umani, tante altre forme viventi che ci sono e facciamo delle cose che servono per tutto il resto, allora l'idea di lavorare il meno possibile mi stona in qualche modo. Mi andava bene 20 anni fa, perché quando si è ragazzini è giusto essere ribelli, essere contro tutti e cercare di cambiare tutto senza neppure pensare bene a cosa si fa. ... Però sono al mondo, cosa ci sto a fare? Faccio quello che è nelle mie potenzialità, nel mio destino, che sono in grado di fare, che posso fare meglio. Certo, secondo certe coordinate: non andrei mai a lavorare in una macelleria o in una fabbrica di armi nucleari. Ma con certi principi e cercando di utilizzare le mie energie nella maniera più decente, simpatica che mi viene in mente. Mi suona male l'idea: "lavorare il meno possibile, voglio il tempo per fare le altre cose", perché è l'alienazione di questo mondo, del tempo libero, la televisione... "consumate, andate al mare, prendete la villa", sono le balle che si contano. In realtà si cerca di essere sempre più veloci, cercare di fare le cose sempre più in fretta... . Una parte è il tempo del sacrificio, una parte il tempo del cosiddetto divertimento: ma sei cosi alienato e stressato e quindi ti stressi e ti alieni ancora di più. Allora ci vuole un minimo per quanto possibile di unità, amalgama nella vita, omogeneità. Quando c'è bisogno ci si riposa, ma si è attivi, si fanno delle cose.

Non sono miliardario, non ho eredità alle spalle, quindi devo tenere presente la realtà: il dato di fondo prevalente è cercare di fare cose che mi interessano e mi piacciono... ogni giorno utilizzato per cose che non mi piacciono, che non mi divertono è un bel peccato, un vero spreco, perché ne ho sempre meno di tempo. Non credo nel paradiso e palle varie quindi o mi diverto e sto bene qui o sbaglio proprio tanto. Allora, sentir dire 'questo lavoro non mi va, però qui, là, su, giù ' mi suona strano. Se una cosa non ti va sbattiti, prova, prendi cantonate, sbagli, perché sbagliare fa parte della nostra natura, però cerca qualcosa di diverso. Io in alcuni momenti della mia vita ho fatto cose solo per soldi e sono arrivato all'impazzimento, all'alienazione proprio. Mi sono capitate cose che di soldi ne facevo un mucchio, ma non me ne fotteva un cazzo. Odiavo quello che facevo, era contro i miei principi. Ho retto un po' per i soldi ma poi via! se no mi portavano alla neurodeliri.

... Un'idea che anche io ho avuto per molto tempo era: 'il lavoro è un male necessario per sopravvivere, poi trovo gratificazione in altre cose'. Però dipende da quali altre cose uno può trovare: negli anni 80 non erano molte. Allora c'è uno sforzo, davvero molto individuale in certi periodi, in altri lo è meno, per fare un lavoro più gratificante. Lo sforzo era collettivo quando ci sono stati movimenti che hanno permesso di lavorare in modi migliori, perchè uno conquistava dei diritti. In altri periodi uno si trova a sfangarsela da solo. Io, individualmente, ho cercato un lavoro che mi gratificasse anche dal punto di vista delle scelte politiche e questo è legato a certe idee che c'erano nel 1977. Mi sono buttata nella ricerca all'Università: per me ha voluto dire fare ricerca in modo da mettere in evidenza nodi, conflitti, contraddizioni della società in cui viviamo, del mercato capitalistico. La mia idea è di fare cultura, di leggere la realtà, mettendo in crisi il pensiero dominante che dice: è il mercato l'unico parametro vincente. Analizzando la città saltano fuori un sacco di cose che che sono in conflitto col mercato. Allora: poco guadagno, ma un lavoro che mi piace, con un senso politico... Ma, anche se così ti senti in parte realizzata, il tempo non è tuo. Vendi il tuo lavoro a qualcuno: può essere lo stato se vai nell'università, e anche lì ci sono delle regole da seguire, ma, sempre di più, è il committente privato che è interessato a farti dire delle cose piuttosto che delle altre. Neppure questo è un lavoro utopico: ha degli aspetti molto belli, e mi ritengo fortunata a farlo, però ha grossi limiti: ti devi confrontare con chi paga. Per quanto il lavoro ti sembri utile, lo fai secondo delle condizioni che non sono poste da te e su cui difficilmente riesci a manovrare individualmente.

La mia scelta è stata di cercare di mantenere coerenza nel modo di pormi rispetto a me stesso, alla vita, e quindi di cercare anche all'interno del lavoro di non farmi fregare dalla divisione dei tempi. Sul lavoro mantengo una mia posizione che è trasversale alle varie realtà di vita, per cui non sono sul lavoro molto diverso da come mi vedete qui. E questo è quello che in parte ci ha contraddistinto rispetto ad altri. Per cui forse il mio benessere non è tanto cercare il lavoro che mi piace di più oppure lavorare meno, ma è, all'interno delle varie situazioni che vivo, mantenere o affermare il mio punto di vista.... Cerco anche di adattare il lavoro alle mie aspettative; per cui che io faccia lavoro sociale corrisponde molto alla mia idea. Faccio un lavoro in cui c'è una grossa idealità, mi occupo di handicappati, ma mi piace molto ragionare il termini di idealità. La mia attività è cercare di fare dialogare fra di loro delle diversità, e questo credo che sia una delle questioni centrali di una società complessa come la nostra.

Siccome non sono in grado di fare una serie di lavori, cantante, attore, cose che mi permetterebbero di fare delle cose carine in poco tempo, il mio rapporto con il lavoro è semplicemente: ho bisogno di soldi, quindi lavoro, poi tento di fare il meno possibile e la mia vita è all'esterno dal lavoro. Io non sono mai riuscito a distinguere il termine lavoro dal termine fatica e obbligo, sono stati sempre sinonimi: lavoro, fatica, obbligo. Nel senso che anche a me piace studiare, mi piacerebbe fare delle ricerche, però in realtà se ci penso bene a me piace leggere più che studiare, perché è il passaggio faticoso del dopo aver letto devi dare un prodotto, hai delle scadenze, hai degli obblighi. Già lì diventa un lavoro e mi diventa una cosa particolarmente insopportabile.

Una cosa che ci arriva dal '77 è quella della coerenza e della ricerca di un lavoro, quando si riesce a trovarlo, in cui ci sia dentro anche una idealità, cioè il fatto di lavorare per una prospettiva di cambiamento o comunque di costruire qualcosa che ha un valore anche se è fatto nella società di adesso, con tutti i condizionamenti eccetera. Questa è una cosa che ci arriva dal '77: la questione della coerenza.

lunedì 9 novembre 2009

Non mi chiedete se ho vinto o se ho perso

Poiché la politica con la p minuscola, che questo tempo esprime, non mi interessa più di tanto dedico un po' di questo spazio ai ricordi.
Lo faccio partendo da alcune testimonianze di compagni che, circa 10 anni fa, si riunirono per ripercorrere l'esperienza fatta in uno dei più famosi circoli del proletariato giovanile di Torino.
Il primo brano che propongo (non mi chiedete se ho vinto o se ho perso) è l'ultimo di un libretto che hanno scritto e che si trova in rete.
E' passato tanto tempo e quello che a molti di noi viene rimproverato è di essere ancora inchiodati a quei tempi. Sarà, forse, che quello che vediamo oggi non fa venir voglia di andare oltre la soglia di casa? Quello che è scritto nel brano lo condivido in gran parte, in particolar modo condivido il punto in cui alla fine di questa esperienza storica ed umana rimarrà un bilancio che ognuno di noi dovrà fare con la propria coscienza in funzione di come ha vissuto. Da quel punto di vista non è che mi senta tanto bene, alcune volte rimpiango il fatto di non aver dato corpo fino in fondo alle mie idee. Non credo che ci si possa limitare a "portare in tavola il pane" per la famiglia, perché quel pane lo produciamo noi ed il perché ed il come ,così come il quanto, rimane una questione ineludibile con cui da secoli si fa i conti.
Però adesso è così, anche se non ce ne siamo fatti una ragione.

...NON MI CHIEDERE SE HO VINTO O SE HO PERSO...

... all'interno del circolo c'erano dei comportamenti che rispondevano a bisogni che non sono stati recuperati dal mercato, cose che non sono monetizzabili...

... faccio una provocazione: forse il movimento del '77 è stato svilito e inglobato perché il mercato ha dato a ciascuno di noi la possibilità di realizzare le cose che avevamo prefigurato proprio attraverso il mercato stesso: ognuno ha trovato una sua nicchia.

Allora era possibile arrivare ad un compromesso facendo in modo che i soggetti antagonisti si realizzassero nel mondo delle merci, perché erano i rapporti di potere fra le classi che lo consentivano. Oggi il capitale produce dove vuole, cosa vuole e può esimersi dal contrattare con chi lotta e con i movimenti: a chi volesse meno orario e più salario il padrone risponderebbe "Chiudiamo qui e apriamo in Corea" o dove è più conveniente. Con questi meccanismi di ricatto, oggi tu non puoi più ritagliarti nessun tipo di compromesso. In qualche modo noi eravamo ancora tutelati da una situazione in cui il capitale non era riuscito a trasformarsi in maniera velocissima a livello internazionale...

... non credo che il movimento del '77 si sia esaurito perché le persone che ne facevano parte sono state assorbite dal mercato non avendo più niente da dire: il movimento è stato fermato, in qualche modo, con la repressione. Anche la lotta armata è servita da pretesto per fermare qualsiasi cultura di sinistra. Dopo ha sempre preso più piede il Pensiero Unico, la destra ecc. Gli anni ottanta io li ricordo come un periodo oscuro: non come una nicchia felice, ma come una nicchia cercata perché costretti dalla sopravvivenza...

... non ho l'impressione che sia stata la repressione a fermare il movimento. Ci sono state nella storia repressioni molto più forti che non hanno fermato le lotte dei movimenti e organizzazioni ad es. sotto il fascismo...Ad esempio il pentitismo, come fenomeno, non può essere solo stato causato della repressione...

... la repressione ha dato certo la spallata finale ma, secondo me, la causa centrale della fine è stata l'eterogeneità del movimento: tanti interessi, tanti bisogni, tutto messo insieme...

... anche le lotte dei minatori in Inghilterra nell’ottantaquattro e quelle della Fiat dell’ottanta sono ricordate ancora oggi in Italia ed in Inghilterra come una batosta pazzesca, una sconfitta enorme che ha cambiato il modo stesso di fare politica...

... C'è stata in Inghilterra, nel 1600, una rivoluzione grossa e violenta che l'ha devastata in lungo ed in largo. Lollardi, Livellatori, Diggers ne hanno fatte di cotte e di crude, ne hanno dette e scritte che se vai a leggere quelle cose dici "altro che il punk!" Hanno raggiunto livelli di sovversione incredibili: ma, spariti loro come persone (anche perché ne hanno ammazzati a migliaia), tutto è tornato come prima...

Io ricordo che in quest'ultimo periodo ero molto critico nei confronti del modo in cui ci eravamo mossi: ci eravamo fatti prendere in un meccanismo stile percussione, un colpo da una parte e uno dall'altra, solo che gli altri erano molto più forti e noi eravamo sempre di meno, sempre meno motivati e sempre meno capaci di star dietro alla situazione. Il circolo nostro è stato chiuso e non siamo più riusciti a organizzare niente. Il Leoncavallo è rimasto aperto, era stato occupato nel '75, anche perché loro erano molto più radicati sul territorio, sono stati più capaci a muoversi, poi Milano è tutta un'altra situazione.

... purtroppo gli slogan "riprendiamoci la vita", "partiamo da noi stessi e dai nostri bisogni", per qualcuno hanno voluto dire: riprendiamoci i nostri soldi, riprendiamoci le nostre carriere, riprendiamoci l'eredità di papà; per altri invece hanno voluto dire: riprendiamoci il cazzo nel culo, facciamoci le pere, facciamoci sparare. Adesso sto tirando giù in modo provocatorio, però tutto questo ha forse voluto dire individualismo sfrenato. Io non riesco a fare un bilancio preciso di quel periodo, ma il rischio di quelle parole d'ordine era proprio questo. È vero: noi si rifiutava il concetto alienato di militanza: andare a dare volantini davanti a fabbriche a gente che non sapevi manco chi cazzo era, che spesso aveva l'età del padre a cui eri contrapposto in famiglia. Ma, se parto solo dai miei bisogni, finisce che faccio solo il cazzo che mi pare a me, e per molti la banalizzazione di queste parole d'ordine ha voluto dire anche questo;

...La sinistra rivoluzionaria era sparita come forma organizzata, e noi in quel periodo a Torino, in pochi mesi, ma molto intensi, abbiamo riempito quel vuoto come eravamo capaci di fare e ci siamo dedicati in qualche modo a delle cose anche più grandi di noi, non perché non fossimo capaci, ma perché noi eravamo radicati sul territorio, avevamo messo insieme gruppi di amici...

... e pensate agli spettacoli oggi: enormi concerti anche gratuiti, tantissima offerta dai privati o dagli enti locali e tutto è partito allora anche per risposta alle nostre rivendicazioni...

... L'impressione è che noi abbiamo messo in piedi una roba effimera: le società sono come il mare, ma dentro ci sono cose fatte di roccia: la chiesa cattolica sono duemila anni che sta lì a rompere i coglioni, e loro usano dei metodi ben precisi per darsi continuità nel tempo.

Oggi mi sembra che quello che abbiamo fatto nel '77 fosse buttare acqua sui muri: s'asciuga. Vabbè, se ne butti tanta, il muro un po' si scrosta, ma cinquant'anni dopo la casa è ancora in piedi e la pioggia è passata, dimenticata. Quindi la politica è una roba che necessita di certi metodi, strumenti e organizzazione e non c'è un cazzo da fare, noi su quel terreno abbiamo perso...

... Lotta Comunista, ad esempio, è una struttura non effimera, che dura nel tempo, gente se ne va, gente arriva e le fanno una bella scuola quadri, ma non cambia un cazzo. Anche noi avremmo potuto fare la stessa cosa, ma non sono convinto che questi metodi garantiscano il cambiamento vero.

... è vero che tutta una serie di comportamenti sono rimasti. Non sono molto visibili, sono sotterranei, ma ci sono e mantengono una certa coerenza rispetto ad allora...

... le organizzazioni, i partitini della sinistra rivoluzionaria cercavano d'inseguire la società, che è un casino complessa, e si articolavano il più possibile: studenti, operai, disoccupati, proletari in divisa, cercando anche di farlo sul territorio, nella nazione; ma questa roba si è completamente spappolata nel '77. Tutto è stato frantumato e triturato. Ognuno poi si è ridotto a gestirsi, appunto, il proprio personale, la propria individualità più o meno per gruppi piccoli, molecole, più o meno per coppie o per famiglie o per bande...

... oggi stanno sicuramente venendo di nuovo al pettine una serie di contraddizioni irrisolte che creeranno sicuramente grossi casini; sarebbe utile vedere quali delle nostre esperienze passate potrebbero essere utilizzate, visto che sempre più gente viene tagliata fuori e sempre meno la società è in grado di rispondere alle domande: così come noi non siamo stati in grado di affrontare la complessità, non è detto che gli altri riescano a governarla la complessità...

... La maggior parte delle persone che hanno continuato delle attività, l'hanno fatto in un ambito ristretto: c'è chi si è occupato più di ecologia, chi si è occupato di problemi internazionali delimitandoli anche molto, uno Cuba, l'altro il Vietnam o il Nicaragua, scegliendo cioè un settore molto specifico e ristretto proprio come fuga dal confronto con la complessità. E non perché tutto il resto interessasse poco, ma uno diceva <>, che può essere anche stato un problema di coscienza: <> ...

... negli anni settanta si sta rompendo quella forma di patto sociale, che gli economisti chiamano "compromesso di tipo Keynesiano", tra classe lavoratrice e padronato che garantiva un reddito minimo alle famiglie consentendo l'accesso al consumo delle merci. Queste merci erano prodotte però da un sistema di produzione abbastanza rigido di tipo fordista. Questo patto sociale ti permetteva la macchina, un livello di istruzione secondario, gli ospedali... ti permetteva tutta una serie di cose. Quel modo di produzione era legato alla fabbrica tayloristica ed era rigido: bastava bloccare un punto per fermare tutto. Questo ha provocato processi di ristrutturazione che non erano solo legati alla necessità di rispondere alla lotta operaia, ma anche al fatto che la società stava cambiando. Vorrei collegare questo al problema dei bisogni e della soggettività: forse il nostro modo di porci di allora, frammentato e più individualistico, è servito anche da stimolo nei confronti di un assetto produttivo che stava cambiando verso il mercato diversificato: si passa da un modello di mercato che produce e che poi si pone il problema di trovare delle persone che comprano, ad un mercato in grado di produrre in funzione di bisogni diversificati e molteplici. I nostri comportamenti d'allora e il nostro modo di partire dai nostri bisogni sono stati utilizzati: il sistema produttivo fa questo di continuo usando elementi che agiscono nella società per trasformarsi continuamente. Non a caso i sistemi di comunicazione oggi utilizzano molto le forme che noi usavamo allora col teatro di strada, o con le forme più dirette o ironiche. La pubblicità oggi usa molto queste forme che erano un nostro mezzo creativo di allora, ad esempio le trasmissioni con la linea telefonica diretta che erano partite dalle radio libere...

... Se tu oggi mi dici: "facciamo un bel partito strutturato e poi facciamo la rivoluzione", io ti rispondo che non ci credo. Quel modo di fare politica è finito qui in Italia in quegli anni lì, ma, andiamo a vedere cosa è successo dove dicono esserci stata la rivoluzione comunista! Non si può certo dire che tutto sia andato bene, anzi. Guardiamoci intorno: oggi la gente si scanna per il colore della pelle, per una religione. A me non frega un cazzo di sapere come scopi, se in una posizione o nell'altra, però cosa tu pensi del razzismo, di tolleranza, eccetera, diventa importante, perché oggi dobbiamo fare i conti con marocchini, albanesi, senegalesi ... la nostra visione, più o meno marxista, deve fare i conti con queste altre culture, in Italia non ci siamo solo più noi ...

... La risposta che ho dato rispetto ad allora e che continuo più o meno a dare è questa: forse l'alternativa è cercare di essere coerente con la propria visione del mondo, delle cose e di sé stessi e di cercare di produrre dei cambiamenti all'interno delle singole realtà. Tenendo conto che è un casino perché da soli è dura, questo però non ci può esentare da questa cosa qui.

... sono passati vent'anni, ma ci si ritrova ancora a parlare qui con un certo spirito. Molti hanno fatto delle scelte non lontane dai presupposti d'allora: ci sono quelli che vivono ancora fuori dalla famiglia con modi alternativi, che usano il denaro in un certo modo. C'è il rifiuto della modernità e si cerca di vivere la propria vita basandola su dei valori che allora erano prioritari come lo sono oggi: essere anziché apparire ad esempio. Secondo me, è stata una generazione che non ha perso e non se l'è presa nel culo: io, da questo punto di vista, non mi sento assolutamente un perdente. È vero il potere non è stato preso, oggi c'è il PDS e allora c'era la Democrazia Cristiana e sappiamo che tutto è uguale, ma non mi sento un perdente, perché mi sembra che nella mia vita, così come in quella di tanti, si sia riusciti a mantenere una coerenza ed anche una linea rispetto a quello che pensavamo allora: dicevamo "lavorare meno lavorare tutti": nessuno o quasi lavora in fabbrica, nessuno ha sacrificato la propria vita appresso al mito del lavoro, che allora era comunque forte, cerchiamo di avere rapporti umani di un certo tipo e questo è rimasto un bisogno fortissimo; c'è una ricerca continua di contatti. Non è successo che ognuno sia andato per la sua strada facendo carriera...

giovedì 8 ottobre 2009

Critica alle BR ed alla dissociazione di Negri- archivio e documenti del movimento

Pubblico un documento del collettivo dei Volsci che riporta alla memoria storica del movimento una delle posizioni critiche nei confronti di chi (BR) si muoveva nella logica della lotta armata contro lo stato.
Nel ricostruire quello che è stato il clima di quel periodo credo che niente valga di più di quelle fonti che ci riportano a quegli anni.
E' un modo per fornire fonti dirette, insieme alle testimonianze di chi ha vissuto quelle lotte, che in qualche modo forniscono un quadro articolato di quelle che erano le posizioni nel mare che si agitava in quegli anni.


Nè dissociazione nè dialettizzazione

In questi ultimi tempi nell'uso corrente del linguaggio - discussioni pubbliche, pubblicazioni - sono venuti ad imporsi due termini, evocati entrambi dal regime di libertà vigilata che subiamo, su cui si cerca di costruire due correnti di opinione, per altri versi, quasi "due partiti": dissociazione e dialettizzazione. Ridotti all'osso i due termini nell'uso corrente vogliono significare l'uno, alcun punto di contatto con le BR intraviste come lotta armata, l'altro sta invece per la possibilità di "dialettizzare" (incontrarsi criticamente) con le BR e la "lotta armata" da loro interpretata. A livello di gruppi di famiglia, nella corrente dei "dissociativi" viene fotografato Negri, il "7 aprile" "l'ala movimentista" e quanti altri - oggi che si tende a ridurre "sei o non sei per la lotta armata'' sinonimo di "sei o non sei un traditore" - non dialettizzano con le BR. Della corrente dei "dialettizanti" si cerca di intravedere quei comitati di difesa, associazioni di familiari, che si pongono la liberazione dei loro congiunti contro il comune stato nemico, e quegli spezzoni di gruppo o partitini che ideologicamente, si pongono il problema della presa del potere alla maniera dei classici. Della corrente dei "dialettizzanti" fa parte il girone dei tifosi; tifosi episodici, a seconda se il fatto riscontra più o meno consenso di pelle nell'opinione pubblica circoscritta alle loro amicizie e giro di affari. Il fatto di per se non dovrebbe cogliere di sorpresa alcuno, libero ciscuno di aderire al progetto che più gli aggrada, nè avrebbe senso delegargli uno spazio su "Volsci" se dietro questi iceberg non si celassero delle operazioni politiche.

La dissociazione

É il termine usato da Negri nel documento inviato a uno dei tanti convegni sulla repressione che si è svolto a Genova l'11 aprile '81 (e pubblicato sul Manifesto ai primi di aprile) a significare, in estrema sintesi, un modo nuovo di affrontare le lotte, i comportamenti, la metodologia, i rapporti sociali, l'antagonismo, dopo che la sua lettura degli avvenimenti, era stata parecchio influenzata dal "classicismo" metodologico della 3° Internazionale. Con questo, ad alcuni è parso che vi fosse implicita una rinuncia alla lotta armata come fase evolutiva e risolutiva dello sviluppo della lotta fra le classi; quasi una rivalutazione alla Kautsky, come altri, che si fregiano di essere via via "storici'', econimicisti, marxisti stanno in questi tempi facendo attraverso le loro pubblicazioni. Di per sè, questa posizione, può ancora dar adito a uno scontro ideologico sulla concezione della transizione al comunismo. Il termine "dissociazione" (usato maldestramente o decisamente sbagliato in quella occasione), perde quel minimo di valenza politica che aveva solo per assumere una veste politica, quando su Panorama, (pochi giorni dopo l'articolo uscito sul Manifesto) appare una lettera di Negri inviata al giudice Sica, sul come farla finita di questi tempi "che ingenerano solo barbarie, in cui unico soccombente è la ripresa della lotta di classe". Questo errore politico - non si scrive ad uno dei massimi servi della repressione in Italia "dialettizzando" su problemi politici di primario interesse per il movimento di classe, che il suddetto giudice è delegato con i suoi strumenti coercitivi a distruggere tutti i giorni -, insieme al fatto che da lì a pochi giorni Negri e gran parte dei compagni del "7 aprile" venivano spostati dal braccio speciale G7 al braccio semispeciale G 12 B (e non declassificati come falsamente scrivono le BR), son facile esca per le BR e per tutti i detrattori dell'autonomia operaia, vista per comodità attraverso l'operato dei suoi presunti capi, per sostenere che "dissociazione" è equivalente di tradimento, sia in termini politici ma soprattutto pratici. Questi tre fatti davano spunto alle BR del campo di Palmi nell'aprile '81, di scrivere l'enciclica "contro l'Autonomia operaia" articolata su 3 punti: scontro ideologico (l'Ape e il comunista), scontro sul programma (Lavorare meno lavorare tutti), scontro fisico (da gli atti del Convegno sulla repressione vedi art. "Il ceto politico è nudo e pazzo"...: la battaglia sul terreno dello scontro armato, affinchè una strategia filomperialista (quella di Negri e compagni) abbia la collocazione che merita nell'ampio spettro dei bersagli virtuali che fronteggiano le canne roventi dei fucili su cui poggia il potere proletario). Scaricata, con questa verità inoppugnabile, la minaccia innescata dalle BR e tifosi vari per costruire su Negri e compagni l'immagine del traditore da condannare a morte (e da eseguire nei "kampi" di stato, magari ad opera di qualche coattello), sosteniamo i motivi per cui il termine "dissociazione" nella sostanza con cui è concepito non solo è sbagliato ma va combattuto politicamente:

1) è sbagliato perchè lascia intendere che "prima" si era associati in qualche cosa molto similare alle BR o comunque alla strategia armatista;

2) è sbagliato perchè getta confusione di varia natura, che dentro il carcere, assumono in virtù di pressapochismi, di caste, di alleanze, forme di discussione anche drammatiche e totali;

3) è sbagliato perchè è in corso un'operazione del potere che passa attraverso noti magistrati nel chiedere "dissociazioni" pubbliche all'interno della mercanzia "abiura politica = diminuzione di pena", col fine spredicato di irridere e distruggere l'immagine dei comunisti;

4) soprattutto è sbagliato se è inteso a liquidare la lotta armata dai bisogni di liberazione del proletario in quanto confondibile e/o riconducibile alle BR.

Non riconoscere alle BR alcuna dignità di lotta armata ma lo scimmiottamento o simulazione di essa ad altri fini è un conto, liquidare l'assunto storico marx-leniniano e la praticabilità con cui è stata investita nelle diverse aree geo-politiche la lotta di liberazione dei popoli e del proletariato, è senz'altro bollabile come revisionista. Sarebbe del resto, il più grosso regalo fatto alla borghesia, in un momento di grande confusione, quando questi ultimi 15 anni di storia di lotta di classe si vogliono completamente riscrivere in chiave criminale da parte di un nugolo di inquirenti di regime. Chi pensa e scrive che la "memoria storica del movimento" sia l'aspetto da cui bisogna liberarsi per riprendere il cammino, fino a citare che "beate sono queste generazioni che nascono senza memoria", si assume la responsabilità della sua attuale condizione, compiendo l'atto scellerato di sottoscrivere proprio l'operazione di cancellazione della "memoria storica del movimento" voluta dalla neo-inquisizione. Come del resto chi, dalle colonne di Metropoli, inneggia ai presunti aspetti "postcomunisti della nostra società", per sollecitare il piccolo cabotaggio del "riformismo possibile" (anche quello delle BR) in cui è compresa anche la "possibile nascita di altri sindacatini di sinistra", non fa che invitare i propri lettori non già ad una sorta di curiosità o stravaganza intellettuale, bensi ad una vera e propria "dissociazione" dalle tematiche del comunismo rivoluzionario e che se non rasenta l'abiura, si colloca con l'opportunismo storicamente dimostrato da alcune forze politiche di fronte alla durezza dello scontro. Armatismo BR e opportunismo, hanno in comune la radice piccolo borghese della preminenza del ceto politico sui movimenti reali visti come il fumo sugli occhi perchè sono gli affossatori di qualsiasi ceto politico cristallizzato e autoproclamato. L'impressione che abbiamo avuto leggendo è questa, del resto suffragata da alcuni comportamenti e mode "tradizionali". Se non fosse cosi lo si scriva chiaramente, si faccia chiarezza nei comportamenti. E' tempo di abbandonare, anche nel linguaggio, quell'ambiguità propria del ceto politico. Non si sottovalutino queste richieste: ne va del costume dei comunisti che non abdicano alla proprie idee all'orquando sottoposti al sequestro di stato, ne va la difesa incondizionata di quei compagni riconosciuti antagonisti ai progetti capitalistici in corso.

La dialettizzazione

"Se consideriamo profondamente sbagliato il termine "dissociazione", riteniamo altrettanto nefasto il termine dialettizzazione per i seguenti motivi:

1) "dialettizzereste" con chi ha stabilito la vostra liquidazione politica e fisica?

2) "dialettizzereste" con chi ha un progetto revisionista?

3) "dialettizzereste" con chi impronta il metodo politico sulla strumentalizzazione?

Solo chi si sente attratto dagli spari senza chiedersi per cosa si spara può fare la scelta delle BR!

1) il documento dell'aprile '81 a firma dei prigionieri comunisti delle BR - Palmi, è titolato "Campagna contro l'Autonomia", articolato su 3 punti di scontro: ideologico-programma- fisico

Si può dialettizzare con chi ha già provato all'interno dei carceri speciali ad attentare alla vita dei compagni che fanno riferimento all'Autonomia operaia, neanche sporcandosi le mani in prima persona, bensi avvalendosi dell'uso di qualche comune velocemente aggregatosi alle BR per smania di grandezza? O con chi ha innescato un circuito nazionale di calunnie - passaggio da detenuto a parente, da parente ad amici e a propria stampa - da addossare all'autonomia operaia?

Un esempio. Il convegno di Milano alla palazzina Liberty, organizzato da alcuni comitati di difesa per trovare una possibile linea di inziativa comune sul carcerario, è diventato il luogo per un attacco frontale, quanto risolutivo, all'autonomia operaia individuata nei compagni del "7 aprile" e in tutti coloro che si dichiarano "innocenti" di fronte alle accuse incredibili dello Stato. Al culmine di questa forzatura scannaautonomi, l'INNOCENZA E STATA DEFINITA LA PRIMA FORMA DI TRADIMENTO!

Pensare, che molti di noi, ne han visti di spavaldi brigatisti in carcere dichiararsi innocenti in processo: cos'è tattica o qualche piccola contraddizione?! Questo convegno si è trasformato, al di là delle buone intenzioni degli organizzatori, in un atto preciso della campagna orchestrata dalle BR ai danni dell'Autonomia, oggi è un pò più chiaro a tutti!

2) "Le BR hanno in progetto di liberare l'Italia dal giogo atlantico, renderla neutrale, inserirla tra i paesi non allineati....

...Intendono realizzare quel tipo di socialismo che impone le coattività del lavoro, i piani, soprattutto intendono mantenere l'impalcatura dello stato fatto di partito, sindacato, giudici, tribunali, prigioni, prigionieri... ...Intendono mantenere la divisione tra economico e politico, nella preminenza del partito - tutto sulla società...''. Questo in estrema sintensi è il "Progetto", di cui vanno vantandosi brigatisti e tifosi, accusando gli altri, e in particolare l'Autonomia operaia, di non avere un progetto. Se il "Progetto" tracciato ne "l'Ape e il comunista", è il revisionismo armato, i signori delle BR e tifoseria varia, non solo sono con le pezze al culo sul piano ideologico, ma quante altre "svolte di Salerno" stanno preparando da fare ingoiare ai propri militanti? Non è la prima volta, non sarà l'ultima, che s'imbraccia il fucile per imporre soluzioni nazionaliste o svolte democratiche: il "progetto" delle BR, partito sul piano antifascista dalla grande paura del golpe del '70, si è incanalato sul piano revisionista, fino al prevedibile supporto armato alla "svolta" di un governo delle sinistre in Italia. Diventa impossibile "dialettizzare" con i negatori della liberazione comunista, con i ripropositori di logore bandiere dell'indipendenza nazionale sotto cui si nascondono ancora più duri sacrifici per i proletari. Come si può "dialettizzare", con chi interpreta i rapporti sociali in forma gerarchica e disciplinata, con chi dedica alla vita cosi poco valore, tale da pensare di distruggere financo quella dei compagni? Per la preminenza del proprio piano con chi, a nulla interessa la crescita politica generale per l'esemplarità dei propri gesti? Con chi, si ritiene vincente, perché riesce a condizionare lo stato attraverso catene di morti e sequestri, trascurando l'isolamento in cui ciò avviene, mentre gli anni precedenti erano un continuo attivo diffuso, capillare, bombardamento del quartier generale, un continuo riempire di masse le piazze, i quartieri, i piazzali delle fabbriche. Oggi, per questa tristissima scimmiottatura della guerra, per questa propaganda con sempre più sangue sennò non fa neanche più notizia, si è dato un formidabile strumento in mano allo Stato: quello della prevenzione militare nei confronti dell'antagonismo. Si è allarmato per niente lo Stato, tanto che i proletari si trovano più oppressi di prima ed è più difficile di ieri contendere questa oppressione. Ci sembra veramente demente entrare di domenica, all'ospedale S. Camillo, di Roma con un canne-mozze per sequestrare libri-presenza e scrivere sui muri "Lavorare meno lavorare tutti" - firmato BR, quando migliaia di lavoratori rivendicano in piena libertà e da molto tempo prima quest'esigenza. Ed è sicuramente da provocatori, utilizzare la stessa targa (solo che falsificata) della macchina di una compagna che una settimana prima aveva partecipato ad una grossa assemblea proprio al S. Camillo: per la solita 500, col solito altoparlante, che manda i soliti messaggi, che solitamente non funziona! E altri episodi di questa natura, fino ai morti, sempre rivendicati per "lavorare meno lavorare tutti". Chi è interessato a usare il cervello e non solamente il grilletto, dovrebbe verificare il grottesco della simulazione dello stato di guerra, per cui episodi del genere, difficilmente spiegabili anche in caso di guerra, impediscono a molte energie proletarie la militanza attiva oggi, perché per il solo fatto di aver dato ospitalità o di aver discusso, o di aver lottato o partecipato in epoche non sospette, per lo stesso meccanismo dell' infamia ingenerato dalla natura stessa della logica clandestina, si rischia di marcire in galera per otto o quattordici mesi di preventiva o il suo raddoppio fino al processo, quando va bene.

3) La "Svolta" decisa dalle BR nella primavera '80 - quella contro il soggettivismo militarista.. .per approdare a "lavorare meno lavorare tutti", fino ai più recenti "costruire gli organismi di massa rivoluzionari" e alle campagne ''sulla riscoperta della contrattazione aziendale in sostituzione del sindacato", sono i fattori di un cambiamento di strategia o pura tattica, vecchia marpioneria di staliniana memoria? Per alcuni neo-scopritori delle BR, la "svolta" c'è stata, tanto che si può definire strategica, nel senso che rimette in discussione financo uno dei principi della loro stessa esistenza: "la clandestinità strategica". Dicono costoro, che anche grazie all'immissione di nuove leve provenienti dalla disgregazione Pl e similari, si è aperto il dibattito all'interno BR, su come riconvertirsi a gruppo politico pubblico e che più di una scadenza è in preparazione per sperimentare le prime uscite pubbliche magari al sud, per sfruttare l'eco Cirillo. Non è la prima volta che un gruppo militarista, pensando di essersi ingrandito tenti di queste operazioni. Queste, in alcuni casi, sfociano fino al patto governativo di fine belligeranza rientro nella "legalità" in altri casi, nel mantenimento della struttura militare insieme alla neo-struttura politica che addirittura può disporre anche dello strumento elettorale. Non c'interessa caldeggiare alcuna riconversione, staremo a vedere semmai, come saranno le auto-critiche e soprattutto i comportamenti. Il presente ci dice che cosi non è, ad onta di quelli che in buona fede vorrebbero l'unità d'azione di tutti i rivoluzionari, per cui sostengono che bisogna aiutare questa "svolta", assecondando l'attuale revisionismo delle BR. Dai documenti, e soprattutto dai comportamenti, ci sembra che questa "svolta" non c'è stata. Essa invece è un'operazione tattica compiuta allo scopo di ridurre al silenzio quei settori del movimento ritenuti irriducibili: un altro episodio della lotta per la supremazia assoluta del gruppo BR, al pari di quanto facevano nel '70, gli ex gruppi nazionali AO-LC-PO. Le tematiche della chiusura dell'Asinara, per tutti o il lavorare meno lavorare tutti, sono obiettivi lungamente agitati dal movimento, ripresi dalle BR al solo scopo che questa sovradeterminazione spinga il movimento, per paura di strumentalizzazione o altro ad abbondonarle. Cosi ancora l'uso dei rapimenti Sandrucci-Cirillo-Taliercio, effettuati ai fini di una trattativa "sindacale", ovverro nell'intento di sostituire il sindacato sul suo stesso terreno, una volta che questi l'ha tralasciato. All'Alfa è la richiesta del rientro dalla cassa integrazione, a Napoli è il sussidio, alla Montedison è l'azione contro gli annunciati licenziamenti. Qualche "dialetizzante" dice: hanno coperto un vuoto politico. Meglio sarebbe dire: "hanno manifestato appieno la loro immagine revisionista, ripristinando la leggittimità sindacale proprio laddove questa era stata sconfitta e superata dagli stessi operai. L'unica differenza è che quando il sindacato cavalcava, migliaia di operai imponevano la loro legalità, oggi "piattaforma e lotta" vengono imposte e realizzate da super autodelegati. La costruzione degli "organismi di massa rivoluzionari" per le BR non sono il dato strategico su cui far poggiare le fortune della rivoluzione oltrechè la sostanza stessa della società comunista. Per le BR è solo la formulazione "dialettica" per meglio venir subito indivuati. Se la vecchia e usuale direttiva di natura bolscevica, è stata quella di infiltrarsi nel sindacato, anche in quelli più reazionari, quella di coprirsi con la tessera del Pci o similari, è stato l'altro passaggio delle BR, nondimento oggi è in atto il tentativo di inserirsi in quelle strutture di massa o cosidette "larghe", in cui è più difficile scovare le argomentazioni dell'infiltrato. Ci si inserisce nei comitati contro l'eroina, nelle cooperative, nelle strutture di strada, di spettacolo, non già per "dialettizzare" con queste forme di movimento, per rapportarsi alla loro democrazia diretta, per rispettare le decisioni collettive, ma sempre per pescare adepti e allo stesso tempo per distruggere queste articolazioni con estenuanti-inconcludenti dibattiti, a dimostrazione che l'unica alternativa è un'altra, meno parolaia, più immediata. Una verificata di questa tattica sta proprio nel ruolo di ''destra'' svolto dall'infiltrato nelle assemblee di fabbrica, nel consiglio dei delegati, nella cooperativa e per chi se le ricorda, nelle assemblee di movimento '77. Con chi dovremmo "dialettizzare" allora? Con chi ha sempre cercato la supremazia del proprio gruppo sulle ceneri degli altri? Con chi ha sempre dichiarato e lavorato per la fine prematura di ogni movimento? Con chi non erede nell'autonomia del proletariato ma nella supremazia del partito? Con chi ha creduto nel '77 aperto il terreno rivoluzionario su cui realizzare la scalata al palazzo d'inverno con il caso Moro? O con chi, non vedendo cadere il palazzo d'inverno nel '79 con l'attacco alla sede romana della Dc, proclamava appelli schizoidi quali "trasformare le elezioni in guerra civile"? O con chi, non vedendo innescarsi la guerra, civile, la simulava dando luogo a un conflitto fra bande, seminando cadaveri e leggi ultraspeciale? O con chi, vista la ripresa di un movimento mai liquidato, nelle carceri, dal terremoto o nei senzatetto, tenta di sovrapporsi al lavoro di massa prodotto dai comunisti con le solite azioni, con cui lo stato rafforza l'ulteriore dispositivo di coercizione? O con chi, impaurito dalla diffusione straordinaria di antagonismo e autorganizzazione, sociale in unione con quanto avviene in Europa e che fa a pezzi qualsiasi progetto "guerrillero", cerca di tamponare questa sua messa in crisi oggettiva, passando dalla lotta politica alle vie di fatto contro l'autonomia operaia, che si vuole distrutta, disarticolata, pezzente, senza progetto ecc., ma sulle cui basi teorico-strategiche poggia la circolarità diffusa di questi movimenti? C'è solo lo scontro politico aperto con chi già attentato alla vita dei nostri compagni per tentare di far prevalere il proprio gruppo nel momento in cui vacilla lo sforzo operato per la supremazia. Nè staremo a subire impunemente il ripetersi di una sola minaccia da parte di chi ha interpretato la carriera politica sulla pelle e sulla lotta altrui.

venerdì 25 settembre 2009

Quel 77 sovversivo

Per chi ha vissuto come me quella stagione leggere le tante interviste di gente come Morucci o ex professori diventati ristoratori o, peggio, delatori ex assassini alla Barbone riconvertiti alla loro classe di appartenenza fa "enormemente" incazzare.
Fa incazzare perché la sensazione amara che lascia nel palato, la lettura di certe esternazioni, fotografa una realtà fatta da leader improvvisati a cui abbiamo sacrificato le nostre vite, in molti casi, o concesso una silente approvazione per le cose che decidevano a prescindere da ciò che pensava il movimento ed a dispetto di quello che accadeva nelle piazze.
E allora con chi ricostruire quella stagione se a parlare sono solo giustizialisti interessati, "pentiti" opinionisti, ex brigatisti della domenica o per sbaglio?
I morti sono silenti e "dormono sulla collina". Insieme alle tante vittime. Tanti sono da altre parti lontani.
Un giorno mi capitò di vedere in questura, sul muro, la foto segnaletica di un compagno con cui avevo condiviso le partite a pallone nel circolo che frequentavo. Aveva quel sorrisetto beffardo che ricordo durante le nostre conversazioni. Dicono sia in Nicaragua da anni. Leggende?
Ecco, i tanti non parlano perché hanno perso la voglia, oppure hanno trasferito in altre latitudini la loro irrequietezza. Chi racconterà cosa li spinse, cosa gli fece deviare dal percorso e cosa no.

Vale la pena ancora parlare di quella stagione? Io penso di si perché loro ricostruiranno un'altra storia. Certo, è difficile stare a raccontare una stagione che fece decine di morti e portò in galera migliaia di persone. perché di quello si trattò. Di un movimento di massa che agì come un corto circuito in una condotta che trasportava elettricità e tensione da anni. Che aveva sacrificato tanta gente nell'attesa messianica del sol dell'avvenire mentre gli altri si facevano le loro Gladio ed organizzavano le loro stragi.

E allora eccolo qui un pò di vissuto. Dal commento di R. al mio post precedente qualche scheggia del passato che ritengo interessante. Quanto meno per ricostruire il clima.
p.s.
Chi ha voglia si accodi e scrivi il suo vissuto.

"Si, più o meno cominciò così ...

E non c'è dubbio che Piazza Fontana sarà una pietra miliare che introdurrà - più delle prediche di qualche leaderino - nelle teste di tanti giovani il concetto di "violenza giusta" ... fino a quel momento, più che altro, le botte e pure qualche proiettile il movimento li aveva presi ... ed anche quando a prenderle erano stati i poliziotti ... Valle Giulia, Garbatella in occasione della visita di Nixon, Corso Traiano a Torino ecc. .... si era trattato di violenza di autodifesa e mai d'attacco ...

Poi le cose, più o meno dai fatti dell'aprile 1975 a Milano, sono cambiate ...

Ma credo vadano ben distinte le violenze di piazza ed il lottarmatismo vero e proprio ...

Questo, fino alla fine del 1977, era poca cosa ... le BR esistevano dal 1969 ma non avevano ecceduto in fatti di sangue ... il loro primo omicidio VOLUTO ( c'era stata nel 1974 la vicenda dell'assalto al Msi di Padova con due morti ma le stesse BR lo definirono subito "un tragico errore" e non tutti i partecipanti erano brigatisti veri e propri) è solo del 1976, con l'uccisione del giudice Coco e della sua scorta.

Ma fino alla fine del 1977 le BR (per le quali certo capitava, in una logica prepolitica da curva calcistica, che molti giovani del movimento facessero "il tifo") erano comunque considerate un "corpo estraneo" al movimento, dei "marziani" come li definì Sofri in un famoso articolo sul quotidiano "Lotta Continua" ... questo anche per la loro impostazione stalinista e comunque del tutto interna alla "tradizione comunista", impostazione alla quale il movimento era invece ideologicamente in grandissima parte estraneo ....

E gli altri gruppi armati ( a parte il caso molto specifico dei Nap che si occupavano solo del carcerario), nati più o meno tutti nel 1976, avevano fino a quel momento fatto ben poco .... e soprattutto non avevano ancora ammazzato nessuno ....

Addirittura capitò che la inattesa esplosione del movimento del 1977 convinse qualcuno a lasciar perdere - per un periodo - l'azione clandestina e a riversarsi in quel movimento.

Prima Linea, questa "ritirata strategica" e questo ritorno nel movimento di massa addirittura lo comunicò in documenti politici fatti pervenire ai giornali ...

Ma anche molti altri non lo scrissero ma lo praticarono di fatto .... fece ad esempio un certo effetto, durante i mitici scontri 12 Marzo del 1977 a Roma, vedere esponenti delle FAC di Valerio Morucci ( non erano pochi a conoscerli come tali) sfasciare a sassate le vetrine dell' Hotel Palatino di Roma (che aveva ospitato nei giorni precedenti un congresso del Msi) come degli autonomi o dei "desperados di borgata" qualsiasi ...

Ed a me capitò pure, quel giorno, di incontrare - anche se loro del tutto defilati dagli scontri e confusi tra i normali manifestanti - quasi tutti quelli che solo un anno dopo costituiranno il commando di Via Fani.

Quindi il 1977, se fu certamente l'apoteosi della violenza di piazza e di strada, non comportò immediatamente arruolamenti nel lottarmatismo ma anzi provocò addirittura momentanei ripensamenti in chi quella scelta l'aveva già fatta . E curiosità e conseguente disorientamento persino in chi comunque la scelta della lotta armata la considerava ormai irreversibile.

La feroce repressione che si scatenò contro quel movimento ( col Pci che addirittura accusava Kossiga e la DC di eccessiva "mollezza" ) cambiò nel giro di un anno tutti i termini della questione .... e dopo la fine del movimento del 1977, stretto dalla tenaglia tra la feroce repressione e la - a mio giudizio non casuale - diffusione di massa dell'eroina negli ambienti giovanili, i gruppi armati in genere e le BR in particolare faranno invece affari d'oro nel reclutamento di militanti ...

Kossiga ha riconosciuto tutto questo ed ha fatto sul tema una notevole autocritica ...

Ma altrettanto non si può dire del Pci e dei suoi eredi politici ( Rifondazione compresa) ...
"


Rispondi citando Modifica

Direi che quello che scrivi inserisce un punto interessante. Io militavo a Torino in un circolo, ricordo il dibattito ed i tanti compagni che entravano ed uscivano da formazioni "armate" o ne inventavano.
Era un momento in cui se la "sinistra" avesse voluto provare a recuperare il confronto forse le cose avrebbero preso un'altra piega. Al contrario preferirono fare questionari anonimi attraverso cui invitavano a denunciare i sovversivi.


Interessante raccontare oggi chi furono i personaggi che si inventarono quell'assurdo questionario anonimo .... erano Piero Fassino e Giuliano Ferrara .... interessante non tanto e non soltanto perchè i due, ad un giovane osservatore di oggi, possono davvero sembrare una "strana coppia" ..... ma anche perchè tutti e due ( anche se Fassino certamente di più) avevano negli anni precedenti "inciuciato" niente male con la sinistra extraparlamentare e con Lotta Continua ( fortissima a Torino) in particolare .... mentre invece quel questionario anonimo suscitò la timida riprovazione di vecchi comunisti come il sindaco Diego Novelli o il segretario della Fiom Emilio Pugno ....

Cioè, a ridosso del 1977, capitò anche questo ... che giovani funzionari del Pci, quasi tutti ex sessantottini, si schierassero in modo incredibilmente acritico in difesa della linea del compromesso storico ed a favore della ristrutturazione capitalistica ... mentre invece vecchi dirigenti del Pci, che avevano sputato sul 1968 o comunque non si erano mai fidati di quei giovani "estremisti", esprimessero invece qualche timida perplessità sulla nuova linea di alleanza con la DC e con il padronato .... inutile dire che i primi ebbero in breve il totale sopravvento ....

Era un certo "ceto politico" che sentiva finalmente odore di seggi, di soldi, di affari e di potere ... cosa che spiega abbastanza bene come poi si sia arrivati, con certi dirigenti ( compresi quelli, come Ferrara, che hanno successivamente "saltato il fosso") alla degenerata situazione della cosiddetta "sinistra" istituzionale di oggi, compresa quella recentemente ( obtorto collo) divenuta a sua volta extraparlamentare .......

Comunque, se il questionario anonimo torinese fu forse soltanto una "follia" locale ( si narra che persino Berliguer ne fosse perplesso ) non credo che il Pci di allora potesse nella sostanza comportarsi in modo assai diverso da come si comportò.

Avevano scelto non solo l'alleanza con la DC ma soprattutto si erano posti l'obiettivo di favorire la ristrutturazione capitalistica seguita alla crisi petrolifera .... e tutto sommato preferivano avere a che fare con le facilmente criminalizzabili pallottole brigatiste ( che peraltro colpirono il Pci solo 2 volte, tutte e due a Genova, e per motivi contingenti ... l'operaio Guido Rossa ucciso perchè aveva denunciato un collega brigatista ed un dirigente della Ansaldo, iscritto al Pci, "gambizzato" perchè grande fautore delle centrali nucleari) che non con un movimento di massa che invece metteva pesantemente in discussione l'egemonia del Pci nei ceti popolari .... ed in quelli giovanili in modo particolare ...

Chi invece si sarebbe potuto comportare in modo assai diverso ( come del resto suggerirà poi l'anno dopo Moro nelle "lettere dal carcere brigatista") era proprio la DC ... cioè il principale obiettivo del lottarmatismo .... ma anche il potere politico reale, sia pure un pò in crisi per gli scandali di metà anni settanta ed i conseguenti cali elettorali, di quel tempo ....

Loro sì avrebbero potuto avere interesse a dialogare con quel movimento di massa ed a evitare che poi le sue ceneri divenissero fonte di reclutamento per il lottarmatismo ... e loro avrebbero anche potuto politicamente permetterselo ....

Ma non lo fecero .... si affidarono alla repressione più bieca ed infame .... e favorirono, sul modello americano adottato nei ghetti neri, la diffusione delle droghe pesanti nei quartieri popolari delle metropoli .... i favori e le complicità a Roma con la cosiddetta banda della Magliana o a Milano con la mafia di Turatello nacquero più da questa esigenza "politica" che non da trame "complottistiche" e/o affaristiche troppo raffinate ... quelle casomai verranno dopo, a movimenti distrutti e dispersi ....

Chi invece capì tutto ma era allora troppo debole per imporsi fu Bettino Craxi ... che comunque sarà poi quello che approfitterà ampiamente della crisi successiva sia della Dc che del Pci ....

Da lui al Berluska, sia pure passando un altro decennio, il passo sarà breve .... e così arriviamo fino ai fetidi giorni nostri .... e ci arriviamo certamente anche a seguito di quelle antiche vicende e di quelle antiche scelte politiche ....


martedì 22 settembre 2009

Scrivere del 77


Ricorrendo ad un'esemplificazione iniziale, che riteniamo però abbastanza efficace, possiamo affermare che il ricorso alla violenza nel '68 fu una risposta alla repressione statale. Si passava dal "non siam scappati più", come recitava un verso della canzone dedicata agli scontri di Valle Giulia a Roma nel marzo del '68, al ritornello "la violenza, la violenza, la violenza la rivolta,/ chi ha esitato questa volta lotterà con noi domani", che invitava i dimostranti a rispondere con la forza alle aggressioni poliziesche dei cortei. Nel '77 vi fu, invece, da parte di settori del movimento la ricerca deliberata dello scontro violento. Volendo ancora semplificare si potrebbe quasi dire che il movimento del '68 era originariamente "buono" non tanto nei suoi intenti e propositi che erano invece antisistemici, sovversivi e rivoluzionari, quanto negli strumenti che utilizzava per perseguirli: occupazioni, proteste pacifiche, non violenza, resistenza passiva agli sgomberi. Fu il contesto in cui si trovò ad operare (repressioni poliziesche, campagne diffamatorie dei giornali, strage di Milano del 12 dicembre 1969) che lo rese "cattivo", costringendolo a cercare risposte che fossero adeguate a quelle messe in atto dagli apparati repressivi legali e non dello Stato a alla minaccia delle aggressioni fasciste. Si trattava più che altro di trovare strumenti e forme che garantissero in qualche modo la difesa e il mantenimento di quanto era stato acquisito, conquistato, costruito in termini di strutture organizzative, di spazi per l'agire collettivo (sedi, giornali, piazze e luoghi di riunione e di incontro, incolumità dei compagni) che si accompagnavano alla consapevolezza che, superato l'entusiasmo per lo scoppio spontaneo della rivolta studentesca e operaia, il percorso di lotta contro lo Stato e il capitalismo avrebbe inevitabilmente previsto anche momenti di scontro cruenti. Si cominciò a praticare "un uso difensivo della violenza... E l'epoca dei servizi d'ordine... strutture organizzate per la pratica della forza sia nella difesa di spazi di movimento nelle piazze, sia nel controllo di territori nel tessuto urbano" 1. Il clima in cui nacque e si sviluppò il movimento del '77 era del tutto diverso, era già incattivito all'origine. Ogni parvenza di presunta imparzialità delle istituzioni statali nella lotta di classe era stata spazzata via dagli intrighi e dalla scoperta dei servizi segreti deviati. La repressione occulta, subdola e disgregante, condotta dai servizi segreti, si accompagnava all'introduzione di nuove e più severe leggi di polizia, volte principalmente a colpire le manifestazioni di piazza e le proteste. L'approvazione della famosa "legge Reale", sull'ordine pubblico, ne era un chiaro esempio. Essa assegnava alla polizia un potere di intervento e di repressione verso i movimenti, le manifestazioni di piazza e i compagni, che non aveva precedenti nella breve storia dell'Italia repubblicana. La stessa Corte Costituzionale nella sentenza n. 16 del 1978 aveva ravvisato in quella legge: "un particolare complesso di misure legislative eccezionali, se non provvisorie, per fronteggiare la presente situazione di crisi dell'ordine pubblico con particolare riguardo alla criminalità politica e parapolitica" 2.

Un evento periodizzante

La strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969 appare oggi come una data periodizzante, una cesura nella storia dell' Italia repubblicana, in quanto una parte consistente "dell'apparato statale passò consapevolmente all'illegalità, si pose come potere criminale, continuando ad occupare istituzioni vitali"; Piazza Fontana "semina e ingigantisce la paura del golpe" diventa "snodo rilevantissimo della vicenda italiana, rappresenta il passaggio della repressione statale dei movimenti e delle lotte dalle "tecniche frontali, ma firmate" a quelle "indirette e occulte dei poteri di repressione, sicurezza e provocazione" 3. L'uso della forza da parte degli apparati dello Stato per reprimere l'insorgenza e l'ascesa dei movimenti non era una novità, la novità era data invece dal suo impiego non più nella sua dimensione istituzionale e legittima, "ma in quella bruta, diretta e incontrollata che trova la propria sintesi nella logica da caserma" 4 . Da allora, per dirla con Bertolt Brecht, non si potè più essere solo gentili, un'intera generazione "fu impressionata da due esperienze vitali, forti e opposte: il '68 (e il '69 operaio) da una parte, e Piazza Fontana, Pinelli, Valpreda dall 'altra. L'allegria e la morte, la luminosità e il torbido, la confidenza e la paura, la cordialità e il senso di persecuzione" 5 . Dalla strage di Piazza Fontana al 1975 altre cinque stragi si verificarono in Italia. Stragi che rivelarono l'esistenza di connivenze con apparati statali deviati, impegnati a fondo nell'opera di depistaggio, di inquinamento delle prove, di vero e proprio sabotaggio delle inchieste per evitare la scoperta della verità. Dal 1969 al 1974 i morti per fatti politici in Italia furono 92, di cui 63 a causa di violenze e atti terroristici di destra, 10 furono i caduti in scontri con le forze dell'ordine, 8 in altre circostanze, 9 attribuibili ad azioni di sinistra 6. 1706 furono gli attentati il 71,6% dei quali attribuibili all'estrema destra e il 5,8% all'estrema sinistra. Su 2359 atti di violenza censiti, 2304 erano da attribuire ad organizzazioni neofasciste e 152 a quelle di sinistra. Secondo Marco Revelli si stava delineando in Italia una situazione di "vera e propria guerra civile strisciante" 7 che preparava il passaggio alla fase seguente, quella del terrorismo, inaugurata dal rapimento del giudice Sossi e dall' uccisione di due militanti del MSI a Padova da parte delle Brigate Rosse. Dal 1974 al 1980 si contavano 362 morti e 171 feriti. 104 morti e 106 feriti erano attribuibili al terrorismo di sinistra. 1787 attentati risultavano compiuti da organizzazioni di sinistra contro i 1281 attribuiti alla destra. Una profonda differenza permaneva tuttavia tra il cosiddetto movimento e i gruppi che avevano scelto la strada della clandestinità e della lotta armata. Il movimento e gli stessi "partiti" della nuova sinistra continuavano a ritenere "che per cambiare la società italiana bisognava agire in profondità all'interno della società civile stessa, cercando di costruire un movimento di massa e di mutare la coscienza... I terroristi, al contrario, scelsero la clandestinità e l'azione violenta, ponendosi fuori dalla realtà e isolandosi... Fino a quando non fu troppo tardi essi rimasero incapaci di misurare i probabili effetti delle loro azioni, di valutame il tragico bilancio: non solo uccisero a sangue freddo, ma contribuirono grandemente alla distruzione dell'intero movimento che voleva modificare la società italiana" 8.

L'insorgenza della violenza diffusa

La crisi dei partiti della nuova sinistra, dopo le elezioni del 20 giugno 1976, liberava forze militanti e servizi d'ordine in via di scioglimento che si riversavano in nuove forme di impegno politico e sociale date dalla sviluppo dei Circoli del Proletariato Giovanile e, subito dopo, dall'esplodere del movimento del '77. Un profondo rimescolamento sociale mise in contatto -in una situazione di crisi economica, di aumento della disoccupazione e di crisi dell'idea stessa di rivoluzione anticapitalistica- gruppi di giovani disoccupati, sottoccupati, marginalizzati nelle periferie degradate delle città, con studenti universitari e medi, precari, fuori sede, operai in cassa integrazione o licenziati, freaks, militanti in crisi delle organizzazioni della nuova sinistra, femministe, appartenenti alla frastagliata area dell'autonomia operaia. I Circoli del Proletariato Giovanile difendevano il proprio "territorio" con le "ronde proletarie", occupavano edifici e case sfitte per creare luoghi di socializzazione, isole liberate in cui riunirsi, similmente a quanto era avvenuto negli anni precedenti dentro le scuole superiori più politicizzate e dentro le Università. Si riversavano poi nel centro delle città per riappropriarsi del valore d'uso delle merci, secondo il sofisticato linguaggio di allora, praticando le cosiddette "spese proletarie", l'autoriduzione dei biglietti cinematografici e teatrali, scontrandosi con la polizia per entrare gratis ai concerti. Con linguaggio immaginifico, ma efficace, Toni Negri descriveva questo nuove fenomeno sociale, così come si era manifestato al festival organizzato dalla rivista Re nudo al Parco Lambro di Milano: "il primo giorno... fu tranquillo, già al secondo ci fu l'esproprio proletario dei camion dei viveri degli organizzatori, il terzo giorno sparse squadre vennero fuori dal Parco a cercare supermercati da svaligiare -colpi d'arma da fuoco risuonarono- era apparsa la polizia"9. Spinte spontanee e soggettive, bisogni e desideri si incanalavano in parte nella gestualità della violenza diffusa. La nuova parola d'ordine del riprendiamoci la vita, cresciuta nei gruppi di autocoscienza femministi, diventava patrimonio comune di questi giovani coniugandosi con quella vecchia di alcuni anni del prendiamoci la città, "per il comunismo e la libertà", come reclamava la canzone di Lotta Continua, scritta per sorreggere la sua iniziativa politica nei primissimi anni Settanta. A differenza del '68 e della più volte ricordata ed emblematica contestazione della Scala a Milano, questa volta "non si contesta ideologicamente la ricchezza, piuttosto essa è un bene negato"10, di cui bisogna appropriarsi. L'immediata incomprensione e ripulsa che il movimento del '77 provocò nel PCI, in procinto di entrare nella maggioranza di solidarietà nazionale, la condanna senza mezzi termini e con parole pesanti di tutto il movimento da parte di quello che fino a pochi mesi prima era stato il maggiore partito di opposizione, determinarono una situazione di incomprensione e di incomunicabilità profonda tra i giovani settantasettini, i partiti e le istituzioni. Sentendosi emarginati lanciarono la sfida a chi li voleva emarginare. Molti di questi soggetti svilupparono un atteggiamento molto aggressivo nelle loro espressioni politiche. "La democrazia era considerata impotente e al tempo stesso segnata da tentazioni repressive e totalitarie. L'ipotesi armata diventava se non altro un'ipotesi accettata all'interno di movimenti certo più vasti e compositi e sembrava assumere una capacità neutralizzante (la teoria dei "compagni che sbagliano") anche nei confronti di forze e posizioni da essa molto lontane"11 . Il ricorso sistematico alla violenza fu teorizzato da componenti significative del movimento. Lo scontro con la poilizia divenne da parte di alcune componenti un modo di stare in piazza e di manifestare. Non si trattava più di difendersi dalle cariche e dalle aggressioni, ma di attaccare le forze dell'ordine, di colpire determinati obiettivo, sedi, edifici. Una simile esperienza finì coll'avvitarsi su se stessa in un turbinio di azioni che riducevano sovente il dibattito alla valutazione se era stato più o meno opportumo lanciare bottiglie molotov, assalire questo o quel covo fascista, se aveva cominciato prima la polizia o gruppi di autonomi sfuggiti al controllo del servizio d'ordine del movimento. Finivano sovente col prevalere posizioni che si attestavano su affermazioni di principio fra chi era per la violenza e chi diceva che essa era da rifiutarsi sempre come metodo di lotta politica. Quasi mai si riuscì ad affrontare il problema della violenza nei termini di una disamina storico-politica che prendesse in considerazioni categorie quali la sua inutilità, dannosità o necessità a secondo dei contesti e delle circostanze.

La violenza dentro il movimento

I contrasti di natura politica e di prospettiva dentro il movimento erano vivacissimi, sfociavano in pesanti polemiche verbali, che a volte degeneravano in veri e propri atti di violenza contro la presidenza o contro chi interveniva in assemblea. il movimento più volte dimostrò di non essere in grado di garantire la democrazia interna, il rispetto della pluralità delle posizioni e l'unità d'azione nelle manifestazioni pubbliche. Le divergenze d'analisi e d'intenti risultarono spesso inconciliabili, provocando tensioni interne che finirono col demoralizzare la parte meno politicizzata degli aderenti. Una prima scadenza nazionale metteva in luce le differenziazioni interne e l'incapacità di convivere pacificamente con esse. Il 26 e il 27 febbraio 1977 si teneva a Roma la riunione del coordinamento nazionale degli studenti universitari. I convenuti erano numerosi, l'aula di duemila posti era stipatissima e altri, fuori, premevano per entrare. L'assemblea assumeva a tratti l'aspetto di una bolgia infernale, centinaia di persone si erano iscritte a parlare, gli interventi si susseguivano tra urla, schiamazzi, cori da stadio, mentre chi era al microfono si sgolava per sormontare i fischi, gli slogan, gli applausi. Non chiara era la distinzione tra chi era delegato e rappresentava quindi ufficialmente le varie realtà locali del movimento e chi vi partecipava a titolo personale ma con eguale diritto di voto. In questo contesto che a tratti rasentava la vera e propria rissa, le femministe e gli indiani metropolitani abbandonavano l'assemblea rifiutando "l'allucinante clima di violenza e prevaricazione creatosi" , che non consentiva di "esprimere i contenuti del movimento stesso"12. Quando tentarono di ritornare nell'aula dove era in corso l'assemblea un robusto servizio d'ordine glielo impedì. Agli indiani metropolitani non restò che gridare "via, via la falsa autonomia". Alla fine veniva approvata una mozione messa insieme da quelli che erano rimasti nell'assemblea ufficiale, circa cinquecento, che non tutte le delegazioni riconoscevano come rappresentativa del movimento. Nella mozione si affermava13 il carattere "proletario del movimento", e si rivendicava, tra le altre cose, "1 'antifascismo militante", si richiedeva la liberazione dei compagni arrestati e "di tutti i militanti comunisti, di tutti i combattenti rivoluzionari prigionieri del nemico di classe", si respingeva infine ogni tentativo di dividere il movimento "tra una parte violenta e intimidatrice" e una parte disponibile al confronto e alla mediazione. In un clima più cupo, a causa della repressione in corso, si svolgeva a Bologna il 29 e 30 aprile e il 1° maggio il secondo coordinamento nazionale. Esso si teneva dopo gli scontri che si erano verificati a Bologna come reazione all'assassinio di Francesco Lorusso l'11 marzo 1977 e quelli di Roma del giorno successivo. Qui, in occasione della manifestazione nazionale del movimento, si verificarono nel corso dell'intero pomeriggio diffusi episodi di guerriglia urbana. Gruppi di dimostranti si staccavano all'improvviso dal grosso del corteo e colpivano con molotov, spranghe e armi da fuoco vari obiettivi: negozi, vetrine, auto in sosta il comando dei carabinieri a Piazza del Popolo, la sede del quotidiano della DC Il popolo a Piazza Navona, l'assalto di un armeria a Ponte Sisto. Compiute le azioni i gruppi di guerriglieri urbani rientravano nel corteo scatenando in questo modo, contro tutti i partecipanti, la reazione della polizia. "Il corteo - commentava in seguito il giornale 'dentro il movimento' Rosso - era determinato a invadere e occupare con una certa presenza militare il centro cittadino... Il corteo ha portato a termine il suo percorso realizzando via via i suoi obiettivi"14. A Bologna, al termine di un lungo e tortuoso dibattito, vennero messe in votazione due mozioni contrapposte15. La prima, quella di maggioranza (60 % dei voti) affermava, fin dalle prime battute, che occorreva evitare due alternative, entrambe fallimentari, prospettate dentro il movimento: quella di chi proponeva una radicalizzazione verticale dello scontro con l'apparato militare dello Stato e quella di chi voleva ritagliarsi uno spazio politico dentro le istituzioni del movimento operaio. Il movimento, mettendo in crisi i progetti di normalizzazione poilitica e sociale, trasformando le pratiche di vita, poteva produrre "comportamenti individuali e collettivi eversivi, /era/ una componente dell'opposizione di classe" al compromesso storico. Difendersi dalla repressione, mediante "l'autodifesa di massa" non era un fatto marginale, né una cosa da demandare agli specialisti dei vari servizi d'ordine più o meno in disuso. Consapevole che altri momenti di scontro con l'apparato militare statale ci sarebbero stati, nel documento si affermava che il problema "non è di sparare meglio o di più sulla polizia, ma che non si può neanche far finta che il problema non esista, dietro appelli generici e opportunistici... Dobbiamo potere essere noi a decidere i tempi dell'attacco in territorio nemico... Il movimento non fa scomuniche e non accetta la criminalizzazione di nessuna sua componente... ma nessuno deve permettersi di andare contro le decisioni e la volontà collettiva delle assemblee". La seconda mozione, quella di minoranza col 40% dei voti, segnalava le potenzialità del movimento ma anche la sua debolezza programmatica e organizzativa. "Oggi la DC porta a fondo l'attacco reazionario contro il movimento e le stesse sinistre astensioniste, proprio mentre il PCI è disposto a sacrificare addirittura alcune delle fondamentali libertà democratiche pur di eliminare i movimenti di opposizione... D'altra parte il movimento mentre rivendica il diritto a manifestare... e ribadisce la legittimità dell' autodifesa di massa, afferma che non accetta in nessun modo la logica delle azioni armate minoritarie, che, oltre a prevaricare la democrazia e l'autonomia del movimento, lo indeboliscono, facilitando le manovre della DC, avvallate dal PCI, tese a stroncarlo nella repressione più violenta". Per "punirli" - perchè in un volantino e sui loro giornali PdUP, Avanguardia Operaia e Movimento Lavoratori per il Socialismo avevano criticato duramente il comportamento e le azioni degli autonomi - gli autonomi romani, dopo la conferenza di Bologna, si riunivano in assemblea e li espellevano dal movimento. Così, ironicamente, commentava l'episodio Il Manifesto: "L'autonomia si è riunita da sola, cacciando tutti quelli che non sono d'accordo e combattono la sua pratica irresponsabile, espellendo i giornalisti, da sé dibattendo, da sé votandosi"16. Colpì molto all'epoca la foto scattata a Milano il 14 maggio 1977 che divenne per i mass-media il modo simbolico e efficace di rappresentare l'aspetto tragico del '77 collegandolo alla filosolia della morte e della P38. Quel giorno a Milano era in corso una manifestazione degli studenti. Un gruppo si staccò dal corteo e armi in pugno sparò sulla polizia, un agente, Antonio Custrà, fu colpito a morte. Fu immortalata da un fotografo la figura di un dimostrante in passamontagna, solo, in mezzo alla strada, con le gambe divaricate e le braccia tese ad impugnare con ambo le mani una P38 puntata verso la polizia. Il commento che ne fece Umberto Eco su L'Espresso del 29 maggio, coglieva a fondo una differenza sostanziale tra l'immaginario che attribuiamo ai movimenti collettivi, di massa, rivoluzionari, e quell'azione: "Quella foto non assomiglia a nessuna delle immagini in cui si era emblematizzata... l'idea di rivoluzione. Mancava l'elemento collettivo, vi tornava in modo traumatico la figura dell'eroe individuale... Questa immagine evocava altri mondi, altre tradizioni narrative e figurative." Dopo l'estate la situazione cominciava a precipitare: il convegno settembrino bolognese sulla repressione rappresentava l'ultimo canto del cigno di una tumultuosa primavera e la fiammata del "creativismo". Il movimento era ormai in via di dissoluzione. Il convegno aveva definitivamente dimostrato l'impossibilità di conciliare tra loro pratiche, bisogni, desideri, aspirazioni e sentire diversi. Ciò che vi sopravviveva era solo più quello che Rosso chiamava il "Movimento proletario dell 'autonomia". Logica conclusione, da parte loro, di un percorso che aveva alla fine comportato anche l'espulsione dell 'anima lottacontinuista, definita "specie di parassiti" che stanno "dentro il movimento perchè non saprebbe dove stare altrove"17. Il rapimento di Aldo Moro, ad opera delle Brigate Rosse, avvenuto a Roma il 16 marzo 1978, segnava la fine di un periodo e ne apriva un altro: "il movimento era come un fantasma, assente, ripiegato su sé stesso, rintanato nei suoi ghetti; la scena adesso era occupata dallo stillicidio di azioni armate clandestine che si facevano concorrenza, La vita del movimento era finita, ma per i compagni non era finita, non è che potevano mettersi da parte e dire aspettiamo, stiamo a vedere, perchè per la repressione tutti erano coinvolti, non si facevano troppe distinzioni"18. La fine del movimento, coincideva con la comparsa massiccia dell' eroina sul mercato della droga (dai diecimila drogati del 1976 si passava ai 60-70 mila del 1978 19) e col passaggio di alcuni ex settantasettini alle formazioni armate clandestine, che conobbero allora una fase di relativa espansione. Scelte opposte ma dettate dalla stessa disperazione. Dopo aver vissuto un periodo esaltante, dopo aver provato a cambiare il mondo e la vita, difficile era accettare di tornare a vivere in una società che si era rifiutata perché mediocre, ipocrita, falsa e violenta.

Diego Giachetti

Note:

1 M. Revelli, "Movimenti sociali e spazio politico", in Storia dell'Italia repubblicana, vol. 2, tomo 2, Torino, Einaudi, 1995, pp. 472-473. Up

2 Citazione da G. Galli, Storia del partito armato 1968-1982, Rizzoli, Milano, 1986, p. 144. Up

3 Le citazioni sono rispettivamente di M. Revelli, Le due destre, Bollati Boringhieri, Torino, 1996, pp. 22-23 e E. Santarelli, Storia critica della repubblica, Feltrinelli, Milano, 1996, p.188. Anche G. Boatti, Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta (Feltrinelli, Milano, 1993) e G. De Paolo e A. Giannuli nell'introduzione a La strage di Stato.Vent'anni dopo (Ed Associate, Roma, 1989) giungono alle stesse conclusioni. Up

4 M. Revelli, "Movimenti sociali e spazio politico", cit., p. 467. Up

5 A. Sofri, Memoria, Palermo, Sellerio, 1990, p. 181. Up

6 Per questi dati e quelli seguenti cfr. M. Galleni, (acuradi) Rapporto sul terrorismo.Le stragi, gli agguati i sequestri, le sigle 1969-1980, Milano, 1981, pp. 51-84-89. Up

7 M.Revelli, "Movimenti...", cit., p. 473. Up

8 P. Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 1989, p. 488. Up

9 T. Negri, Pipe line, Einaudi, Torino, 1983, p. 166. Up

10 F. Ottaviano, La rivoluzione nel labirinto, Rubbettino, Sovaria Mannelli (CZ), 1993, p. 817. Up

11 A. Bolaffi, P. Franchi, "La grande metafora del terrorismo", Rinascita, n. 4, 1981. Up

12 Cfr. rispettivamente "Dichiarazione di guerra degli indiani metropolitani" e "Le femministe si dissociano dall'assemblea nazionale", entrambi in I non garantiti, Savelli, Roma, 1977, pp.189 e 194. Up

13 Cfr. "Mozione 'di maggioranza"', in I non garantiti, cit., pp. 195-196. Up

14 Rosso, n. 17, 18 marzo 1977. Up

15 Ci riferiamo ai testi integrali pubblicati sul Quotidiano dei Lavoratori del 3 maggio 1977. Una sintesi di entrambi è riportata in appendice al libro I non garantiti, cit. Up

16 Citato da F. Ottaviano, op.cit., p. 853. Up

17 Ivi, p. 871. Up

18 N. Balestrini, Gli invisibili, Bompiani, Milano, 1987, pp. 26-27. Up

19 Cfr. N. Balestrini, P. Moroni, L'orda d'oro, Sugarco, Milano, 1988, p. 385. Up

Tratto da "Sul '77" - Per il Sessantotto n° 11-12/97, anno VII