giovedì 11 ottobre 2007

La nazione ed i media, un messaggio di Pasolini

Sarà stato un gran pessimista, il Pier Paolo, ma nel suo pessimismo viveva la consapevolezza che in quello c'era il suo opposto:l'ottimismo della speranza.
>Ho trovato questi due vecchi video, una sua poesia dedicata alla "nazione", ed all'essenza della sua classe dirigente, ed un intervista fatta da Enzo Biagi.
Ho sorriso quando, con stupore, Biagi lo apostrofa dicendogli "lei qui (TV) è libero di dire quello che vuole".Proprio lui.



mercoledì 10 ottobre 2007

Noi anime candide

Per immergersi nell'orrore, oggi, non ci vuole molto. Basta cercare qualche video su Internet e guardarlo.
In questo viaggio qualche frammento che ci riporta la nostra immagine riflessa.Quella del nostro essere con gli altri, del nostro passato e della nostra storia.Oggi la nostra intolleranza, e la pretesa di voler sempre giudicare e mai di passare un pò di tempo sul banco degli imputati, ci ha fatto dimenticare cosa siamo stati.Probabilmente è così perchè nel fondo dell'anima sappiamo di non essere "italiani brava gente". Sappiamo di sintetizzare il peggio della storia e dell'ipocrisia nel nostro moralismo venato dal cattolicesimo.Siamo coscienti di essere degli inguaribili stronzi.Avessimo imparato qualcosa dal nostro passato non staremmo a confondere un ubriaco con il suo popolo, un assassino con la terra che gli ha dato i natali, uno straccione che lotta per sopravvivere con un delinquente abituale.
Nella nostra storia ipocrita (rivisitata) riusciamo a celebrare i morti della retorica fascista di ieri, e quelli della lotta del bene contro il male oggi.Sostituiamo la tolleranza e la solidarietà con i vigili urbani e gli sceriffi.
Cambiano i tempi ma non sono sicuro che siamo cambiati noi.
Guardando questo nostro passato provo a mettere una maglietta rossa per quelle vittime.E a rasarmi il cranio.





martedì 9 ottobre 2007

Gli scontri di Corso Traiano,per una disobbedienza consapevole

Mi è venuto in mente un volantino, leggendo l'ottimo post di Pensatoio sull'alienazione e sul lavoro (mi perdonerà la semplificazione).Parla degli scontri di Corso Traiano a Torino nel 1969.
Insieme a quel ricordo colgo l'analogia, di alcune delle rivendicazioni citate dal volantino, con quella che è la fase attuale in cui si muove la logica di rivendicazione sindacale.Immutabile nel tempo.

Un tempo si lottava contro lo straordinario affinché il lavoro fosse una opportunità per più persone. Una cosa da condividere in quanto fonte di reddito e di sopravvivenza. Oggi lo si detassa affinché costi di meno al padrone, facendolo diventare più conveniente del lavoro ordinario.Un incentivo all'egoismo sociale.Una roba da sinistra insomma.

La gerarchia in fabbrica e nei luoghi di lavoro veniva vista come elemento di divisione tra sfruttati, la richiesta di salario era uguale per tutti con l'abolizione della differenza tra impiegati ed operai.Si lottava contro differenze di status e di salario buone solo da rivendere sull'altare del conformismo piccolo-borghese.Appena sufficienti per una fettina in più di salame dal salumiere, con dentro l'illusione di dare un senso alla tua vita e di scalare il cielo degli eletti.

Oggi ti dicono che la professionalità deve essere salvaguardata, tendono a parcellizzare e rendere individuale il tuo rapporto di negoziazione con la contro parte, rendendo più forte chi già lo è di suo, in questo scambio godi dell'open space e della maglietta griffata al posto della tuta (ma la fettina di salame è rimasta sempre quella) e sei sempre più indifferente alla sorte di chi ti è affianco.

Leggendo il volantino si ha però una fotografia di cosa è conservazione e cosa il suo opposto. Se quelle persone si battevano così contro quello stato di cose era per avanzare in tutti i sensi, la lotta rappresentava il modo di dare forma e sostanza ad istanze di progresso sociale. Oggi ci vogliono convincere che precario e flessibile è moderno, che più ore di lavoro e maggiore intensità nei ritmi corrispondano ad un modo consapevole di competere. Vogliono che noi, povera carne da macello, si diventi complice del nostro omicidio politico.


Per provare a resistere è necessario scardinare questo sistema di relazioni. Non riconoscerle disobbedendo.Sporcarsi le mani standone fuori. Essere autonomi e consapevoli che la strada passa da lì ,dalla sedimentazione di quella energia che non ha bisogno di "convenevoli" istituzionali.



Era sciopero ieri a Torino. Uno sciopero simbolico nelle intenzioni dei sindacati: un comizio qua, una raccolta di firme là, e basta. Ma per gli operai era una giornata di lotta vera, un'occasione per portare la lotta anche fuori dalla fabbrica, per unire l'esperienza dei cinquanta giorni di lotta a Mirafiori a quella degli altri operai, della popolazione dei quartieri, degli studenti.

E' di questa lotta, della sua capacità di continuare e di rafforzarsi, che Agnelli e il suo governo hanno paura.

Alle tre di pomeriggio migliaia di operai e studenti si uniscono davanti A Mirafiori per partire in corteo. Poliziotti e carabinieri - schierati a migliaia fin dalle cinque di mattina - vengono scatenati contro di loro, senza preavviso e senza motivo. Manganelli, calci di fucile, bombe lacrimogene, arresti: non manca niente. Gli operai reagiscono. Il corteo si forma di nuovo e parte. In Corso Traiano nuove cariche della polizia, ancora più violente. Si pesta alla cieca, dagli scioperanti agli abitanti del posto, ai ragazzini. Ma la violenza bestiale dei padroni non fa paura: la risposta è la violenza sacrosanta degli sfruttati. Ai fucili, ai manganelli, ai lacrimogeni e ai caroselli si risponde con le barricate, con il fuoco e con le pietre. Sono gli operai, i giovani e i ragazzi del quartiere, le donne e gli studenti. Sanno che è ora di mandare al diavolo i padroni e chi li difende, e sanno di averne la forza. Poliziotti e carabinieri, questi eroi capaci di picchiare a sangue un ragazzino solo - com'è successo ieri - scappano. Lividi dalla paura.

Arrestano vigliaccamente gente isolata, come al solito. Ne porteranno in questura più di 150, nella stragrande maggioranza giovani operai.

In Corso Traiano e nelle strade vicine la lotta dura per sei ore. E intanto scoppia in altri punti della città con la stessa forza: in Piazza Bengasi, a Nichelino, in Corso Moncalieri.

E' la prova dell'unità e della solidarietà operaia: ed è la prova della maturità che la lotta ha raggiunto a Torino, rovesciandosi dalla fabbrica su tutta la città.

Uno a uno gli strumenti con cui i padroni ci controllano vanno a farsi fottere. In fabbrica è finito il tempo di ricatti di guardioni e capi, e degli imbrogli dei sindacati. Fuori è finito il tempo della paura della polizia, o delle menzogne dei giornali e della radio (oggi abbiamo visto tutte le menzogne dei giornali, dalla "Stampa" a "L'Unità"). La nostra lotta si rafforza, si organizza, si estende, a Torino come in tutta Italia. E' questo che mette in crisi il governo dei padroni, e li costringe a fare i duri. Ma dietro quel ghigno duro c'è una smorfia di paura, come sulle facce dei poliziotti di ieri. Noi ieri abbiamo imparato una cosa importante: che la forza è dalla nostra parte e che possiamo vincere. Non da un giorno all'altro certo, ma con una lotta lunga e continua. La giornata di ieri ha segnato in questa lotta una tappa fondamentale. Ora andiamo avanti:

1- Intensificando la lotta all'interno della fabbrica, iniziandola dove ancora non si è aperta. Contro le truppe dei sindacati e padroni, per le nostre richieste:

* rilascio degli arrestati, ritiro dei licenziamenti;
* aumenti salariali forti e uguali per tutti e abolizione delle categorie;
* siamo e vogliamo essere uguali;
* lotta contro i ritmi bestiali e gli straordinari.

2- Collegandoci con i compagni delle altre fabbriche e con la popolazione dei quartieri proletari, quella stessa che già ieri ha saputo unirsi per rispondere all'aggressione poliziesca.

LA LOTTA CONTINUA

In fabbrica ci siamo noi e non i poliziotti, e magari li mandassero dentro a provare cosa vuol dire lavorare alle linee. Ci siamo noi, con le nostre armi, dallo sciopero, all'assemblea, al corteo.

RENDIAMO PIU' DURA E GENERALE, SUBITO, LA LOTTA IN FABBRICA IN TUTTE LE FORME POSSIBILI.

RIUNIAMOCI TUTTI, PIU' NUMEROSI CHE MAI, NELLA GRANDE ASSEMBLEA OPERAI E STUDENTI DEL SABATO POMERIGGIO, ALLE 16.00 A PALAZZO NUOVO DELL'UNIVERSITA' (VIA SANT'OTTAVIO 8, ULTIMA TRAVERSA A SINISTRA DI VIA PO, PRIMA DI PIAZZA VITTORIO). L'ASSEMBLEA SETTIMANALE E' LO STRUMENTO PIU' IMPORTANTE DELLA NUOVA ORGANIZZAZIONE PROLETARIA CRESCIUTA NELLE GRANDI LOTTE DI QUESTI MESI, GLI OPERAI DELLE DIVERSE FABBRICHE, GLI STUDENTI, GLI ABITANTI DEI QUARTIERI POPOLARI, SOPRATTUTTO I GIOVANI, DEVONO PARTECIPARE TUTTI.

cicl. in proprio 4 luglio 1969

operai e studenti

domenica 7 ottobre 2007

Toni Negri

Toni Negri è stato un cattivo maestro. Quando Lotta Continua entrò in crisi e la parte movimentista si separò da quella "militare" rappresentata da servizio d'ordine, molti compagni trovarono nell'Autonomia Operaia il versante su cui convergere.
Le tesi dell'operaio sociale, della produzione di plusvalore non più elemento di un solo soggetto (la fabbrica e l'operaio massa) ma dell'insieme della società (fabbrica, precari, emarginati=operaio sociale), veniva vissuto come un elemento di rifiuto delle gerarchie "eversive" che vedevano, solo in ciò che veniva dal conflitto tra operai e padroni, il punto di riferimento per qualsiasi iniziativa sul fronte della lotta.Il lavoro salariato vissuto come rifiuto piuttosto che come elemento da cambiare.
Questo rovesciamento nelle iniziative ha permesso a tanti, che vivevano ai margini della lotta politica, di appropriarsi di una coscienza di classe che, in questo modo ed attraverso questo superamento, tagliava in modo trasversale tutti coloro che vivevano in modo subordinato la propria esistenza.
Toni Negri è un intellettuale come tanti, con un particolare: un rivoluzionario ed un eversivo. Il suo concetto di eversione lo porta a rifiutare l'idea di una forma-partito o di avanguardia organizzata.Egli pensa alle dinamiche sociali come ad un magma in movimento.Un forza a cui dare forma nelle contraddizioni che essa esprime, nell'andare avanti ed arretrare.Nel suo ultimo lavoro più famoso (Imperium), arriva a definire come "moltitudini" il soggetto che attraverso forme di resistenza più o meno organizzate si prenderà carico di rovesciare e mettere in discussione lo stato di cose presente. Per un "operaista" questi concetti suonano come non lontani da quanto affermavano gli anarchici nelle loro polemiche con Marx. Toni Negri guarda alle evoluzioni del capitale nel suo complesso, in modo marxiano non si limita a cercare di capire un fenomeno limitandosi al suo particolare. Guarda a questo come a parte di una relazione più complessa e lo analizza nel suo divenire. Per lui la creazione di plusvalore risiede nel concetto di "sapere" inteso in senso ampio, non è limitato all'economia reale della fabbrica e del manufatto.Chi è escluso da questo subisce, in termini di ricchezza e di opportunità, lo stato di cose presente.
Nella ricostruzione della sua vicenda politica emergono una serie di atmosfere e di fatti che ricostruiscono un pezzo della nostra storia. Le immagini degli operai che entravano nelle fabbriche per verificare che non si facesse straordinario, la lotta contro il sabato lavorativo alla Fiat quando l'azienda metteva in cassa integrazione migliaia di persone, la risposta dello stato al movimento di massa con le leggi restrittive e con la repressione, la lotta armata e la sua deriva. I processi sommari nelle carceri di massima sicurezza. Toni Negri è uno che ha scontato la sua condanna in carcere. Per questo è ritornato dalla latitanza in Francia. Lui ci testimonia che, alla fine, rimangono i valori e quello per cui si è lottato e che non riescono a comperare tutti.

sabato 6 ottobre 2007

Bamboccioni anarchici

Bamboccioni si ma sovversivi
Serantini, anarchico ammazzato dalla polizia a Pisa. Ricordiamo lui per rendere omaggio a tutti i "bamboccioni" che ci hanno lasciato la pelle. Per testimoniare un modo di essere anche nel difficile mestiere di vivere.In mezzo ai casini ed alle difficoltà, ai problemi di sopravvivenza ed a quelli che ti stringono l'anima tutti i giorni.

venerdì 5 ottobre 2007

Per i bamboccioni

Forse non ha tutti i torti TPS a definire i nostri giovani trentenni bamboccioni. I bamboccioni sono lì che si prendono anche le prese per il culo dai nostri, cristonano contro i vecchi per averli rapinati della pensione, si mettono ordinatamente in fila per il loro Big Mac e si fanno tante seghe mentali su come sarebbe bello il mondo se fossimo tutti in maglietta rossa ed il cranio pelato. Intanto si guardano spauriti intorno e iniziano a realizzare di non aver capito un cazzo. ma come la laurea c'è, l'inglese lo parlicchio e quelli pensano di farmi fare data entry o il telefonista vendendo vino? ma per cosa si è sacrificato papa'?In attesa che si realizzi il sogno di un lavoro qualificato, magari con la raccomandazione e leccando il culo (per non farci mancare la tradizione), ed in attesa di spendere i soldini che il nostro munifico governo darà ai giovinotti consiglio come andare a fare la spesa da domani. A scelta tra Totò e San Precario. Buona visione.

SAN PRECARIO: COME FARE LA SPESA




TOTO' : CONSIGLI PER LA SPESA

giovedì 4 ottobre 2007

L'alternativa è la lotta. Quella dura

Quella che segue è la cronaca, addomesticata, che compare sulla repubblica di qualche assemblea in fabbrica.Prima è c'è un video in cui si respira il clima durante una discussione sul tema del rinnovo del contratto dei metalmeccanici.Il dibattito vero, sul famoso protocollo, prima non c'è mai stato. I soggetti che ne sono stati esclusi sono proprio loro: i precari ed i lavoratori.
Oggi si fanno assemblee per discutere di un protocollo per il quale non esiste mandato da parte dei lavoratori. Quei signori, che di mestiere fanno i sindacalisti, si presentano dicendo: "questo è quanto di meglio abbiamo ottenuto, prendere o lasciare e se lasciate sappiate che torna lo scalone di maroni e cade il governo" Questo è il massimo che riescono a trovare per giustificare un accordo per il quale non si è mobilitata una fabbrica, non si è fatta sufficiente informazione sui media se non per "terrorizzare" sulle conseguenze. la democrazia che riescono ad esprimere è una democrazia a consuntivo, loro tracciano le strategie, loro parlano di massimi sistemi e del destino di milioni di persone, loro accettano di rendere precario il tempo di vita delle persone, loro impongono regole per cui non puoi rappresentare in assemblea le tue istanze come sigla sindacale (quelle per il no) ma lo puoi fare solo in quanto singolo.
E' il modo di gestire il consenso che ricorda tanto l'omologazione di Stalin o il corporativismo del Duce.Chi è contro non ha spazio, è boicottato continuamente e per lui non c'è altra possibilità che qualche volantino in ciclostile o la famosa assemblea.
Questa mattina, al giornale radio delle 8, hanno fatto sentire le voci di qualche lavoratore edile "soddidfatto" per quanto il sindacato ha prodotto. Capire in ragione di cosa diceva quelle cose ed in funzione di quale infrmazione disponibile è un mistero.
E' una lotta impari a queste condizioni, è una lotta che ti spinge ai margini. E' una lotta che se non trova il modo di recuperare spazi di democrazia e confronto è destinata a produrre "lotta cattiva".
Non abbiamo bisogno di gente che sieda nei consigli di amministrazione dell'inps o dei fondi pensione, che prenda lo spunto dalla militanza nel sindacato per fare carriera politica o scrivere articoli che infangano i lavoratori.
Abbiamo bisogno di gente che sia rappresentativa dei luoghi di lavoro e di chi ci lavora. Che assolva al quel compito senza farne un mestiere. Che metta la tuta o indossi una divisa da operatore telefonico. Che sia cassiere ad un supermercato e che viva come quelli che deve rappresentare. Non c'è bisogno di un laureato in filosofia che non ha passato un'ora del suo tempo alla catena di montaggio. c'è gente più preparata di lui per rappresentare le istanze di chi produce la ricchezza di questo paese.






Fischi a Melfi, dopo quelli di Torino. E questa volta a prenderli è anche un'esponente della Cgil, Carla Cantone. Ma pure nella tranquilla Bologna Guglielmo Epifani misura la forza che il partito del no incontra in fabbrica. Così, al termine di un'accesa assemblea di metalmeccanici, dove è forte la richiesta di bocciare il protocollo sul welfare, il leader del più grande sindacato parla di rischi se l'accordo verrà affondato. "Se prevarranno i no - sottolinea Epifani - nessuno è in grado di sapere cosa succede".

Per il leader della Cgil dunque "bisogna evitare che il Parlamento peggiori l'accordo: nel dibattito parlamentare non mi sento assolutamente tranquillo, non so cosa può accadere in Senato". Solo con il sì all'accordo, è la tesi del segretario generale della Cgil, i lavoratori porteranno a casa i risultati positivi dell'accordo, come l'aumento delle pensioni, lo scalone più morbido della riforma Maroni, gli ammortizzatori sociali. E potranno spingere per migliorare il testo. Per esempio ottenendo l'automatismo dell'assunzione dopo 36 mesi di lavoro a tempo determinato, magari attraverso una circolare ministeriale.

Ma agli operai della Gd, tradizionale roccaforte della Fiom, la più grande fabbrica metalmeccanica di Bologna, mille "magliette blu" che hanno sostituito le tradizionali tute alla Cipputi, continuano a stare sullo stomaco provvedimenti come la riduzione delle tasse sugli straordinari. E soprattutto il fatto che i sindacato non abbiano affrontato la trattativa mobilitando i lavoratori. "Lei vede quanta forza c'è in questa assemblea - dice ad Epifani una delegata di fabbrica in una gremita mensa aziendale - perché il sindacato non la usa?".

Agli operai dipendenti, aggiunge un altro delegato della Fiom, "l'accordo può andare bene, ma agli occhi del precario è irricevibile. Non avevamo chiesto di abolire la legge 30?". Niente fischi, ma i toni sono decisi. "Con queste tabelle (le ha firmate lei, le riconosce?) andremo in pensione con il 51% dell'ultimo stipendio, perché non dite la verità?", protesta un operaio giovanissimo. Non tutti si allineano, anche tra gli iscritti e i quadri storici della Fiom, c'è chi si schiera con il segretario della Cgil.

Molto peggio per la Cgil alla Fiat di Melfi, dove ieri è arrivato il bis dei fischi ad Angeletti di Mirafiori. A fare le spese della contestazione Carla Cantone che era entrata nello stabilimento con 4500 operai preparata al peggio: "Se sarò fischiata, non mi taglierò le vene".

mercoledì 3 ottobre 2007

All'orizzonte una massa anarchica

Volevo scrivere di altro e pensare un po' ai cazzi miei poi ho deciso di riportare qualche riga di ciò che Vattimo scrive nel suo ultimo libro "Ecce comu".

"Di quali masse e di quale comunismo stiamo parlando?Intanto delle masse che rappresentano oggi il vecchio proletariato e che non sono più la classe operaia dotata di coscienza di classe, e dunque portatrice di un progetto...
...i proletari di cui parlava Marx oggi sono diversi, più simili a quelle che Toni Negri chiama le moltitudini, anche se ancora in lui hanno un'aura mitica che è meglio lasciar perdere.I poveri del mondo sono oggi quelli che, nella condizione di esclusione nella quale si trovano, in quanto vivono in condizioni di pura sussistenza, disponendo solo di una frazione minima delle risorse, ed essendo esclusi dallo spreco che caratterizza invece il "mondo" ricco, risentono di più, e forse anche con consapevolezza, dello sfacelo a cui il pianeta si avvia se si mantiene nel mondo "sviluppato" l'attuale ritmo dei consumi.
Un proletariato minimalista come questo, che non è passato attraverso la dura formazione della coscienza di classe, non ha nemmeno un progetto che debba essere elaborato da un comitato centrale, da una qualche élite. E' con tutti i sensi negativi ma anche positivi del termine, una pura massa anarchica."


Nel video che segue John Zerzan illustra il suo punto di vista su quelle che sono le cose da fare per render un'azione di lotta efficace e non sterile. I contenuti non piaceranno a molti, ma è la conseguenza del portare all'estremo il ragionamento di Vattimo .In questo contesto trovo quasi surreali le questioni sul come fare politica, sull'identità della sinistra e sull'accordo sul welfare. Le questioni sono molto più in là rispetto a quella che è la nostra percezione ed il limite del nostro modo di analizzare e ragionare. temo che Vattimo abbia ragione. C'è all'orizzonte un proletariato minimalista ed anarchico. Non ho idea se quello che produrrà sul terreno della lotta potrà piacermi. C'è di sicuro che non mi piace la prospettiva e la tendenza di questo spicchio di società in cui vivo e risiedo oggi.Temo per quello che potrà accadere domani a me o a mio figlio? ma cosa c'è da temere se la prospettiva è quella di chi non ha nulla da perdere?


lunedì 1 ottobre 2007

La famiglia colonna della società e Pasolini

Guardate questo video in cui Pasolini intervista persone normali su due questioni:
la famiglia e la legge Merlin.
Le interviste sono intervallate da un intervento di Moravia.
La cosa che mi è venuta in mente, ascoltando il tutto, è il modo in cui le idee alla fine vanno avanti, indipendentemente dalla resistenza che è data dalla tradizione o dal sentire comune.

La forza con cui il primo intervistato si oppone a chi dice che la famiglia è uno dei soggetti da cui essere educati nella vita, è anticipatore di quelle che furono le battaglie sui diritti civili che si sono combattute in seguito.
Insieme a questo la cosa che mi dà da pensare è il fatto che anche lui, con le sue idee sulla forza del nucleo familiare come pilastro della società, è stato sconfitto dai processi sociali che si sono avviati.
Quella famiglia di cui lui parla, oggi, è un simulacro buono solo per il Natale, lo shopping e per resistere al considerare altri tipi di relazioni sullo stesso piano di quel concetto secondo tradizione.
Oggi la famiglia pilastro della società non esiste più.E' stata smembrata dai ritmi della società.Dalla separazione dei coniugi di cui il sistema necessita.I figli passano il loro tempo con terzi che formano i loro valori.In parte minima la scuola, per il resto l'ossessione dei simboli del consumo e delle sue logiche, la televisione ed il suo linguaggio.Che famiglia è questa? E che valori volete che trasmetta?

Ed i vecchi che fine fanno in una vita stritolati da ritmi assurdi in cui nessuno ha più tempo per loro, in cui mancano gli spazi fisici in cui riunirsi? Sono diventati un costo per questa società. Sono improduttivi e qualcuno di loro lo trovi a far passare bambini sulle strisce pedonali. E gli altri?
La cosa migliore rimane l'intervento di quell'operaio che, parlando di prostituzione, equipara le donne sfruttate alla sua classe.
C'è dentro quelle parole un'idea di società che la sinistra sembra avere smarrito.La capacità di leggere la realtà della vita guardando alle persone ed alle relazioni sociali, al modo in cui si interagisce ed al posto che si occupa nella società.Con coscienza del proprio status e di ciò che significa la propria condizione di classe.
L'idea di un riscatto attraverso il passaggio ad una società più umana e più giusta.
Un pò quello che manca a chi sostituisce il vocabolario della sinistra con termini quali: consumatori, flessibilità,opportunità di mercato, target.



Padani, occhio alla penna

C'è un vecchio che, prima di morire, vaneggiando cita lotte di liberazione in cui milioni di giovani e vecchi corpulenti padani si avventureranno per costruire un nuovo mondo. Lontano dalle tasse, pieno di sano egoismo e focalizzato sul proprio ombelico .
Vorrei dire a quella gente "occhio alla penna", per certa roba ci vuole esperienza e si paga un prezzo.Non è roba da ragionieri e qualche gabella del fisco non fornisce la benzina incendiaria sufficiente. Ci vuole altro.Non si accorgono costoro che un popolo di nullatenenti, precari, futuri straccioni, poveri ed incazzati sempre di più popola le loro città. "Occhio alla penna" quella è gente che la benzina c'è l'ha già addosso e basta poco per dare fuoco al cemento.