mercoledì 5 settembre 2007

La soluzione finale per i rom.

I nazisti, gente seria ed organizzata, affrontarono l'emergenza degli zingari cercando, in primo luogo, di risolvere una questione per loro paradossale: essendo gli stessi originari dell'India erano anch'essi ariani. Robert Ritter (fondatore dell'ufficio d'igiene del Reich) adotto' , per la valutazione,il criterio di purezza della razza, cosa che gli permise di giungere alla conclusione che oltre il 90% degli zingari, appartenenti all'etnia Sinti e Rom, potevano essere catalogati tra i "sangue misto" ed in questo modo iniziare le prime deportazioni nel 1936 a Dachau.
Secondo i criteri adottati il discrimine per verificare la purezza di quegli individui era dato dalle loro usanze e costumi,essi furono stigmatizzati come persone inutili ed asociali,privi di struttura e carattere oltre che "proletari cenciosi".
Queste caratteristiche furono assunte dai biologi razziali come elementi identificativi di una forte proprnsione alla criminalità.
Nel 1937 Wilhelm Kranz scrisse"Poichè sarebbe assurdo continuare i tentativi compiuti da secoli per trasformare gli zingari con le buone o con le cattive in membri utili allo stato, lo stato ha il diritto e il dovere di liberarsi di loro il più presto possibile con il metodo più adeguato"
L'assistente di Ritter (Eva Justin) attaccò gli zingari indicandoli come violatori dell'etica del lavoro poichè erano nomadi primitivi che si cullavano sul dolce ozio.
nel 1947 Ritter fu nominato a Francoforte direttore dell'ufficio assistenziale per psicopatici e malati di nervi, la sua assistente Eva Justin il 1° Marzo 1948 ottenne un posto come "psicologa criminale" e poté dedicarsi alla consulenza per bambini difficili.
Gli zingari uccisi dai nazisti furono circa 500.000.
A differenza di quanto avvenne per gli ebrei non si hanno fonti che citino esempi di solidarietà a difesa di quelle persone.Eichmann, davanti ad un giudice istruttore ebreo dichiarò che "non vi furono da nessuna parte interventi di qualsiasi tipo a favore degli zingari"
Il 28 maggio 1942 il comandante del ghetto di Varsavia emise il seguente ordinanza:
-art,1 gli zingari, che si trovino sul territorio del distretto di Varsavia al di fuori del quartiere ebraico, devono essere condotti nel più vicino quaartiere ebraico.
-art.3, gli zingari, che dopo il trasferimento nel quartiere ebraico abbandonino illegalmente detto territorio, saranno puniti con carcere e ammenda di 10 mila zloty e nei casi più gravi con reclusione in penitenziario a norma della sopraccitata ordinanza.


Questi accenni storici, in cui ricorrono temi classici del perbenismo piccolo borghese, mi hanno fatto pensare che in realtà Dominici più che a Lenin pensava, inconsciamente(?), a questi "risolutori pragmatici" quando parlava del problema dei Rom e dei lavavetri.

lunedì 3 settembre 2007

Poveri e lavavetri ed un omicidio

Cosa c'è di disprezzabile in un uomo o donna che si alza al mattino, prende un secchio di plastica e sta lì per ore a cercare di elemosinare qualche euro pulendo il vetro di un'auto?
Si dirà, il racket è alle spalle di quella gente e poi sfruttano anche i bambini.
Sarà, ma allora perchè non ce la prendiamo con il racket ed offriamo condizioni dignitose di vita a quella gente. Non è che con un foglio di carta bollata i poveri spariscono, e non sparisce neanche l'intolleranza. Oggi la gente non sopporta nulla a prescindere da quello che uno fa, siamo di volta in volta vittime e carnefici. Siamo fannulloni se impiegati statali, evasori se artigiani o liberi professionisti, drogati e bulli se studenti. Non sopportiamo quelli che ci mettono i volantini nella cassetta della posta, quelli che ci telefonano a casa per venderci qualcosa e quelli che vendono porta a porta. preferiamo luoghi asettici in cui cercare merce, che siano prima di tutto posti in cui isolarci senza che qualcuno ci spieghi come è fatto un prodotto. Siamo in imbarazzo in ascensore se siamo in più di uno (noi stessi).Facciamo fatica a parlare di qualcosa che non sia calcio o lavoro. Da giovani pensiamo che la vita sia una lunga linea retta fatta da millenni e non da ore, ci sentiamo potenti ed arroganti.Da vecchi ci immalinconiamo e pensiamo di aver sprecato il tempo che ci è stato dato e non abbiamo nè ricordi nè gente paziente attorno. E allora cerchiamo il diverso, il debole, l'altro su cui buttare le frustrazioni del nostro vivere. Non ci tornano i conti nella nostra vita ordinata , come è possibile che ci sia gente che vive così, con regole che non sono le nostre, con una dimensione del tempo e delle vita così lontana da quella che ci hanno inculcato sin da piccoli. vestiti in modo così "strano", itineranti sulle strade e senza fissa dimora, che vivono accontentandosi di scarti e di elemosina.
In tutto questo modo ipocrita di rapportarci nessuno che abbia l'onestà di spiegare cosa farebbe al posto loro. Cosa farebbe di fronte ad una vita spesa senza opportunità, in un contesto in cui ti senti tutti i giorni gli occhi addosso come se fossi il primo dei criminali. anche se suoni un organetto in metropolitana o hai un secchiello ed uno spazzolone. Sei uno del racket e non lo sai. Della tua vita conosce ogni particolare quel giornalista o quella signora con la messa in piega recente, non hanno mai diviso un minuto della loro vita con te ma loro sanno e tu no!
L'unico articolo degno di nota che ho letto sull'argomento è di Barbara Spinelli e lo ha scritto sulla Stampa.
Alcuni brani


" Quel che conta è fare subito qualcosa di spettacolarmente repressivo che però non costi inimicizie di lobby troppo potenti:lavavetri o nomadi sono ottimi, essendo senza difesa.
Colpisce la perdita di memoria, su quel che è stata la questione del nomadismo e della povertà in Europa.I poveri un tempo santificati e poi criminalizzati, che in alcune disposizioni medioevali venvano chiamati inutili al mondo e che nel 600 furono soprannominati poveri che lo meritano.
Quando Marco Revelli mette in guardia contro queste fantasie igienico-repressive non è un vecchio stereotipo che mette in scena. Mette in scena quello che è stato l'itinerario d'Europa. Ricorda che il vero stereotipo non è l'assistenza inclusivo del diverso, ma l'illusione di poterlo allontanare dagli occhi bandendolo. Giacchè che è così, bandendo gli ultimi, che nell'800 e 900 è nata -apparendo insolubile senza violenza rivoluzionaria-la questione sociale.
E' una resistenza che nasce sia dentro il cristianesimo nel 500 (Filippo Neri difensore degli zingari che papa Ghisleri vorrebbe bandire da Roma; Vincenzo dé paoli che si ribella agli ospizi prigione) sia nella società secolarizzata (sommosse di artigiani e operai, poi nell'800 socialismo).In tutto questo roma e l'Italia sono stati avanguardia.nella crudeltà e non crudeltà"

Non ci vuole molto oggi a fare il salto della barricata, passare dal minimo indispensabile che abbiamo per sopravvivere al nulla ed alla necessità di soddisfare i bisogni primari della nostra esistenza.
E' molto più difficile abbaterlo un muro di diffidenza che costruirlo partecipando al massacro quotidiano dello stereotipo proposto alla coscienza della gente. E se questo lo facciamo con lucidità intellettuale siamo colpevoli più di tanti che vorremmo giudicare ed ingabbiare.
Così come non ci vuole molto ad avere stravolta la tua vita, passare dall'ordine dei giudizi piccolo borghesi contro gli altri al banco degli imputati per un gesto irrazionale e violento.
pensavo a tutto questo oggi quando ho aperto il giornale ed ho letto quella notizia.
quell'uomo, che conosco come persona mite, è diventato un carnefice ed ha ucciso una persona a testate per un niente. Qui a Torino città ordinata e quadrata ai piedi delle Alpi. in cui l'esercizio che va di moda è avvelenare l'anima della gente.

domenica 2 settembre 2007

Concentrazione , libero mercato e proprietà privata

L'approccio usato dal sottoscritto, per indagare e discutere di fenomeni di natura economica, è influenzato dal pensiero di Marx ed in particolare dai concetti che sono alla base del materialismo storico. Il metodo empirico d'indagine si avvale di "modelli teorici" che sebbene supportati da dall'osservazione empirica della realtà ne rappresentano un approssimativo esatto della stessa e non riescono ad andare oltre quella che Marxianamente possiamo definire come "la ricostruzione del pensiero di essa".
per andare oltre l'apparenza ci avvaliamo di un modello teorico e di un sistema di concetti sulla base dei quali ricostruiamo le leggi di movimento che regolano la natura del fenomeno.
Marx ci ha lasciato una esposizione della struttura e del funzionamento complessivo del "movimento reale dell'economia capitalista" , per questo non ci accontentiamo di indagare le forme particolari in forma di percezione spontanea del fenomeno, ma vogliamo descrivere il sistema di relazioni interne ed esterne che stanno alla base della sua genesi e del suo sviluppo.
I fenomeni dell'economia si presentano in forme storiche-congiunturali che ne modificano la forma ,senza per questo inficiare la validità delle leggi fondamentali che ne rappresentano la struttura portante.
Il paradosso del pensiero di Marx porta alla scoperta delle contraddizioni dello sviluppo del capitale, prima di dare qualche numero sui fenomeni oggetto del titolo del post ricordiamo cosa scrisse a proposito della proprietà privata:

"Ci si è rinfacciato, a noi comunisti, che vogliamo abolire la proprietà acquistata personalmente, frutto del lavoro diretto e personale; la proprietà che costituirebbe il fondamento di ogni libertà, attività e autonomia personale......Parlate della proprietà del minuto cittadino, del piccolo contadino che ha preceduto la proprietà borghese? Non c'è bisogno che l'aboliamo noi, l'ha abolita e la va abolendo di giorno in giorno lo sviluppo dell'industria"

Questo estratto ironizza su ciò che è movimento di un fenomeno nell'economia del capitale e su ciò che ideologicamente ne rappresenta una contraddizione. La polarizzazione della ricchezza e la concentrazione in poche mani dei mezzi di produzione, di per sé, oltre che elemento di diseguaglianza è fenomeno di esproprio di quel diritto che l'ideologia vorrebbe preservare.

In un paragrafo del suo libro "Come un'onda che sale e che scende", Volmann scrive (estratti):
"L'avvocato Clarence darrow credeva che le prigioni e i penitenziari di tutti i paesi del mondo fossero pieni fino a traboccare di uomini e donne accusati di reati contro la proprietà.
Stimava che le persone chiamate in giudizio con reati contro la proprietà fossero il 90%. L'FBI (quasi un secolo dopo) riconduceva alla questione della proprietà il 91,2% di tutti i crimini registrati (le statistiche relative alla Parigi del XVIII secolo sono pressoché identiche), e la cifra è quasi certamente sottostimata.

Nel 1910, in Inghilterra, il 10% della popolazione possedeva quasi il 50% della ricchezza; negli anni 50, malgrado le riforme, il rapporto restava invariato. (E' cambiato qualcosa da allora nella proporzione? mia nota)

Forse Licurgo, legislatore spartano, non aveva poi così torto quando proponeva di limitare e distribuire in modo omogeneo i beni disponibili."


Nello stesso modo in cui l'ideologia santifica il principio di libertà d'impresa, di concorrenza e di proprietà, l'economia reale ha strutturalmente la tendenza alla concentrazione in pochi soggetti dei mezzi di produzione e specularmente l'allargamento della forbice tra chi ha e chi non ha.

Vediamo qualche fenomeno in atto in alcuni settori dell'economia nazionale ed internazionale:

-industria farmaceutica
-agroalimentare

INDUSTRIA FARMACEUTICA
Ecco, nell’ordine, le più importanti case farmaceutiche al mondo nel 1980:
  1. Hoechst (Germania)
  2. Hoffmann La Roche (Svizzera)
  3. Merck (USA)
  4. Sandoz (Svizzera)
  5. Pfizer (Germania)
  6. Warner Lambert (USA)
  7. Rhone-Poulenc (Francia)
  8. Upjohn (USA)
  9. Bristol-Mayer (USA)
  10. Squibb (USA)
  11. Shering Plough (USA)
  12. Abbott (USA)
  13. Smith Kline (USA)
  14. Glaxo (Gran Bretagna)
Ed ecco l’elenco delle prime dieci industrie farmaceutiche al mondo vent’anni dopo, esattamente nel 2001:
  1. Pfizer (USA), con un fatturato di 25,5 miliardi di dollari e il 7,4% di quota di mercato.
  2. GlaxoSmithKline (USA-Gran Bretagna), che il 25 aprile 2003, in conseguenza della pressione politica e di cause pendenti negli Stati Uniti, ha annunciato di aver tagliato del 43% il prezzo del suo trattamento di punta Combivir per le persone infette dall’Aids nei Paesi poveri, portandolo a 90 centesimi di dollaro al giorno9.
  3. Merck & Co (USA)
  4. Astra-Zeneca (Svizzera-Gran Bretagna)
  5. Bristol-Myers Squibb (USA)
  6. Aventis (Germania-Francia)
  7. Johnson & Johnson (USA)
  8. Novartis (Svizzera)
  9. Pharmacia (Svizzera-USA)
  10. Eli Lilly (USA)
Che cosa si evince da questo secondo elenco? “La scalata delle aziende statunitensi a scapito di quelle europee, le fusioni transnazionali e la progressiva concentrazione del mercato nelle mani sostanzialmente di dieci aziende, che nel 2000 arrivano a gestire il 48,8% della quota di mercato, a confronto del 24,5% del 1980”, spiega ancora il Rapporto 2004 Salute e Globalizzazione. “Questi mega-gruppi esercitano un’influenza sempre maggiore nei confronti dei governi nazionali: ognuno di essi ha ormai un giro finanziario che è superiore al prodotto interno lordo di oltre la metà dei Paesi del pianeta”.Sul fronte dei brevetti farmaceutici, poi, le nazioni industrializzate detengono il 97% di quelli esistenti a livello mondiale, e più dell’80% di quelli concessi ai Paesi poveri sono di proprietà di singoli cittadini dei paesi industrializzati. Tuttavia, il WTO, World Trade Organization, viene spesso tirato in ballo oggi per impedire ai Paesi poveri di ripercorrere con successo la stessa strategia di sviluppo industriale che ha portato alla realizzazione di quei brevetti. Gli “accordi Trips”10, infatti, ribaltano la questione:mettono la parola fine al processo biologico-chimico-ingegneristico inverso che ha permesso a molti Paesi del Sud del mondo di arrivare a produrre qualsiasi tipo di farmaco. E nel fare questo si barricano dietro il Know-how che ha permesso la creazione di un’industria dei Paesi ricchi, e che lasciando le medesime opportunità ai Paesi poveri finirebbe per favorire l’invenzione di nuove terapie farmacologiche lontano dai centri di potere dei mega-gruppi farmaceutici. “Lo si è visto nel caso del pranzi-quantel”, precisa Nicoletta Dentico, “per il quale un produttore generico sudcoreano ha scoperto un processo di fabbricazione più efficiente di quello del detentore del brevetto, che è la Bayer”. I Paesi in via di sviluppo, in buona sostanza, dovranno pagare somme ingenti nei prossimi anni per i diritti sui brevetti:secondo la Banca Mondiale, circa 40 miliardi di dollari.

Agroalimentare Italia- estratto da Promotion obiettivi e strategie

Il comparto agroalimentare italiano è il secondo in termini di fatturato dopo il settore metalmeccanico con un valore della produzione che ammonta a 107 miliardi di Euro
ll settore agroalimentare è composto in massima parte da PMI anche se, a seguito dei fenomeni di concentrazione in atto da anni, oltre il 50% del fatturato è realizzato da un numero limitato di imprese multinazionali e grandi gruppi industriali italiani. Nonostante il processo di concentrazione le dimensioni medie delle aziende italiane non sono sufficienti ad assumere capacità operative adeguate a confrontarsi con il settore distributivo, dove, soprattutto a livello internazionale, la GDO sta assumendo un ruolo predominante, riducendo, quindi, notevolmente la forza contrattuale di aziende di piccole dimensioni.
Per quanto detto precedentemente, al fine di conseguire una maggiore capacità competitiva si rende necessario:
  • Aumentare la dimensione produttiva, o almeno concentrare l'offerta commerciale;
  • Rafforzare la politica nazionale di export promotion come supporto alla crescita aziendale e come fattore di riequilibrio della competitività internazionale, soprattutto per le imprese medio-piccole e meridionali.
  • Avviare i meccanismi per la progressiva strategia unitaria dell'intera filiera
Potremmo continuare all'infinito con settori "pesanti" come la metallurgia, o servizi come i trasporti e la logistica (i maggiori operatori, oggi, si contano sulle dita di una mano), potremmo sconfinare nel mondo dei media e della pubblicità così come in quella della telecomunicazione e del credito (banche).
La tendenza è quella. ed è una tendenza rispetto alla quale esistono delle spiegazioni legate alla logica dei numeri e della statistica industriale.

Riporto un estratto di Christian Garavaglia del 2006 :


La struttura di mercato(concentrazione) dipende
dalla entità deicostifissi(+) e dalla dimensione del
mercato(-)
2) La strutturadi mercato si mantiene concentrata
anche quandola dimensione(la domanda) cresce
indefinitamente
Esaminiamo i costi esogeni procedendo nei termini di un gioco composto di due stadi. Al primo stadio del gioco, l'impresa sostiene costi
fissi che sono associati all'acquisizione degli impianti per avviare l'attività(costi di setup). Questi costi fissi affrontati al primo stadio del
gioco sono considerati come costi irrecuperabili e non hanno alcun ruolo nella determinazione delle politiche di prezzo prese dall'azienda durante
la gestione ordinaria della sua attività. Nell'analizzare poi la competizione di prezzo al secondo stadio, si presume che tutte le imprese
operino allo stesso livello costante di costo marginale una volta fissati i propri prezzi. I prezzi fissati al secondo stadio dipendono dai costi di
setup solo indirettamente, vale a dire, solo per l'influenza che essi hanno sulle decisioni d'ingresso nel mercato al primo stadio. Ne segue che
ingressi eccessivi nel settore possono condurre al fallimento, perchè i prezzi fissati al secondo stadio possono non coprire totalmente i costi di
investimento iniziale.
I costi endogeni sono quelli su cui l'impresa ha potere decisionale, in quanto
vengono sostenuti a seguito di scelte discrezionali. Essi possono essere di diversa
natura: i costi pubblicitari ne sono l'esempio più evidente.
• Sono costi sopportati con lo scopo di modificare ed influenzare la volontà a
pagare dei consumatori (la domanda) e quindi sono scelte strategiche
dell’impresa!
• Supponiamo che, sostenendo maggiori spese promozionali al primo stadio del
gioco, un'impresa riesca a rispondere successivamente alla domanda per i suoi
prodotti. Ciò equivale a dire che, per ogni livello di prezzo fissato dalle
concorrenti, la curva di domanda dell'impresa aumenta. E' ovvio che le decisioni
prese al primo stadio possono portare ad una escalation di spese delle imprese, e
condurre così a costi non recuperabili più alti al livello di equilibrio. Inoltre,
quanto più grande è la dimensione del mercato (e quindi i profitti raggiungibili
allo stadio 2), maggiori saranno gli incentivi per le imprese ad investire in tali
costi fissi per potersi accaparrare parte della domanda di mercato.
Ciò che è emerso è che esiste, in condizioni generali, un limite inferiore al
livello di equilibrio della concentrazione del settore, indipendentemente
dalle dimensioni che può raggiungere il mercato. Il livello di questo limite
dipende da come la domanda affrontata dalla singola impresa risponde agli
aumenti delle sue spese fisse (nel nostro caso pubblicitarie) al primo stadio
del gioco. Maggiore è il grado di risposta della domanda, maggiore sarà il
limite inferiore dei livelli di concentrazione del settore.
• A queste condizioni, aumenti nella dimensione del mercato non possono
portare ad una sua frammentazione; piuttosto, sarà prevedibile una
escalation competitiva delle spese all'inizio del gioco che farà elevare il
livello di equilibrio dei costi non recuperabili (e quindi i profitti totali che le
imprese potranno dividersi in equilibrio saranno minori...e quindi sarà
minore il numero delle imprese che possono sopravvivere in equilibrio)
sostenuti dalle imprese già presenti nel settore ogni qualvolta la dimensione
del mercato aumenterà, evitando perciò la tendenza alla frammentazione
(vedere esempio del mercato della Birra sul Cabral, pag. 302).

Cosa comportano questi fenomeni nella società, nelle relazioni tra individui,nelle conseguenze in cui organizziamo la società e le sue componenti in funzione degli interessi in gioco, nel significato vero che vogliamo dare alla nostra azione politica ed a ciò che di questa realtà vogliamo cambiare è ciò di cui voglio parlare. Partendo da un assunto: quello che è dato oggi non è immodificabile e non è frutto di fenomeni naturali, sono le scelte consapevoli degli uomini che possono determinare i cambiamenti necessari per rendere questo sistema più giusto. quali? Io partirei proprio da dove partì Marx : il possesso dei mezzi di produzione.

sabato 1 settembre 2007

I ricchi sono una risorsa

Una settimana fa Veltroni ha rilasciato un'intervista nella quale ha anche affermato che la sinistra deve imparare che il nemico non è il ricco ma la povertà.
Questo concetto è stato ripreso, il giorno dopo, da Milly Moratti in una intervista alla stampa. la sintesi del suo pensiero è questa:
1- bisogna saper distinguere tra chi i soldi li ha fatti creando valore per la comunità e chi fa fortuna speculando
2- la missione dei ricchi è quella di produrre ricchezza che dia impulso all'economia e sia foriera di opportunità di lavoro per la comunità, i ricchi come classe dirigente consapevole
3- il processo del punto 2, se fatto senza rotture di balle, deve essere realizzato all'interno dei confini nazionali senza delocalizzazioni che impoveriscono il paese.
La sintesi forse è un pò brutale e semplice ma contiene il senso delle parole della Milly.
Che dire ?
Intanto constatiamo il disagio di dover distinguere, moralmente, tra due tipi di ricchezza : quella speculativa e quella della economia "reale". I compagni di Walter, all'epoca di Fiorani ed i furbetti del quartierino, non sottilizzavano neanche su questo.
Potremmo cercare di risalire alle origini ed al modo in cui qualcuno è diventato ricco e molti no. Quanta spazzatura sotto i tappeti di quei salotti buoni.
Credo che il concetto di ricchezza, in se, ha una varietà di elementi che possono soddisfarne il significato che non necessariamente deve essere ricondotto a fatti di ordine materiale.
Perchè questi signori hanno bisogno di legare la ricchezza solo allo status economico che li distingue dalla maggioranza di noi? Uno può essere ricco di talento e dotato di capacità che mette a disposizione della comunità, si può essere ricchi per il semplice fatto di vivere in un ambiente a dimensione uomo senza l'assillo di primeggiare su qualcuno, in un contesto sano dal punto di vista naturale e guadagnare in salute, si può essere ricchi di soddisfazioni perchè le persone che hai intorno riconoscono nelle cose che fai valore per la vita della gente.
Eppure per questi il concetto è drasticamente e squallidamente materiale. hanno bisogno della ricchezza materiale perchè dei valori non sanno cosa farsene. Quella ricchezza che gli permette di isolarsi dalla massa quando è necessario, preservare la propria specie pagando per la propria salute a discapito di chi questo non lo può fare, costruirsi angoli incontaminati di mondo ecologicamente compatibili fuori dal caos quotidiano e dal veleno per comuni mortali.

La ricchezza materiale è un elemento di distruzione della solidarietà tra le persone, porta all'individualismo senza regole, esaspera il concetto di difesa del territorio e della proprietà perchè allena la testa e l'animo degli individui a soddisfare l'ego con il nulla del primato del danaro.
I ricchi non sono un nemico, lo diventano quando per loro bisogna sacrificare risorse che sono di tutti, quando ambiscono ad espropriare le persone della capacità di decidere guardando agli interessi generali e decidere in funzione di quelli.

La povertà è lo specchio speculare della ricchezza. Se la quantità di quello che è disponibile (risorse, opportunità e quant'altro è necessario a vivere) è distribuito in modo diseguale per la pretesa di salvaguardare interessi particolari quella ricchezza è un elemento di pericolo e va combattuta.
Per questo la Milly è una simpatica persona ma, fino a quando non avrà la possibilità di vivere coerentemente sulla sua pelle la differenza tra ricchezza materiale e povertà da povera, irrimediabilmente una nemica.

venerdì 31 agosto 2007

Merdaccia

Mentre Fiorani impazza in televisione, la Melandri si sente male a Filicudi, Wualter gira le Maldive con la famigliola, il Vaticano continua a non pagare l'ICI, i consiglieri regionali hanno un adeguamento automatico dello stipendio (+ o - 5.000 € all'anno), continua la produzione di merda che non si capisce come smaltire, si bruciano i boschi e manca l'acqua, il contratto dei metalmeccanici langue, i poveri continuano a crepare male ed i ricchi bene, insomma mentre il cielo diventa sempre più blu..... in tutto questo bel casino spunta un nuovo invasore: IL LAVAVETRI ED IL RACKET.
Questo popolo meraviglioso di merdacce si riconosce come un sol corpo nella iniziativa di quel democratico assessore che vive vicino alla gente e grida: IN GALERA, IN GALERA.
Finalmente un paese unito, finalmente una coscienza civile che sfavilla e ci induce all'ottimismo.
Cosa può consolarci? Essere destinati tutti a far da concime alla terra, insieme ai lavavetri e come gli scarti e la merda.

sabato 11 agosto 2007





CI RIVEDIAMO TRA UN PAIO DI SETTIMANE..POLLI!!!!!

Contare i morti e gli infortuni dei precari-ovvero l'onestà intellettuale.

Intorno alle parole di caruso si è scatenata un'onda di sdegno che ha come obiettivo quello di gettare fumo su un fenomeno, quello della precarizzazione del lavoro, e delle conseguenze sociali che questo si porta dietro.
Potremmo eccepire qualcosa sulla forma che caruso ha usato solo alla condizione che si fosse in un contesto in cui prevale l'onestà intellettuale di chi commenta.
In particolare ho avuto la sventura di imbattermi in un paio di commenti che denotano, oltre all'approssimazione data dalla capacità di mettere insieme una benchè minima analisi seria sul fenomeno, un feroce antagonismo nei confronti di chi usa il suo tempo a svelare l'ipocrisia che ammanta questo nostro sistema.
Tal olivieriinfausto nel commentare in modo anonimo (la forza degli argomenti necessita del muro dell'anonimato dietro cui nascondersi) un post, indica nel rapporto Inail la fonte per rafforzare l'accusa di "cialtronismo" nei confronti di chi indica nella legge Treu ed in quella Biagi un elemento che ha portato al peggioramento delle condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro ( in particolare per quanti fruiscono di forme contrattuali regolamentate dalle loro leggi) .
Curioso, sono andato a leggere la tabella a cui il nostro eroe fa riferimento.

Questi sono i dati:
  • Apprendistato :
  • infortuni
    • 2006 n° 26787
    • 2005 n° 26123 incremento +2,5
  • morti
    • 2006 n° 31 (per il 2006 i dati di questo tipo non sono consolidati)
    • 2005 n° 26
  • Dipendenti :
  • infortuni
    • 2006 n° 789.431
    • 2005 n°784.797 incremento +0,6
  • morti
    • 2006 n° 1.058 (per il 2006 i dati di questo tipo non sono consolidati)
    • 2005 n° 1.012
  • di cui interinali:
  • infortuni
    • 2006 n° 16.085
    • 2005 n° 13.528 incremento +18,9
  • morti
    • 2006 n° 10 (per il 2006 i dati di questo tipo non sono consolidati)
    • 2005 n° 8
  • Parasubordinati:
  • infortuni
    • 2006 n° 9003
    • 2005 n° 7556 incremento +19,2
  • morti
    • 2006 n° 22 (per il 2006 i dati di questo tipo non sono consolidati)
    • 2005 n° 14
  • Autonomi :
  • infortuni
    • 2006 n° 102.777
    • 2005 n° 121.492 incremento -15,4
  • morti
    • 2006 n° 191 (per il 2006 i dati di questo tipo non sono consolidati)
    • 2005 n° 222

Le leggi Treu e Biagi si sono occupate proprio di quelle tipologie contrattuali (apprendisti, interinali, parasubordinati) su cui il fenomeno degli incidenti ha avuto una recrudescenza significativa in valore assoluto (+ 4598 infortuni) con percentuali di crescita a due cifre e con un saldo di 15 vittime ( 63 vittime contro le 48 del 2005) in più sulle somma delle tre voci (pur in presenza di un ridimensionamento del fenomeno nel suo complesso se si sommano autonomi e dipendenti).
Esattamente quello che afferma il rapporto Eurispes Ispel che riprende i dati e li mette in relazione alle forme contrattuali oggi di moda.
Questo il testo di un articolo di davide Orecchio che commenta lo studio.

Gli atipici rischiano infortuni, malattie professionali e morti sul lavoro molto più dei lavoratori tradizionali. In particolare tra i lavoratori temporanei i tassi di mortalità e di infortunio sono almeno due, tre volte superiori a quelli dei lavoratori stabili e permanenti, essendo generalizzata la tendenza ad assegnare a questi ultimi i compiti pericolosi, rischiosi o da prestarsi in ambienti insalubri che il personale regolare dell’impresa di norma rifiuterebbe. E' quanto emerge dalla ricerca “Incidenti sul lavoro e lavoro atipico", presentata questa mattina a Roma, a cura dell'Eurispes (l'Istituto di studi politici economici e sociali) e dell'Ispesl (l'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro).

Per la flessibilità che ne connota il modo di lavorare, per le condizioni estremamente individualizzate e slegate da ogni contesto collettivo, gli atipici, secondo l'indagine, sono sottoposti a rischi molto superiori alla norma. Spesso nel loro caso la legislazione vigente non viene osservata e, venendo a mancare la tutela sindacale, è quasi impossibile denunciare gli abusi e ottenere garanzie per la categoria. E' una situazione che riguarda più di 6 milioni di lavoratori tra co.co.co, interinali, impiegati a tempo determinato o parziale, apprendisti e giovani in formazione lavoro. E che riguarderà sempre più persone. Se infatti negli ultimi due anni il tasso di incidenza degli atipici sul totale delle forze lavoro è passato dal 20,4% al 27,7%, non appena le leggi sul mercato del lavoro del centrodestra andranno a pieno regime il loro peso aumenterà ancora di più. E anche la loro insicurezza, in mancanza di interventi sulla prevenzione e tutela dagli infortuni.

Nel presentare la ricerca, il direttore dell' Ispesl Antonio Moccaldi ha stimato che il costo degli infortuni per questa categoria si avvicinerà all'1% del Pil se entro l'anno gli atipici raggiungeranno la soglia del 30% del totale degli occupati (come ha previsto l'Osservatorio dell' Eurispes). Per questa ragione, secondo il direttore dell' Ispesl, e' necessaria una revisione ''in termini sostanziali'' della legge 626 sulla sicurezza sul lavoro. Moccladi ha sottolineato che ''l'aver recepito la direttiva Cee (91/383) sulla tutela della salute e sicurezza dei lavoratori temporanei non e' ancora sufficiente. L' Ispesl - ha aggiunto - ha gia' presentato una proposta di modifica alla 626 e ne presentera' una relativamente ai lavoratori atipici anche per la riforma Biagi''.

In totale, il costo degli infortuni in Italia ammonta a 28 miliardi di euro, il 3% del Pil. In quattro anni tra i lavoratori atipici (esclusi co.co.co e interinali, per i quali non esistono statistiche nazionali) gli incidenti sul lavoro sono passati da circa 25 mila nel 1997 a oltre 40 mila nel 2000, con un aumento per il part-time dal 4,7% del 1997 al 10,5% nel 2000.

Dalla ricerca Eurispes-Ispesl emerge che, per la sua stessa natura e struttura, il lavoro flessibile comporta un maggior rischio di incidenti e di malattie professionali, benché la frequenza degli infortuni nel lavoro atipico sia estremamente variabile e disomogenea. Nel lavoro atipico il fattore di rischio infortunistico è legato, pertanto, alla mutata organizzazione del lavoro, ed è amplificato dal notevole numero dei lavoratori occupati. La ricerca ipotizza inoltre che ad aumentare saranno tecnopatie ancora non prese in considerazione, come quelle legate ad un continuo utilizzo di supporti elettronici (posture, microtraumi, ecc.), insieme agli infortuni in itinere, ossia dovuti alla maggiore mobilità che verrebbe favorita in caso di lavoro interinale o part-time.

L'indagine sottolinea anche come l’Inail (l'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) attribuisca proprio alla maggiore flessibilità il fatto che gli incidenti sul lavoro non diminuiscono, individuando una correlazione tra gli infortuni in ripresa negli ultimi anni e la proliferazione delle aziende individuali. Secondo l’Inail la flessibilizzazione del lavoro porta a spostare l’attenzione dall’azienda ai singoli lavoratori, sempre più autonomi e da considerarsi individualmente, che divengono quindi inevitabilmente «gestori e beneficiari di una strategia individuale di prevenzione».

Lo studio Eurispes-Ispel evidenzia l'esistenza di "una forte relazione tra precarietà occupazionale e cattive condizioni di lavoro". Tale relazione "è dovuta in primo luogo a variabili di tipo strutturale - si legge nella ricerca -, ovvero al fatto che i lavori che comportano condizioni di lavoro problematiche sono occupati più spesso da lavoratori con contratti di tipo temporaneo (a termine o interinale); in secondo luogo ad una relazione più diretta tra impiego di tipo precario e cattive condizioni di lavoro". Come dire che, se sei atipico, è più facile che ti assegnino mansioni rischiose dalle quali non hai nemmeno le tutele e prevenzioni dei lavoratori dipendenti.


Cosa può portare un commentatore a gioire del fatto che di interinali ne sono morti solo 10 contro gli 8 del 2005 (tra l'altro tacendo sul fatto che il dato non è consolidato), dimenticando quello che accade a chi utilizza altre forme regolamentate dalle leggi in questione?Sorvolando sui dati relativi agli infortuni?
Questo,svela un quadro preoccupante sulla qualità dell'informazione e su ciò che ci gira intorno.
Mettere a tacere Caruso che senso ha di fronte ad evidenze così palesi del fenomeno?
Per come ragionava Max Weber, non ci limitiamo a fare scelte con cuore puro (caratteristica del credente),la responsabilità oggi riguarda anche le conseguenze prevedibili delle nostre scelte.

venerdì 10 agosto 2007

SOLIDARIETA'


Solidarietà a Caruso.
Solidarietà a chi muore sul lavoro.
Solidarietà a chi è un costo per le aziende.
Solidarietà a chi non è nelle statistiche e muore lavorando in nero.
Solidarietà a chi muore di cancro per malattie professionali e non viene conteggiato nelle statistiche.
Solidarietà a chi si batte contro questo sistema di cose.
Solidarietà alle migliaia di mutilati e di infortunati.
Solidarietà a chi è sotto ricatto.
Solidarietà a chi non ha un cazzo da perdere.
Solidarietà a chi non ha paura delle parole ma ha paura di chi vive nella torre di cristallo, pontifica e fa leggi che creano gabbie di diritto che legalizzano l'abuso ed il ricatto.

giovedì 9 agosto 2007

Mercato, morale, morti, soldi

Quattro parole che hanno una relazione costante con quella scienza imperfetta che è l'economia.
Il mercato si trascina dietro una "filosofia" che permea la quotidianità della vita degli individui, produce, insieme alle merci, i valori che ne giustificano la corsa all'infinito del loro consumo. Crea una morale negli individui che li porta a vivere in maniera scissa il rapporto che hanno con se stessi, gli altri e la natura. Produce un soggetto alienato, ridotto a protuberanza di un sistema che non controlla, da cui è espropriato nelle scelte fondamentali per se e per la comunità in cui vive. Il mercato produce morti, non soltanto tra quanti ci lasciano le penne sul luogo del lavoro, produce morti vivi.Nello stesso tempo il mercato è fonte di speranza.Soldi.Come gli idoli erano simboli e punto di riferimento per le speranze il danaro è l'idolo del nichilismo mercantile.
Per dirla in termini di marketing , il mercato è "segmentazione sistematica dei consumatori e micro-marketing".Il mercato riduce la vita degli individui a stili di consumo.
"fino ad un tempo non lontano-fino alla civiltà- la natura era soggetto e non oggetto.Nella società dei cacciatori-raccoglitori non esisteva alcuna netta separazione o gerarchia tra l'umano e il non umano"
Cosa siamo, oggi noi e ciò che ci circonda, se non oggetti nella prospettiva e nella logica del mercato.
Il mercato, come la tecnologia, non è un oggetto neutro.la sua reificazione ha portato a trattare la scienza che ne definisce i perimetri , i contenuti e la sostanza (l'economia) come un oggetto naturale , normale ed indiscusso . Analizzarne e scinderne le relazioni, valutarne gli effetti ed i risultati, vuol dire portare fino in fondo non solo la sua critica ma anche il nostro modo di opporci a quello che lui vuole che noi si sia.

mercoledì 8 agosto 2007

Treu il liberalizzatore

L'intervista che Treu ha concesso alla Stampa è sconcertante. Misura il grado di confusione di uno che blatera di liberalizzazioni e nello stesso tempo di diritti dei lavoratori.
La sintesi delle sue posizioni è questa:
1- le liberalizzazioni sono un bene perchè producono servizi a basso costo (cita le compagne low cost)
2- il problema della scarsa efficienza degli aeroporti di Roma di pende dai mancati investimenti in strutture adeguate a gestire la crescita esponenziale del traffico passeggeri
3- lui è un liberalizzatore ma vuole che lo stato sanzioni chi non rispetta gli standard
4- il problema è quindi dell'enac che non ha sorvegliato a sufficienza
5- non si risponde alla globalizzazione comprimendo i diritti dei lavoratori ma con la competitività
6- le leggi per ammorbidire la precarietà sono state fatte tocca ai sindacati fare il proprio mestiere.Il pubblico non può vietare la concorrenza.


Questo è anche professore nonchè parlamentare e autore di una di quelle leggi per cui i precari rimarranno precari a vita.
Perchè è sconcertante l'intervista? Perchè ostinatamente questi personaggi si rifiutano di raccontare le cose per come sono.
la liberalizzazione, e la crescita dei concorrenti, è una falsa questione. Il mercato, per come è messo, và nella direzione di una concentrazione in poche mani di fette sempre più importanti di business.
E' esattamente il contrario di quello che auspicano (mentendo a se stessi) i liberisti.
Concentrazioni nei settori dei servizi, della distribuzione e del commercio,della chimica, del settore alimentare, della comunicazione e di quant'altro produce valore per chi possiede le redini dell'economia di mercato.
Concentrazione vuol dire anche compressione dei costi variabili (tra cui in primo luogo quello del lavoro produttivo) a favore di investimenti sul capitale fisso per migliorare l'efficienza del sistema produttivo.
Una logica che ha sulla coda l'impatto sui diritti, sulla flessibilità richiesta, sui salari e sulla sostenibilità di un sistema che si prenda cura dei più deboli.
Una logica che ha come elemento centrale una polarizzazione sempre più evidente tra chi ha e chi non ha.
Un sistema che ha bisogno di una moltitudine di persone che si arrangiano a sopravvivere per garantire che "l'economia giri".
Un circolo vizioso che ha in sé i fenomeni che producono la "qualità dei servizi" di cui si parla,che sono uno degli aspetti di questo impazzimento generale.Un anello della catena.
Perchè tutto questo? perché ogni argomentazione è valida per giustificare un sistema di relazioni in cui è l'economia il driver di ogni fenomeno.Un sistema dato per naturale. A cui sottomettere qualsiasi ipotesi diversa di sviluppo e economico.
False questioni che non muteranno nella sostanza mai. E con le quali ci troveremo a fare i conti sempre.