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venerdì 12 marzo 2010

L'alternativa alla crisi? Più povertà per i soliti

Questo è quanto sintetizza Deaglio oggi sulla Stampa in termini di cose da fare per uscire dalla crisi:

Il presidente del Consiglio - e con lui gli altri capi di governo europei - dica chiaramente se ritiene di seguire la strada indicata dalla Banca Centrale oppure preferisce non accettare questa guida molto ortodossa e molto «noiosa» che obbligherebbe a «fare le riforme». «Fare le riforme» è nulla più di un eufemismo per dire che, non solo in Italia ma in tutti i Paesi europei, occorre ridurre sensibilmente, a parità di servizi erogati, il numero dei pubblici dipendenti, aumentare la concorrenza nelle professioni cosiddette «libere», far calare le aspettative pensionistiche e forse anche una parte delle pensioni attuali. 

giovedì 11 marzo 2010

Speculazione finanziaria, uomini e popoli


Dopo aver letto questo articolo mi sono chiesto : se viviamo in un sistema in cui si accetta l'idea che il figlio di un clandestino non ha diritti perché l'esigenza di garantire la tutela delle frontiere prevale sulla necessità di tutela del diritto allo studio (ultima sentenza Corte di Cassazione), pensiamo di cambiarlo in via ordinaria( il sistema) quando, al contrario,si garantisce la speculazione finanziaria perché questa non è reato anche se come racconta l'autore "Nelle ultime settimane sono uscite le incredibili notizie relative alle operazioni compiute dall'ineffabile Goldman Sachsper aiutare la Grecia a nascondere l'entità del suo deficit e poi quelle effettuate scommettendo contro la Grecia, un'incredibile doppia speculazione al cui confronto gli autori della "Stangata" sono dei pivellini."?
Ma i popoli, le persone e i loro diritti valgono cosi' poco nella logica liberista?

martedì 2 marzo 2010

La fiducia nello sterco del diavolo (la moneta) e nei suoi guardiani

Fabrizio Galimberti ha scritto un libro che si intitola "L'economia spiegata a un figlio".
In un capitolo intitolato "le quattro rivoluzioni" affronta e descrive la prima di queste: la rivoluzione finanziaria.
In particolare e dopo avere esplorato e spiegato il concetto di "circolante" in rapporto alle transazioni economiche, fa un breve excursus storico sui fatti che lentamente portarono la finanza dentro l'economia facendone uno degli elementi di sviluppo.

Il primo riferimento a cui si rifà è quello della creazione della banca "Palmstruck" :

Nella Svezia del XVII secolo la valuta, ricca di rame ma povera d’oro era anche rappresentata da lastre di rame pesanti fino a 15 chili. Johan Palmstruck ricevette dal Re di Svezia l’assenso a fondare una banca per alleviare la circolazione monetaria, stampando banconote che potessero essere rappresentative anche della moneta metallica sottostante.

All’inizio le cose andarono bene ma successivamente il Banco incominciò ad emettere più “moneta di carta” di quanto fosse permesso dalle riserve metalliche (oro, argento e rame) e la banca fallì.

fonte:http://icebergfinanza.splinder.com


La custodia degli averi e del denaro è una prassi antichissima, i Sumeri e i Babilonesi lo facevano fare dai sacerdoti del tempio.
I Greci li chiamavano "trapeziti", dal termine "trapeza", il banco dietro il quale esercitavano la loro attività di cambiavalute, riscossori di tasse e prestatori di moneta. I romani argentari.
Nel Medioevo comparvero le lettere di credito, che oltre che risolvere un problema di sicurezza,sancivano una sorta di rapporto "fiduciario" tra garante, debitore e terzo.
E', pero', a decorrere dal 600 che questo sistema in modo massiccio si ando' affermando con l'istituzione della prima e vera banca d'emissione: la Banca d'Inghilterra.

Questo istituto fu il primo a violare la regola seconda la quale le banconote dovevano essere garantite dall'oro e dall'argento presente nei propri forzieri. Regola con la quale le banche private avevano operato.
Quando la banca d'Inghilterra fu istituita il suo capitale fu creato grazie a investitori privati, questo capitale in gran parte fu prestato al re tramite un'obbligazione della durata di 11 anni ad un tasso dell'11% .
In questo modo oro e moneta furono immessi sul mercato, spesi per finanziare guerre, costruire navi e pagare soldati. In qualche modo questo moltiplicatore lubrifico' le leve economiche dando adido alla percezione che la moneta, in quanto tale, non aveva un valore intrinseco ma che questo risiedeva da qualche altra parte.

Fermiamo qui il contributo storico dato da Garimberti, che ho riassunto, e veniamo all'oggi.
Il lubrificante economico finanziario, oggi, vive una vita propria che sembra disgiunta da qualsiasi relazione con l'economia del manufatto o del servizio prodotto per la comunità o il mercato. Nonostante le crisi sistemiche a cui assistiamo da tempo, sembra difficile rinunciare all'idea di produrre soldi e quindi ricchezza con strumenti che non devono passare dalle forche caudine dell'economia reale.

Di questa cosa è permeato il mondo di "quelli che contano" nell'economia. Se prendete una qualsiasi famiglia "capitalista" potrete osservare come la galassia delle società che costituiscono l'oggetto dei loro interessi attraversa trasversalmente aree di business sia di tipo industriale, che di servizio, che finanziario.
Il peso di quest'ultimo elemento, e le logiche che lo sottendono, ha sparigliato il modo in cui si pensa al come produrre valore e secondo quali tempi.

La leva finanziaria come elemento di ricerca di un tasso di profitto elevato da conseguire nel più breve tempo possibile è oggi l'elemento destabilizzante del sistema economico capitalista.
In parte (preponderante) perché si fonda su quell'imponderabile "fiducia" che se nell'invenzione della lettera di credito poteva avere un suo referente "tangibile" nell'impresa del soggetto a cui si prestava fiducia, oggi muove su meccanismi che hanno la pretesa di essere altro rispetto ai soggetti che si muovono, relazionano, producono e vivono nella società.

Se un tempo il "capitalista" manifatturiero aveva poco interesse alle sorti del suo "produttore" schiacciandone le condizioni di vita pur avendolo davanti nell'immagine concreta della sua condizione, immaginate cosa può accadere nella testa di uno che muove i propri interessi e la propria percezione del reale guardando un monitor in cui si contrattano "valori" futuri di materie prime che ancora devono essere "prodotte".
O di gente che tratta il valore di un'obbligazione statale in funzione del rischio paese.
Però tutto questo sistema, che produce manufatti e servizi, "garanzie" e prestiti così come obbligazioni e valori futuri su cui giocare, si fonda secondo lor signori su un elemento psicologico imponderabile come è quello della fiducia.
E' pensabile che la "fiducia" non sia la sintesi della somma di milioni di vite concretamente spese nella fatica di vivere tutti i giorni? Che non sia agganciata alle loro condizioni materiali che si producono?

In questo percorso tortuoso la moneta ha perso la sua identità e la sua funzione antica, se non lo avesse fatto non ci sarebbero stati i cambiamenti epocali che ci fanno compagnia da circa 400 anni. E' diventata altro e in questo diventare altro c'è quell'elemento destabilizzante del sistema con cui ci confronteremo nei prossimi anni. Verrebbe da pensare che laddove non è riuscita ancora la razionalità del vecchio Marx a convincere gli uomini a cercare altre strade su come organizzarsi collettivamente ci riesca la fine di un mondo virtuale come è quello finanziario.

contributi e fonti:
http://icebergfinanza.splinder.com/tag/massa+monetaria+m3
http://www.fondionline.it/indicecms.php?idpagina=art&idart=29273
http://www.fondionline.it/indicecms.php?idpagina=art&idart=29124



http://www.youtube.com/watch?v=xJ38ZmGnaT8&feature=player_embedded






sabato 27 febbraio 2010

Il denaro, lo sterco del diavolo

Quando l'uomo "invento'" il denaro penso' di aver trovato un modo comodo per evitare tutta quella rottuta di balle a cui lo costringeva il "barattare" le sue cose con quelle di qualcuno.
Il pensare a cosa portare dietro da scambiare che fosse utile a un altro doveva essere una roba da mal di testa. E poi come determinare il "valore" del tuo prodotto in rapporto a quello fatto da qualcun altro? La fatica? Il tempo passato intorno all'attrezzo? L'ingegno?
Quando quella robetta di metallo prezioso inizio' a riempire le tasche dei nostri eroi il mondo sembro' più facile da affrontare.

La moneta assumeva una funzione terza rispetto a due "oggetti" e in qualche modo ne cristallizzava il valore nella prassi faticosa di una contrattazione che, in quel modo, non aveva il problema di misurare il valore a cui scambiare due "manufatti" quanto quella di determinare il valore di quell'oggetto di contrattazione, e solo di quello.

Il compratore, forse, valutava quanto era nelle sue possibilità e in funzione di ciò decideva cosa fosse per lui prioritario e più utile. Il venditore misurava la sua fatica, il tempo e di quanto quel denaro doveva "remunerare" quello sforzo per permettergli di usarne una parte per sé e il proprio sostentamento e il resto per migliorare la sua condizione e accumulare altro "capitale".

Processo lungo e complesso in cui il commercio delle eccedenze prodotte e la velocità in cui il circuito moneta/merce perpetuava la propria produzione di maggior valore innescava meccanismi moltiplicatori sia delle merci che dei capitali che della fatica spesa per produrli.

Meccanismo moltiplicatore anche di beni e dilatatore delle dimensioni del mercato cosi' come di masse di uomini che nel tempo avrebbero perso il rapporto diretto e creativo con il proprio manufatto per diventare solo una fattore parcellizzato legato alla contabilità economica e ad un bilancio.

La moneta in sé conteneva già l'inganno su cui il sistema si consolidò nel tempo. Quando la quantità d'oro (o d'argento) con cui le monete venivano prodotte fu ridotto nel tempo, in modo truffaldino a causa della difficoltà di trovare quei metalli, in qualche modo si accettò l'idea che, in realtà, il valore del denaro in quanto strumento di scambio e a ciò legato non esisteva. In fondo si trattava di una convenzione a cui era connessa l'idea che quell'inganno (e la sua moltiplicazione "infinita") bisognava salvaguardarlo.
Sarebbe lunga e faticosa una narrazione sulla storia del denaro e di come il "capitale", quella cosa in funzione della quale tutto si muove, abbia mutato la sua natura diventando sempre più qualcosa d'impercettibile e legato in misura parziale a "manufatti" e beni tangibili.

Ci interessa, però, cercare di capire qual'è il punto di rottura di quest'elastico virtuale. Perché da quello dipenderà una parte di cio' che saremo nel futuro e di come organizzeremo le nostre relazioni. Facciamo per questo un percorso in tre tappe, la prima passa da un libro del quale nel video vi leggo qualche brano. Per le altre vi diro'.
http://www.youtube.com/watch?v=2hcpk74eWjs



venerdì 26 febbraio 2010

La cultura d'impresa

sabato 13 febbraio 2010

Emanuele si è suicidato, noi lo piangiamo con tutti i compagni


Siamo in lutto.
Piangiamo EMANUELE, morto perché gli hanno tolto il lavoro.
I suicidi di chi si trova licenziato, messo a margine della società dopo essere stato spremuto e sfruttato perché al padrone fa più comodo speculare che non produrre, aumentano ogni giorno. La disperazione di chi viene schiacciato dai pescecani dell’economia spesso non lascia alternative, ci sprofonda in buchi neri da cui non sappiamo più uscire. Eppure abbiamo lavorato e prodotto fino a quando a lor signori faceva comodo.
Non possiamo accettare la cultura della disperazione, della vita precaria. Una società civile significa dignità di tutti, a partire da chi lavora. Il lavoro, la vita devono essere tutelati e non esposti ad un’economia sempre più vorace, sempre più assassina.
Invitiamo tutti i lavoratori delle aziende in crisi, tutti precari, tutti i licenziati ad uirsi, ad organizzarsi per non subire nella solitudine in cui vorrebbero gettarci ma lottare per il diritto al lavoro. sicuro e stabile.
Piangiamo Emanuele e piangiamo i morti del lavoro, perché di lavoro si deve vive, non morire!
Torino, 13 febbraio 2010
I lavoratori del Presidio Agile ex-Eutelia di Torino
La Federazione della Sinistra di Torino

giovedì 28 gennaio 2010

Nuove frontiere dello sfruttamento: il lavoro a minuto

Qualche giorno fa con un articoletto di spalla il vice direttore di Repubblica ci raccontava che negli USA una fetta consistente di lavoratori ha sperimentato la gioia di una nuova tipologia di contratti: quelli a minuto lavorato.
In pratica le aziende ti pagano per l'effettivo tempo lavorato e nel compenso non è prevista nessuna forma d'indennità in caso di malattia, né alcuna copertura assicurativa.

Sembra che sia la nuova frontiera della flessibilità.
Il buon Giannini sollecitava i politici a prendere atto di questo stato di cose (con un sottinteso che lasciava intendere che quelli si stanno attrezzando per essere più competitivi) perché è ora di riformare il welfare.

Nella logica dei "Giannini" riformare il welfare significa re-distribuire il poco tra i tanti nuovi poveri che ci sono e che ci saranno , prevedere quindi ammortizzatori sociali per i periodi di disoccupazione per quanti saranno interessati da queste nuove forme di precariato togliendo a pensioni, sanità e quant'altro e parte dell'assistenza.

Sempre nella logica del Giannini il problema non è la nuova categoria dello sfruttamento (da combattere) quanto quella di attrezzare il sistema paese in modo tale che durante i periodi di non impiego un minimo di "salario sociale" permetta ai tanti di tirare avanti.

Con la logica del "questi sono i tempi, queste le condizioni e non abbiamo scelta, nel 1946, la Repubblica iniziò quella che oggi possiamo definire come la sua tratta degli schiavi per potersi pagare un po' di carbone.

Per fare questo furono conclusi vari accordi bilaterali tra Italia e Belgio, come il protocollo del 23 giugno 1946 ed il protocollo dell'11 dicembre 1957. Gli immigrati italiani che si diressero in misura considerevole verso le miniere di carbone del Belgio furono circa 24.000 nel 1946, oltre 46.000 nel 1948. A parte un periodo di flessione, corrispondente agli anni '49-'50, nel 1961 gli italiani rappresentarono il 44,2 per cento della popolazione straniera in Belgio, raggiungendo le 200.000 unità.

Quei lavoratori costavano la metà di un minatore belga, non si potevano rifiutare di lavorare una volta firmato il contratto di lavoro pena una detenzione di 5 anni di galera, venivano smistati a centinaia nella stazione di Milano,viaggiavano per due giorni in treni blindati senza conoscere la loro destinazione . A salari da fame garantirono quel carbone che permise all'Italia di far ripartire le sue fabbriche ed ai padroni di arricchirsi ancora di più.

Qui una breve cronaca (fonte:www.zadig.it/news2002/med/new-0218-1.htm):

      “Approfittate degli speciali vantaggi che il Belgio accorda ai suoi minatori. Il viaggio dall'Italia al Belgio è completamente gratuito per i lavoratori italiani firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall'Italia al Belgio dura in ferrovia solo 18 ore. Compiute le semplici formalità d'uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio”.

Il viaggio da Milano durava in pratica due giorni. Si partiva da Milano il lunedì mattina, si viaggiava tutto il lunedì e si arrivava in Belgio nel pomeriggio del martedì. Circa mille persone viaggiavano su ogni treno. Per quasi tutti era il primo viaggio di una certa importanza, o il primo in assoluto, un viaggio decisamente poco confortevole, specialmente quando si attraversava la Svizzera. Al passaggio per la Svizzera, infatti, per un certo tempo i vagoni venivano chiusi e il treno proseguiva senza nessuna fermata fino a Basilea, per non rischiare di perdere qualche passeggero lungo il tragitto. Le ragioni erano comprensibili: considerato che la Svizzera era una meta ben più ambita del Belgio, anche perché più vicina, molti sognavano di scendere e di fermarsi lì. Dopo Basilea i vagoni potevano di nuovo essere aperti, poiché nessuno voleva scendere in Francia. Le visite mediche d'idoneità al lavoro venivano sbrigativamente svolte durante il viaggio. Per il resto, sui treni non c'era praticamente alcun tipo d'assistenza.

Alla stazione centrale di Bruxelles, lunghi convogli ferroviari scaricavano gli uomini, stanchi, con i loro abiti semplici e con pochi effetti personali al seguito, molti dei quali non fecero mai ritorno al proprio paese.

A Bruxelles cominciava lo smistamento verso le differenti miniere, tenendo conto, nei limiti del possibile, delle affinità familiari. Gli interpreti e i delegati delle miniere regolavano alcune formalità essenziali e qualche problema personale.

In autobus o ancora in treno, gli uomini venivano poi accompagnati nei loro “alloggi”: le famose cantines, baracche insomma, o addirittura nei famigerati hangar, gelidi d'inverno e cocenti d'estate, veri e propri campi di concentramento dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra.

Né animali, né stranieri...

La mancanza di “alloggi convenienti”, previsti dall'accordo italo-belga, impediva alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia. Trovare un alloggio in affitto era infatti quasi impossibile all'epoca. Spesso, sulle porte delle case da affittare i proprietari scrivevano a chiare lettere “ni animaux, ni étranger”: né animali, né stranieri.

È dunque facile immaginare che l'integrazione dei lavoratori italiani in Belgio non era, in quegli anni, facile. Anche nelle miniere, dove peraltro le condizioni di lavoro erano particolarmente dure e insalubri, i rapporti con i minatori belgi non erano facili, poiché gli italiani estraevano in media più carbone e si pensava che fossero, per conseguenza, pagati meglio. La solidarietà tra paesani rendeva il peso del lavoro e delle condizioni di vita un po’ più sopportabile. I minatori italiani provenienti dal Veneto, dalla Sicilia, dall'Abruzzo, e così via, avevano infatti tendenza a riunirsi tra di loro e a parlare in dialetto, secondo la regione e il paese di provenienza.

In questo contesto, un formidabile fattore d'integrazione fu l'associazionismo sindacale, e in particolare il riconoscimento del diritto di voto agli immigrati stranieri per l'elezione delle cariche sociali, che venne introdotto per la prima volta in Belgio nel novembre del 1949, anche se con molte restrizioni. Benché inizialmente il diritto di voto fosse soltanto passivo, e non consentiva quindi di essere eletti, questa prima forma di partecipazione alla vita interna all'azienda, fino a quel momento sconosciuta alla quasi totalità dei nostri lavoratori, rappresentò un formidabile esercizio di democrazia e un'occasione importante per iniziare a partecipare alla vita politica e sociale belga. "


Con la testa a quegli avvenimenti ed a quella storia osservo che il percorso che in tanti hanno fatto non è servito a nulla.

Ci ripropongono condizioni che invece che farci fare passi in avanti ci riportano indietro nel tempo. La differenza sostanziale con quei periodi è nella qualità dei rapporti umani da ricostruire. Lì allora c'era qualcuno che si batteva per integrarti e farti conquistare diritti, qui da noi ora c'è solo una sporca guerra che faranno fare a noi. Sarebbe il caso di rivolgere quei metaforici fucili in altra direzione piuttosto che perpetuare e condividere condizioni di sfruttamento che ci abbrutiscono e basta ma, sembra, che questa cosa sia altamente "sovversiva", spregiudicata e da condannare.


E allora continuiamo a scannarci. Con i neri a Rosarno, contro quelli che bloccano i cancelli a Pomigliano, contro quei lavativi che vorrebbero pisciare più di una volta in 5 ore come hanno stabilito nel Carrefour qui a Torino, contro bidelli e professori. Però quando lo farete e soddisfatti tornerete a casa per aver ristabilito un po' di ordine passate dal centro e provate a guardare in alto, da qualche parte dietro una finestra vedrete gente affabile e cordiale in compagnia di signore gaudenti che fanno festa. Non lo sapete ma quello che festeggiano come coglione dell'anno ridendo a crepapelle siete proprio voi.


mercoledì 20 gennaio 2010

Boeri e la riforma

fonte: http://www.precaria.org/contratto-unico-boeri.html

Da cinque anni a questa parte l’insicurezza di reddito è diventata di moda. Il tabù di un tempo, guai a parlare di precarietà, è diventato trendy ed è tutto un fiorire di libri, articoli, film, opere teatrali che trattano dell’argomento.
Finchè si tratta di operazioni commerciali non meritano risposte. Troppo il disgusto per chi traveste il marketing di ipocriti ‘scopi sociali’. Ma quando la paura del futuro e la competizione per il reddito, riguarda milioni di persone e a scriverne sono economisti del calibro del professor Tito Boeri, una risposta è d’obbligo.
Non fosse altro perché l’esimio docente della Bocconi, nonché editorialista della Repubblica, coordinatore del sito www.lavoce.info, è tenuto in grande considerazione da tutti quei soggetti politici e sindacali che ancora si sforzano di definirsi ‘riformisti’ o addirittura di ‘sinistra’. Le sue proposte trovano estimatori nella segreteria nazionale Cgil.
Il maggior pregio di ‘Un nuovo contratto per tutti’ di Boeri e Garibaldi, edito nel 2008 da Chiarelettere editore, è quello di svelare quali siano le idee di riforma del lavoro di un’ampia area delle elites italiane che puntualmente si tramutano in leggi, contratti e scelte di politica economica.

Chi paga la riforma?
Partendo da una descrizione del mercato del lavoro, che purtroppo non rispetta più l’attualità (la disoccupazione oggi non è più ai livelli del 2007/2008) supportata da un buon riepilogo storico dal 1964 ad oggi, gli autori lanciano la proposta di un contratto di lavoro unico, a tempo indeterminato senza limitazioni di tempo. Basta con lo ‘psicodramma’ (la definizione è dell’autore) dell’apposizione di un termine al contratto! Boeri parla di un mercato duale in cui gli atipici sono la parte emarginata. Per superare le differenze propone la creazione di un salario minimo orario, di un reddito minimo di sussistenza, indennità di disoccupazione uguale per tutti, e una serie di diritti minimi inderogabili validi universalmente. Dopo 3 anni, durante i quali il licenziamento è concesso previo indennizzo economico, il contratto diventa a tempo indeterminato, simile a quelli che ancora conosciamo oggi. I soldi per finanziare un riforma così totale del lavoro? Ci sono, dice il professore, basta eliminare gli attuali sussidi (cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà, indennità di disoccupazione), unificare il fondo INPS a quello della gestione separata dei Co.co.pro. e aumentare i contributi pensionistici dei ‘precari’ fino ad arrivare al 33%. Aliquota oggi prevista da contratti a tempo indeterminato e determinato.

Boeri nel paese delle meraviglie
L’esperienza degli ultimi 2 anni, però, avrebbe dovuto mettere in guardia un economista esperto sulla validità di ricette tanto teoriche. Lontane non solo dal drammatico vissuto quotidiano di lavoratori in nero, partite iva a unico committente, interinali e contratti a progetto, ma anche dalla presunta verità scientifica. In realtà tali proposte rappresentano un pericolo per tutti i lavoratori, senza differenza di contratto. Infatti, è proprio in scritti come quello di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, che gran parte delle classi dirigenti trovano la giustificazione tecnica per scelte che negli ultimi 20 anni, e non ci vuole un PhD alla New York University per capirlo, non sono andate a favore della maggioranza dei cittadini italiani.

Performance contro i fannulloni: i nuovi dogma dei tecnocrati
Per rendersene conto basti osservare che non solo le idee ma alcuni dei termini utilizzati in varie parti del libro, come merito, produttività e performance, siano i caposaldi di tutte le ultime leggi promulgate dal governo: dall’accordo del 22 gennaio 2009 sulla riforma contrattuale, al Decreto legge Brunetta, passando per il rinnovo dei contratti del Commercio, il Decreto legge su conciliazione e arbitrato, il contratto nazionale dei Chimici fino ai nuovi contratti in discussione in questi mesi. Non tralasciando l’intesa di fondo con la proposta di legge che prevede l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, presentata da un altro professore, Pietro Ichino del P.d., l’ideatore dell’insulto diventato un ritornello, rivolto ai dipendenti di ministeri ed enti pubblici: ‘fannulloni’.
Fantasia al posto della giusta causa
Pensare di cambiare la situazione esistente con una legge, per quanto ambiziosa, è puro esercizio di fantasia. Manca tutta la parte relativa ai controlli, impossibili senza una seria riforma degli ispettorati del lavoro. Riformare per aggiungere, migliorare, investire e non per togliere la cassa integrazione, rimasta l’unico argine alla crisi dilagante.
E quale sarebbe la forza capace di costringere imprenditori e multinazionali, studi di commercialisti e case editrici, fabbriche e aziende agricole a pagare il 33% dei contributi a tutti, visto che impiegano centinaia di migliaia di lavoratori in nero (0% di contributi) co.co.pro (24% ma 1/3 lo paga il lavoratore) partite iva a unico committente (0% e scaricabili negli studi di settore), apprendisti (contributi ridotti a seconda del contratto)? Boeri non ce lo dice. Secondo lui un buon parametro di controllo potrebbe essere il calcolo del reddito tramite l’I.S.E.E., un’autocertificazione oggi usata per accedere ai servizi sociali, alle case popolari, agli asili nido. Complimenti. Ottima soluzione l’autocertificazione, in un paese dove 1/3 dell’economia è sommersa, il nero diffusissimo e l’evasione fiscale è recentemente stata condonata per legge.

I risultati delle riforme
Il risultato, come si è visto dopo l’introduzione dei contratti formazione lavoro, della liberalizzazione del part-time, del lavoro interinale, sarebbe privare anche quelle persone che oggi riescono a farsi assumere a tempo indeterminato per 3 anni delle tutele loro garantite dalla legge. Se Boeri e Garibaldi avessero mai svolto lavori precari ‘veri’ inoltre, saprebbero bene che la loro visione dell’azienda che non licenzia il precario: ‘perché dopo tre anni il prezzo da pagare per le imprese che hanno investito così tanto in capitale umano sarebbe troppo alto’ è vera solo in minima parte.

Un silenzio assordante
Il libro inoltre, parlando degli anni che vanno dall’esplosione incontrollata dei co.co.co. alla legalizzazione del caporalato (la Legge Treu sul lavoro interinale) fino alla precarizzazione di massa degli ultimi mesi, li definisce una ‘Rivoluzione silenziosa’. Secondo l’autore i cambiamenti sarebbero avvenuti in silenzio, senza che nessuno quasi se ne accorgesse.
Che faccia tosta! Ma silenziosa per chi?
Non certo per i precari e per chi da anni cerca, inascoltato, di gridare ai quattro venti le follie di un mondo del lavoro diventato un incubo. Cercando di urlare al conducente: Ohh! Ma dove cazzo stai andando! O detto più educatamente: di avvertire dei pericoli che la discontinuità di reddito avrebbe provocato e che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Le lacrime di coccodrillo-Treu
Da leggere il curioso siparietto condito da smisurati elogi all’ex ministro del lavoro Tiziano Treu e attuale responsabile lavoro del P.D. (quello che ha legalizzato l’intermediazione di manodopera, un tempo conosciuta sotto il nome di caporalato). In una intervista del 2005 ha onestamente ammesso, bontà sua, che è normale che le aziende assumano interinali o contratti a progetto visto i costi minimi sia in termini di diritti che economici. Grande, ci ha messo 8 anni ad ammettere e capire che la sua riforma oltre a far emergere lavoro nero (forse) ha legalizzato una condizione lavorativa di forte inferiorità. E non basta a placare il risentimento di intere generazioni di condannati al precariato, sapere che quelle norme furono sottoscritte da tutti i partiti presenti in parlamento dal 1993 ad oggi, comunisti inclusi, come fa cinicamente notare Boeri, che è anche consulente del Fondo Monetario Internazionale (F.M.I.).
Fermare le cause di lavoro
Nel libro manca tutta l’analisi politica: cioè chi sono le forze che possono promuovere un vero allargamento dei diritti. Purtroppo e la riforma della legge sugli infortuni del lavoro è lì a dimostrarlo, sono molti i gruppi imprenditoriali e politici che spingono affinché nemmeno gli incidenti sul lavoro siano puniti con maggior severità. Se nemmeno 3 morti al giorno riescono a convincere le imprese della necessità di controlli, come è possibile che vengano costrette a pagare il 33% di contributi? A meno che, ma questo Boeri non ce lo dice, da una certa data in avanti tutti i contratti diventassero unici, ovvero con la possibilità dietro corrispettivo di essere sempre licenziati. E senza che i giudici o gli avvocati possano metterci il becco. E si, perché come ci spiega il prof. Boeri: ‘In Italia è davvero difficile licenziare e il livello di discrezionalità dei giudici del lavoro è troppo alto’.

Predica bene ma razzola…
Facciamo una controproposta all’esimio. Se invece di predicare nuove regole per tutti Boeri iniziasse da casa sua, cioè dalla prestigiosa e costosa Università Bocconi? Faccia un giro negli uffici di via Sarfatti, troverebbe diversi precari (assunti a progetto) che in realtà sono dipendenti a tutti gli effetti. Alcuni di loro si sono affidati a San Precario e uno ha pure avuto il coraggio di far causa all’Università. Ha ottenuto il riconoscimento di quanto gli spettava: un bel contratto a tempo indeterminato. Grazie alla sentenza di un giudice del lavoro del Tribunale di Milano.

Un nuovo compromesso sociale
Le trasformazioni del lavoro rendono urgente un nuovo compromesso tra lavoro e impresa, capace di superare gli enormi squilibri esistenti. La Repubblica non può continuare a lasciar fare, o peggio, legalizzare situazioni lavorative di precari a tutti gli effetti dipendenti nascosti dietro a paraventi di cooperative, finte partite Iva, co.co.pro., contratti interinali. Il costo sociale, di questa giungla nel lungo periodo diventerà insostenibile, provocando la paralisi del sistema pensionistico, delle indennità, della cassa integrazione, e di tutte le forme di assistenza pubblica oggi esistenti. Una distruzione voluta che sta avanzando pericolosamente.
Le imprese non riescono o non vogliono più pagare i contributi, lo Stato centrale vuole fare lo stesso con le pensioni e la liquidazione: è di questo che stiamo parlando. Non è più possibile garantire lavori a tempo indeterminato, ci ripetono tutti. Quindi è indispensabile dare un reddito ai cittadini nei periodi di inattività lavorativa. Ma non è mettendo contro i lavoratori, indeterminati contro precari, che si otterrà maggiore giustizia.
E’ necessario recuperare risorse dalle voragini della nostra società, buchi neri che potrebbero da soli finanziare un nuovo sistema di sicurezza sociale accessibile a tutti i cittadini. Evasione fiscale, transazioni finanziarie, patrimoni immobiliari, concessioni demaniali, soppressione delle Province, certificazione delle e-mail, scannerizzazione degli archivi della Pubblica Amministrazione. L’investimento su uno solo di questi settori, insieme al potenziamento e l’ammodernamento degli Ispettorati del Lavoro, oggi ridotti alla deriva, è strettamente legato a una qualsiasi ipotesi di riforma. Senza controlli e sanzioni severe, la barca dello stato assistenziale tanto bombardata, finirà per affondare. Trascinando la maggioranza a fondo.

Il dovere dell’azione
I precari, i lavoratori in nero, le partite Iva a 1000 euro al mese, hanno poco da sperare nelle promesse di riforma oggi in discussione. Più che la fede in qualche economista illuminato o in un miracoloso ravvedimento di politici/manager causa della crisi, è necessaria l’azione. Svelare il ricatto del reddito, premere sul riconoscimento delle istanze della maggioranza, informare; azioni che non possono più essere vissute come una scelta. Sono un dovere civile, unico motore che possa portare al riconoscimento di diritti e dignità per intere generazioni presenti e future.

Stefano Mansi

giovedì 14 gennaio 2010

Lezioni d'economia da Tremonti

Dicono che Tremonti sia un fenomeno, io penso che sia un pirla. Un affabulatore che incanta un pò di gente ma che alla sostanza non dice niente che vada al di là di formulette e frasi banali.
L'ultima è quella sul Pil che non intercetta e rappresenta tutta la ricchezza che il paese produce.
In effetti è così, lo hanno insegnato anche a mio figlio che ha 15 anni in una delle prime lezioni di economia.
Il Pil non misura ad esempio il lavoro in nero, quello che fanno le casalinghe ( a meno che non si trasformino in cameriere con tanto di busta paga a carico della famiglia), quello che fanno tutti i pensionati che si coltivano le carote e le cipolle nel giardino di casa e che regalano a parenti ed amici.Mi sfugge, in tutto questo, la Mafia e dove collocarla in termini di produzione del Pil

Insomma una roba banale che passa come notiziona al TG1,2 e 3.
Probabilmente lui si riferiva al sommerso, cosa che implicherebbe un tantino di sociologia spicciola tipo:
Tizio lavora in nero perché non ha alternativa sennò lo caricano su un aereo come clandestino
Caio lavora in nero perché lo fa come doppio lavoro per sopravvivere
I 100 miliardi rientrati dall'estero non erano né di Tizio né di Caio.
Così, tanto per dirne una.

Ieri sera l'ho sentito che diceva una roba sulle aliquote fiscali tipo " un sistema fiscale può essere giusto socialmente ma non efficace, ingiusto ma efficace. Bisognerebbe trovare la via di mezzo"
Geniale!
Io una lezioncina però la chiederei a lui ed a quelli come lui (sì anche a quelli che stanno nella sinistra riformista): scusate ci spiegate come cazzo è distribuita la ricchezza e, cosa più importante, come è distribuito il reddito?

martedì 1 dicembre 2009

Storia di finanza e borghesia, dal 1864

"Poiché siamo chiari sopra di ciò e alle ricerche che seguiranno nelle prossime lettere, è tolto ogni veleno e ogni sospetto di essere instituite a pro o a danno di chi si sia, io devo dire quale vantaggio ci ho visto, quando, son più mesi, mi risolvetti di scriverle. Il vantaggio è questo. I Governi liberi sono la maggior benedizione o la maggior peste d'un paese, secondo che questo prende maggiore o minore o punta parte alla politica che gli è fatta dalla classe d'uomini che ci si applica, e che, quantunque è scelta da'cittadini, pure resta, su per giù, in certi limiti, eccetto circostanze affatto straordinarie, per lungo tempo la medesima. Ora, le principali condizioni perché il paese sorvegli cotesta classe e la tenga soggetta alla sua influenza legittima, sono queste due: ch'esso sappia come la si comporta, e quello che fa od ha fatto: e che sappia anche che cosa esso vuole e deve volere. Ora, bisogna confessare che queste condizioni sono appunto mancate in Italia sinora. Una chiara cognizione dei mali nostri, e dei rimedii che comportano per la maniera in cui sono via via comparsi e hanno preso piede, mancava tanto agli elettori del 1865, che la Camera da loro scelta risolvette per prima cosa un' inchiesta pomposa su tutte le amministrazioni della finanza dal 1859 sin allora; risoluzione così ridicola, che non si potette neanche cominciare a metter mano ad eseguirla, quantunque la Commissione, per informare, fosse nominata con grandissima aspettazione dei fannulloni, e tra le risa, com'era naturale, di chi se n'intende. La Camera, uscita fresca fresca dall'urne, era tutta impregnata degli umori cattivi e dei vani sospetti del paese; e dove avrebbe dovuto trattare e curare reali ed aspre difficoltà di cose, si mostrava persuasa che non le bisognasse che scartare persone ed uccidere riputazioni, perché la finanza del Regno rifiorisse, e le tasche dei* contribuenti si ricolmassero.

Da un così basso stato d'informazione sulle cose nostre ci siamo rilevati assai oramai; ma, se forse dalla mente di molti molte vane opinioni sono scomparse, e molti sospetti scipiti si sono dileguati, non mi pare che in luogo di essi si sia già surrogata una cognizione netta e precisa delle cagioni che ci hanno condotti dove siamo, dei modi e dell'ora in cui ci siamo andati accostando, un passo dopo l'altro, a questa rovina, e, perciò, di quello che dobbiamo oggi fare per non cadérvi dentro."

Da: storia della foinanza italiana- lettere di Giuseppe Saracco

domenica 25 ottobre 2009

Come si viveva con 30 dollari al mese in Romania


Spiegavo nel novembre 2008 ad alcuni svedesi come io, ingegnere, vivevo nel 1988 con 30 dollari al mese. Li pareva incredibile, eppure era così e basta guardare ai sondaggi per constatare che oltre il 65% della popolazione della Romania viveva meglio nel 1989. Vi spiego come si viveva con 30 dollari al mese nella Romania Socialista? I 3500 lei che guadagnavo col mio lavoro, se li cambiavo in dollari nella casa dello studente ottenevo 35 dollari perché per 100 lei ottenevi un dollaro, a nero, dato che il cambio ufficiale del dollaro era di 15 lei e quel cambio ufficiale leu / dollaro lo facevi solo se effettuavi un'escursione.
Quindi vediamo cosa facevo col mio salario mensile che era di 35 dollari nella Romania Socialista. Con 0,89 dollari prendevo il treno per Filiaşi dove lavoravo, con 0,54 dollari avevo un abbonamento all’autobus in Craiova, con 1,5 dollari pagavo l’affitto di un appartamento di tre camere, 1 dollaro era il costo del mantenimento medio per quell’appartamento, per comprare il cibo per tre persone tiravi fuori dalla tasca 20 dollari, le sigarette (io fumavo allora un pacchetto al giorno) costavano 1 dollaro al mese, la casa dei bambini che ospitava il mio figlio 1,5 dollari, la benzina 1-2,5 dollari secondo la quota, la rata del veicolo privato 7 dollari. Dunque le necessità di una famiglia erano coperte da 35 dollari, ma c’era anche il salario della moglie – 26 dollari con cui potevi trascorrere il fine settimana o le ferie al mare, al lago, in montagna, in campagna, o potevi vestirti perché i prezzi erano un po’ quelli (un completo da uomo costava quasi 12 dollari, una camicia 1 dollaro, un paio di scarpe oscillava fra 2 e 4,5 dollari eccetera). E mi ricordo che mi ero spostato in un appartamento nuovo, garantito dalla fabbrica, in cui pure se i rifinimenti non erano allo stesso livello di oggi, non ho dato nemmeno un leu nella bustarella per ottenerlo [faccio una mia annotazione relativa alla bustarella: oggi per avere un appartemento molti sono costretti ad allungare a dritta e a manca bustarelle gonfie di banconote]. E le macchine da noi erano tutte nuove, tutto era rinnovato o nuovo.

Queste affermazioni di Dan Rotariu le avevo trovate qui:
http://www.gds.ro/Actualitate/2009-01-24/Majorarile+salariale+sub+semnul+intrebarii+

da una nota di Maria-Cristina Serban

lunedì 19 ottobre 2009

E se facessi il kamikaze?



Oggi volevo commentare quella intervista sul sole 24 ore in cui un tizio, imprenditore, ci fa capire perché (poveraccio) è stato costretto a portare un po' di soldi all'estero.
La sintesi è che:
1- non si sente un evasore
2- vorrebbe un premio perché lui in fondo se li riporta indietro è per salvare l'azienda
3- è colpa di quegli anni conflittuali (i 70) se era costretto a mettere fuori dall'Italia un po' di quella ricchezza che qualcun altro gli produceva
4- quelli che gli permettevano l'occultamento in fondo sono degli stronzi taglieggiatori perché si tenevano una parte di quello che lui nascondeva
5- è stato costretto ad internazionalizzare l'azienda perché non fidandosi di un sistema che gli permetteva di evadere, e che grazie a questo andava dal culo, voleva salvaguardare per sé stesso il frutto di tanto sudore della fronte degli altri.
6- in fondo ed alla fine mica è vero che paghiamo più tasse degli altri.

E' la fotografia di una classe imprenditoriale predatrice, attorniata da stuoli di avvocati e commercialisti che consentono con laute consulenze che il meccanismo giro a loro esclusivo vantaggio.
Dicevo che volevo commentarlo e forse l'ho fatto (potete leggere uno stralcio dell'intervista qui sotto), ho letto però le dichiarazioni della Marcegaglia (tralascio quelle del nano con B di cognome e di mestiere ministro) che contesta Tremonti solo perché ha elogiato il posto fisso, al punto da individuarlo come "la base della stabilità sociale" (la Repubblica).
La signora dice che quella è roba del secolo scorso (il posto fisso).

Io sono sicuro che dai paradisi fiscali che ospitano una parte del patrimonio di questa gente (parlo della signora) qualcosa rientrerà in Italia. Magari per dare una mano alla nazione.
E di questo le sono sinceramente ed in modo commosso grato. Penso anche che di fronte a questi illuminati e moderni capitani d'industria qualcosa bisogna concedere. Mi sfugge cosa può essere da terzo millennio per la tizia, cosa le possiamo concedere in più, cosa potrà mai soddisfare la sua fame di modernità. Quale parte della mia condizione umana deve essere ancora sacrificata per farla sentire (insieme ai suoi amici) soddisfatta.

E se mi girassero i coglioni? Così tanto per fare dell'avanguardismo del terzo millennio mi venisse in mente di fare il Kamikaze e farmi esplodere insieme a questa gentaglia?
Saremmo tutti soddisfatti.
Lei con una bella lapide con su scritto "sognava un'Italia moderna e morì incompresa" ,io "non riuscì a realizzare i suoi sogni ma consentì a qualcuno altro di realizzare i suoi ripulendo la strada".


"Fonte: sole24 ore
Perché non si considera un evasore:
«Tutti quei titoloni sulla caccia agli evasori sono ridicoli. Mi irrito quando leggo che rientreranno cento miliardi occultati o riciclati. Io aderirò allo scudo fiscale, ma non sono e non mi sento un evasore. E mi secca molto che lo scudo si sia trasformato in un calderone dove il Fisco trita tutto e tutti uniformemente: imprenditori, riciclatori, speculatori e fighetti che inventano prodotti finanziari tossici, alla base della crisi attuale».


Solo uno che vuole salvare l'aazienda (sig!!):
«Uno scudo, o una via preferenziale, riservata a chi riporta i fondi in azienda. Le banche hanno chiuso i rubinetti e noi siamo costretti a mettere mano a tutti i fondi disponibili per non affogare. Beni personali e beni allocati all'estero: questo sforzo va appoggiato, sostenuto e, in qualche modo, premiato. C'è una netta differenza tra chi riporta fondi in Italia per far girare l'azienda e chi fa rientrare frutti di speculazioni finanziarie o grandi rendite che non si tramutano in investimenti e lavoro».

Non è un mafioso..forse è un po' ladro?
«Ci vogliono costringere ad aderire allo scudo con la minaccia di stanarci uno per uno. E di mandarci sui giornali per evasione fiscale. Ma non sarebbe meglio cercare con il bisturi il mafioso che ripulisce capitali della droga o di altre carognate? Perché pretendere una lista con i nomi di tutti i correntisti? Non si fa di ogni erba un fascio».


Quei duri anni 70:
«Erano anni duri, ogni giorno uno scontro con il sindacato, il terrorismo colpiva con regolarità, il più grande partito comunista dei paesi occidentali era a un passo dal governo. È diventato naturale, in quegli anni, trattenere una piccola quota di fondi all'estero».


'Sti cazzo di strozzini stronzi!!:
«Trattenevamo il 20%, senza esagerare con carichi eccessivi e ingiustificabili. Lo chiamavamo, in codice, tuenti, da twenty. Dicevamo: a quella ditta fai il tuenti e il responsabile amministrativo capiva. E il tuenti diventava tuenti faiv quando eravamo sotto pressione per adempimenti burocratici assurdi o in periodi di dichiarazioni fiscali. Una specie di protesta civile contro i cavilli. Volevamo creare una piccola riserva, niente di più. Poi, quando sono subentrato io alla guida dell'azienda, mi sono posto il problema di cosa fare. Erano gli ultimi anni della prima repubblica: partiti in sfacelo, leggi finanziarie con manovre mostruose.


Voi non fuggireste?
Ricordo bene la tassa straordinaria, imposta dalla sera al mattino, sui conti correnti. C'era il concreto rischio che l'Italia non entrasse nell'area monetaria europea, sarebbe stato un disastro. Per questo ho dato una veste internazionale all'azienda:ho creato una società alle Antille che a sua volta ha dato vita a una società di diritto olandese che è diventata socia, con il 50% delle quote, della mia azienda».

E mica è 'na questione di tasse...eddaiii!!!
«No, assolutamente no. Il risparmio fiscale non c'entra. Il livello tra fisco italiano e olandese è tutto sommato uguale. C'è solo una differenza di cinque punti percentuali tra la tassazione dei dividenti in Olanda e quella in Italia, ma non vale la pena rischiare per così poco."

giovedì 15 ottobre 2009

Noi, i disoccupati del nuovo millennio


Ieri ho letto questo post. L'ho commentato perché vivo la stessa esperienza. Se non sei passato attraverso la logica "dell'eccedenza", dei costi aziendali da tagliare, dei giovani che sgomitano tra di loro e schiacciano i vecchi, di quella cosa impalpabile che convince la gente a parlare della vita degli altri ed a considerarla come un contenitore vuoto buono solo se "utile" ed in grado di produrre "utili", di quella roba che mette in testa cose come produttività/competizione/merce/successo/status senza passare da altre cose come depressione/sconfitta/marginalità/inutilità perché te le dovrai vivere da solo, bene se non sei ancora in quella situazione non hai il diritto di stare qui a sindacare, giudicare e fare proposte.

Dovremmo rappresentarci da soli e portare avanti noi le nostre istanze, insieme a quelle di milioni di individui che non hanno diritto di parola.
E invece abbiamo gente come Ichino, Calearo e Colannino insieme a Borsani e Maurizio Sacconi che vuole parlare per noi.

Per lasciare una traccia a futura memoria metto qui tutti i commenti di quel post, è una bella umanità gente. Siamo noi le eccedenze del nuovo millennio.

Blogger Chiara Milanesi ha detto...

mentre in Francia, il figlio di Sarkhozy, 23 anni, due semestri alle spalle alla facoltà di giurisprudenza, un CV lungo una riga, sta per essere nominato a capo dell'ente che gestisce La Defense, il più grosso centro d'affari d'Europa....

14 ottobre 2009 8.06

Blogger Alessandro Arcuri ha detto...

Il problema è che nessuno, al governo, leggendo questa lettera, si sentirà minimamente una merda.

14 ottobre 2009 8.09

Blogger Vagamundo ha detto...

Provo vergogna, indotta, a far crescere dei figli in un mondo cosí... Ma una cosa è certa, i figli di quell'uomo non proveranno vergogna del loro padre.

14 ottobre 2009 8.09

Blogger Bruno ha detto...

ma scusa.....se uno degli spot di questo governo dice: "NESSUNO starà a casa ad euro ZERO" ... a chi credere dei due?
ehhh purtruppo so a chi credere .....

14 ottobre 2009 8.14

Blogger Susanna ha detto...

All'inizio pensavo parlassi di te, e mi pareva strano che avessi 53 anni...non che fossi disoccupato, purtroppo(spero che tu non lo sia!). Ma il signor Bucci si scontrerà con una propaganda che dice che siamo un paese ricco, fuori dalla crisi (no, la crisi non c'è... anzi sì, c'è, ma non c'è più...) e che chi si lamenta è un povero comunista (come se essere comunisti fosse un'offesa).

gatta susanna

14 ottobre 2009 8.43

Blogger NADIA ha detto...

hola....
lo capisco e fin troppo bene.....
io 49 anni mio marito 52 anni disoccupati entrambi con 2 figli di 14 e 12 anni....ci arrangiamo mangiando i pochi risparmi di una vita e arrangiandosi a destra e a manca e pensi che a qualcuno al governo interessi??? o al mondo intero???
non è una bella giornata!!!

14 ottobre 2009 9.02

Blogger silvano ha detto...

L'espressione mi sento male come una merda è perfetta a descrivere le mie sensazioni leggendo quella lettera.
Domani potrei essere io, certo sono più giovane ma non più così tanto da potermi "ricollocare con facilità", ammettendo che anche un ventenne al giorno d'oggi si collochi con facilità, cosa non vera peraltro.
E allora cosa fare, cosa dire a quest'uomo abbandonato nella terra di nessuno, troppo vecchio per trovare lavoro e troppo-troppo giovane per la pensione?
La prima soluzione dovrebbe essere una società diversa e più accogliente, ma abbiamo imparato che babbo natale non c'è e che le favole funzionano solo sui libri dei bambini.
La seconda soluzione, l'unica possibile, è la riforma degli ammortizzatori sociali.
Ammortizzatori sociali che coprano il cittadino in tutta la sua vita lavorativa.
Quando la sinistra e anche i nostri blog smetteranno (spero presto) di avere come nemico il caimano, questo bisognerà fare. Questa sarebbe una vera rivoluzione, altrochè sognare una società perfetta.
Una rivoluzione in cui bisognerà sporcarsi le mani ad assicurare ai giovani in entrata nel lavoro la possibilità di un lavoro vero e dignitoso che permetta loro di fare delle libere scelte (ti vuoi sposare? vuoi accendere un mutuo? vuoi un prestito per comprarti l'auto?) e a chi un lavoro ce l'ha già e lo perde un'assistenza economica e la possibilità concreta di rientrare nella vita attiva. Oggi come oggi mi sembra che i giovani precari rimangano tali fino a 40 anni (e di questo passo lo rimarranno tutta la vita)di contro chi perde il lavoro a 50 anni è praticamente finito, viene lasciato solo e disperato; se poi è un divorziato/a e non ha una casa di proprietà rischia veramente di finire sotto i ponti.
Non è più sufficiente pensare e sperare che non accada a noi...

14 ottobre 2009 9.09

Anonimo brianzolo doc ha detto...

bisogna aspettare il Partito Padano dei "Duri e PURI". Il capo ha la Ricetta. L'ha sta già testando e funziona! Il figlio Renzo guadagna > 10000 euro in Fiera a Mi. L'altro gira in Porsche. Il fratello invece..Chi dice che al governo nessuno pensa ai disoccupati è in malafede!!!!!

14 ottobre 2009 9.26

Anonimo Tina ha detto...

Se fosse residente in Germania non avrebbe questo problema.
E' residente in un Paese posto "ai confini della realtà" e...mi è andato il caffè di traverso.

14 ottobre 2009 9.37

Blogger Chica ha detto...

..mi sento una merda anche io...anzi..una merda impotente...

14 ottobre 2009 9.49

Blogger SCHIAVI O LIBERI? ha detto...

Mi verrebbe da lasciarti come commento il post che ho fatto oggi.
Abbiamo fallito, il sistema che prometteva ricchezza per tutti, ha fallitto.
E' difficile, ma dobbiamo ricominciare da questi fallimenti: noi come sinistra, e il sistema per non essere riuscito a mantenere ciò che si prefissava almano a parole.

14 ottobre 2009 11.00

Blogger Punzy ha detto...

pero' la crisi non esiste
la disoccupazione non esiste
vorrei che non esistesse questo governo di merda

14 ottobre 2009 11.18

Blogger ♥gabrybabelle ۶(๏̯͡๏)۶ ha detto...

mentre in Francia, il figlio di Sarkhozy, 23 anni, due semestri .....ETC ETC ,SENZA ANDARE IN FRACIA,VI RICORDO che il figLio di Bossi,senza nessuna laurea ma ben tre bocciature al liceo ,pur di sitemarlo il paparino lo ha messo al sottosegretariato di non so' che cosa,MA quel che conta è il suo stipendio netto 12.000,00 Euro,DICO AVETE LETTO BENE 12.000,00 EURO!!E' CHIARO CHI SONO QUESTI QUI|!!!

14 ottobre 2009 11.35

Blogger mario ha detto...

Ho 52 anni e più o meno la sfango come il protagonista della lettera.
Ho la fortuna di avere una moglie che lavora ed un figlio di 15 anni tosto.
Dopo di che la questione è che non ti aspetti che gli altri si sentano delle merde per la tua condizione (e ti assicuro che c'è un sacco di gente così e della nostra età) quanto la mancanza della percezione che stiamo costruendo un mondo di gente avvitata su sé stessa, in cui l'indifferenza a quello che capita al tuo vicino è la norma perché tu hai il bisogno di sopravvivere.
D'altro canto quando vedo che c'è gente che corre dietro (perché trentenni) a personaggi come Ichino senza rendersi conto che quelli sono tra i responsabili di una società che produce eccedenze come noi cosa vuoi che si senta una merda chi governa?

14 ottobre 2009 11.39

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Blogger paoladany ha detto...

Purtroppo è davvero così per molti, il mio compagno è stato disoccupato per 1 anno e mezzo, io sono precaria della scuola e ti dico che è davvero difficile, riuscire a far quadrare tutto.. anche noi abbiamo speso tutti i nostri risparmi in quel periodo. meno male ora da 6 mesi lavoriamo tutti e due, ma rimetterci in pari è un casino. E poi siamo sempre sul filo del rasoio...

14 ottobre 2009 12.44

Blogger la Volpe ha detto...

lo so che è una magrissima consolazione, e lo so che non aiuta ad arrivare alla fine del mese... ma anche solo nelle poche righe qui sopra, di tutti i commentatori, io vedo tanta umanità, tanto affetto, per persone che non si sono mai viste né conosciute

se riuscissimo, quando camminiamo per strada o incontriamo i vicini nella via, o nell'ascensore, o dal giornalaio, a sportare il nostro sguardo dalla punta delle scarpe ai loro volti e a guardarli negli occhi, ad allungare una mano... siamo a un tale disastro civico e sociale che dobbiamo ripartire da zero. da un "ciao come va?". specialmente quelli che sono un minimo più fortunati. anche se non è un livello degno di uno stato civile.

14 ottobre 2009 13.03

Anonimo www.iTch.it ha detto...

il problema è che chi si dovrebbe sentire una merda non siamo noi, ma quei parassiti che manteniamo in parlamento! ecco chi si dovrebbe sentire una merda per aver affossato anno dopo anno il nostro paese...
che rabbia!!!

14 ottobre 2009 14.12

Blogger Faber ha detto...

Negli ultimi sette anni ne ho lavorati 4 , sempre mezzo a nero senza un cazzo di niente come pensione, malattia etc.
Ora non lavoro da 9 mesi , e non trovo una cippa . Anche io sono relativamente fortunato , mia moglie lavora è il suo posto e più che sicuro , ma lentamente sento la terra mancarmi sotto i piedi , anche perchè diciamocelo la solidarietà scorre fra di noi , ma fuori è inesistente. A cominciare casomai dai parenti che col loro silenzio e i loro giudizi ti fanno sentire una merda.E poi gli amici che ben sapendo della tua situazione ti sbattono in faccia il SUV nuovo o la vacanza ai tropici...
Penso di avere un carattere forte , in questa situazione mi sono detto ok non lavoro ma a differenza degli altri posso stare vicino ai miei figli , e questo oltre che bello mi è molto di conforto . Ascoltatemi se avete figli investite su di loro curate la loro educazione , insegnategli le stortute di questo sistema malato e corrotto. Forse un giorno potranno evitare i nostri errori.
Da parte mia cerco di stringermi sempre di più , ho venduto l'auto 4 anni fa e non sono mai stato meglio , ho azzerato praticamente tutti i miei vizi , ma ancora non basta .Dove andremo a finire dico io ? Forse sui monti con un mitra in mano ....

14 ottobre 2009 14.47

Blogger giudaballerino ha detto...

E' difficile esprimere a parole una sensazione di rabbia molto fisica... che richiederebbe come minimo l'utilizzo verso certi politici di una serie di attrezzi da tortura medievale...

14 ottobre 2009 14.53

Blogger Silvia ha detto...

Che orrore... ed è una cosa che ci riguarda tutti: adulti e giovani. Tutti uniti dalla disoccupazione, dalle porte chiuse in faccia, dall'indifferenza del sistema. Mia cognata con una laurea in chimica industriale da 108 non trova lavoro e si arrangia con le ripetizioni, mio fratello è stato messo alla porta dalla sua azienda in crisi dopo dieci anni. E dicono che la crisi è una menzogna!
Questo Paese mi schifa sempre di più.

14 ottobre 2009 14.54

Blogger Faber ha detto...

http://www.julienews.it/notizia/cronaca/gianni-geracirischio-20-anni-per-aver-coltivato-marijuana/33769_cronaca_2.html

certe cose fanno sbiellare , da 6 a 20 anni per qualche pianta di ganja , e sti vermi che governano , rubano , ammazzano , distruggono rimangono impuniti e anzi presi a modello dalla massa .

Non riesco neanche a trovare le parole per spiegare il mio disgusto...

14 ottobre 2009 15.19

Blogger Ernest ha detto...

...parole che ti fanno davvero sentire una merda... e pensare che ho appena letto un articolo del Fatto Quotidiano sul parlamento italiano che lavora 2 ore alla settimana... una vergogna continua...

14 ottobre 2009 15.40

Anonimo redazione ha detto...

mi fa pensare a chi fra poco si butterà nel mondo del lavoro.....

14 ottobre 2009 15.49

Blogger Joe ha detto...

Se mi ricordo bene la Ericsson qualche anno fa licenzio' tutti i dipendenti piu' vecchi di trentacinque anni. Volevano soltanto cervelli giovani e creativi. La parte umana non era rilevante.
Ecco cosa e' il capitalismo selvaggio......

14 ottobre 2009 16.11

Anonimo aleph ha detto...

Difficile dire qualcosa in più. Agire sarebbe la cosa più doverosa da fare. Bisognerebbe scendere in piazza ogni giorno ormai, ma vediamo che alla lunga anche questo è sfiancante e demotivante per il fatto che nemmeno ne danno notizia.E' vero, la crisi c'è, come dicono in tanti non è colpa del governo, ma non dar voce a tutte queste situazioni sì che è colpa del governo. In altri tempi vedere tutti i disoccupati che manifestano nei TG dava un segnale reale dell'economia del paese e la necesità di intervenire CONCRETAMENTE. Tacere e non mostrare equivale a non essere. Il problema non esiste , se esiste è per la crisi mondiale, ed esiste in modo marginale : questo è il messaggio.
Forse è il caso che si inondino le mail dei quotidiani e dei ministeri anche per questa cosa.
Parole consolatorie per chi è in questa situazione non ne ho. Non so nemmeno come facciano.

14 ottobre 2009 16.15

Anonimo Luca Ghezzani ha detto...

Mi sento impotente,impaurito sull'orlo di un baratro ( sociale ) dove vedo cadere a peso morto persone. Persone. Persone senza paracadute. Cadere e cadere e cadere senza rete di protezione.
Mi domando se sarà più duro il precipitare o l'impatto.
Vedremo anche in Italia, in Europa quelle scene catastrofiche su cui ha indirizzato lo sguardo freddo ed obiettivo della telecamera Muccino, modernissimo Serafino Gubbio, ne "La Ricerca della Felicità"? Frotte di persone che si incolonnano davanti a mense sociali e ricoveri per senza tetto comunque insufficienti nel "Paese dell'abbondanza".
Possibile, mi domando, che nessun dirigente abbia la benchè minima voglia di copiare qualche idea di Paesi con welfare più evoluti e provare a realizzarla in Italia?
Possibile che esperienze lavorative così specializzate non abbiano spzio in Italia?
Questo significa che oltre al dramma di questa persona esiste una carenza di servizi per chi necessita di tale superprofessionalità: è uno scempio sociale ed assistenzialistico.

14 ottobre 2009 19.20

Blogger Gap ha detto...

Io cassintegrato, Luz disoccupata, Riccioli Neri precaria, Lilla precaria. Di tre gatti, uno è scomparso, uno l'abbiamo dato via perché rompeva i c... il terzo è morto davanti la porta di causa. Domani vado a pagare l'assicurazione...
Che altro cazzo vuoi che ti dica?
Mal comune è una epidemia. (Marcello Marchesi)

14 ottobre 2009 19.24

Blogger il Russo ha detto...

Io disoccupato, è peggio d'una epidemia...

14 ottobre 2009 20.11

Anonimo aleph ha detto...

Ahoooooo...so precaria della scuola anche io eh????
Mazza che compagnia! E son mica ragazzuola. Me sa che vado a cercare i blog della confindustria.

14 ottobre 2009 20.29

Blogger Uhurunausalama ha detto...

Ti senti sempre una merda quando leggi storie simili:ti porto la mia esperienza personale affinchè la gente apra gli occhi e la smetta di credere che tutto va bene.
Mia mamma,54 anni,ha iniziato a lavorare da giovanissima:i suoi genitori beneficiari -secondo loro- della politica di mussolini e ora fervidi sostenitori del premier,non potevano permettersi molto e per questo,mamma,una volta finita la 3 media,da una mano nella loro pasticceria;si spacca la schiena per tutta una vita,stringendo i denti e mantenendo una figlia che non aveva un padre -presente ahimé fino ai miei 18 anni,ma solo fisicamente.Liberatasi da questo enorme peso ricomincia d'accapo,ormai non più giovane e con una stanchezza accumulata che molti conoscono.Cambia un paio di lavori,non per colpa sua,ma per i fallimenti degli altri;a 53 anni,dopo un ennesimo periodo buio,viene assunta con un contratto a tempo determinato per un anno;le verrà rinnovato per un anno alle stesse condizioni (ha dovuto firmare un contratto nel quale rinunciava ad iscriversi ai sindacati,in caso contrario il titolare avrebbe potuto licenziarla);finalmente il prossimo mese,a 54 anni e con gli acciacchi di chi fa il suo lavoro non godendo mai di mutua per PAURA di esser lasciata a casa,avrà il suo contratto a tempo indeterminato.La guardo e mi dico che posto per noi,qui,non ce n'è più.Mia mamma è una delle tante madri e padri costretti a vivere in questo stato di merda!è ora di finirla!!!!

14 ottobre 2009 20.30

Blogger kauffman ha detto...

Cosa fare? Cosa possiamo fare oltre a denunciare la nostra situazione, oltre a dircele tra di noi.
Cosa fare. Cosa ca...spita fare.

14 ottobre 2009 20.30

Blogger Harmonica ha detto...

L'ammortizzatore sociale dello stato: win for life....
Intanto anche oggi si sproloquia sul ponte di Messina e su due kamikaze alla cuscussara.

14 ottobre 2009 23.58

Blogger Martina Buckley ha detto...

Ma che tristezza. Leggendo questa lettera, ho avuto la reazione impellente di dare un abbraccio a questa persona. Ma un abbraccio non basta.
Anch'io mi sto "ricostruendo" una professione, dopo anni ed anni fuori dal mondo del lavoro. Viene da piangere.
P.S. un abbraccio forte va anche a Gap...

15 ottobre 2009 0.56