giovedì 3 settembre 2009

Economia di sussistenza e ricerca della felicità.

Scorrendo qualche post, che tratta di politica e di economia, leggo spesso l'evocazione "dell'economia di sussistenza".
Cosa sarà mai l'economia di sussistenza nel suo significato "vero"?
Se si prende come riferimento la storia dell'umanità, di solito, ci si riferisce all'economia di quelle comunità in cui non esisteva una specializzazione nei ruoli che i vari soggetti vi assumevano (nel lavoro svolto) e dove ciò che veniva prodotto vi veniva consumato.

Lo scambio di ciò che venne prodotto in più dalle comunità, cioè le eccedenze dei prodotti, assunsero un ruolo che permise lo sviluppo delle comunità su tre direttrici:
1- una specializzazione dei vari soggetti all'interno delle comunità, quindi una divisione del lavoro in funzione di abilità e ruoli riconosciuti
2- la formazione di comunità sempre più numerose; integrate in contesti urbani che beneficiavano della possibilità di usare "infrastrutture" naturali come vie di comunicazione per gli scambi.
3- un sistema di governo che aveva l'obiettivo di coordinare i vari soggetti ed una stratificazione delle classi in funzione della ricchezza posseduta.

Qualche esempio nella storia lo abbiamo con lo sviluppo nel 3.500 a.c. delle città di Uruk, Eridu e Ur.
La nozione di economia di sussistenza ha, quindi, come punto di riferimento una comunità stanziale e chiusa in cui quello che viene prodotto viene consumato; è riferibile ad un epoca precedente al 3.500 a.c. e riporta al neolitico.
Quindi, ha senso parlare di economia di sussistenza quando si ventila l'idea di indirizzare lo sviluppo dell'economia su direttrici diverse?

Il pensiero che sta dietro all'uso di quel termine ha come punto di riferimento, probabilmente, più che l'aspetto economico il modello di condivisione delle scelte che si operano all'interno della comunità.
L'immagine è quella del villaggio in cui tutti fanno le stesse cose,consumano tutto e c'è una gestione delle scelte di tipo "assembleare".
Una logica hippy e comunitaria che non tiene conto che anche così nulla garantisce da come possa, in ogni caso, svilupparsi la qualità dei rapporti tra i vari soggetti.
Per chiudere anche l'economia di sussistenza non ci preserverà dalla necessità di ricercare, in ogni caso, la felicità.

martedì 1 settembre 2009

Talebani e cazzate

Ammetto che reputo Massimo Fini un discreto opinionista, nel senso che ha delle opinioni non allineate ed a volte fuori schema, ma allo stesso tempo un inguaribile "casinista". Lo considero, tra le altre cose, un giornalista di destra. Una specie di fascista della prima ora legato ad una immagine di società nella quale quella che prevale è l'idea del villaggio/comunità. Da questo punto di vista ricordo come significativo un articolo nel quale, di fronte all'ipotesi da lui ventilata di orde di affamati nelle strade d'europa, affermava che bisognava pensare a prendersi cura dell'orto (per la sussistenza) con un mitra in mano.
Uno dei tanti che scrive e che, in mezzo a qualcosa di condivisibile, scrive minchiate in quantità industriale.
Ora leggo questo post che ha come oggetto la situazione dell'Afghanistan.

Tra le cose scritte c'è una serie di affermazioni che mi hanno lasciato basito, in sintesi:
1-I Talebani, appoggiati dalla popolazione che non ne poteva più di quei soprusi, combatterono e sconfissero i «signori della guerra» e li cacciarono dal Paese riportandovi la legge e l’ordine, sia pur il loro ordine e la loro legge, la shariah.
2- in quell’Afghanistan si poteva viaggiare tranquilli anche di notte
3-n quell’Afghanistan non c’era disoccupazione perché il Mullah, sia pur con qualche moderata, e mirata, concessione all’industrializzazione, aveva mantenuto l’economia di sussistenza. Non c’era corruzione per il semplice motivo che i Talebani facevano impiccare i corrotti.


Sorvolo sul concetto di "economia di sussistenza" che ha Fini consigliandogli, però, un testo di economia elementare in cui qualcuno può spiegargli l'esatto significato del termine; lo invito a riflettere solo che il non sviluppo economico era subito dai Talebani per la situazione di guerra perenne, che non terminò neanche con la loro presa del potere, e grazie al loro ostracismo nei confronti di istituzioni come la scuola.
Osservo che in questo ginepraio parecchi di noi stanno perdendo la bussola, confondono le soluzioni con la soluzione ad ogni costo e danno significato positivo ad esperienze e soggetti che di positivo non hanno proprio nulla.

Si dà il caso che l'Afghanistan è uno di quei luoghi frequentato da una mia amica che per lunghi periodi vi ha soggiornato lavorando proprio in un ospedale di Gino Strada, qui trovate un mio vecchio post in cui ho copiato una sua mail inviata a mia moglie.
L'immagine che ci dava del paese, nei suoi racconti, non era così positiva sia per quanto riguarda i talebani, e di ciò che hanno lasciato a quella gente, sia per quanto riguarda gli altri oggi al potere.

Gli occidentali, da opportunisti, hanno una loro visione della questione; gli interessi che tutelano sono qualcosa di diverso rispetto alla supposta volontà di portare giustizia e libertà in quella parte di mondo. Usano quello come alibi dietro cui nascondersi per non parlare delle questioni vere; pero', da lì a scrivere che Omar rappresenta una soluzione che porterà pace ed ordine, pensando che tutto finisca così, è una roba che significa solo non tenere conto di ciò che quel signore è a dispetto di ciò che uno vorrebbe che fosse.
Io penso, al contrario, che quel ragionamento testimonia la sconfitta che, nel tornare indietro in quel modo, azzererà tutte le questioni in sospeso sia in materia di diritti civili che di sviluppo sociale. Perché? perché non sono quelle le questioni importanti in un mondo che si muove seguendo logiche "economiche" e strategiche di tipo "imperiale".

Cosa cambierà nella vita di quelle persone con la sostituzione di quelli che hanno oggi il potere con Omar, o di chi per lui?
Io credo nulla, e quel paese sarà uno dei tanti in cui lo sviluppo di "dinamiche" interne in grado di far maturare eventi "positivi" per il loro futuro non sarà mai possibile.

Se avete voglia leggetevi "talebani" - Islam, petrolio e il grande scontro in Asia centrale di Ahmed Rashid.
Ahmed è un giornalista pakistano, ha impiegato 21 anni per scrivere quel libro. Segue le vicende dell'Afghanistan ancor prima del periodo dell'invasione dell'URSS. Collabora con "Le monde diplomatique", "far Eastern Economic Review" ed altri organi d'informazione.
Nel libro tratta dell'origine dei talebani, degli interessi Iraniani e di quelli Pachistani.Dell'influenza dell'Arabia Saudita, di ciò che pensava Israele. Di come si avviarono trattative tra la Unocal ed il governo talebano per la costruzione di oleodotti, delle cifre in ballo in termini di investimento, della visione che aveva la diplomazia americana della questione.
A questo proposito mi limito a copiare quanto affermò un diplomatico USA all'epoca "I talebani andranno probabilmente nella stessa direzione imboccata dall'Arabia Saudita. Ci saranno Aramco, oleodotti, un emiro, nessun parlamento e un mucchio di leggi della Sharia. Possiamo convivere con tutto questo"


Probabilmente il realismo citato della politica americana porterà a negoziare con il nemico ed anche da noi, in quel momento, Omar smetterà i panni del diavolo anche per qualche liberal. Basterà solo ricordarsi cosa rappresenta quel signore e quali sono i valori su cui si fonda quel tipo di società. Valori, tra le altre cose, che la legislazione Afghana, ad esempio in materia di diritto delle donne, raccoglie ed approva senza discussioni indipendentemente dai talebani.




domenica 30 agosto 2009

Coglioneria bipartisan?

Una vignetta innescata nel 2004 da quel pazzo di Mauro Biani e' esplosa a scoppio ritardato sotto il culo dei leghisti, della sinistra al caviale e dei grrraandi quotidiaaani, coinvolti in una colossale presa per il culo su scala nazionale.
28 agosto 2009 - Redazione

Incredibile ma vero: nel 2004 Mauro Biani fa un manifesto taroccato su PeaceLink.it prendendo per il culo le politiche leghiste, un gruppo di leghisti (o di buontemponi) ci crede davvero e si autoprende per il culo costruendo attorno a quel poster un gruppo di interesse su Facebook, una "amica di Brescia" di Water Veltroni non meglio identificata fa pipi' fuori dal Water e segnala indignata l'accaduto per email, nel frattempo grandi nomi della Lega aderiscono al gruppo che prende sul serio il manifesto tarocco e propone la tortura degli immigrati per legittima difesa, Veltroni si indigna e denuncia pubblicamente l'episodio, i grandi media che non hanno di meglio da fare si gettano a pesce sulla notizia abboccando all'amo come trote salmonate, e solo alla fine di tutto questo megacasino Biani esce allo scoperto rivelando la vera tragedia del paese: quello che nel 2004 era una cazzata paradossale, oggi puo' essere considerato un plausibile progetto politico estremista.

Per riflettere piu' approfonditamente sul senso di questa vicenda, leggete l'approfondimento di Ulisse Acquaviva dove c'e' una buona parola per tutti, dal Water nazionale ai leader del carroccione.

fonte:http://www.mamma.am/mamma/


Occultare la verità sulla morte di Carlo Giuliani


Mai come per l'ultima sentenza sull'omicidio di Carlo Giuliani abbiamo potuto notare tanti titoli fotocopia. Se c'è una cosa che si impara osservando gran parte dell'informazione nazionale in occasioni come queste è che, oltre ad un decente senso etico del proprio mestiere, ai giornalisti nostrani (e soprattutto ai tanti riciclatissimi direttori) manca anche l'originalità.

I titoli riescono a spaziare al massimo tra "Per la Corte europea Carlo Giuliani fu ucciso per legittima difesa" a "Corte Europea: Giuliani al G8 ucciso per legittima difesa". Il record dell'originalità lo riserva "Il Tempo" con una sua personalissima visione della sentenza: "G8 2001: la Corte europea dà torto alla famiglia Giuliani".

Questo è ciò che i mezzi d'informazione nazionali hanno compreso della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo emessa il 25 agosto sul ricorso presentato dalla famiglia Giuliani contro le sentenze del Tribunale di Genova sull'omicidio di Carlo Giuliani.
Questo è ciò che i media hanno compreso e di rimando questo è ciò che è apparso e apparirà agli occhi degli ignari lettori e telespettatori di questo paese.

Eppure non è questa l'impressione che si ha leggendo con esattezza l'intera sentenza, il resoconto dell'esame giudiziario, i suoi 279 paragrafi.
La realtà descritta nel documento non nega certo la "legittima difesa" dell'agente Mario Placanica, il carabiniere che il 20 luglio 2001 uccise il ventitreenne Carlo Giuliani. Anzi, la afferma con chiarezza.
Ma aggiunge qualcos'altro. Qualcosa al cui confronto stabilire se da parte di Placanica ci sia stato o meno un eccesso di legittima difesa è come interessarsi del clima e della temperatura quando si parla del 25 aprile del 1945.

Qualcosa per cui sarebbe stato più utile titolare: "La verità sulla morte di Carlo Giuliani occultata dallo Stato italiano". Perché, in sintesi, è questa la bomba nascosta nelle righe della sentenza. Forse troppo nascosta per l'occhio stanco di direttori di tg cortigiani.

Ma non troppo per chi si è degnato di leggere con attenzione passi della sentenza come i seguenti:

"Il corteo raggiunse il tunnel della stazione all'incrocio con Corso Torino.
Improvvisamente, i Carabinieri sotto il comando del signor Mondelli lanciarono lacrimogini sui dimostranti.
Alle 14:29 il centro di comunicazioni ordinò a Mondelli di recarsi rapidamente in Piazza Giusti, nel mentre le Tute Bianche procedevano lungo il percorso del corteo attraverso Corso Gastaldi. Sebbene esistevano 3 differenti percorsi per raggiungere la destinazione, Mandelli scelse la strada che portò la compagnia al rischio di incrocio con il corteo delle Tute Bianche, trascinandoli lungo Via Invrea verso l'intersezione con Corso Torino.
Pochi minuti dopo le 3 i Carabinieri si trovarono nel percorso dei dimostranti, attaccarono le Tute Bianche, dapprima usando i lacrimogeni, quindi avanzando e usando i manganelli.
L'attacco durò per circa due minuti. Esso non fu ordinato né dalla sede di controllo dei Carabinieri né da altre persone autorizzate a farlo".

Questo fu l'evento che scatenò sin dal 20 luglio gli scontri di piazza tra i manifestanti e le forze dell'ordine. Fu quest'attacco violento ed ingiustificato a rendere i minuti, le ore ed i giorni a seguire gli istanti della peggior barbarie alla quale un paese presunto civile avesse mai assistito.
La responsabilità di azioni scellerate di "capitani coraggiosi" viene messa nero su bianco da una Corte Europea di giustizia. E non è poco.

Il legame tra questa carica e la morte di Giuliani? Nel paragrafo immediatamente successivo:

"I Carabinieri spinsero i manifestanti indietro verso l'incrocio con Via Invrea. Una volta lì, i dimostranti si divisero: alcuni proseguirono avanti verso il mare, altri trovarono rifugio in Via Invrea e successivamente nell'area attorno a Piazza Alimonda.
Alcuni dimostranti risposero alle cariche, procurandosi oggetti solidi come bottiglie di vetro o pattumiere e cominciarono a lanciarli verso le forze dell'ordine.
[...] Una volta che l'attacco fu terminato, i Carabinieri abbandonarono Via Casaregis e quindi via Invrea, verso nord, prima di proseguire ad ovest lungo Via Tolemaide.
Uno di loro, Mario Placanica, era un Carabiniere di vent'anni, addestrato all'uso delle granate. Sofferente per gli effetti dei gas lacrimogeni lanciati da egli stesso durante i precedenti scontri, ottenne il permesso dal Capitano Cappello (comandante del contingente ECHO all'interno del CCIR - Contingente di Contenzione e Intervento Risolutivo) di entrare nella jeep allo scopo di allontanarsi dalla scena degli scontri.
Si accovacciò nel retro della jeep, ferito e in preda al panico, protetto da un lato da uno scudo e gridando ai dimostranti di allontanarsi o altrimenti "li avrebbe uccisi tutti".
Mario Placanica impugnò la sua Beretta 9mm, la puntò nella direzione del vetro posteriore frantumato della heep e, dopo qualche decina di secondi, sparò due colpi".

E sugli attacchi ingiustificati:
"La Corte nota a questo proposito che la Corte Distrettuale di Genova [...] ha ritenuto in prima istanza che le azioni dei carabinieri relativamente all'attacco in questione sono state illegali e arbitrarie".

Sulla presenza di Placanica:
"Un numero di questioni certamente necessitano di essere poste: se Mario Placanica, che era in un particolare stato mentale scatenato da un alto livello di stress e panico, avesse dovuto prendere parte a tale azione, se avesse avuto il beneficio di un appropriato addestramento ed esperienza; se un migliore coordinamento tra le diverse forze dell'ordine presenti sulla scena avrebbe impedito l'attacco alla jeep così da evitare vittime; infine, e soprattutto, se la tragedia si sarebbe potuta prevenire se ci si fosse preoccupati di non abbandonare la jeep, priva di equipaggiamento protettivo, proprio nel mezzo degli scontri, in particolar modo considerando il fatto che a bordo erano presenti persone ferite che continuavano a portare dietro delle armi".

"Dal punto di vista degli eventi precedenti, e dato che non è stata condotta alcuna indagine interna a questo proposito, un fatto che viene deplorato, la Corte non è in grado di stabilire l'esistenza di un collegamento diretto ed immediato tra le mancanze che possono aver influenzato la preparazione e la condotta del pubblico ufficiale e la morte di Carlo Giuliani. [...] Considerate le mancanze nell'esame forense e l'incapacità di preservare il corpo, non è sorprendente che i procedimenti giudiziari siano culminati nella decisione di non approfondire la vicenda. La Corte conclude che le autorità non hanno condotto un'indagine adeguata sulle circostanze della morte di Carlo Giuliani".

[...]

"In nessun momento è stato tentato di esaminare il contesto generale e di considerare se le autorità avessero pianificato e gestito l'operazione di ordine pubblico in un modo tale da prevenire incidenti come quelli che causarono la morte di Carlo Giuliani. In particolare le indagini non hanno tentato di stabilire perché Mario Placanica - che il suo ufficiale superiore ha considerato inadatto a continuare il proprio dovere a causa del suo stato fisico e mentale - non è stato condotto direttamente in ospedale, è stato lasciato in possesso di una pistola carica ed è stato posto in una jeep che non aveva protezioni e che era stata tagliata fuori dal contingente che essa stava seguendo".

"Dal punto di vista della Corte, le indagini avrebbero dovuto esaminare questi aspetti almeno per quanto concerne l'organizzazione e la gestione dell'ordine pubblico, relativamente al colpo fatale essendo strettamente legato alla situazione in cui si sono trovati Filippo Cavataio e Mario Placanica.
In altre parole, le indagini non sono state adeguate giacché esse non hanno cercato di determinare chi fossero i responsabili di quella situazione".


Stando alle parole della sentenza, la vera mancanza da parte italiana (una mancanza gravissima senza ombra di dubbio e che anche la Corte Europea ha definito deplorevole) è consistita nell'assenza di una indagine accurata che indagasse sull'organizzazione e la pianificazione dell'ordine pubblico, sulle responsabilità delle autorità nella gestione delle diverse operazioni.
Quello che una Commissione Parlamentare d'inchiesta, per propria natura, avrebbe potuto determinare con facilità. Anche solo per la morte di Carlo Giuliani, lasciando stare per il momento le ben più oscure vicende come le torture a Bolzaneto o il massacro alla scuola Diaz.

Sarebbe bastata una Commissione d'inchiesta. Quella che 2 anni fa in tanti hanno fatto a gara per ammazzare. E che hanno ucciso. Assieme alla verità.

Alessandro Tauro
Fonte: http://alessandrotauro.blogspot.com/
Link: http://alessandrotauro.blogspot.com/2009/08/la-verita-sulla-morte-di-carlo-giuliani.html

sabato 29 agosto 2009

Tremonti, la lotta di classe ed i tribuni della plebe


Il caso Innse? La più bella notizia dell'estate. Meriterebbe un film. Lotta di classe non c'è più: "Lavoratori e imprenditori tutti sulla stessa barca" - Da Repubblica il tribuno della plebe Tremonti.

Dicono che i plebei erano un po' incazzati per i privilegi dei patrizi nella Roma Repubblicana del VI secolo a.c.. A quelli tutto e niente per il popolaccio. Erano tempi grami per i poveracci, quelli. Qualsiasi latitudine uno pensasse di frequentare, per trovare un minimo di giustizia sociale, si ritrovava sempre tra l'incudine ed il martello del censo e della ricchezza. Da una parte chi decideva ed aveva molto, dall'altra chi subiva le decisioni ed aveva il minimo per tirare avanti.

L'incazzatura si concretizzò in "istituzioni" parallele, ma senza riconoscimento da parte del senato, come i concili della plebe e forme di lotte radicali come la "secessione".
Dopo un po' di scazzi e di tira e molla qualche progresso fu fatto. In materia di diritti, con la promulgazione delle dodici tavole, i plebei riuscirono a far mettere per iscritto quelle che erano le leggi che governavano i rapporti tra loro e quelli a Roma. Passo' del tempo e ,da quelle leggi, riuscirono a far cancellare la norma che vietava il matrimonio tra un/a patrizio/a ed un/a plebeo/a. In questo modo i matrimoni misti furono possibili.

Nel 367 a.c. le leggi Linicie-Sestie riconobbero ai plebei il diritto di accedere al consolato.
Anche qui, come in molte questioni, questo diritto fu una roba a cui poterono aspirare coloro i quali (tra i plebei) avevano disponibilità di mezzi economici e tempo da dedicare alla politica piuttosto che alla propria sopravvivenza. La morale della favola è che ad una oligarchia patrizia si sostitui' una oligarchia patrizia-plebea.
Ci fu una progressiva integrazione, negli ordinamenti della Repubblica, dell'organizzazione che i plebei si erano dati autonomamente.
In questo modo cio' che aveva rappresentato una istituzione potenzialmente "sovversiva e rivoluzionaria" e rispondente agli interessi di una classe sociale, divenne un soggetto meno pericoloso e più malleabile.


E già, perché la storia della segmentazione in classi sociali dell'umanità non è roba che appartiene solo alla memoria della rivoluzione francese o di quella industriale. E' roba vecchia con una serie di coincidenze sospette ma esplicative di come vanno le cose nel mondo.
Tu puoi stare di qua o di là e questo dipende da quanto hai in termini di ricchezza;più sei ricco e più tempo puoi dedicare a te stesso, a consolidare il tuo potere ed a tessere relazioni che cementino ciò che è dato e dove stai.
Certo ci puoi anche arrivare (il sogno), ma è un imbuto rovesciato quello che regola i rapporti tra classi. Il beccuccio sta in alto ed è dura arrivare in cima se manca un aiutino, al contrario ti tocca sfidare le leggi della fisica.

Bene, questa è la storia dai tempi dei tempi. In questa storia ci ritroverete la storiella di quelli che dicono che stiamo tutti nella stessa barca. Anche quella non è molto originale. Ricordate la favola dello sciopero degli organi del corpo? Testa e pancia. Simbologia sospetta.
Ora arriva Tremonti e prova a strumentalizzare la lotta di un pugno di compagni. Vuole depotenziarla perché lui è un uomo intelligente e si porta avanti con il lavoro.
Per il resto, se avete voglia, sostituite in questa sommaria ricostruzione storica (chiedo venia) alcuni soggetti istituzionali nostri come i sindacati o qualche partito de sinistra, mettete gente come Ichino Calearo e Colannino tra i tribuni a rappresentare gli interessi della plebe ed il gioco è fatto.
Rimane una variabile indipendente, sono gli schiavi che si possono rompere il cazzo di queste schermaglie, capendone bene il senso. E con quelli la storiella della barchetta non funziona sempre.


venerdì 28 agosto 2009

Consigli 3

Se vi piace o' Jazz

giovedì 27 agosto 2009

Se uno dice che quelli del PD sono delle merde?

Ieri Fini Gianfranco (non quello dei tortellini, ma il politico) ha detto "A proposito di G8, come italiano sono soddisfatto che la corte europea abbia detto in maniera inequivocabile che Placanica ha agito per legittima difesa".
Si trovava alla festa di quelli in cerca d'identità e su questa cosa ha ricevuto applausi convinti.
Questo signore quel giorno si trovava nella sala operativa della questura. Ora, da un fascio convertito che si presento' in giacca e cravatta a vedere i cadaveri dei suoi ammazzati ad Acca Laurentia non ci potevamo che aspettare che questo. E non staremo lì a sottilizzare sulla sentenza o sulle omissioni nei ricordi di Fini e di quelli come lui per cosa accadde in quei giorni. Ma cosa dire degli abbronzati democratici che sedevano in platea e battevano le mani convinti? Che sono delle merde. Piccola consolazione ma grande verità. Questi si sperticano per l'Iran e tutto quanto fa esotico e dimenticano come le logiche della repressione sono uguali a qualsiasi latitudine. Trovate qualche poliziotto condannato tra quelli che hanno ammazzato i compagni, magari facendo la conta da Reggio Emilia in poi?
Dicono che non hanno più l'asprezza ideologica che divide e non unisce. Sarà, dimenticano che quell'asprezza è figlia di secoli di storia e di ruoli a cui gli uomini sono condannati dalla notte dei tempi in funzione di ciò che ricevono rispetto a ciò che danno.
Se ne accorsero persino dalle parti di Atene dove, nel cercare di sanare gli scazzi tra aristocratici e plebe con la riforma timocratica di Solone, divisero la società in quattro classi sulla base di censo e ricchezza.
Più eri nobile e ricco e più diritti ti venivano riconosciuti.
Solo che questi di oggi (i democrats) cianciano di una società in cui le classi non ci sono più. Cianciano, appunto.
Sempre la cronaca ci narra di un tipo che, dopo anni passati a friggere patatine nei vari festival aggratis, al Fini fa vedere la sua carta d'identità e gli dice " ora non mi imbarazza più portare questo cognome" e l'altro che gli risponde " Hai visto il numero? Inizia con AN, vuol dire che abbiamo qualcosa di altro in comune"
Appunto, la merda.

domenica 23 agosto 2009

Consigli 2



Consiglio del mese di Agosto, puoi scaricarlo gratis

domenica 16 agosto 2009

Considerazioni controcorrente sulla lotta alla INNSE

Autore: Francesco Ricci

Ci sono mille ragioni di essere soddisfatti per la vittoriosa lotta della Innse.
I lavoratori della Innse hanno dato l'esempio di una lotta ostinata e controcorrente, che durava da ben prima che si accendessero le telecamere mediatiche,sempre alla ricerca dello scoop,del gesto estremo(la scelta da parte degli operai è stata ottima: in un altro modo difficilmente sarebbero arrivate le Tv figlie del capitalismo spietato); una lotta a cui Orgoglio Operaio aveva già,nel limite delle sue capacità,dato spazio,mentre l'insieme dei tanti amici odierni degli operai della Innse ancora non si vedevano(o erano impegnati sotto altre telecamere).

Questa lotta non si ferma alle burocrazie sindacali; questa lotta ha sfidato la legalità, che la borghesia ci ha imposto e il sacro diritto di proprietà; con una unità completa tra tutti i lavoratori della fabbrica: questo sa creare attenzione, richiamando la solidarietà dei lavoratori e dei militanti di tutta Italia.

Una lotta,appunto,che indica la necessità di un protagonismo diretto dei lavoratori nel prossimo autunno, quando i licenziamenti raggiungeranno livelli altissimi.

La mie osservazioni potrebbero fermarsi,ma come posso far finta di notare quanti avvoltoi volteggiano attorno a questa battaglia e alla vittoria assai fragile che è stata conseguita?

Perché di vittoria parziale, dimezzata, dobbiamo parlare, per essere sinceri.La tanto agognata socializzazione dei mezzi di produzione gli operai della Innse la vogliono e la vorrebbero, ma nn è possibile dentro un sistema capitalistico come quello attuale; perchè ci troveremmo,come già in realtà avviene e nessuno lo dice, a veder cooperative "socialiste" assumere persone con contratti atipici, o peggio ancora cooperative che licenziano. Questo gli operai della Innse,che non sono stupidi,(quando parli con loro,capisci che il Capitale di Marx l'hanno letto e l'hanno anche capito)lo sanno eccome.

Io sono stato il primo a urlare di gioia quando ho saputo della loro vittoria, ma ora mi pongo fuori dal coro a rischio di sembrare un poco settario agli occhi magari proprio dei vari Cremaschi, Rinaldini, Ferrero, ecc. Proprio loro in questi giorni si sono intitolati questa vittoria solo perché all'ultimo minuto sono accorsi e hanno sgomitato per farsi riprendere dalle telecamere, mentre prima nemmeno sapevano di questa lotta, come giustamente è stato denunciato dai lavoratori della Innse quando hanno visto arrivare, insieme a tanti compagni operai e fratelli veramente solidali, militanti sindacali e politici, anche un numero eccessivo di burocrati e star da tv regionali che spesso,ancor prima di informarsi sui fatti,si precipitavano verso la prima telecamera accesa per farsi intervistare o perlomeno per essere ripresi sullo sfondo,per far vedere che loro c'erano..ma prima dov'erano?
Certo ognuno ha i suoi impegni ognuno fa quello che può ...ma non se hai la presunzione e il compito di fare il politico per mestiere.

Questa meritata vittoria incomincia ad avere troppi padri. Mentre gli unici padri sono e saranno sempre gli operai della Innse.
Quando gli operai della Innse hanno appeso uno striscione con la frase "Hic sunt leones" (qui ci sono i leoni) rendiamci conto del fatto, che purtroppo, attorno ai leoni hanno iniziato a girare parecchi avvoltoi.

A dirsi soddisfatti sono infatti davvero in troppi; sarà forse perché le vittorie,hanno spesso molti padri. Vada per i burocrati sindacali e i dirigenti della sinistra governista,giunti all'ultimo minuto,retroguardia di ogni lotta.

Ma anche i padroni? Infatti si leva un coro immenso.E' soddisfatto il nuovo padrone; sono soddisfatti i padroni in generale; è soddisfatta la stampa dei padroni.

Il cavalier Attilio Camozzi, il nuovo padrone, che è un amicone dell'intermediario dell'accordo siglato, Maurizio Zipponi (già dirigente Fiom, poi membro della segreteria di Rifondazione Comunista,poi passato con Vendola e infine, con abiura del comunismo recitata sul Corriere della Sera, diventato "inviato tra gli operai" di Di Pietro), dopo essersi felicitato per la conclusione della vicenda e per la sua acquisizione (per 4 milioni di euro) della Innse, ha spiegato che ora occorre rimboccarsi le maniche "bisognerà lavorare di più.(thò guarda te!!).Produrre quello che vuole il mercato. Ridurre l'assenteismo". Camozzi, modestamente, non vuole essere chiamato padrone: "Il padrone è il mercato" mentre "imprenditori" (ma che brav'uomo) considera essere non solo i suoi familiari miliardari ma anche gli operai,con i quali nella sua azienda ha un rapporto "da padre a figlio" tanto da organizzare con loro persino,"tornei di calcio".

Si prospetta un futuro da miliardari per i lavoratori Innse...cavolo che culo!!

La cosa più aberrante sono state le dichiarazioni di Paolo Ferrero che lo ha definito "un padrone serio",E' uno che "si è fatto da sé",ed ora ha un buon numero di aziende e 3500 dipendenti, di cui 1600 in Cina,un benefattore internazionale ecco perchè il segretario di rifondazione lo ama tanto!!!!
Il giornale della Confindustria precisa"ora occorre tirare tutti la cinghia, padrone e operai."Siccome sono anni che lavoro e faccio l'operaio,so benissimo cosa vuol dire tirar la cinghia per i padroni..e la cinghia la faranno tirare a noi.

A leggere i giornali in questi giorni pare che la stampa padronale si sia schierata con gli operai.Daltronde un certo Luciano Gallino su Repubblica scrive "c'è da augurarsi nell'interesse generale" (che in parole povere, significa l'interesse dei padroni che pagano Gallino per scrivere quello che vogliono loro) che le proteste in autunno adotteranno forme simili, cioè - nella sua lettura (che deforma la lotta dell'Innse, iniziata ben prima dell'episodio della gru) - invece di scioperi e occupazioni "azioni mediatiche" per richiamare l'attenzione di chi di dovere,che poi si preoccuperà di sistemare le cose in nome del famoso "interesse comune" di padroni e operai.

Per quanto riguarda i burocrati sindacali,le dichiarazioni sono concordi con quelle dei padroni. La lettura della dirigenza Cgil è riassunta in una intervista rilasciata da Epifani che ha rivendicato un sindacalismo che sa mettere insieme gli interessi di padroni e operai e ha fatto notare che alla Innse, a differenza di quanto accaduto in Francia dove gli operai hanno sequestrato i manager, "il rischio lo corrono solo i lavoratori". Infine ha richiamato i padroni ad "avere un senso alto del dovere dell'imprenditore e della sua responsabilità sociale".

Se poi si leggono le dichirazioni rilasciate da Rinaldini e Cremaschi e da tutti i vertici della sinistra governista, da Ferrero a Diliberto,non escludendo Bertinotti. Il ritornello è quello di far credere ai lavoratori che i borghesi sono borghesi nell'interesse della classe operaia.Ma Va da via al cù!!! si dice cosi dalle mie parti..

Gli elementi davvero importanti della battaglia operaia alla Innse sono allora altri e vanno appunto rintracciati sotto le decine di interpretazioni interessate fornite dai padroni, dai loro amici sindacalisti e dalla sinistra governista.

E' bene aver ben chiare alcune cose,per non falsificare la vicenda.

Se è stato raggiunto un risultato e 49 operai non vengono licenziati,soltanto 15 di loro ritorneranno ora in produzione, mentre gli altri saranno messi in cassa integrazione straordinaria. La conservazione del posto di lavoro c'è ma è assai precaria.

I burocrati riformisti danno una visione puttosto scolorita della lotta della Innse (come del resto sono scoloriti i sindacati di questi sindacalisti).Loro vorrebbero che in autunno i lavoratori dovrebbero limitarsi ad alzare un po' il tono, a fare qualche corteo di rito,al più arrivando a qualche "azione mediatica" (come loro vogliono far apparire quella della Innse),per poi ritirarsi in buoni buoni lasciando fare alle burocrazie.

Cosi non sarà belli miei:perché siamo nel pieno di una crisi capitalistica di sovrapproduzione e il problema non è in generale risolvibile sostituendo a un "padrone speculatore" un "padrone serio" (tutti i padroni seri sono speculatori,andrebbe spiegarlo a Ferrero); sia perché la lotta degli operai della Innse ,non si è limitata alla "azione mediatica" di cui si è parlato in questi giorni,cioè ai cinque compagni operai saliti su di un carro ponte, ma è durata quasi un anno e mezzo, con l'occupazione della fabbrica, blocchi stradali, mesi di autogestione e presidio dello stabilimento.

Innse: premessa dell'autunno operaio.
Insomma, se padroni e burocrati sindacali si illudono che in autunno gli operai faranno solo un po' di sceneggiata si sbagliano.

Anzi: è proprio la lotta della Insse, con la sua parziale vittoria,con il suo esempio che già sta provocando contagio,a indicare un metodo generale per settembre esattamente opposto a quello che vorrebbero i padroni:lotte radicali,ad oltranza,scioperi,occupazi
oni delle fabbriche (ampliando una pratica che già negli scorsi mesi ha interessato decine di realtà,
ignorate dalle bladracche dell'informazione),coordinamento nazionale delle lotte.Tanto per cominciare.
E poi, per raggiungere qualcosa in più di qualche sebben importante vittoria parziale, proseguendo con l'imposizione dell'esproprio senza indennizzo delle fabbriche sotto il controllo dei lavoratori come unica risposta realistica e immediata ai licenziamenti di massa, in una prospettiva di ascesa generale e unitaria delle lotte contro il padronato e il suo governo.
Questo sarà il nostro autunno. E non basteranno gli avvoltoi riformisti per preservare i padroni dai leoni operai.

sabato 15 agosto 2009

Club Dogo Cronache di Resistenza Video

Cattivo ferragosto