lunedì 7 aprile 2008

Gabbie salariali e piccolo riformismo

Banner tratto da un sito vicino PDL
La politica economica del nuovo PD si tinge di nuovo. Dietro a parole vuote come flessibilità e produttività, si intravedono progetti di sostanza come quello della introduzione delle gabbie salariali (vedi dichiarazioni di Letta al convegno in compagnia di Tremonti) e di un paese semplice in cui il conflitto è assente (tranne quello tra pensionati e no, garantiti a 1.000€ e no, fannulloni e no).
Ora che di cose nuove si tratti lo possono pensare solo i gonzi. O quelli che sanno ma tacciono.Da un breve estratto della storia della CGIL ricordiamo questo, a futura memoria per capire con quale artificio dialettico caleranno le braghe.

"Nei primi anni 60 l'azione sindacale è intensa. A fine anni 60 i sindacati sollevano, in sede contrattuale, il problema delle gabbie salariali in una vertenza condotta unitariamente. Le differenze tra zona e zona sono consistenti, anche se ridotte da due accordi nel 1953 e nel 1961. L'obiettivo di eliminare del tutto le sperequazioni geografiche viene raggiunto in base ad un accordo concluso tra Fiom e Industriali. In quegli anni, a livello parlamentare, viene discusso e approvato lo ''Statuto dei lavoratori''."

Sulla questione delle relazioni sindacali, per un paese moderno e semplice, hanno forse in testa quello che fece il Duce (sempre lui) con la confindustria o cosa di diverso?:

"Nel 1922 i fasci creano la Confederazione nazionale delle Corporazioni sindacali. Nel 1923 la Confindustria stipula un patto ( detto di Palazzo Chigi) con le Corporazioni fasciste, in base al quale i due organismi si impegnano a collaborare per ridurre la conflittualità sociale. A gennaio 1925 viene annunciata la fine delle libertà costituzionali e con questo la fine delle libere associazioni e del sindacato."

Ora non è che vogliamo esagerare, abbiamo solo in mente che i processi storici, anche se per vie contorte, ripresentano situazioni che si caratterizzano per il modo in cui le equivalenze diventano sospette.
E' storia dell'umanità.E' storia del conflitto che è conflitto sociale e conflitto tra classi, anche se qualcuno conia parole nuove utilizzando vocabolari di altri.E' storia di trasformismo, anche Mussolini gettò all'ortica la falce ed il martello ed inventò la camicia nera.

Sempre in questa nostra dietrologia come non ripensare e rendere omaggio al contributo che dobbiamo ai riformisti/riformatori (a proposito, se i comunisti erano massimalisti loro si guadagnarono l'appellativo di minimalisti) per la nostra storia e per ciò di cui andiamo orgogliosi (diritti ed emancipazione delle classi subalterne), un po' indietro nel tempo (certo), ma vuoi mettere come i fatti spiegano meglio di tante parole?

"Lo sciopero generale nazionale del 1904 fece tramontare questa illusione. Il lavoro e il sindacato, ormai radicati nel tessuto sociale e produttivo, non erano forze transeunti utili solo per ridisegnare un equilibrio politico-parlamentare, ma una realtà ormai permanente con cui occorreva confrontarsi sistematicamente nel processo legislativo e decisionale, mettendo nel conto la necessità di modificare il profilo e l'ambito stesso della politica e della sua funzione, al di là del vecchio sistema oligarchico e censitario. Il Governo Giolitti continuò a sparare sui lavoratori (i famosi eccidi proletari) soprattutto nelle campagne e nel Meridione spingendo allora la Camera del Lavoro di Milano, nel settembre 1904, a rialzare la bandiera dei diritti del lavoro e a utilizzare lo sciopero generale contro il Governo liberale per chiedere che lo Stato non solo riconoscesse a parole la libertà sindacale ma che non impiegasse la forza delle istituzioni come strumento di repressione militare e di assassinio dei lavoratori.

Lo sciopero generale del settembre 1904, non a caso proclamato da Milano, infranse altresì l'illusione giolittiano-turatiana che si potesse avere per amico un Governo che, sul terreno economico e sociale, aveva dovuto rinunciare alla riforma tributaria, rivedere drasticamente il proprio riformismo economico e sociale e che si era venuto spostando sempre più a sostegno della riscossa della borghesia industriale e agraria che voleva annullare le conquiste salariali e contrattuali realizzate nei primi anni (1901-1902) del libero dispiegamento della dialettica rivendicativa e dell'azione sindacale.

Giolitti sanzionò la rottura dell'alleanza con Turati e volle contrapporre furbescamente la politica alla rappresentanza sociale: preferì sciogliere le Camere e indire elezioni politiche anticipate, sfruttando le paure dei diversi ceti borghesi e proprietari per ottenere un nuovo consenso al proprio ministero. Sconfisse Turati, che perse le elezioni, e sembrò vincitore al punto che la sua manovra divenne una sorta di archetipo del comportamento del Governo nei confronti dello sciopero generale. In realtà la sua stagione politica finì con quell'atto. Il destino del riformismo politico, liberale e socialista si bruciò nell'incomprensione del significato che l'azione e la presenza del sindacato ormai avevano non solo nella vicenda economica ma, direttamente, sul quadro politico e sulla qualificazione degli indirizzi programmatici del Governo e dei partiti. Quando nel 1906 si costituì la CGdL Turati era nel pieno della dissoluzione del riformismo politico e Giolitti aveva dovuto passare la mano a Sonnino. Egli non riuscì più ad invertire la deriva politica della classe dirigente ormai inclinata verso soluzioni illiberali, autoritarie, nazionaliste e fasciste, da Sonnino a Salandra a Mussolini."

sabato 5 aprile 2008

Il Marketing da strada

Quando passi davanti a quei palazzoni, a Rozzano, e leggi le targhe con il logo delle tante aziende che vi hanno i loro uffici, non puoi non pensare "Ecco lì si muove ciò che crea la ricchezza in questa nazione, centinaia di raffinati cervelli adesso sono lì a gabolare su strategie di marketing per essere competitivi sul mercato".
Ci ho passato diversi anni della mia vita dentro quei palazzi.Ho avuto la fortuna di conoscere chi produce tanta scienza ed ora ve ne racconto un pò.

Il Lunedì mattina, davanti ad una tazza di caffè"Sal" guardava i suoi foglietti appena stampati.
Ugo li commentava con lui. I dati erano lì sotto la lente d'ingrandimento e lui, il grande capo, con nervosismo osservava i tratti in meno colorati di rosso.
Le proiezioni di vendita non erano confortanti alla prima settimana del mese.
Il product mix, il weight mix ed il destination mix stavano lì ad indicare un'erosione della contribution che l'headquarter di Bruxelles non avrebbe mai accettato.

"Cosa cazzo posso fare, Ugo? Quelli se non gli garantisco una contribution del 40% mi rompono i coglioni"
" Non ne ho idea Sal, forse bisogna parlarne con il finance e con il marketing, poi cercherei di capire anche con l'operation se possiamo fare qualcosa che ci aiuti a risparmiare sui costi."

Al pomeriggio seguiva lo staff meeting, con tutti i direttori, che aveva l'obiettivo di stabilire i key points e le action da sviluppare per correggere il tiro.
Dallo staff meeting si passava al briefing con i collaboratori più stretti ed al management walking nei corridoi per annusare l'aria ed ascoltare, dal gossip, l'aria che tirava.

"Bisogna ridefinire la mission, Sal. Passare da una vision marketing oriented ad una cost oriented"
"Riposizionerei le action dei sales su target di customer che ci garantiscano una contribution più alta, oppure ritarerei le action di marketing su un product mix diverso.prodotti con più contribution."
"Penso ad un action plan sui costi per abbassare il break even point e quindi ad un processo di reengineering che ci aiuti ad aumentare l'efficiency, non vedrei male un pò di sano downsizing che ci consenta di modificare il nostro I.T. verso un'architettura con soluzioni client/server basate su 'sistemi aperti', distributed computing ed enterprise networking."
" Cazzo mi hai tolto le parole di bocca, abbiamo una serie di processi in cui l'output rispetto all'input del nostro network esce in un modo che non ci consente quella flexibility necessaria contro competitor che utilizzano strategie alla Hannibal the Cannibal"
"Cazzo signori, si tratta di reigegnerizzare l'azienda. Dio come godo. Ho studiato 20 anni per questo."
"Bisogna rivedere il budget dopo aver rifatto il forecast, analizzare il p&l per capire se il mol ci permette di avere un mon che è in linea con la contribution ed il target"

"Signori siamo pagati per questo, I don't need problems I want solution"
Quando Sal diceva questo, nella sala scendeva il silenzio. In molti ricordavano quando si presentò la prima volta e disse" Vedo che siamo in troppi".
La settimana iniziava sempre così e così a cascata.
"Bisogna fare una Task force, Sal"
"Ottima idea chi ci mettiamo"
"Io direi l'ultimo ingegnere gestionale che abbiamo preso, quello con il contratto di formazione così vediamo come se la cava"
"Questi escono dall'università e pensano di sapere tutto, vediamo un pò"
"Però rimane la questione delle vendite"
"E' un casino Sal, anche se abbiamo un buon customer service che ha buoni script e l'appoggio dei telesales. C'è la crisi."
"Come rimpiango di non vendere più dentifrici"
Tutti ricordavano come, con il culo, risolse un problema di volumi di vendita di quei cazzo di tubetti di dentifricio.
Dopo quattro giorni di riunione con il direttore marketing, per rilassarsi, chiese al ragazzo del bar che portava i cappuccini "Gennaro, come cazzo posso far aumentare le vendite dei dentifrici?"
"Provate ad allargare il buco da cui esce il dentifricio dottò"
Cazzo il marketing da strada!

venerdì 4 aprile 2008

La storia del terrorista Battisti

Qui una ricostruzione "di parte" della storia di Battisti per il qualeè stata chiesta l'estradizione al Brasile.

giovedì 3 aprile 2008

Il fiato sul collo


"Alcune centinaia di No-tav si sono radunati davanti al centro polifunzionale di Almese, ad una cinquantina di chilometri da Torino, dove sta per iniziare il convegno "Le proposte del pd per lo sviluppo della Valle di Susa" a cui sono attesi i presidenti della regione Piemonte, Mercedes Bresso e della Provincia, Antonio Saitta e il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino. I primi fischi e i primi spintoni sono andati a Gianfranco Morgando responsabile regionale del pd. I No-Tav hanno anche allestito una sorta di presepe vivente dove il ruolo dei tre Re Magi e' assegnato ai rappresentanti degli enti locali. Ai manifestanti non sara' permesso entrare dentro il centro polivalente presidiato da ingenti Forze dell'Ordine."

Questa era la cronaca a ieri sera. Gli sviluppi sono stati che il comitato di affari rappresentato da Chiamparino, Bresso e Saitta non ha potuto partecipare alla riunione in quanto la gente da quelle parti non li vuole neanche ascoltare.
La tecnica è stata semplice ed efficace. Più di un migliaio di valsusini si è raccolta nel centro Magnetti,. La manifestazione, che le cronache descrivono come festosa, pacifica e chiassosa, si è trasformata in una muraglia umana compatta.Impenetrabile.L'unico modo per raggiungere, a piedi, la sala del convegno era quello di sfondare il muro umano.

Sono incazzati i tre. hanno visto famiglie con anziani e figli piccoli mandarli via dal loro territorio e non ci sono abituati. Hanno deciso di scrivere una lettera per spiegare le loro ragioni.Immagino con i soldi dei contribuenti e non con i loro.

Chiamparino chiede a gran voce che la sinistra arcobaleno si pronunci contro "l'intimidazione fascista".Noi aspettiamo fiduciosi che il "compagno" Bertinotti dica la sua.Se ha espresso solidarietà a Ferrara volete che non la esprima a Chiamparino?
Su argomenti diversi ritorna un pò di sana mobilitazione popolare. Quella che rinuncia a scaldare la sedia per esprimere in modo tangibile la sua opinione.

Noi aspettiamo che, alla fine di questo percorso penoso, gli arcobaleno si decidano a cacciare a calci nel culo i loro dirigenti.Noi siamo lì, nella valle stretta della Valsusa. Tra sentieri di montagna percorsi da partigiani ed aspettiamo.

Soldi


"Niente, va detto chiaramente, nega la libertà dell'individuo quanto la totale mancanza di soldi.Niente lo debilita più della miseria.Forse nella Germania comunista un abitante di Berlino Est non avrebbe fatto un buon affare a scambiare le restrizioni della sua libertà imposte dal regime con quelle imposte dall'indigenza ai cittadini più poveri del south Bronx,a New York.Parimenti, niente ispira opere di utilità sociale più della prospettiva di una ricompensa in denaro, sia per tutto ciò che con esso ci si può procurare , sia, non di rado, per il puro piacere di possederlo" -Kenneth Galbraith- La buona società

E allora è proprio solo una questione di soldi?
Provassimo per assurdo ad abolirli? Oppure possiamo pensare ad un azzardo: costringere chi li ha a spenderli.Tutti. Costringere tutti quelli che hanno montagne di soldi chiusi in cassaforte a destinarli al consumo. Consumo travolgente e scoppiettante, da toglierci il fiato.
Hai un miliardo di euro? Bene, devi destinarli all'acquisto di dieci macchine, alla costruzione di dieci garage per contenerle, all'acquisto di quattro case, all'arredamento per quattro case,a pannelli solari per quattro case. E così all'infinito. Sai che balzo il PIL?
Non sai che cazzo farci con 10 macchine, 4 garage e quattro case? Tranquillo, rivendi tutto alla fabbrica dei soldi e ricominci di nuovo.
Finisci i soldi? Non ti preoccupare li stampiamo e fanculo i prezzi e l'inflazione.Ne hai pochi? Ti aumentiamo lo stipendio e in culo i sindacati.
E sai quanta gente al lavoro?
Se il consumo dipende dalla capacità di spendere e questo condiziona la domanda che a sua volta condiziona il mercato del lavoro che a sua volta condiziona i consumi che a loro volta condizionano gli investimenti che a loro volta condizionano il pil e la ricchezza che a sua volta condiziona la possibilità di spendere che a sua volta ricondiziona sta cazzo di domanda che se non c'è non traina gli investimenti.Insomma se sto cazzo di benessere e di crescita economica dipendono da consumo dei soldi, perchè risparmiamo e perchè non aumentiamo gli stipendi?

mercoledì 2 aprile 2008

Di produttività, salari, Tito Boeri e Vietnam

In basso potete leggere l'articolo di Federico Rampini su uno sciopero che ha colpito una delle fabbriche che, in Vietnam, producono scarpe della Nike.
Fate attenzione alle parole che i manager della Multinazionale usano. " salari superiori alla media del paese", "rispetto delle leggi locali" per quanto riguarda gli standard di lavoro.
L'altro elemento perfettamente incastrato in questa logica di un'economia asessuata ed a-etica è quello del meccanismo della catena di produzione che fa della Nike, di fatto, un'azienda virtuale della quale il vero business è quello della valorizzazione del marchio con appalto a terzi di tutti quelli che sono i processi produttivi.
In questa logica le maestranze avranno un interlocutore (il terzista) che potrà sempre dire "se non le produco io le scarpe, la Nike andrà da qualche altro fornitore".Il ricatto su condizioni di lavoro e salario avrà realizzato il percorso perfetto per fermare al palo le condizioni di vita di quelle persone.
Cosa sia cambiato rispetto alle categorie del capitalismo dell'ottocento è un mistero. Ed è un mistero talmente fitto che è incomprensibile il modo in cui si liquidano categorie (padroni e lavoratori) che di fatto rispecchiano interessi contrapposti e conflittuali.
Non ci vuole un grande sforzo per capire questo tipo di realtà.Basterebbe farsi un giro anche da noi nelle fabbriche e fabbrichette del nord-est, piuttosto che nella cintura di Milano e Torino.Eppure in modo ossessivo rimbalzano le nuove parole d'ordine: produttività per avere maggiori salari, flessibilità per avere maggiore competitività del sistema paese.
Ieri sulla stampa un economista che gode di molto credito tra i giovani universitari ed i riformisti del Pd (Tito Boeri), parlava di produttività in un articolo comparso sulla Stampa.
Partendo dal titolo che denota una certa fragilità nel ragionamento (Se ci fosse la crescita), il nostro illustra la sua ricetta "illuminata".
"nuove regole di contrattazione, che azienda per azienda, leghino l'andamento dei salari a quello della produttività, anche dove non si svolge contrattazione di secondo livello.Questo porterebbe ad un incremento della produttività in tre modi:
1- stimolerebbe ad incrementi di efficienza in ciascuna azienda perché questi miglioramenti trovano un corrispettivo in busta paga.
2- indurrebbe più lavoratori a cercare un impiego nelle aziende dove il loro contributo viene meglio valorizzato
3- permetterebbe di ridurre la disoccupazione nel mezzogiorno spiegata da salari fissati indipendentemente dalla produttività."

Questo cumulo di "sciocchezze" testimonia di quanto questa gente sia lontana dalla realtà.
Intanto diciamo che, nella gran parte delle aziende di un certo livello, di solito esistono dei programmi di incentivazione che dovrebbero premiare la qualità del lavoro svolto. Che da questo dipenda il livello della produttività è tutto da dimostrare.E che dal livello della produttività dipenda la competitività dell'azienda e la sua capacità di stare sul mercato anche.
Diciamo anche che, in Italia, se c'è un deficit di produttività questo risiede nella scarsa capacità di rendere produttivo il capitale fisso e non quello del lavoro salariato.
Basterebbe citare il caso della Fiat e confrontare le buste paga dei lavoratori per capire come, indipendentemente da questo fattore, i salari dei lavoratori hanno perso potere d'acquisto (nonostante i premi) nel corso degli anni.
Pur in presenza di risultati significativi (30 anni fa ci voleva l'equivalente di circa 4 mesi di stipendio per acquistare un'auto per un operaio, oggi si è passati a 10/12- fonte la Repubblica) in settori di eccellenza e con risultati significativi sui bilanci delle aziende, nulla è cambiato sul fronte dei salari.
Cosa dire poi della produttività quando un mercato perde il 20% anno su anno (vedi ultimi dati di vendita del settore auto)?
Quello che è paradossale nel ragionamento di TitoBoeri è che il lavoratore avrebbe l'interesse ad andare dal suo capo e dire una roba tipo " senti testa di cazzo,se non mi cambi la catena di montaggio e non prendi quella con una frequenza maggiore e mi dai quindi la possibilità
produrre di più sempre di più io non ci guadagno un cazzo", dopo di che andrebbe dal direttore commerciale e direbbe " senti pirla faccia di diminchia, che noi non abbiamo studiato e parliamo così, quando cazzo li mandi i tuoi venditori a vendere che ci abbiamo un 3.000 macchine ferme da due mesi sul cortile?"Per completare il quadro la sera a tavola cazzierebbe la consorte sentenziando "Uei sura Lella, quando cazzo cambi la macchina tu e quelle zitelle delle tue amiche che ci ho i risultati di vendita da raggiungere?" Una sorta di "padroncino" senza "mezzi di produzione".

Lo stesso soggetto (ma possiamo pensare anche ad un operatore di call center, pittosto che una cassiera, o un ricercatoore) sfoglierebbe ilvenerdì il Corriere della Sera per cercare quelle aziende in cui il "suo contributo verrebbe meglio valorizzato".
Mi chiedo dove siamo.
E per fare questa roba abbiamo bisogno di padroni e di gente come Tito Boeri?
Non male anche la questione del Sud, dove sembra che la disoccupazione dipenda dai salari fissi e non da fenomeni quali il caporalato e la micro imprenditorialità in cui si lavora in nero, perchè di dare un euro in più non se ne parla.
Non fosse così che interesse avrebbero i marchi ben noti del made in Italy a far produrre scarpe e borse nella provincia di Napoli piuttosto che in Cina?
Solo che Tito Boeri è economista e scrive, noi che anche abbiamo studiato non abbiamo capito un cazzo di come vendere l'anima al pensiero unico dei vari "Veltrusconi"

FEDERICO RAMPINI

È il più grande sciopero nella storia del Vietnam riunificato sotto le bandiere del comunismo. E colpisce una marca-simbolo della globalizzazione: 20.000 operai e soprattutto giovani operaie hanno paralizzato uno dei più grossi stabilimenti della Nike. È un nuovo duro colpo per l'immagine della Nike, che è già stata il bersaglio di campagne delle associazioni umanitarie e dei consumatori americani per gli scandali del lavoro minorile e per lo sfruttamento sistematico della manodopera nei paesi più poveri.

I lavoratori della fabbrica di Ching Luh, nella provincia meridionale di Long An, da ieri sono scesi in lotta per ottenere aumenti salariali. La loro paga attuale non raggiunge i 40 euro mensili: meno del prezzo medio di un solo paio di scarpe sportive in un ipermercato occidentale. E anche se questo è un salario "superiore alla media degli operai vietnamiti", come si è affrettata a precisare la multinazionale, le buste paga hanno visto il loro potere d'acquisto taglieggiato da un'inflazione galoppante, soprattutto per il genere alimentare più essenziale, il riso.

Nguyen Van Thua, il leader del sindacato provinciale, ha dichiarato ieri che "gli operai non riescono più a sopravvivere con questo salario, il costo della vita li impoverisce giorno dopo giorno". L'improvviso sciopero ha bloccato una delle fabbriche più importanti, in un paese-chiave per la delocalizzazione produttiva della Nike. La multinazionale americana, numero uno mondiale nell'abbigliamento sportivo per teenagers e negli "sneakers" (scarpe da jogging, tennis e basket), fa confezionare in Vietnam 75 milioni di calzature all'anno. La fabbrica di Ching Luh è la più grossa tra i dieci centri di produzione situati nello Stato comunista.

Ma secondo una politica seguita sistematicamente dal colosso americano, lo stabilimento non è posseduto dalla Nike che perciò può dissociarsi dalle responsabilità del management. I proprietari in questo caso sono imprenditori taiwanesi, legati da un contratto di fornitura in esclusiva per la Nike.

"Riconosciamo che l'impatto dell'inflazione è duro per il popolo vietnamita - ha commentato dagli Stati Uniti il portavoce della Nike Chris Helzer - e speriamo che il problema sia risolto rapidamente e in modo consensuale". Il rappresentante della multinazionale, celebre per i contratti di sponsorizzazione miliardari con le più celebri star dello sport mondiale, ha aggiunto che "tutti i fornitori della Nike sono tenuti a rispettare i nostri standard elevati riguardo alle condizioni di lavoro, nel rispetto delle leggi locali".

Girovagando sui blog

Ho trovato questo bel racconto di Franco Ricciardiello. Leggetelo.

Dickens

di Franco Ricciardiello

DickensRicciardiello.jpgErano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un'epoca di saggezza, era un'epoca di follia, era un tempo di fede, era un tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l'inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta.
Chiusi la copertina e rimisi il libro senza fare rumore nella borsa di Eugenia. Mi guardai alle spalle: Eugenia era ancora addormentata ai piedi del divano ad angolo, la testa appoggiata sulle braccia e le ginocchia raccolte verso il ventre. Oltre alla carta di identità e una confezione di Prozac con metà blister schiacciati, avevo trovato nella sua borsa A Tale of two Cities, il romanzo di Dickens sulla rivoluzione francese. Le primissime, fulminanti righe della prima pagina mi avevano colpito.

Appoggiai i polpastrelli contro il cristallo freddo della finestra: la tormenta premeva a scatti furiosi contro le imposte, fischiava un urlo inconsapevole sulle tegole appena sotto il davanzale della mansarda. Pensai al senzatetto giù in strada, raggomitolato sotto la sua trapunta bucata davanti alla chiesa, che aveva attirato l’attenzione di Eugenia al nostro arrivo dopo la cena improvvisa al ristorante maghrebino.
Nel sottofondo stereofonico della mia mansarda, Henri Salvador cantava con discrezione la malinconia della pioggia di novembre, accompagnato da pochi accordi di chitarra; qualche piano più sotto in via Po la tormenta non trascinava neve, ma una sottile materia ghiacciata che aveva la consistenza del sale fino e ruotava in mulinelli furiosi della durata di secondi. Per un momento, pensai che quella neve secca e quasi asciutta esistesse al solo scopo di rivelare alla luce dei lampioni i movimenti del vento. Sopra l’orizzonte buio dei tetti dell’isolato di fronte, le lontane luci artificiali non sembravano disturbate dalla tormenta.
Era quasi mezzanotte. Eugenia dormiva ignara, la testa appoggiata sul braccio contro il cuscino del divano. Raggiunsi senza fare rumore la mia camera da letto, mi alzai in punta di piedi e raccolsi una scatola di latta da sopra l’armadio. Ne estrassi un oggetto avvolto in un panno infeltrito; controllai che Eugenia non si fosse svegliata, poi svolsi la pezza e bilanciai nel palmo della mano una 7.65. Annusai il buon odore di olio minerale dell’otturatore, contai sei colpi dalla scatola di cartone. Inserii il caricatore e tornai in soggiorno.
Raccolsi dal pianoforte il pacchetto regalo confezionato da Eugenia quel pomeriggio stesso e lo posai sul tavolo accanto all’arma da fuoco. Lo scartai senza fare rumore con gesti quasi rituali, e levai con le unghie il nastro adesivo alla luce calda delle grosse candele di altezza e dimensioni irregolari al profumo di uvaspina, raccolte in un vassoio al centro del tavolo. Mi ritrovai tra le mani il CD di Marin Marais, ancora sigillato.
Eugenia sospirò nel sonno e aggiustò le gambe; forse stava sognando. Ricordai il momento in cui l’avevo conosciuta, poche ore prima, nel negozio di musica dove lavorava.

* * *

Di solito per i miei acquisti scelgo negozi del centro storico, ma mi trovavo in periferia per un ultimo appuntamento di lavoro prima delle vacanze di fine anno e dovevo ancora comprare il regalo di natale per papà.
Era già buio. Fuori dall’ingresso del superstore di musica c’era un tamil con una sciarpa sul mento e la bocca.
— Ciao, — disse senza convinzione, e mi allungò una rosa rossa scurita dal freddo. — Per tua moglie.
Il marciapiede era affollato di gente che passeggiava con la sciarpa avvolta intorno al collo. Mi ritrovai con il fiore in mano perché non mi andava di rivelare a un immigrato che non c’era nessuna moglie. Entrai frettolosamente nel superstore; l’impatto con il riscaldamento eccessivo mi stordì. Per fortuna ero il solo cliente nel reparto musica classica: la scelta del regalo di natale per papà è un rito da officiare in solitudine. Con la rosa nella sinistra, schiumante di rancore perché era un mese esatto che mia moglie si era convertita all’induismo e trasferita a vivere a Chennai, passai in rassegna l’espositore della musica strumentale alla ricerca di qualcosa che potesse piacere a papà.
Arcangelo Corelli. Tomaso Albinoni. Marin Marais. Ero indeciso. In quel momento una commessa mi sfiorò passandomi accanto; portava un cartellino con il nome « EUGENIA » e il logo del negozio appeso al collo con un nastro rosso. Osservò con un sorriso malinconico la rosa nuda nella mia mano.
— Albinoni. Marais. Corelli, — dissi roteando il fiore tra le dita come una bacchetta magica. — Quale regalerebbe a suo padre?
— A mio padre regalerei Frank Zappa, — rispose lei, e proseguì verso la cassa.
La seguii al banco del computer.
— Da ventidue anni regalo a mio padre solo musica composta tra il Seicento e il Settecento — dissi, e ripetei: — Albinoni, Marais o Corelli?
— Cosa fa suo padre? — domandò mentre si levava i capelli dagli occhi.
— Il magistrato.
— Allora Marais, decisamente.
— E perché Marais? Perché non Pergolesi? Henry Purcell? Respighi? E ha qualcosa contro Baldassarre Galuppi, per caso?
— Marin Marais, — confermò lei. Per sottolineare che era il suo consiglio definitivo, posò un fascio di carta regalo sul piano della cassa, accanto alla tastiera. — Ascolti il suono di quel basso di viola a sette corde, è uno strumento originale del XVII secolo. E se non ricordo male quel CD è una registrazione dal vivo il 29 gennaio di un anno che non ricordo.
Controllai la custodia del CD, l’esecutore suonava davvero un basso di viola Barak Norman costruito a Londra nel 1697.
— Ritiene che le onde sonore siano più nitide il 29 gennaio? — domandai.
Alzò il viso per guardarmi come se mi vedesse per la prima volta. Indossava un dolcevita nero e una minigonna di lana gialla e rosa.
— Non saprei, — rispose come se la mia domanda fosse seria. — Però è il giorno del mio compleanno.
— Registrato il 29 gennaio e il 1 febbraio 2003 nella Collegiale del castello di Cardona, — lessi. Posai il CD vicino alla sua mano. — Conosce la data di registrazione di tutta la musica che vendete qui nel reparto?
— Se è un regalo lo incarto.
— Per favore. Ha anche un bigliettino di auguri?
Mentre lei sigillava con gesti esperti il CD in una busta di carta azzurro e oro, estrassi la stilografica dal taschino e scrissi sul biglietto bordato di vischio. “Per Eugenia — viene a cena con me stasera?
Quando mi consegnò il CD le allungai la rosa insieme al bigliettino.
— Oops, — disse appena letto il messaggio. — Ma stasera è la vigilia di natale.
— Che disdetta. Cena in famiglia?
— No, intendevo dire: non c’è giorno più triste di natale. Se fumassi mi divertirei a bucare le palle colorate sugli alberi con una sigaretta accesa.
— Quando nessuno mi vede io spezzo la testa dei pastori nel presepe con uno schiaccianoci. Comunque, c’è qualcosa più triste del giorno di natale: per esempio, passare il giorno di natale insieme a gente che si diverte.
Da quel momento fu come se non fosse la prima volta che ci incontravamo. Accettò di uscire a cena con me, il che non mi sorprese perché prima di lei avevo fatto conoscenza con tante altre donne nello stesso modo semplice e sbrigativo. Una volta fatta l’abitudine, è come recitare un copione già pronto. Signore, stasera si recita a soggetto.

* * *

La tormenta batté con insistenza sui vetri. Eugenia riaprì gli occhi e si accorse subito che non ero più seduto accanto a lei. Vide la luce riflessa nei vetri della mansarda e il moto browniano della neve polverizzata, ogni particella di materia illuminata per una frazione di secondo dalla fiamma delle candele, sospesa nel buio assurdo del cielo.
Nascosi senza fretta la pistola nel cassetto del tavolo.
— Il regalo di tuo padre, — Eugenia sorrise perché vide il CD di Marin Marais nelle mie mani.
Aveva ragione, era il regalo per papà; ma mentre osservavo la tormenta fuori dalla finestra avevo deciso che avrei cambiato regalo.
Tornai a sedere sul parquet fra le sue gambe e il mio bicchiere di Laphroaig senza ghiaccio. Eugenia si strinse nel dolcevita di lana come se avesse freddo e mi sorrise con grazia.
— Da tempo non passavo un natale meno squallido, — disse. — Grazie. Peccato solo che non hai uno schiaccianoci e un presepe.
Cercai di portarmi più vicino a lei, compressa nell’angolo retto dei cuscini. Mi prese il bicchiere dalle mani per annusare l’aroma torbato del liquore, ma senza bere. La sua istintiva confidenza mi stuzzicava.
— Non hai bisogno di dimostrare di essere un vero uomo, — disse. Incrociò le caviglie e mi restituì il whisky. — Ti rivelo un segreto: è più facile che una donna ami un uomo per la sua sofferenza che per la sua forza.
Posai la mano aperta sul suo ginocchio, sentii il calore della pelle sotto la consistenza di nylon dei collant. Ricordai il momento in cui avevo visto per la prima volta le sue gambe, mentre si inginocchiava davanti al senzatetto sdraiato sotto una trapunta logora, davanti al portone della chiesa, a pochi metri dall’entrata di casa mia.

* * *

Era successo forse meno di un’ora prima, appena arrivati con i piedi gelati dal ristorante, ancora avvolti dall’aroma di menta selvatica e zucchero del tè marocchino; mentre io infilavo le chiavi nel portone di casa, il senzatetto sotto la coperta mi riconobbe, o forse aveva semplicemente imparato a distinguere il suono metallico delle mie chiavi sull’ottone della serratura. Aprì gli occhi e emise un lamento che conoscevo bene.
Eugenia ebbe una reazione sorpresa, come se si fosse resa conto che non si trattava di un involto di stracci abbandonato davanti all’entrata della chiesa. Si avvicinò al clochard semicongelato, si inginocchiò a fatica sui tacchi alti per scostare dal volto dell’uomo un lembo della trapunta incrostata di nero. La tormenta non era ancora arrivata, ma si sentiva già nell'aria come un presagio statistico, un’annunciazione o una crisi coniugale. L’uomo non guardava Eugenia, teneva come al solito gli occhi fissi nei miei. Sollevò una mano e tese il palmo, io entrai nel portone senza guardarlo.
Eugenia mi raggiunse dopo un minuto.
— Hai riconosciuto quell'uomo? — domandò mentre mi seguiva nell’ascensore.
— Si è stabilito davanti al portone di casa da parecchi mesi, — risposi evasivo. Mi domandai per quale ragione dovessi conoscerlo.
— Ma l’hai riconosciuto? Sai chi è?
Ricambiai stupito il suo sguardo, con l’impressione di essermi lasciato sfuggire qualche particolare di importanza fondamentale.
La cabina dell’ascensore si fermò al piano.

* * *

Un nuovo colpo d’aria si insinuò dagli angoli della finestra e agitò per un secondo la fiamma verticale delle candele. Rabbrividii e sollevai la mano dal ginocchio di Eugenia, stupito della mancanza di tensione erotica in quel gesto. Addebitai la colpa a quello che stavo per fare.
Come ogni volta che mi trovavo nella stessa situazione con una donna, mi domandai se il segreto del desiderio di un uomo non risieda piuttosto in qualche atout estetico in autonomia dal corpo femminile, come per esempio il conflitto diagonale dell’orlo di una gonna con la curva delle gambe.
— Tieni sempre un libro di Dickens nella borsa? — domandai a voce bassa. Era il momento di metterla con le spalle al muro.
— Solo quando prevedo di dovermi difendere, — rispose enigmaticamente Eugenia dopo un attimo di smarrimento.
— Difendere da chi?
— Da chi fruga nelle borse delle ragazze al primo appuntamento.
— Allora è per difenderti che hai mentito sulla tua data di nascita? Ho visto i tuoi documenti nella borsa.
— “Mentire” è una parola impegnativa. Diciamo che ho applicato una tecnica di autodifesa femminile meno letale del kung fu.
Pensai con tenerezza che anche lei aveva un lato debole. Doveva dimostrare di essere forte, soprattutto a se stessa. Mi domandai cosa le ricordasse il 29 gennaio che mi aveva indicato come data di nascita: probabilmente il compleanno di un uomo che si era convertito al buddismo e trasferito a vivere a Dharamsala.
— Non pensavo fossi il tipo da frugare nella borsa. Sei un ossessivo-compulsivo? Un cleptomane? O solo un feticista dei presepi?
Chiusi gli occhi e sorrisi. Mi resi conto di stare bene; mi sentivo distaccato e felice, soddisfatto della serata. Mi sembrò di sentire l'odore di olio minerale che filtrava dal cassetto dove avevo riposto la 7.65. Mi piaceva quella donna disillusa e divertente. Mi sentivo a mio agio in quella notte di luce e tormenta: una notte che, lo sapevo, avrei ricordato a lungo nella mia vita.

* * *

Qualche ora più tardi, mentre Eugenia dormiva esausta sotto il piumone del mio letto, vestita solo di un paio di orecchini turchese, scivolai fuori e mi infilai pantaloni e maglione nel freddo intenso della notte di natale.
La tormenta era passata. Osservai dalla finestra i portici deserti, poi lacerai in silenzio la plastica del CD di Marin Marais e lo misi a volume bassissimo. Sentivo il profumo di Eugenia sulla pelle. Presi l’arma dal cassetto; era ancora scheggiata sul calcio e graffiata di fianco all’otturatore come quando l'avevo trovata dietro il pneumatico di una 127 a diversi metri di distanza dall’auto di papà. L’assassino doveva averla lasciata cadere sull’asfalto mentre si allontanava prima che arrivasse la polizia.
Papà era venuto a prendermi come ogni giorno all’uscita dal liceo; il commando di due uomini in motocicletta con casco integrale si era avvicinato un attimo prima che suonasse la campanella di fine lezione, e gli aveva sparato attraverso il finestrino aperto per fumare. Quando ero uscito insieme ai compagni di classe, si sentivano già le sirene della polizia e i genitori mi guardavano con occhi sbarrati come fossi un extraterrestre. Il sangue di papà aveva spruzzato il volante, il sedile, il cruscotto, le buste di cartone dei dischi; il mozzicone di sigaretta non aveva ancora finito di bruciare sull’asfalto, accanto al pneumatico. Ricordo che stringevo al ventre i libri di scuola per difendermi, e che mi allontanai come uno zombi per cercare di fermare mamma prima che vedesse quella scena da macelleria. Il diario mi cadde di mano, mi curvai per raccoglierlo e vidi l’arma accanto alla ruota della 127 parcheggiata. Era ancora calda.
Non avevo mai consegnato la pistola agli inquirenti che indagavano sul caso. L’avevo conservata come una reliquia.

* * *

Le candele erano completamente consumate. Nel buio assoluto, ascoltai un’allemande e poi una suite di danze: courante, sarabande, sarabande à l’espagnol. Il suono del basso di viola era doloroso, funereo, un lamento simile a una voce umana. Ripensai ai dischi di musica rinascimentale con le buste di cartone spruzzate di sangue, sul sedile accanto al cadavere di papà. “The Age of Baroque”. “Il Barocco italiano”. “Invito al Barocco”. A partite da quel giorno, ogni anno a natale per venti anni di seguito avevo comprato musica del Seicento da regalare a lui.
Ascoltai le suites di danze di Marin Marais nel silenzio di una notte di pieno inverno; quando la musica finì, presi la 7.65 che era ancora nel cassetto. Estrassi il caricatore, controllai che il grilletto e il percussore funzionassero azionando a vuoto. Sentii lo scatto metallico secco, la vibrazione nel palmo. Rimisi a posto le munizioni e il colpo in canna.
Mi affacciai in punta di piedi alla soglia della camera da letto, per ascoltare al buio il respiro quieto di Eugenia.
Quando una donna prova una violenta estasi sessuale al primo appuntamento con un uomo, è quasi certo che la loro relazione sarà di breve durata: per questo mi ero impegnato per dare il meglio di me stesso quella notte di natale. Perché era l'inverno della disperazione, e qualunque cosa facessimo eravamo incamminati nella direzione opposta.

* * *

Più tardi, mancavano forse due ore all’alba, infilai il cappotto con le mani in tasca e l’arma stretta in pugno e scesi in strada. Non c’era nessuno in circolazione, i portici erano deserti, ma da sotto la coperta l’uomo mi guardava con un sorriso come se mi aspettasse insonne.
Aveva sempre saputo chi fossi, fino da quando si era stabilito con i suoi fogli di cartone sotto i portici davanti alla chiesa. Mi riempii i polmoni dell’aria ghiacciata e calpestai il velo di neve secca. Si avvolse le spalle nella trapunta per mettersi a sedere in modo che nella caduta il suo corpo rimanesse nascosto sotto la coperta, così da dare l’impressione di dormire.
Rialzai il bavero del cappotto, mi inginocchiai davanti a lui come un buon samaritano. Gli afferrai il braccio: non stava tremando per il freddo, non sorrideva. Si sentiva pronto anche lui. Entrambi sapevamo che quello era il regalo di natale per papà.
Scrutai i suoi lineamenti nascosti da una barba disordinata.
— Ma l’hai riconosciuto? — mi aveva domandato Eugenia in ascensore. — C’era la sua foto su tutti i giornali quando l’hanno rilasciato, due mesi fa. È l’uomo che ha ucciso quel giudice che indagava sul terrorismo.
Ma io non leggo mai i giornali. Infilai la mano sotto l’husky lacero dell’uomo, con la pistola all’interno della manica del cappotto. Quando sentì la canna contro il cuore ebbe un sussulto, come se avesse riconosciuto attraverso la stoffa l’arma con cui venti anni prima aveva sparato a papà.
Levai la sicura con l’unghia del pollice. Era un’epoca di saggezza, era un’epoca di follia. Ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo. Immaginai l’esplosione sorda contro la tempia di papà, il frattale di sangue schizzato a raggiera sul parabrezza, il volante, i dischi di musica barocca sul sedile accanto.

* * *

Quando tornai in casa, Eugenia mi aspettava in soggiorno; si era infilata il girocollo nero e aveva acceso i moccoli di candela mezzi liquefatti; mi sembrò che osservasse ipnotizzata la fiamma, sorreggendo il mento sulle mani a coppa, poi mi accorsi che aveva appoggiato sul tavolo A Tale of two Cities aperto alla prima pagina.
Il romanzo di Dickens ambientato durante la rivoluzione francese. Era un’epoca di saggezza, era un’epoca di follia, come i nostri anni di piombo. Pensai all’uomo davanti al portone della chiesa, alle sue illusioni di venti anni prima. Era una stagione di luce, era una stagione buia. Una stagione in cui si poteva anche pensare che uccidere un magistrato inquirente davanti alla scuola del figlio potesse affrettare l’inevitabile dissoluzione del capitalismo.
L’estasi erotica dura due, forse tre settimane; la passione qualche mese; l’amore al massimo tre anni. Passai alle spalle di Eugenia per leggere Dickens insieme a lei.
Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un’epoca di saggezza, era un’epoca di follia, era un tempo di fede, era un tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta.
Il mattino sorse troppo presto, dopo una notte di parole a bassa voce davanti alle candele di uvaspina che andavano lentamente in fumo. Quando accompagnai Eugenia alla fermata dell’autobus era ancora buio.

Pubblicato Marzo 29, 2008 03:46 AM | TrackBack

lunedì 31 marzo 2008

Il lavoro e la morte

Da La Repubblica
"Incidenti fotocopia a Caserta e a Teramo. Nella città campana la vittima aveva 39 anni ed era sposato con figli. In Abruzzo ucciso un romeno di 44 anni"

Questa è la contabilità di oggi.Mancano gli invalidi, quelli non contabilizzati perchè il cancro non fa fede, quelli che si sono suicidati perché a loro il lavoro manca ed altro ancora.
Qualche tempo fa, qui da noi a Torino, un operaio della Thyssen si è impiccato. Dicono che quando ti appendi ad un cappio ci metti un pò a morire. Ti pisci addosso e lo sfintere non tiene. Se sei fortunato ti si rompe l'osso del collo, altrimenti aspetti che l'ossigeno non arrivi più ai polmoni. Ti agiti e forse provi a liberarti. La questione è che ti manca la forza e la lucidità per cambiare corso a quella decisione.
La scorsa settimana in Sicilia un altro si è dato fuoco.

In qualche post dotto di qualche tempo fa, si parlava delle eredità negative del 68.Una di queste era la messa in discussione del"lavoro" come fonte di ricchezza, come elemento nobilitante della condizione umana.
Si contestava questa eredità, rimarcando come neanche Marx arrivasse a tanto nella sua critica ai meccanismi dell'economia liberale e borghese.

Era evidente la distorsione del pensiero, Marx in realtà ha sostenuto che "una volta realizzatesi determinate condizioni e trasformazioni oggettive e soggettive, il lavoro non sarebbe stato più un mezzo per guadagnarsi da vivere, ma il principale bisogno dell'uomo"

Quello che rimane del lavoro, per gran parte delle persone, è l'estraniazione che esso fornisce rispetto al suo risultato ultimo a chi è produttore di quel risultato.
Il lavoro è, per gli economisti, un fattore della produzione. Un costo e non una condizione di vita di un soggetto.

Se quello è il perimetro, l'essenza positiva del lavoro è dato per lo più (in una società come la nostra) dalle possibilità che il reddito che ne ricavi possa rendere "ricco" il tuo tempo di non lavoro.La misura è ciò che riesci a consumare in più rispetto a ciò che ti serve per sopravvivere.
Oggi per molte persone la soddisfazione è in quello.Non nel lavoro.
Se sei fortunato e ti gira bene (fai l'avvocato o lo scrittore ad esempio) nella natura stessa della tua attività puoi trovare qualcosa in più rispetto alla massa delle persone.

Al contrario non aspetti altro che il tempo scada per toglierti dalle balle e riprenderti un pò del tuo tempo.
Questa condizione qualcuno, nel 68 prima e nel 77 poi, l'ha evidenziata e portata in superficie.Ha contestato il lavoro perché contestava quella condizione dell'individuo.
Oggi quando sei stretto tra l'alienazione della tua condizione e la fatica di sopravvivere cosa ti rimane?Non ci sono più soggetti interessati a riorganizzare per trasformarla quella condizione.A darti una speranza. E allora ci tocca contare, insieme a chi cade da un'impalcatura, chi preferisce chiudere con una corda o una tanica di benzina il suo passaggio.



sabato 29 marzo 2008

Il paese semplice

Veltroni ha parlato di un paese semplice.
La semplicità riporta ad uno stato dell' esistenza, del vivere quotidiano, in cui ti mancano le ragioni per vivere in modo conflittuale i tuoi rapporti con gli altri. Affinché manchino queste motivazioni, queste cause scatenanti, cosa è che dovrebbe renderci tranquilli e soddisfatti?
E come risolverà la questione del conflitto quel tipo di paese?
E' lo stesso paese da sempre.
E questo ci viene a raccontare che vuole un paese senza spigoli, come se non avessimo già dato abbastanza.
La visione che ha della società il partito democratico è un misto tra quanto possiamo ricavare da una dichiarazione di Rutelli e quanto ci dice Gianni Letta.
Durante un'intervista l'ex radicale ha affermato, riferendosi a ciò che si può osservare dalla finestra di un albergo di lusso, che "Sa cosa si vede affacciandosi da lì? Prima di tutto vecchi materassi e poveri barboni sul camminamento di Porta Piciana. E le pare che si possano pagare 700 euro al giorno per un panorama così?".
Il nipote dell'altro Letta ha risposto a Bertinotti, che definiva ilPD come il partito dei lavoratori e degli imprenditori, in questo modo " Come si fa a pensare lavoro e impresa contrapposti quando di fronte c'è la Cina?"
In sostanza un paese in cui lo sporco è meglio metterlo sotto il tappeto (dove?) perché l'immagine che diamo non può accettare che una realtà di quel tipo riporti tutti con i piedi per terra.Un paese da armonizzare al basso, riducendo la questione del convivere e degli interessi agli interessi dell'impresa e del mercato. avendo come punto di riferimento un concetto della crescita della ricchezza e della sua distribuzione legato al PIL, alla produttività e a quant'altro faccia parte dell'armamentario di un'azienda. Che la questione sia anche quella di ridistribuire equamente quello che c'è già, quello che è stato rapinato negli anni e consolidato in rendite di posizione e conti bancari esteri sembra un non problema.
Che questo modo di vedere la realtà (e di imporlo) produca di fatto emarginazione, violenza e conflitto sembra non sfiorare le certezze di questi riformatori.
E quanto è diverso questo realismo dalla filosofia dei padroni, ad iniziare dall'800 per arrivare fino ad oggi?
Non c'è novità nell'idea del paese semplice. La sua ideologia è quella di un paese che rinuncia alla "dialettica" ed al"conflitto"per il bene supremo della nazione.Un modo di vedere le cose che può giustificare qualsiasi cosa come guerre e rinuncia a diritti.Ed è una visione moderna questa? O non è la visione disperata di chi in realtà non ha progetti e tira a campare?Dove è la novità rispetto al pensiero "forte" del primo capitalismo selvaggio?
Cosa volete che ci importi del paese semplice quando il punto è sopravvivere?
Quello che pensiamo, al contrario, è che non si può prescindere dalla complessità se si vuole riformare in senso solidale e con un progetto sostenibile per noi e per le future generazioni questo paese.Se il punto è la competizione economica abbiamo già perso.
Nel video che propongo, c'è la testimonianza della complessità e del conflitto. Di quello che divide e non potrà mai unire.Delle ragioni che fanno avanzare e non arretrare.E' vecchio si dirà. Ma ascoltateli bene quei lavoratori e provate ad indagare come fece Pasolini tra cantieri e boite o call center. Pensate di trovare parole o rabbia diversa?La realtà è che ci manca Pasolini, il resto è immutato nel tempo.


venerdì 28 marzo 2008

L'antifascismo e la recensione di Cuori Neri


La recensione di Cuori Neri fatta da Valerio Marchi su Carta e ripresa da http://www.carmillaonline.com/, mi porta a parlare di un argomento desueto:l'antifascismo.

Per chi ha militato, come me, negli anni a metà tra il 1970 ed i primi anni 80 questo tema era pratica quotidiana militante. Pratica nelle ronde, nella difesa degli spazi occupati (circoli giovanili), nelle occasioni di confronto a scuola o nelle università (votazione per i decreti delegati), nella negazione degli spazi e della possibilità di fare politica per le persone che aderivano a quelle organizzazioni.

Torino ha visto, in quegli anni, scontri molto duri.L'assalto alla sede del MSI in corso Francia al n° 19, l'incendio del Bar Angelo Azzurro e la tragica morte di Roberto Crescenzio e decine di episodi fatti di scontri fisici e pestaggi.

La militanza era una militanza dura, fatta con la spranga a portata di mano, con la ricerca dell'avversario nei suoi luoghi di ritrovo e con la caccia continua.

I fascisti erano persone che rivendicavano la loro appartenenza e la loro storia senza finzioni.Si presentavano davanti alle scuole per volantinare e si difendevano mostrando il "trono (pistola)" quando partiva la rappresaglia.

Noi sappiamo cosa ci ha diviso e cosa ci divide, è parte di una storia che parte da lontano e che rivendichiamo tutta. Per questo motivo concordo con quanto è scritto nella recensione sul libro di Telese. La storia alla camomilla raccontata così tanto per scrivere non rappresenta quello che è stato.Noi non abbiamo paura di rivendicare quelle azioni e quell'antifascismo perché è parte del solco che ci dividerà per sempre.



Cuori neri di Luca Telese ripercorre le tragiche vicende di 21 vittime "fasciste" del sanguinoso scontro politico che ha segnato l'Italia a partire dal 1970, con un approccio destinato a suscitare polemiche sia nella destra radicale che nell'intera sinistra, senza peraltro poter essere considerato - in questo suo "scontentar tutti" - semplicemente "obiettivo".
L'impressione prevalente, scorrendo le pagine del libro, è infatti quella di un testo che utilizza un passato doloroso in funzione della più stringente attualità politica.

Del resto, basta leggere gli articoli di Telese pubblicati sul Giornale [si trovano anche sul sito www.lucatelese.it], per comprendere gli umori di un giornalista culturalmente organico al Polo delle Libertà, ansioso di avvalorare la tesi di un'Italia da sempre dominata dai "comunisti", al punto da riscrivere un buon pezzo di storia e di spalmare di uno sgradito - anche ai diretti interessati - "buonismo" un'area che il Polo tenta di inglobare nel proprio blocco elettorale.
Telese, del resto, non ha come obiettivo rendere onore all'area nazional-rivoluzionaria, che anzi viene "devirilizzata" attraverso la minimizzazione sia delle sue gesta che della stessa militanza di gran parte delle vittime. Chi ha vissuto quegli anni sa come, a sinistra come a destra, la passione e l'impegno per la politica fossero totalizzanti, assoluti, con un senso del sacrificio che sfiorava addirittura il fanatismo. Sapevamo - sono nato nel 1955, quel ventennio l'ho vissuto intensamente ed in prima persona, ed ancora oggi non avverto la necessità di pentimenti o di abiure, ma soltanto di una doverosa assunzione personale di responsabilità collettive - i rischi che correvamo e che facevamo correre al prossimo. Eravamo giovani e forse incoscienti, ma certamente non inconsapevoli di quanto ci avveniva attorno. Anzi, era proprio la consapevolezza della durezza dello scontro a renderci, a nostra volta, duri ed a tratti spietati.
Se alcune di queste 21 vittime sono infatti totalmente inconsapevoli, come il piccolo Stefano Mattei o lo studente apolitico Stefano Cecchetti, nella maggior parte dei casi si tratta di militanti a tempo pieno, forgiati negli scontri di strada che allora - ed anche oggi, se a qualcuno interessasse leggere la realtà per quel che è - segnavano il paese. E l'opera di banalizzazione della passione politica che Telese compie è tale da mancare spesso di rispetto alle vittime stesse: nel caso di Emanuele Zilli si parla ad esempio di un suo avvicinamento alla Giovane Italia, che "Nel Sud ha un radicamento profondo, legato anche alle attività collaterali, ricreative o sportive. Spesso nelle sezioni del Msi c'è un accessorio ludico che a sinistra sarebbe considerato un segno di pericoloso degrado culturale: il flipper" (pagg.124-5); Mikis Mantakas "non vuole scegliere", ma poi frequenta un bar vicino la sede del Fuan di via Siena dove conosce "Una ragazza, poco più piccola di lui e molto carina, che lavora come segretaria nella sede nazionale del Msi" (pag.220); Sergio Ramelli porta i capelli lunghi e diviene "forse proprio per questo un bersaglio" (pag.269). Anche Mario Zicchieri è una delle "vittime" dei flipper (pag. 334), mentre Angelo Pistolesi, fondatore di una sezione missina, viene definito "fascista per caso" (pag.426). Roba da far rigirare nella tomba chiunque abbia avuto un anelito politico e lo abbia pagato con la vita.
Ma i migliori - nel senso di peggiori - risultati l'autore li ottiene rivolgendo la propria attenzione verso l'intera sinistra e, soprattutto, verso gli intellettuali e la stampa democratica. L'Italia di Luca Telese non è quella che abbiamo conosciuto sulla nostra pelle, ma una sorta di piccola grande Bulgaria in cui i "comunisti" controllano tutto e tutti [Chi ci ricorda, questa impostazione?]
Così, già a pagina XII dell'introduzione, veniamo a sapere che "All'alba degli anni settanta il ghetto ideale e politico dentro cui è stato chiuso l'Msi diventa all'improvvisamente un fortino assediato". Come se, negli anni cinquanta e sessanta, non si fosse registrata una sequenza impressionante di violenze fasciste, dagli assalti a colpi di bomba alle Botteghe Oscure fino allo strapotere squadrista in campo scolastico ed universitario che culmina con l'assassinio, a Roma, il 27 aprile 1966, dello studente socialista Paolo Rossi (che nel libro, a pagina 11, diviene inopinatamente "Walter Rossi"). Ma per l'ineffabile Telese, che accenna alla militanza politica nel Fuan del fratello maggiore di Carlo Falvella, gli anni sessanta registrano tutto un altro clima: "Un po' di goliardia, qualche storia d'amore con le giovani amazzoni della destra" (pagina 33).
Insomma, chi lo dice che la pratica dell'antifascismo militante sia nata dalle diffuse violenze squadriste, dai tentativi di golpe, dall'impunità dello stragismo, in un paese dominato dalla Dc, dai desiderata degli Usa, dai crimini e dalle complicità degli apparati di intelligence? Niente da fare: nell'Italia di Telese i fascisti universitari si dedicano alla goliardia e all'ippica, mentre i golpe sono soltanto delle semi-burlette (pagina 149 e seguenti) o dei semplici alibi per l'antifascismo militante (pagina 152).
Infine, l'impunità dello stragismo: che sì, ci sarà pure stata, ma affogata nel principale vezzo della magistratura (rossa?) e della polizia (rossa?) di evitare ogni problema giudiziario alle orde assassine della "sinistra extra-parlamentare", sostenute dagli intellettuali (rossi) e dal giornalismo (rosso). Mancano soltanto le cooperative (rosse), che forse sono tenute da conto per il prossimo libro.
La sinistra non porta del resto fortuna al nostro ambizioso giornalista: sbaglia nell'analizzare gli slogan ( "Camerata basco nero etc." era dedicato all'Arma e non ai fascisti, vedi pag.466), mentre a Roma sono i fascisti di Colle Oppio a disturbare le manifestazioni di sinistra dall'alto della balconata di San Pietro in Vincoli, che s'affaccia su via Cavour, e non il contrario (pag. 483).
Ma il top dell'imprecisione si raggiunge con il breve accenno all'assassinio di Walter Rossi, in cui in appena quattro righe di pagina 487 si sbaglia luogo (non Piazza Igea ma viale delle Medaglie d'Oro) e contesto (nessun assalto alla sezione missina di Balduina ma un semplice volantinaggio a più di 100 metri di distanza). Anche nel caso di Alceste Campanile, infine, è ormai dimostrata, contrariamente a quanto si scrive alle pagg. 603 e 605, la pista neofascista, con la confessione resa dell'estremista di destra Paolo Bellini. Ma nessuno sembra averne messo al corrente Luca Telese.

Pubblicato Luglio 25, 2006 11:59 PM