domenica 30 settembre 2007

Ideologia del libero mercato e diritto alla salute

Nel delirio ideologico del libero mercato si sacrifica tutto a questo assioma. Anche il diritto alla difesa della saluta. Negli USA, dove governa il prode Bush, se hai soldi o un'assicurazione sanitaria riesci a garantire a te ed a quelli della tua famiglia la possibilità di curarti.
Tempo fa un ragazzo di colore morì perchè non aveva curato un ascesso ad un dente.Oggi un dodicenne di Baltimora, Graeme Frost, chiede al suo presidente perchè non vuole finanziare "Schip, che non è un benefattore, ma l'acronimo del programma di assicurazione pubblica statale per minorenni delle famiglie di reddito basso, che gli stati americani finanziano con i fondi ricevuti dal governo federale. Ora il caritatevole "Mister Schip" ha finito i soldi e Washington lo deve rifinanziare (da la Repubblica)".
Nel suo delirio il monarca ha posto il veto a 35 miliardi di dollari di rifinanziamento.

Questo signore incarna l'anima vera del capitalismo liberal, quello per cui i diritti delle persone vengono dopo i principi ed i teoremi economici.
Il business della salute è troppo ricco per poter pensare che sia lasciato spazio ad uno stato in cui l'assistenza sia appannaggio di tutti e sia finanziata da chi più riceve, in termini di ricchezza, da questa società.
E' talmente delirante il principio delle libere forze del mercato, per quanto riguarda la salvaguardia della salute, che:
  • si abbassano i parametri di pericolo per la salute come, per esempio, per il colesterolo.
  • si protegge la proprietà intellettuale attraverso i brevetti per curare malattie come l'AIDS, impedendo a milioni di persone di avere accesso alle cure non disponendo delle risorse per pagare le cure.
In questo modo si aprono gli spazi "all'iniziativa" privata.Si creano nuovi target di "consumatori" e si produce ricchezza. Alla domanda per chi e sulla pelle di chi nessuno risponde.
Eppure in tutto questo ci siamo dentro fino al collo.

Per i nostri amici dell'altra sponda la vita delle persone, la sua salute, il diritto alla casa, allo studio, la sua esistenza ordinaria valgono meno dei" 500 miliardi l'anno per le forze armate, 620 miliardi aggiuntivi per la guerra senza fine, e dei tremila miliardi di debito pubblico"



sabato 29 settembre 2007

Giù dallo scranno

Il costo annuo di un parlamentare italiano, diviso per il numero dei cittadini, è di 16,3€.
Un confronto con qualche vicino:
Francia 8,1
Germania 6,3
Regno unito 3,8
Spagna 2,1

La domanda è: perché?

Qual'è il valore aggiunto che gente del calibro di De Gregorio, Mastella, Polito,Dini, Migliore o Santagata fornisce al nostro paese (per non parlare di Fini o di Casini) ?
Perché dobbiamo consentire che questa gente continui a sedere in parlamento per più di due legislature?
Forse sono stati scelti secondo i criteri di una "candida" democrazia liberale e borghese?
Neanche quello.
Sono pochi 10 anni? Ed allora cosa è stato prodotto in 15 o 20 di permanenza da lor signori?
Rispetto al record, che li riguarda, se misuriamo i numeri che si riferiscono al reddito medio di noi mortali, vs. i nostri concittadini europei, possiamo vedere che la classifica si rovescia in modo speculare.
Sogno un pò di sano giacobinismo. Con un pò di teste, metaforicamente, a ruzzolare dallo scalone da cui domina il loro scranno.

Antipolitica? Direi proprio di si. E senza neanche indagare tanto nel profondo del mio cervello. Non ne ho voglia.
Oggi ho solo voglia di vederli con il culo per terra. Come tanti di noi miseri mortali.
Invidia sociale? No signori. Solo una grande incazzatura.

venerdì 28 settembre 2007

Neoclassici ed economia come formule di equilibrio perfetto

Gli economisti neoclassici rappresentano la sintesi storica del pensiero economico borghese dell'800.
Nel 1870 S.Jevons, L.Walras e M.Enger pubblicano, quasi contemporaneamente, le loro opere.

Gli elementi, fondamentali, delle loro teorie possiamo sintetizzarli nel seguente modo:

1- Postulato dell'individualismo metodologico. secondo questa tesi i meccanismi dell'economia sono analizzabili partendo dall'esame del comportamento del singolo individuo isolato, a prescindere dal concetto di classe sociale o gruppo di appartenenza.
In questo modo nell'analisi si enfatizzano le relazioni individuali (soggettive) a scapito dell'oggetto dell'analisi marxista che focalizza la sua attenzione nell'ambito delle relazioni sociali.

2-Postulato della teoria soggettiva del valore. partendo dal disconoscimento della teoria del valore (in quanto teoria metafisica), si afferma che il prezzo di una merce non ha origine in una sua determinazione oggettiva (quantità di tempo di lavoro in essa incorporato), ma viene fissato soggettivamente, misurando l'ultima quantità margine di bisogno di quella merce espressa dai compratori.

3-Postulato della teoria della distribuzione del reddito nazionale.Il mercato, alla condizione che vi sia concorrenza perfetta, fornisce a ciascuno un compenso che corrisponde al contributo dato alla produzione sociale.la modalità di misura di questo contributo è nella cosiddetta "produttività marginale di ogni risorsa".

Questo tipo di approccio, porta questi teorici a costruire modelli matematici sempre più complessi, la base ideologica che loro forniscono è nella visione di una economia ancorata ad un sistema di armonie, in cui grazie al libero gioco del mercato ogni cosa trova la sua giusta collocazione.
Di fronte alle crisi economiche che si manifestano nell'economia reale, il pensiero neoclassico evolve fino alla definizione del pensiero della scuola monetarista. la spiegazione delle oscillazioni congiunturali, quindi, non risiedono all'interno della contraddizione insita nel processo di accumulazione del capitale (valorizzazione del capitale investito a scapito di quello variabile), ma in una restrizione del credito diffusa in tutto il mondo. Le crisi sono, in questa logica, dei fenomeni di tipo monetario e le modificazioni nell'attività economica hanno come causa i mutamenti nel flusso della moneta. Si tratta quindi di trovare i meccanismi che consentano di stabilizzare questi flussi per far scomparire le fluttuazioni.Il libero gioco delle forze del mercato, trionfalmente, rimetterà tutto in ordine.

Questa gente è propedeutica alla sconcezza del neoliberismo alla Friedman. Un signore incensato per il suo pensiero libero e liberale, morto ultranovantenne dopo aver servito gente del calibro di Pinochet.Uno che vedeva opportunità di business ovunque, guerra,disastri naturali e sconvolgimenti economici. Così come l'evoluzione estrema di queste correnti,che porta a disconoscere la teoria del valore, individua nell'economia globalizzata l'esempio in cui
"L'economia postcapitalista permette alle grandi aziende una maggiore penetrazione e pervasività nel mercato attraverso la globalizzazione, eppure quest'ultima costringe a una estensione della partecipazione che nessuna multinazionale può controllare. Cade l'opposizione fra chi produce e chi consuma, in conclusione, fra offerta e domanda. "
Una riscrittura dei processi insiti nel rapporto capitale lavoro a favore di categorie quali consumatore mercato. Un modo di vedere che indirizza gli interessi verso categorie, queste si metafisiche (consumatori), non più conflittuali sul come e perchè si produce ed in funzione di quale interesse generale, ma conflittuali in una logica di marketing e di competizione aziendale.Non più persone, ma prodotti, servizi e ciclo di vita degli stessi.
Ma di questo ci occuperemo più avanti, dopo aver scritto di Keynes e del suo pensiero.
-continua-
vedi anche:http://www.nipponico.com/dizionario/j/juyoukyoukyuu.php?pag=1

mercoledì 26 settembre 2007

Diritto alla casa prima del diritto di proprietà privata

"I commenti del centrodestra sono di segno opposto. "Esiste ancora la proprietà privata?", si chiede la portavoce di Forza Italia, Elisabetta Gardini. Per la collega di partito Isabella Bertolini "occupare abusivamente case è un reato grave, senza se e senza ma". Ragione per cui "l'Italia è da oggi un Paese meno civile". Per il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, "la sentenza della Cassazione tutela l'illegalità". La Lega, per bocca di Massimo Garavaglia, capogruppo nella Commissione Bilancio della Camera, non ha dubbi: "Siamo agli espropri proletari". " - La Repubblica

Siamo in attesa della dichiarazione di Walter e di Massimo. Loro il problema della casa lo hanno risolto da tempo. Addirittura con la comproprietà di una barca per, il secondo,in perfetto stile socialism is chic.
Al di là di questo, mentre i cani di destra abbaiano furiosi, vogliamo rivendicare il rispetto di quei diritti che vengono prima di proprietà privata e diritto alla ricchezza.
Il diritto a vivere una vita degna. Senza se e senza ma, con tutti gli strumenti che un povero ha per difendersi ed andare avanti.
Non siamo così ingenui da pensare che questa sentenza sia il segnale di un cambiamento. I signori della corte di Cassazione hanno stabilito, solo, di approfondire lo stato d'indigenza prima di fare multe da 600€. C'è qui, in questa sentenza, una prima contraddizione: perché il principio vale solo per la casa popolare? E tutte quelle situazioni in cui si preferisce far dormire sotto i ponti le persone, per salvaguardare il diritto a tenere sfitto un alloggio, solo perchè non ti pagano fino a strozzarsi?
E' il mercato si dirà. No non è il mercato siamo noi. Non è una roba astratta e priva di guida. Siamo noi. E allora se siamo noi cosa vale di più? La vita di quella persona, la possibilità di vivere in modo decente ed accettabile o quattro muri vuoti senza anima e respiro?
E se vale il primo principio come regola, non astratta, che mette in fila il resto è ora di provare a recuperare un pò di sostanza nei valori della così detta sinistra.


Sentenza per poveri

"La suprema corte ha stabilito che la casa è un bene primario come la vita o la salute. Non è quindi punibile chi "è in uno stato di reale indigenza"
In pratica non c'è reato se chi occupa una casa (popolare in quel caso) è in stato di reale indigenza.
Voglio vedere i moderni sceriffi di sinistra cosa diranno, e cosa diranno quelli per cui la proprietà privata è da difendere anche con il filo spinato?
Lo sapevo di essere in linea con la suprema corte quando ero giovane e facevo queste cose.
Mi auguro in una riabilitazione dell'esproprio proletario.Anche perché i comandanti del vapore rubano a prescindere dallo stato di necessità.

martedì 25 settembre 2007

Dimensione del precariato

La definizione che Wikipedia da del precariato è la seguente:

Con il termine precariato si intende, generalmente, la condizione di quelle persone che vivono, involontariamente, in una situazione lavorativa che rileva, contemporaneamente, due fattori di insicurezza: mancanza di continuità nella partecipazione al mercato del lavoro e mancanza di un reddito adeguato su cui poter contare per pianificare la propria vita presente e futura; con questo termine si intende fare altresì riferimento al fenomeno degenerativo dei contratti c.d. flessibili (part-time, contratti a termine, lavoro para subordinato), rilevando tuttavia che flessibilità e precariato sono due fenomeni indirettamente correlati, ma non sovrapponibili e assimilabili, e al cosiddetto lavoro nero.

Se vogliamo individuare l'area di lavoro in cui flessibilità si coniuga con precariato, l'indagine dovrebbe sommare i dati relativi a :
-contratti a tempo determinato
-lavoratori occasionali
-area del lavoro nero
-lavoratori attivi presenti nella gestione separata INPS

Periodi di inattività

La tabella Inail che riporto, fotografa la situazione legata al tempo di inattività dei lavoratori con età inferiore ai 57 anni. L'istituto evidenzia quanti non hanno copertura assicurativa (obbligatoria) e per quanto tempo. Dedurre che a questo corrisponda una condizione di "disoccupazione" reale non è possibile. Possiamo supporre che in questa area si sommano lavoratori in nero, lavoratori che hanno smesso di cercare occupazione, periodi di inattività vera e propria.Abbiamo, in ogni caso, un dato su un'area di 3 milioni 800mila soggetti che da più di tre anni non ha alcun tipo di rapporto con l'istituto che assicura dagli infortuni sul lavoro.

Contratti a termine

Nell'ultima rilevazione trimestrale dell'Istat viene indicato il numero di quanti usufruiscono di contratti a termine.Su un totale di 17,milioni 155 mila lavoratori dipendenti, 2 milioni 305 mila hanno contratto a termine (13,43% dei dipendenti). Rispetto a questo andamento si evidenzia l'aumento del numero dei lavoratori inattivi (+260.000 unità).Sempre l'Istat nel 2005 su un totale di 16.719.000 dipendenti calcolava in 2.122.000 il numero dei lavoratori a termine (12,6% sul totale dipendenti). Non c'è male come accelerazione, con buona pace delle tesi "dell'ottimo prof.Ichino".

Collaborazioni e gestione separata INPS

Nel 2003 l'INPS dichiarò un numero di 1milione 700mila posizioni attive relative alla gestione separata (56,4% del totale iscritti).Questi numeri furono diffusi in occasione della elezione di rinnovo del comitato di gestione.Nel 2004 è stata di 170.000 unità l'incremento per questa voce.Tolti 232 mila professionisti (amministratori etc.) e collaboratori con altri redditi (360 mila) il numero dei collaboratori attivi senza altri redditi era di 1.046.000 unità. Il reddito medio stimato dall'Ires Eurispes era di 12.500 € lordi all'anno.
Nel 2004, 400 mila associati in partecipazione confluirono nella gestione separata.

Prestazioni occasionali

L'Istat ha stimato in 110.000 le unità interessate a questa tipologia di contratto

Contratti di somministrazione

A fronte di un dato Istat di 150 mila soggetti interessati, nel 2004, le associazioni di categoria del lavoro interinale (APLA,Confiterim,Ailt) diffusero i seguenti dati:
a fronte di 1 milione 116 mila missioni, ci sono stati 502 mila lavoratori interessati dei quali 300 mila con contratti superiiori ad 1 mese di attività.


Come si può capire dai dati, il fenomeno della precarietà ha una dimensione notevole nella nostra economia.Partendo da questi numeri, riesce difficile immaginare che le ulteriori proposte in materia, tendano a precarizzare ulteriormente l'offerta di lavoro. Ci riferiamo alle ultime sortite del senatore Treu che, per fare un favore alle nuove leve, non trova di meglio che proporre un periodo di prova di tre anni con l'obiettivo di rendere inapplicabile, per quel periodo, l'articolo 18 a quanti hanno la fortuna di entrare in aziende con più di 15 dipendenti.

In un panorama del genere l'obiettivo vero di politiche di questo tipo è:
-l'ulteriore compressione dei redditi da lavoro, nella logica di un ulteriore sottrazione di plusvalore da destinare alla valorizzazione del capitale investito e della rendita finanziaria
-l'ampliamento di quella fascia di lavoro senza diritti, in balia semplicemente del ciclo del mercato

La prospettiva per il sindacato è la riduzione della propria funzione alla gestione di fette di potere (consigli di amministrazione fondi, Inps etc.)con l'intervento su temi relativi ai massimi sistemi ma poco funzionali agli interessi di classe. Una cinghia di trasmissione sempre più efficiente e partecipativa del comando del capitale.

Tutto questo inserito in un quadro economico in cui non si vedono grandi trasformazioni della sua struttura produttiva in grado, attraverso la focalizzazione su aree di business ad alto valore aggiunto, di creare un'offerta più elevata dal punto di vista qualitativo ed in grado di corrispondere, anche a fronte di flessibilità, salari in grado di fornire una base solida su cui poter contare nei periodi di inattività.

La prospettiva per i lavoratori italiani è quella di dover continuare a convivere con un sistema in cui si paga poco il lavoro perchè è relativamente povero il valore aggiunto prodotto, l'offerta è data da un sistema che vede crescere i comparti dei servizi (disribuzione, fast food etc.) in cui di più si concentrano le esigenze di flessibilità a fronte di una qualità di lavoro scadente.
In questo contesto la politica attuale, ed i rappresentanti dei poteri economici, non sembrano in grado di proporre un progetto ed una strategia al paese in grado di portarlo fuori da questo contesto. Si chiede forse troppo ad una classe di persone interessata più a capitalizzare i vantaggi del proprio status. Sarà per questo che pensiamo che il tavolo a cui siedono bisogna rovesciarlo.




lunedì 24 settembre 2007

Slogan

L'antipolitica, critica al conformismo

Questo articolo tratta di Grillo e di antipolitica, l'ho preso dal sito della Stampa.
Coglie alcuni elementi della questione "Grillo" che vengono sottovalutati dalla pletora di commentatori che fanno la morale al suo modo di porsi.
Non mi nascondo che la "qualità" dell'uomo non è quella che uno come me pensa debba esserci in un "agitatore di popolo".Rimane il fatto che il nostro fa delle domande e pone delle questioni che la politica evita accuratamente.
Penso che l'elemento critico nel fenomeno Grillo risieda nel non coraggio di andare fino in fondo alla critica alla "società" traendone delle conseguenze da agitatore. Ieri Cloro ha espresso molto bene questo concetto, http://www.cloroalclero.com/?p=97.
Per rimanere ad una lettura "borghese" e composta di quello che accade. mi fa sorridere parlare di qualunquismo e populismo in un momento in cui raccogliamo quello che si è seminato per anni:
-la fine delle ideologie
-l'omologazione al sistema di relazioni dominante
-il passare da una parte all'altra senza problemi di sorta
-la totale assenza di segni distintivi tra una proposta politica e l'altra
-il conformismo in materia di diritti ed il perbenismo imperante
-il frazionamento delle istanze collettive della società per ricondurle a rapporti individuali
-il pensare solo a se stessi
-la mancanza di etica nei rapporti e l'idolatria del superfluo
-la rendita di posizione di una casta dominante e l'immobilismo sociale
Insomma un contenitore vuoto di cose .


BARBARA SPINELLI
Forse la cosa più intelligente su Beppe Grillo l’ha detta Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, lunedì in un incontro televisivo con Romano Prodi. La sua idea è che «finché ci saranno molti politici che vogliono fare a tutti i costi i piacioni, divenendo un po’ comici, è chiaro che i comici tenderanno a far politica». Il che è poi simile a quello che disse un giorno nel 2001 il giornalista-investigatore Travaglio, quando la trasmissione Satyricon parlò di un’ultima intervista di Borsellino ­ girata per Rai News 24 e contenente precisi accenni ai legami tra Berlusconi, Dell’Utri e il mafioso Mangano, stalliere di Berlusconi ­ che i telegiornali Rai ignoravano da mesi: «La Rai invita giornalisti che non parlano ­ così Travaglio ­ dunque è naturale che le domande di politica le facciano i comici satirici». A quell’epoca fu il comico Luttazzi a rompere il silenzio, e subito fu allontanato dalla Rai. Adesso allontanare Grillo non si può, perché tante cose son cambiate intorno a noi. Né la politica né le televisioni né i giornali hanno il potere di estromettere il nuovo mondo della comunicazione e della denuncia che si chiama blogosfera e che include siti come quello di Grillo o di YouTube.

Qui è una delle novità che si accampano davanti ai poteri costituiti, non solo politici ma anche giornalistici: la blogosfera, i movimenti alla Grillo, i giovani diffidenti che firmano proposte di legge perché sono abituati a rispondere a sondaggi-votazioni su Internet sono nuovi poteri che fanno apparizione in una democrazia non più veramente rappresentativa, né veramente rappresentata.

Politici e giornalisti ne discutono animosamente ma non sembrano comprendere tali fenomeni, e di conseguenza ne sottovalutano la forza. Più precisamente, non vedono i tre ingredienti che hanno dato fiato e potenza al fenomeno Grillo. Primo ingrediente, la complicità che lega il giornalista classico al politico, e che ha chiuso ambedue in una sorta di recinto inaccessibile: il giornalista parla al politico e per il politico, il politico parla al giornalista di se stesso e per se stesso, e nessuno parla della società, che ha l’impressione di non aver più rappresentanti.

Secondo ingrediente: l’esclusione da tale recinto dell’informazione alternativa che sempre più possente cresce attorno a esso e non è più emarginabile. Oggi essa disvela e denuncia le complicità esistenti, non solo in Italia ma in molte democrazie. Terzo ingrediente: la domanda di politica e non di anti-politica che emana da blog e movimenti alternativi. Pochi sembrano capire che Grillo in realtà denuncia l’anti-politica, e non la politica. Pochi sembrano capire che egli invoca la politica. Forse non lo capisce nemmeno lui. Uno dei motivi per cui si discute senza guardare in faccia questi tre elementi è la cecità peculiare dei giornali dell’establishment (i giornali mainstream). Essi vengono processati allo stesso modo in cui sono processati politici e partiti. È sotto processo la loro complicità con i politici, ed è questo nesso che si tende a occultare: il nesso fra marasma della politica e marasma della stampa. Il fenomeno ha cominciato ad amplificarsi in America, tra l’11 settembre 2001 e la guerra in Iraq: fu la blogosfera a raccogliere i documenti che certificavano l’enorme imbroglio concernente le armi di distruzione di massa e i legami di Saddam con Al Qaeda. La menzogna del potere politico fu accettata da giornali indipendenti come il New York Times, che nel frattempo ha chiesto scusa ai lettori perché di copie ne perse molte. Fu quella l’ora in cui l’antipolitica dei blog divenne politica: quando la politica degenerò in antipolitica e fallì, cavalcando sondaggi e paure.

Non serve molto dunque cercar paragoni, evocare l’Uomo Qualunque. La figura del buffone che dice la verità senza esser creduto perché appunto considerato buffone è già nell’Aut-Aut di Kierkegaard. «Accadde, in un teatro, che le quinte presero fuoco. Il Buffone uscì per avvisare il pubblico. Credettero che fosse uno scherzo e applaudirono; egli ripetè l’avviso: la gente esultò ancora di più. Così mi figuro che il mondo perirà fra l’esultanza generale degli spiritosi, che crederanno si tratti di uno scherzo».

Quel che Grillo dice non è uno scherzo, perché con toni buffoneschi è proprio l’incendio dell’anti-politica che denuncia: l’incendio delle cose dette e non fatte, l’incendio del politico che pretende governare e in realtà s’azzuffa con l’alleato ed è in permanente campagna elettorale, l’incendio di una stampa che non indaga né spiega ma fa politica in prima persona, creando o disfacendo governi con sicumera senza precedenti. Né ha torto quando aggiunge: l’anti-politica non sono io, ma è al potere. È a quest’accusa che urge rispondere, non limitandosi a dire al comico: mettiti in politica anche tu, e vedrai come diverrai simile a noi. Difficile che Grillo imbocchi questa via. La sua è piuttosto contro-politica o, come spiega lo studioso Rosanvallon, democrazia negativa: è l’ambizione a rappresentare nuovi poteri di controllo, di vigilanza e denuncia che s’aggiungono alla democrazia rappresentativa e che riempiono il vuoto di partecipazione creatosi fra un’elezione e l’altra (Pierre Rosanvallon, La contro-Democrazia, Parigi 2006).

Questo significa che l’antipolitica nasce prima di Grillo, e non a causa di Mani Pulite ma perché Mani Pulite non è riuscita a eliminare immoralità e cinismi ma li ha anzi dilatati. Il male dell’anti-politica è cominciato con la Lega, per culminare nell’ascesa di Berlusconi e nel patto d’oblio che egli strinse con parte dell’ex-Dc, dell’ex-Psi, dell’ex-Pri (oltre che con la sinistra nella Bicamerale). È un male che ha contaminato parte della stampa e televisione: da anni quest’ultima dedica dibattiti sul pigiama della Franzoni, e mai ne dedica uno sulle carte scomparse dopo gli assassinii di Falcone e Borsellino. Il male è la carriera politica di un magnate televisivo alla cui origine sono denari di misteriosa provenienza, sono le leggi ad personam fatte approvare quando il magnate ha governato, ed è l’omertà su tutto ciò. La sua certezza di non esser colpito dal grillismo è lungi dall’esser fondata. Per questo impressiona l’indignazione che d’un tratto Grillo suscita in molti politici e giornalisti, come se nulla prima di lui fosse accaduto (un’eccezione è Eugenio Scalfari, che critica Grillo senza mai sottovalutare il pericolo Berlusconi). Si dice che alla diffidenza che dilaga si deve replicare con politiche bipartisan su quasi tutte le riforme, senza capire che gli entusiasti di Grillo non chiedono la fine dell’alternanza ma politiche che trasformino le alternanze in alternative.

Degli errori fatti a sinistra si parla molto, e non stupisce: perché tanti fedeli del sito Grillo vengono da quel campo, e perché la sinistra si è fatta dettare l’agenda da Berlusconi anche dopo la vittoria del 2006. Una porzione notevole del proprio tempo la passa mimetizzandosi con la destra su tasse, lavavetri, tolleranza zero, e anch’essa è in permanente campagna elettorale, imitando il leader dell’opposizione. Anche Veltroni sembra impegnato nella conquista della presidenza del Consiglio, più che d’un partito. Se ci son colpe a sinistra è di non aver denunciato quest’antipolitica nata ai vertici della politica ben prima di Grillo, non di averla troppo denunciata. Quel che la sinistra ha mancato di fare è rispondere a domande che riguardano legalità, moralità, giustizia. Altro che «blandire e coccolare il moralismo legalitario», come scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di ieri. Per la terza volta Berlusconi sta per tornare al governo (il potere ce l’ha ancora) e per la terza volta la sinistra sta perdendo l’occasione di varare una legge sul conflitto d’interessi.

Naturalmente tutte le ansie di redenzione hanno un lato oscuro, politico-religioso. E la contro-politica può diventare simile all’anti-politica che denuncia. Può generare populismo, e fantasticare un Popolo compatto, non più diviso in parti (dunque in partiti). Può mettere tutti sullo stesso piano: mafia, gravi corruzioni, e Burlando che evita la multa mostrando il tesserino di parlamentare. Ma questa è l’elettricità della denuncia, come si diceva all’inizio della Rivoluzione francese quando Marat costruì il suo sito di denuncia e sorveglianza: allora era un giornale, si chiamava L’amico del popolo.

È un’elettricità rischiosa, che può spingere il cittadino a farsi delatore. Ed è elettricità che comporta grida, insulti pesanti. Quel che mi piace di meno in Grillo è il suo urlare, che per forza genera tali insulti. L’urlo ­ perfino quello dipinto da Munch ­ è qualcosa che non dà forza al pensiero. Tucholsky fu trattato come un buffone dai benpensanti della repubblica di Weimar, quando fin dal 1931 scrisse che quel che più l’indisponeva in Hitler era il suo urlare. Fu trattato come un buffone anche lui, nonostante avesse visto bene l’incendio, e tanti spiritosi credettero si trattasse di uno scherzo. Grillo ha più risorse di lui. Urlare sempre non gli serve.

domenica 23 settembre 2007

Numeri maliziosi sul fenomeno del precariato


Questa è la tabella di fonte istat che è servita al professor Ichino per smentire la tesi che l'introduzione della legge Biagi, abbia prodotto più precariato in Italia

Questa una parte degli argomenti che ha utilizzato:

"I dati Istat riportati qui sopra dicono due cose. La prima è che il forte aumento dell'occupazione complessiva in Italia ha avuto inizio nel 1998, ha raggiunto la sua punta massima del +2,6% nel 2001 ed è poi proseguito dal 2002 al 2005 in modo assai meno marcato; se bastasse (ma non basta) la coincidenza temporale per individuare gli effetti prodotti dalle leggi sull'occupazione, il merito di quell'aumento parrebbe dover essere attribuito al «pacchetto Treu» del 1997 più che alla legge Biagi del 2003. La seconda cosa che si trae da quei dati è che la quota dei contratti a termine rispetto al totale dell'occupazione è aumentata – dal 10 al 13% circa - nel corso degli anni '90, ma non nel corso dell'ultima legislatura: la riforma del 2001, varata in accordo con Cisl e Uil e respinta dalla Cgil, non ha prodotto per nulla gli effetti di liberalizzazione dei contratti a termine preconizzati allora dal governo Berlusconi e paventati dagli oppositori."

La parte che manca al ragionamento del professore è:
1- la correlazione dell'impatto dei dati sulla precarietà con il ciclo economico di questi anni.
2- l'individuazione dell'errore statistico che compare nel prospetto e che vizia un pò il suo ragionamento

Forse qualche osservazione più pertinente potrebbe essere fatta in funzione dell'utilizzo di contratti che concedono margini di flessibilità al sistema economico, l'andamento del pil nei vari anni e l'utilizzo del lavoro precario nei vari settori in relazione al loro trend ed andamento.
Come tutte le leggi che tendono a rendere meno rigido il sistema produttivo, queste vengono utilizzate in relazione a come i singoli business si muovono nell'anno.
Quello che possiamo constatare è un accentuato utilizzo dei contratti "Treu" dal 1997 al 2000 e il dispiegamento dei primi effetti della legge 30 a partire dal 2005 (lo 0,8 è un errore).
In modo malizioso possiamo constatare risultati altalenanti (sul fronte della crescita del lavoro precario) dal 2001 al 2004 , periodo questo che è stato critico per il nostro paese (PIL) ma non per il resto del mondo nella stessa misura.
Utilizzando un paradosso possiamo concludere che le leggi che precarizzano l'occupazione,da questo punto di vista, sono molto ben funzionali ai cicli economici ma non ai lavoratori. In sintesi si producono più precari che, in quanto tali, non è detto che vengano assunti a prescindere dall'economia reale.
Gli ultimi dati Istat sull'ultimo trimestre indicano che la tendenza a più precariato "attivo" si è consolidata ed è in crescita.

sabato 22 settembre 2007

Struttura produttiva e classi sociali



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Qual'è il cuore della struttura produttiva italiana e qual'è il taglio delle aziende nazionali? Il posizionamento nell'economia del terzo millennio? E la classe operaia che cosa è oggi?
Su questi argomenti sentiamo tutto ed il contrario di tutto.
E' un fatto che, a livello internazionale, si intensificano quei processi (in particolar modo nei settori strategici di dominio)di aggregazione che fanno della grande impresa il nodo centrale del modo in cui si organizza l'intera filiera dell'apparato produttivo.In questo scenario l'Italia evidenzia alcune arretratezze di carattere storico manifestando una realtà fatta da una nebulosa di piccole e medie aziende che fanno fatica a stare sul mercato e reggere la competizione a livello internazionale.

L'origine di questo elemento lo possiamo ritrovare nella evoluzione dell'apparato produttivo dal primo dopo guerra ad oggi.

Per avere un'idea della capacità produttiva del paese all'epoca in confronto a quella della Germania, possiamo fissarla a 10% rispetto ai tedeschi.
Gli investimenti americani, permisero alla RFT uno sviluppo economico rapidissimo. tanto per avere un'idea le quote di mercato tedesche nel 55/56 nella chimica organica a fronte del nostro 3,24% erano del 28,17%, negli strumenti di precisione rispettivamente del 36,77% contro il nostro 2,03%, macchine elettriche 19,14% contro il 1,69%.

E' indubbio che il capitale investito in Germania ebbe l'obiettivo di rimettere in moto un tessuto industriale già esistente a fronte di una realtà italiana in cui si dovette partire dal livello più basso: artigianato, piccola impresa ed agricoltura.
Questo sviluppo tardivo ha sicuramente determinato le condizioni per una polverizzazione dell'apparato produttivo ed un suo sviluppo piuttosto limitato.

La nostra lentezza e la struttura dei settori che compongono l'apparato produttivo italiano dipendono anche dalla divisione internazionale del lavoro che il capitale ha prodotto. E' evidente che la spinta al rinnovamento tecnologico ed alla crescita degli impianti (composizione tecnica ed organica del capitale) è ben diversa per chi produce scarpe, tessuti ed elettrodomestici e per chi opera in settore come strumenti di precisione, elettronica o acciai speciali.
Si può dire che l'industrializzazione del nostro paese è stata una "industrializzazione rachitica".Non è stata abbastanza prolungata nel tempo da permettere la costruzione di un tessuto industriale integrato, ma ha conservato una polarizzazione simile a 40 anni fa, con la grande industria concentrata a livelli europei e la piccola e la piccolissima estremamente polverizzata che fatica a coagularsi in medie imprese.
L'opinione he abbiamo è che questa situazione vada a collocarsi nella collocazione subalterna dell'economia italiana all'interno della divisione capitalista internazionale del lavoro.


In questo contesto le uniche aziende manifatturiere di un certo peso rimangono, Fiat, Pirelli ed il gruppo Finmeccanica.Se guardiamo alla capitalizzazione, cioè al valore di borsa delle aziende, ci sono solo 10 aziende italiane tra le prime 500 del mondo (classifica Forbes 2005). Di queste la maggior parte fa parte di aziende del settore finanziario (banche/assicurazioni), servizi (telefonia),energia.

Nelle prime 500 aziende per fatturato nel mondo, l'unica azienda manifatturiera di un certo peso rimane la Fiat.Da notare che le prime 10 aziende dell'elenco appartengono ai settori dell'automotive e del petrolio.

Le tabelle pubblicate dall'istat fotografano una situazione del tipo di azienda dal punto di vista del n° di addetti che è il seguente:

fatta base 100 delle aziende attive
  • Il 58,5 ha 1 addetto ed occupa il 15,2% dei lavoratori
  • il 36,5 ha da 2 a 9 addetti ed occupa il 31,7% dei lavoratori
  • il 3,2% ha da 10 a 19 addetti ed occupa l'11% dei lavoratori
  • il 1,3% ha da 20 a 49 addetti ed occupa il 9,7% dei lavoratori
  • lo 0,5% ha da 50 a 249 addetti ed occupa il 12,5% dei lavoratori
  • lo 0,1% ha più di 250 addetti ed occupa il 19,9% degli addetti
Per quanto riguarda il n° assoluto suddiviso per macro attività, questa è la situazione:

525 mila imprese sono industria in senso stretto
585 mila imprese di costruzioni
1 milione 500 mila commercio ed alberghi
1 milione 700 mila altri servizi

I primi due settori per fatturato sono :
-metalmeccanico
-alimentare

In questo contesto emergono alcune considerazioni di ordine generale:

-la polverizzazione delle aziende ed il numero di addetti per azienda correlato alle leggi che hanno ulteriormente indebolito sul fronte dei diritti il mondo del lavoro, vanno nella direzione di un accentua mento del tasso di sfruttamento della manodopera e della crescita dei rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Osservazione questa confortata dai dati sugli infortuni e gli incidenti mortali che, a fronte di un ridimensionamento del fenomeno in termini generali, vede una crescita significativa ed in controtendenza su due categorie :
    • -lavoratori precari in genere
      • -lavoratori extracomunitari

Sul fronte del salario, un mondo produttivo fatto da piccole aziende offre il fianco ad uno sfruttamento illegale della manodopera (lavoro nero) ed un freno alla crescita dei redditi dei lavoratori.
Se questo è accompagnato dalla intensificazione del ricorso di contratti a termine sia per le grandi aziende che per le aziende pubbliche e dello stato, il quadro di quella che è la situazione in termini di potere negoziale dei lavoratori dimostra una loro debolezza strutturale nelle relazioni con la controparte.

Di fronte a questa realtà la direzione da percorrere dovrebbe essere, guardando agli interessi del mondo del lavoro, il contrario di quello che le organizzazioni sindacali vogliono proporre.
In particolare la strategia dovrebbe convergere sulla necessità di non fornire ulteriori strumenti di disgregazione di quello che è il mondo del lavoro e della coscienza delle persone.Gli interessi da salvaguardare sono trasversali ai vari settori di appartenenza ed alle varie realtà, in particolare sul fronte della lotta al precariato maggiore dovrebbe essere la pressione nei confronti del governo.

Partendo da queste prime considerazioni cercheremo di indagare sul fronte dell'offerta quella che è la qualità del lavoro che oggi è presente da noi. In funzione anche di quella che è la parola d'ordine che , sia dal fronte politico che industriale, arriva: riconvertire l'apparato produttivo per produrre una offerta di lavoro più qualificata. Sarà vero?