sabato 7 giugno 2008

Storie di irriducibili-3


Partiamo da l fondo e per farlo uso una considerazione amara di Alessia guidi su provocation.net:

L'altra verità di questo sciagurato paese sono i campi petroliferi. Nel nord, a Cabinda, ci sono alcuni tra i più ricchi giacimenti off-shore del mondo. Negli anni Ottanta il presidente americano Reagan aveva proibito alle multinazionali petrolifere di operare in Angola, perché i proventi di quei contratti miliardari finivano nelle casse di un regime comunista. Le multinazionali ignoravano il divieto e Reagan non insisteva. Il problema però era la guerra: i giacimenti andavano presidiati manu militari, tanto più che Cabinda era una zona molto esposta. La difesa era assicurata dai compañeros internacionalistas. E così le piattaforme, i magazzini, il personale della Gulf, della Texaco e di altri mostri dell'imperialismo yankee erano presidiati da batterie missilistiche cubane. Oggi tutto è cambiato. I rapporti tra l'amministrazione americana e il regime angolano (nel frattempo passato dal credo marxista a quello liberista) sono eccellenti. Così va il mondo. Noi facciamo il pieno di benzina e ce ne andiamo per la nostra strada, lasciandoci dietro una scia di gas di scarico nell'aria e al suolo una lunga fila di bambini mutilati dalle mine.

Stiamo parlando dell'Angola e di quello che rappresento' ,la sua liberazione e la sua resistenza, anche per movimenti come quello di Nelson Mandela in Sudafrica.
A quei companeros è dedicato questo post. In particolare a ciò che fecero in una battaglia che segnò l'inizio della fine non solo della guerra in Angola ma, anche, del regime dell'Apartheid.
Questa battaglia si svolse in un luogo chiamato Cuito Cuanavale.
La sintesi di quel periodo è in queste righe:

"In condizioni quasi disperate, il presidente Neto chiede aiuto a L'Avana. Senza prima
consultarsi con l´Unione Sovietica di Breznev, che stava trattando gli accordi SALT II
con gli Stati Uniti e che perciò non voleva un coinvolgimento diretto, né auspicava un
intervento militare da parte di Cuba, rispondendo alle reiterate richieste del Governo
angolano inizia così la missione internazionalista cubana. Il supporto di 15.000 uomini
delle Forze Armate Rivoluzionarie (FAR) cubane sarà decisivo per respingere l'invasione
sudafricana e porre fine a 400 anni di impero e di colonialismo. Si mette dunque in
marcia l´Operazione "Carlotta", nome dato in omaggio ad una schiava africana che si
presume fosse arrivata a Cuba dall´attuale territorio angolano e che aveva capeggiato
un´insurrezione durante la colonizzazione spagnola.

Nell'agosto del 1981 il Sudafrica lancia l'azione "Smokeshell" utilizzando 15.000
soldati, mezzi blindati e aerei, per avanzare di 200 km nella provincia meridionale di
Cunene. Nell´ottobre 1987 le Forze Armate Rivoluzionarie cubane (FAR), insieme alle Forze
Armate Popolari per la Liberazione dell'Angola (FAPLA), assediate dalle Forze di Difesa
del Sudafrica (SADF) e dalla Forza Aerea Sudafricana (SAAF) contrattaccano e respingono
gli invasori, nonostante gli Stati Uniti abbiano fornito le armi a Savimbi, seminando
migliaia di mine e uccidendo centinaia di migliaia di civili.

La resistenza militare angolano-cubana fronteggia l'attacco fino al 1988, quando
sull´onda delle pressioni internazionali, del crescere delle spese militari e dei
contrasti interni contro l'apartheid, il Sudafrica accetta di firmare un accordo con
Angola e Cuba che pone fine al conflitto. "



Quello che non poterono le sanzioni dell'Onu o l'isolamento (finto) di parte del mondo "libero",contro il regime segregazionista, lo fecero i "companeros".
Presero a calci nel culo bianchi ed addestratissimi soldati.Li cacciarono via, in quella battaglia, combattendo contro uno schiacciante esercito ben armato.Un rapporto di forze di 1 a 6.
Da quelle parti passarono, in 15 anni, circa 300.000 cubani.Volontari.
Sarà anche per quello che Cuba è come un fazzoletto rosso di fronte ad un toro per gli yankee?

giovedì 5 giugno 2008

Storie di irriducibili- 2








Di Maurizio Ferrari, uno dei Brigatisti storici, si occupò l'Espresso con un articolo nel 2004.
Dopo di allora è uscito dal carcere nel maggio del 2005.
Di lui raccontano l'infanzia passata in orfanotrofio ed il fatto che si fece catturare per rivedere la fidanzata.


I


Il brigatista del nucleo storico detenuto dal 27 maggio 1974

Nessuno va a visitarlo, non è mai uscito dal carcere
Ferrari, l'ultimo degli irriducibili
30 anni in cella senza permessi
Condannato per il sequestro Sossi, non per fatti di sangue

Mario Sossi
durante
il sequestro


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ROMA - Trent'anni di carcere senza un permesso, una visita di un parente o un amico, un giorno di semilibertà, senza nemmeno un avvocato. Da 10 mila 950 giorni Paolo Maurizio Ferrari è sepolto vivo dietro le sbarre di un carcere: pochi si ricordano del primo brigatista arrestato il 27 maggio del 1974 dalla polizia del governo di Mariano Rumor, talmente pochi che di quell'irriducibile è difficile pure sapere in quale carcere è rinchiuso.

Ferrari era uno dei fondatori delle Brigate Rosse, del gruppo dei Curcio, dei Franceschini, di Mara Cagol. Il brigatismo degli albori che sequestrava i "capetti" delle fabbriche e che compì come azione più clamorosa il sequestro del giudice Sossi. Un brigatismo che, quando Ferrari varcò il portone di un carcere, ancora non aveva ucciso nessuno. Ed infatti all'ex operaio modenese non vengono imputati fatti di sangue ma la partecipazione al sequestro Sossi.

Quando è entrato in carcere l'Italia era un'altra; c'era l'austerità, il referendum sul divorzio, le bombe sui treni. La Democrazia Cristiana governava incontrastata e il Pci aveva da poco eletto Enrico Berlinguer alla segreteria mentre Craxi era ancora un oscuro funzionario del Psi. Un'Italia che Ferrari aveva scelto di combattere armi in pugno e che, da quando lesse il famoso proclama dalle sbarre dei detenuti al processo di Torino, non conosce più. L'Italia di oggi non l'ha mai vista e nessuno gliel'ha neppure raccontata, dato che in questi 30 anni da 'sepolto vivo' non ha ricevuto neanche una visita di parenti e amici che non ha.

Quest'anno scade la sua pena e Ferrari potrebbe tornare in libertà. Forse, ma ancora è certo. Nel suo caso l'unica certezza è quella della pena: è stato il primo brigatista ad entrare in carcere e l'ultimo che ne uscirà senza avere mai passato anche un solo giorno fuori, pur non avendo commesso alcun reato di sangue.

Il primo ad essere arrestato quando le Br erano ancora alle origini e forse l'unico detenuto in Italia che abbia scontato 30 anni di carcere senza esserne mai uscito neppure una volta, né beneficiando del lavoro esterno, né in semilibertà. Mai, così almeno risulta al presidente dell'associazione "A Buon Diritto" Luigi Manconi, che nel '99 presentò un'interrogazione al ministro Diliberto per un presunto pestaggio nel carcere di Novara del brigatista modenese. Da allora sulla sorte di Ferrari è calato il silenzio.

Oggi ha 58 anni, ha passato l'infanzia in comunità senza aver conosciuto i genitori. Operaio a Torino nel '69, poi fondatore e membro del nucleo storico delle Br, da allora Ferrari è rimasto un "irriducibile" ignorato dal mondo e prigioniero anche della propria ostinata coerenza di "rivoluzionario" che lo ha spinto a non "scendere a patti con lo Stato" e a rifiutare perfino l'avvocato d'ufficio.

Senza famiglia e dimenticato dietro le sbarre da tutti, per lui quest'anno potrebbero finalmente spalancarsi le porte del carcere. Ma quale? Dopo aver peregrinato da un supercarcere all'altro fra rivolte e proteste carcerarie, non si sa con certezza se sia ancora a Novara o in qualche altro penitenziario. E a sentire Alberto Franceschini, sulla libertà del suo vecchio compagno non è neppure detta l'ultima parola: "Proprio perché non ha un avvocato non ha mai fatto domanda per il cumulo della pena e quindi non ha diritto a sconti, affidamenti o altri benefici di legge. Potrebbe sommare 80 anni di carcere senza che nessuno intervenga. Quindi non è detto che esca".




Però fa ancora paura e di lui non si scordano i giudici.

Lettera aperta ai compagni, alle compagne

Un giudice, stavolta di sorveglianza, mi ha cercato, trovato e infine consegnato tramite la polizia una sua "ordinanza", che, come vedete segue questa lettera. L' "ordinanza" rende esecutiva una "misura di sicurezza della libertà vigilata per anni uno" decreta 25 anni fa. Una condanna, la chiamo io, in quanto è una restrizione della libertà prima ancora di essere una "vigilanza"; una pena che non è in relazione ad alcun "reato", ma esclusivamente a quello che sei, per questo, pur se è mostruoso e ridicolo, può essere decretata in anticipo, anche di un quarto di secolo. E quello che sei non viene chiamato nel codice penale con nomi quali, ad esempio, "sovversivo", "eversore" ecc., ma con il generico "socialmente pericoloso". Una categoria che per definirsi non ha bisogno di fatti, le basta comporre supposizione, congetture sulle letture, le frequentazione, non so le espressioni del viso. Nazi-fascismo in pieno, ecco di che si tratta. Ed è una condanna usata ampissimamente con disinvoltura. Ma che cosa è accaduto? Il tribunale di sorveglianza di Vercelli (competente nel mio caso poiché sotto la sua cappella di trova anche il carcere di Biella da cui sono uscito) ha "disposto" di "imporre" a me, la "liberà vigilata per anni uno di cui alla sentenza Corte Assise Appello di Firenze del 19.11.1980". Il giudice di sorveglianza che ha reso esecutiva la condanna poteva dire: nel 1980 tu sei stato condannato ad un anno di liberà vigilata ed io nel 2005 la rendo esecutiva in quanto tu, comunque, eri e sei nemico dello stato. Chiuso. Invece ha voluto farsene una ragione ed è franato nella meschinità. Scrive il giudice: "...il soggetto (uno dei tanti nomi che mi affibbia)...convoca dal Centro Servizio Sociale di Firenze...non si è mai presentato...il Centro Servizio Sociale di Milano...non è riuscito a contattarlo"... Nessun servizio sociale mi ha mai "convocato", o , "cercato". Per verificarlo il giudice poteva rivolgersi anche alle persone che mi hanno ospitato, le cui abitazioni conosceva, come scrive nella sua "ordinanza", anche per avermi recapitato, sempre attraverso la polizia, altri atti nei mesi precedenti. Non lo ha fatto, si è limitato, scrive, a sentire i servizi sociali i quali avranno risposto con il rituale "tutto a posto dottore" - tanto nessuno può provare il contrario e il posto di lavoro non ne viene minacciato. Questo dico anche a difesa delle persone che mi hanno ospitato, dato lavoro, che l'arroganza del giudice cerca deve essere troncata la consegna dei libri, al punto da impedire ogni loro attività intellettuale. Nemmeno quel sadico di Cardullo nel suo apogeo era sceso a tanto; voi di oggi siete vicini a Goebbels più di lui. Fuori sto scoprendo che la condizione della gran parte di chi lavora è discesa nella schiavitù. Nei cantieri, presso i corrieri, ma anche nella scuole e nei call center, si lavora per 5-6 euro l'ora e in una situazione di assoluta indeterminatezza. Quel misero salario è succhiato per il 60-70 percento dall'affitto per la casa, sarebbe più vicino al vero chiamarla, in generale, posto-letto + punto-cucina. Chi ha trasformato i contratti di lavoro in un vero Bengodi per i padroni, ma in una disgrazia micidiale per la classe operaia, per chiunque sia alla ricerca di un posto; chi ha consegnato le case al mercato capitalistico, alle agenzie e al traffico borsistico, chi ha condotto la soddisfazione del bisogno dell'abitazione a divenire un incubo per la gran parte della popolazione; chi, come lei signor giudice, impone con le relative leggi questo immiserimento non solo materiale, voi siete "socialmente pericolosi", non c'è dubbio. Contro di voi e il vostro stato con il quale ora tormentate e saccheggiate anche il popolo irakeno, la lotta c'è e io sono li. Milano, 26 Marzo 2005

Maurizio


Maurizio adesso si occupa di carcere e gente in galera attraverso il sito: http://www.autprol.org/olga.
E' uno dei padri cattivi a cui, probabilmente, si riferì Cofferati in una sua intervista un pò di tempo fa.
Noi lo pensiamo a come era cristallizzato in quell'immagine con il pugno chiuso, con un mondo di gente che gli è scorsa attorno.Con i ricordi ed i giorni spesi da solo.Con quella compagna da rivedere, con un debito pagato senza un solo lamento.
A pugno chiuso, Maurizio.

Storie di irriducibili-1




Dopo il post dedicato Sante Notarnicola iniziamo un viaggio nelle storie di gente che non si è arresa mai.Irriducibili e resistenti nella vita.Accompagnati da Fabrizio De Andrè perché anche a noi "Di respirare la stessa aria dei secondini non ci va" e di perdere la memoria neanche.

Muzio Tosi

Assunto il quattro agosto del '17, in qualità di operaio, negli altiforni piombinesi, Muzio vi lavora fino al ventisette ottobre del '19, poi, nel '24, si sposta a Torino e, nel '30, aderisce al gruppo anarchico clandestino della Barriera di Milano, insieme al fratello Vindice, a Dante Armanetti (3), a Arduilio D'Angina, ai fratelli Cornelio e Nuzio Giacomelli di Cascina (4) e al piombinese Settimio Guerrieri ("individuo molto attivo", che "si occupa di fare emigrare clandestinamente [i] compagni di fede").

Nella città opera un altro gruppo libertario, quello della Barriera di Nizza, di cui fanno parte il muratore torinese Cesare Sobrito, collaboratore dell'“Adunata dei refrattari” e del “Risveglio anarchico” e strettamente legato a Luigi Bertoni (5), il barbiere vercellese Emilio Bernasconi, che ha una bottega in via Saluzzo, il venditore ambulante Michele Guasco, che risiede in Corso Spezia, il torinese Michele Candela, il meccanico genovese Eugenio Martinelli e il meccanico vercellese Vittorio Levis.
I due gruppi sono in contatto con alcuni compagni di idee, emigrati a Lyon, che fanno capo al Circolo Sacco e Vanzetti. Alle riunioni del Circolo intervengono il meccanico torinese Giovanni Saroglia (6), il meccanico anconitano Alvaro Pietrucci (7), l'operaio piombinese Luigi Ravenni (8), il tappezziere montierino Gemisto Vallesi (9), il pittore livornese Tito Salvatori (10), i meccanici torinesi Mario Garello (11) e Marcello Basso (12), il meccanico piombinese Marino Ripoli (13), l'operaio massetano Socrate Franchi e il manovale modenese Giovanni Matteozzi (14). I rapporti fra gli anarchici di Lyon e quelli di Torino vengono tenuti da Giovanni Saroglia, da Marino Ripoli, da Carlo Oldani, da Pietro Mazzini e da Giuseppe Zagaria, che - secondo la polizia italiana - ha favorito l'espatrio clandestino della calzettaia anarchica Maria Bardazzi, legata sentimentalmente al Ripoli.

Al principio del '31 le maglie della polizia fascista si stringono intorno ai due gruppi libertari torinesi e i loro componenti finiscono nei giorni successivi in carcere. Muzio Tosi viene arrestato il dieci febbraio ed è subito deferito alla Commissione provinciale per l'assegnazione al confino. Il ventidue febbraio la Questura del capoluogo piemontese si occupa di lui per sottolineare che si è sempre “dimostrato anarchico irriducibile”, che appartiene “a famiglia i cui membri professano le stesse idee” e che, dai compagni di fede “è ritenuto elemento d'azione, capace cioè di scendere in piazza a prendere parte a movimenti turbolenti qualora si presentasse l'occasione favorevole”. L'undici marzo il sovversivo massetano è assegnato al confino per la durata di due anni “per attività contraria all'ordinamento nazionale dello Stato” e “incorreggibilità” e il quattordici viene schedato: nel Mod. A la Prefettura di Torino scrive che è alto m.1,81 e che ha corporatura esile, fronte alta e capelli castani lisci, che, dal '24, ha partecipato a tutte le manifestazioni sovversive del capoluogo piemontese e che è considerato “elemento di azione”, in grado di turbare l'ordine pubblico con le sue iniziative.

Tradotto a Ponza il dieci luglio, Tosi si appella contro la misura restrittiva, ma il suo ricorso viene respinto e, il due settembre, l'anarchico è denunciato per “manifestazione sediziosa” e contravvenzione agli obblighi del confino. Rinchiuso a Poggioreale, viene condannato, il trentuno di ottobre, a quattro mesi di carcere “per avere emesso in luogo pubblico [cioè nel camerone dei confinati] grida sediziose”. Ricondotto a Ponza il quattro gennaio del '32, ottiene dalla Corte d'appello di Napoli la riduzione della condanna da quattro a tre mesi di reclusione e il primo aprile indirizza al Ministero dell'Interno la lettera seguente: “E' vero che l'art.189, testo unico legge di P.S. 1931 dice che il tempo trascorso in espiazione di pena detentiva non è computato nella durata del confino. Ma se si considera che il confino si concreta in una rigorosa vigilanza da parte dell'Autorità di P.S. e che, perciò, il confinato può considerarsi in stato di detenzione, l'espiazione della pena di tre mesi d'arresto nel carcere di Napoli, mentre egli, come confinato, era già in stato di detenzione, rappresenterebbe, a suo modesto avviso, un bis in idem. E, pertanto, il sottoscritto nutre fiducia che cotesto on. Ministero vorrà, esaminato il caso, computare nella durata del confino i suddetti tre mesi di arresto...”

Il primo agosto Tosi viene nuovamente arrestato per violazione degli obblighi del confino, il nove agosto è scarcerato dopo che la Pretura di Ponza l'ha condannato a un'ammenda di 500 lire e il tredici novembre beneficia dell'“amnistia del decennale” e lascia l'isola. Tornato a Torino, abita, fino al novembre del '33, in via Spontini 5, poi si trasferisce al n.126 di Corso Giulio Cesare e, nel '34, accompagna - senza dar “luogo a rilievi” - l'anarchica Maria Bibbi (15) ad Avenza, dove la donna (16) visita lo zio Francesco Bibbi (17), già arrestato dopo l'attentato di Lucetti a Mussolini.
Rientrato nel capoluogo piemontese, Muzio valica a piedi le Alpi alla fine di aprile del '37, emigrando clandestinamente in Francia, poi prosegue fino a Barcellona, dove arriva insieme a Ugo Cardenti (un comunista di Capoliveri, che, in aprile, è evaso dal carcere militare dell'Elba e ha raggiunto la Corsica in barca per andare a battersi contro Franco), a Cornelio Giacomelli, a Bruno Tosarelli, a Vittorio Marchi, a Enea Landini, a Domenico Nizzi, a Giuseppe Formentoni, a Giorgio Rossi, a Armando Bientinesi, a Massimo Morisi e a Cesare Scarazzini, e si arruola in una formazione antifranchista.

Informata dell'espatrio, la Questura di Torino sollecita - il ventotto maggio - l'inclusione del Tosi nel Bollettino delle ricerche quale “anarchico da arrestare”, come si legge nella schedina n.0901 del “supplemento dei sovversivi”. L'otto agosto una spia dei fascisti racconta che Muzio si sarebbe imbarcato a Marsiglia - nel mese di maggio - su una nave diretta a Barcellona, e il cinque ottobre il console della città focese, Ettore Liberati, informa l'Ambasciata di Parigi che tutti i volontari antifascisti, che si trovavano sulla nave “Ciudad de Barcelona”, partita “da questo porto il ventinove maggio” sono morti, dopo il suo siluramento da parte dei sommergibili fascisti. Il diplomatico non è tuttavia in grado di precisare se il Tosi fosse o meno sull'imbarcazione.
Muzio è invece a Barcellona, dove dirige la sezione italiana della C.N.T. e collabora a “Guerra di classe”, il giornale che Aldo Aguzzi (18) e Domenico Ludovici dirigono dopo l'assassinio di Berneri. Nella capitale catalana si unisce in matrimonio a Adela, una militante della C.N.T., e invia più volte ai genitori e al fratello Vindice delle lettere, che giungono a destinazione, dopo essere passate per Parigi, dove - secondo la polizia fascista - è la famiglia del defunto prof. Berneri, che “senza dubbio si incarica” di spedirle a Torino. L'indirizzo, che figura sulle buste, è infatti quello della famiglia Berneri: rue de Terreneuve, 20, Paris.

In Spagna Muzio resta fino all'ottobre del '38, poi, tornato a Marsiglia, scrive ai genitori di avere incontrato Aldo Demi, un anarchico piombinese, che è stato volontario nella Brigata Garibaldi. In calce al foglio ci sono i saluti - per i suoi cari - di Albino Zazzeri e di sua moglie: “Saluti cari da noi tutti, famiglia Zazzeri”. Il ventisei marzo del '39 Tosi scrive di avere aperto a Marsiglia, assieme alla moglie Adela, un'attività commerciale simile a quella, che aveva a Torino nel '31: la sua lettera porta, questa volta, i saluti degli anarchici Settimo Guerrieri e Cornelio Giacomelli, già miliziani in Spagna.
Arrestato nei giorni seguenti, Muzio è rinchiuso, il ventisette aprile, nel terribile campo di internamento di Argelès, dove aderisce al gruppo anarchico “Libertà o morte”, insieme a altri 116 compagni di idee. Lasciati i reticolati, le guardie mobili e gli “spahis”, riannoda i legami con i familiari e nelle lettere nomina spesso Cornelio Giacomelli, Settimo Guerrieri, Aldo Demi e Dario Franci: del primo racconta - nel febbraio del '42 - che è ricoverato in ospedale, del secondo riferisce che è a Parigi, di Franci dice - l'otto ottobre 1942 - di non sapere nulla da molto tempo. Il due giugno 1943 Tosi è al Barrage de l'Aigle, da dove scrive ai genitori di non ricevere “posta” da più di tre mesi da Demi e da Guerrieri, mentre Giacomelli gli ha annunciato che gli manderà un pacco di pomodori da Perpignan.
Muzio collabora con i partigiani francesi della zona di Tolosa fino alla liberazione, poi, dopo nove anni di esilio, rientra a Torino. E nel capoluogo piemontese partecipa alle lotte operaie del dopoguerra e rimane fino alla morte, che lo coglie il tredici settembre 1990.

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Sante


Sante, bandito e proletario.Protagonista nel 67 insieme a Cavallero (pentito nel 1988) di una feroce rapina a Milano. Quattro morti e sedici feriti al termine di una sparatoria che coinvolse mezza città.
Sante era un "terrone" che quando arrivò si trovo immerso in una realtà della quale la prima cosa che colse era la netta separazione tra chi i soldi li faceva e chi li faceva fare.
Sante è stato un militante del PCI. Iscritto alla FGCI, colpito dalle storie che i partigiani si raccontavano in sezione. In attesa, come molti, di una rivoluzione che doveva venire.
Crepaldi, partigiano, gli insegnò ad usare il mitra.
Con quello iniziò la sua avventura di "bandito".
E' stato uno dei primi, in quegli anni, a dare alle rapine una connotazione di esproprio per una giusta causa. Pensava che i soldi che prendeva servissero a finanziare armi e rivoluzioni in america latina.
Solo poco prima di essere catturato Cavallero gli raccontò che quei soldi eranoo stati sperperati.
Erano gli anni 60 ancora prima del 68.

Da una sua lettera

Volterra, gennaio 1971.
19 settembre 1970. Sono da poco le sette del mattino, passi cadenzati si odono nella sezione, la terza superiore del penitenziario di Volterra... Odo i passi arrestarsi di fronte alla mia cella, la n. 23, lo scatto del pesante passante che blocca la porta, che viene spalancata, innanzi a me due brigadieri ed una decina di guardie, vengo invitato ad uscire, obbedisco, ed in mezzo al plotone mi incammino verso l'uscita. Faccio una domanda, mi viene risposto che non sono tenuti a darmi delle spiegazioni, replico la domanda, mi informano che debbo essere isolato.
Scendo tranquillamente le scale sino ai sotterranei del castello, ove con mia grande meraviglia altri miei compagni sono già stati condotti prima. Vengo introdotto in una cella, con un letto di contenzione al centro, mi spogliano completamente nudo intorno ci sono una ventina di guardie.
In un istante mi sono addosso con calci e pugni, cerco di coprirmi, grido, chiedo il motivo di quel linciaggio, ricevo altri calci, pugni, con una cattiveria ed una selvaggità mai veduta. Fortunatamente la lunga pratica sportiva, la difesa del caraté e la robustezza fisica acquisita praticando il sollevamento pesi negli anni passati, mi sono di aiuto a parare molti colpi, che avrebbero potuto provocarmi serie lesioni. Odo gridare anche gli altri compagni nelle celle accanto, addirittura piangere e gemere di dolore. Un poderoso pugno mi raggiunge in pieno volto, mi sanguina il naso, continuano a picchiarmi, selvaggiamente, quasi la vista del sangue li avesse infuriati di più, proprio come l'istinto degli animali feroci, sto per crollare nonostante la mia resistenza fisica. Smettono, mi trascinano nel corridoio ove in uno stanzino c'è un lavabo, mi ordinano di lavarmi il volto che è ormai una maschera di sangue (forse temono che mi restino troppi segni evidenti), vengo spinto ancora fuori del corridoio, vi sono ad attendermi un numero considerevole di guardie, disposte ai due lati, vengo di nuovo preso di mira, infieriscono ancora, soprattutto con calci, il dolore mi fa annebbiare la vista, mi ritrovo pesto e dolorante nella cella, completamente nudo, mi alzo da terra a fatica, cerco di adagiarmi sul letto, mi gira il capo, la nausea, vomito, forse svengo, mi risveglio sul tardi intirizzito dal freddo, chiedo qualcosa per coprirmi, mi viene risposto che non c'è l'autorizzazione.
Intanto ho scolpito nella mia mente alcuni nomi, tre sottufficiali e un agente: P., Z., J. e M. Nelle notti seguenti sono preso da incubi, mi sveglio di soprassalto, mi sembra che ad ogni istante arrivino i miei carnefici.
Ho finalmente modo di vedere gli altri miei compagni, in condizioni pietose, A. Z. e M. A., quest'ultimo forse il più malconcio, è caduto a terra, dove numerosi calci lo hanno raggiunto in pieno.
Gli altri due, M. V. e M. C., non sono stati molto malmenati per la loro avanzata età. Sei giorni dopo dal sotterraneo siamo trasferiti in un'altra sezione, sempre punitiva ed in isolamento, dove poi ci resteremo quasi cento giorni.
La sera del 25 settembre vengo convocato sul tardi dal sostituto procuratore della repubblica generale di Firenze, il quale con mia grande meraviglia sa ogni cosa, evidentemente un compagno è riuscito ad informare la magistratura. A. Z. ed io veniamo interrogati e sottoposti ad una visita medica all'istante dal medico del carcere dottor L., per ordine. Riscontra ecchimosi ed abrasioni sui nostri corpi per cui procede all'apertura di un'inchiesta controfirmata da noi, e dal medico stesso. Dopo qualche giorno veniamo convocati dal comandante del carcere il quale ci contesta di aver opposto resistenza e di aver oltraggiato le guardie che ci portarono nei sotterranei (cosa assolutamente falsa, per giustificare le lesioni riscontrate sui nostri corpi).
Ci contesta altresì di aver introdotto una rivoltella del tipo Flobert calibro 6 nello stabilimento, che a suo dire sarebbe stata trovata nell'ufficio dei conti correnti, ove noi cinque svolgevamo il nostro lavoro di impiegati. Naturalmente, non avendo mai posseduto quell'oggetto respingiamo ogni addebito all'interrogatorio del pretore di Volterra. Nonostante ciò, siamo deferiti alla magistratura, pur avendo subito tutti quegli abusi e violenze; non solo, vengo persino citato come teste per un'altra separata denuncia nei confronti di M. V., al quale lo stesso pretore in udienza infligge nove mesi per oltraggio, per aver offeso un agente carcerario, malgrado essendo stato io stesso presente al fatto, abbia confermato dinanzi ai giudici la totale innocenza del compagno M. V.
Questi avvenimenti sono spesso di ordinaria amministrazione in parecchi reclusori italiani, particolarmente in questo di Volterra.
Le guardie carcerarie sono i più bei campioni di sadismo umano, ogni volta è un piacere per loro far parte della squadra di pestaggio, anzi taluni fanno a gara per entrarci, è una cosa bella per loro colpire in venti o trenta contro uno, linciare nel vero senso della parola un poveretto che nella maggior parte delle volte non ha commesso nulla di male, tutt'al più per aver detto qualche parola in sovrappiù...

- Dichiarazione di Sante Notarnicola.

mercoledì 4 giugno 2008

Il pentimento e l'uso dei pentiti

Dopo 24 ore di permanenza nelle patrie galere il sig. Marco Barbone decise di vuotare il sacco.Lui, l'assassino di Walter Tobagi, denunciò quelli che fino a due giorni prima erano state le persone con cui aveva condiviso tutto.
Marco Barbone è figlio benestante di una famiglia tranquilla e borghese.Gli anni a ridosso del 77 gli hanno bruciato l'anima, creato (forse) disagio per quella sua condizione di privilegiato in mezzo a tanta gente incazzata e, come tanti figli della borghesia del tempo, ha pensato di rimettere un po' di quella "colpa" di classe imbracciando il fucile.
Di lui parla un recente libro di Fabrizio Calvi, "ragazzi di buona famiglia".
Quello che qui voglio ricordare, è il diverso destino di chi in un modo o nell'altro ritornò pentito tra le braccia di quella classe che, per un momento di follia, aveva abbandonato.
Quello che queste persone non smettono di fare è dare lezioni e consigli agli altri.
Nella sua nuova attività il Barbone ha, tra le altre cose, recensito un libro di Jannuzzi sul caso Andreotti e sull'uso dei pentiti.Tra le parole scritte meritano una certa sottolineatura le seguenti
"…Jannuzzi vi guiderà nell’intricato svolgimento di quella che chiama ‘Opera dei pupi’, il dipanarsi dei pentimenti grandi e piccoli, e del loro utilizzo…”, finendo con l’affermare “…non potete non leggere questo libro che proponiamo come testo obbligatorio di educazione civica”.

Ora, noi non siamo tra quelli che non riconoscono al pentimento una forza "morale" che fornisce all'individuo il motivo per andare avanti e non voltarsi indietro.
Siamo però contrari all'uso che poi un pentito fa di questa sua questione di coscienza.
Sarà un caso, ma un simile personaggio è finito tra le braccia di quelli che osteggiava con la pistola nel pugno.

Precedente, a quanto citato, fece un certo scalpore un suo intervento su Tempi

I terroristi? Figli che “giocano” nel cortile di casa ex-post-neo comunista. Lo dice Bossi? No, un ex “giocatore”

Ci scusiamo con i due grandi del cinema italiano per l’utilizzo del titolo del loro nuovo film. Vorremmo scrivervi qualche considerazione sull’omicidio del Prof. Biagi e il titolo più appropriato ci sembra quello scelto da Salvatores ed Abatantuomo che peraltro hanno ricevuto 500 milioni l’uno e 700 l’altro per le loro fatiche. Non male per due estremisti di sinistra (area Rifondazione) considerando che questa montagna di quattrini si assomma ad altre già percepite grazie ai favori di Silvio Berlusconi. Ma tant’è... Dicevamo delle amnesie: quella sicuramente più drammatica, è l’amnesia del ministero dell’interno che non ha scortato la povera vittima; evidentemente il fatto che le Br abbiano sanguinosamente attaccato il ministero del Lavoro negli ultimi anni, non ha significato nulla (e come vedremo, l’attenzione al ministero del Lavoro ha una sua specifica spiegazione, un significato politico). Questi pensieri ci vengono ricordando le dimissioni dell’allora ministro degli Interni Francesco Cossiga allorché venne rinvenuto il cadavere di Aldo Moro: un gesto di moralità politica che in questa occasione è mancato; e questo non fa onore al governo che pure è parte lesa in questo omicidio. Forse sono passati troppi anni dalla fine degli anni ’80, dalla fine dei grandi processi per terrorismo, per questo siamo ancora lì a titolare: “la pistola è la stessa”. E allora? Che interesse ha questo dettaglio? Nessuno, l’omicidio del Prof. Biagi non è un delitto comune, è un tragico gesto politico e come tale va analizzato.

Girotondini peggio della Cgil

La discussione più interessante si è snodata sulla questione dei girotondini, del loro livore politico, capace secondo la vulgata di centrodestra, di generare violenza politica e altro. Ha reagito vivacemente anche la Cgil dichiarandosi non disposta a rinunciare ai propri princìpi, alla lotta contro la modifica dell’articolo 18, anche e soprattutto dopo l’omicidio Biagi. (Potremmo chiosare informandovi che l’art. 18 in Italia non può essere invocato in caso di licenziamento da parte dei sindacati! Proprio così, sia che siate un dirigente sindacale sia un semplice addetto amministrativo, per voi non c’è la possibilità di reintegro perchè i sindacati sono esentati dall’art. 18. Altro poco limpido esempio di moralità politica). Ma tornando alla questione centrale, cioè se i toni debbano restare accesi o riportarsi verso un clima consociativo per evitare la deriva terrorista, come ha sostenuto fra gli altri Gad Lerner in una trasmissione su La 7, devo dire che penso che abbia ragione Sergio Cofferati, che la lotta politica non debba essere condizionata nei suoi tempi e nei suoi temi dall’iniziativa della lotta armata. Negli anni ‘70 la lotta armata ebbe una forte diffusione anche perché in realtà era divenuta l’unica forma di opposizione nel momento in cui si andava verso l’unità nazionale con il governo Andreotti, sostenuto dal Pci, che poi finì con l’omicidio Moro.

Peggio l’odio di Sciuscià di chi alza la voce

La passione politica, l’estremismo non sono di per sè motivi scatenanti della violenza politica, anzi possono esserne una causa ri-tardante. Questo anche quando l’esagerazione è feroce, come quando si vede a Sciuscià un vignettista di grido scriversi col pennarello un numero sul braccio e con lo sguardo pieno di odio aggredire verbalmente un ministro israeliano rinfacciandogli quel gesto: nel caso di specie l’amnesia è verso la Shoah, verso i kamikaze palestinesi che fanno strage di israeliani di qualunque età solo per il fatto di essere al mondo, perpetuando il genocidio nazista da una comoda poltrona mediatica e di sinistra. Fa impressione vedere una vecchia gloria dell’Autonomia operaia (Franco “Bifo” Berardi) usare argomenti come “a chi giova” o “sedicenti Br” o “regolamento di conti interno al governo”, che francamente non si sentivano più dai tempi del sequestro Sossi (1974) quando insomma per il Pci le Br erano definite sedicenti e si diceva che il terrorismo era solo fascista.

Le Br non sono marziani

Ma la vera questione ci pare essere l’appartenenza ideale ed ideologica delle Br alla sinistra italiana. Rossana Rossanda qualche anno fa parlò di album di famiglia; i brigatisti nei loro libri testimonianza, hanno sempre sottolineato la loro militanza nella sinistra storica italiana, perfino nel sindacato. Il punto è che leggendo la rivendicazione delle Br e le loro prolisse risoluzioni strategiche, si riscontra sì un tono da Terza Internazionale e c’è una forte attenzione sui temi sindacali e del lavoro, ma questi non sono marziani, definirli killer seriali non aiuta; le Br sono la deriva violenta dell’iniziativa politica superideologica che sostituisce le piazze al voto democratico, che considera il proprio avversario un nemico, soprattutto un simbolo da colpire. Il linguaggio dei brigatisti è perfettamente omologo a quello delle frange operaiste del sindacato.

Il “milieu” del terrorismo

I girotondini costituiscono, che gli piaccia o no, il milieu culturale al cui interno una scelta sciagurata come la lotta armata trova appoggio, silenzio, conformismo omertoso di stampo mafioso. Avete mai fatto caso all’atteggiamento verso i pentiti di mafia, anche i più squalificati? Ebbene costoro hanno sempre goduto nell’intellighentsia di sinistra di un trattamento di buona considerazione soprattutto quando si facevano strumento di lotta politica accusando qualche Dc di connivenza mafiosa. Ma qual è stato, invece, l’atteggiamento degli stessi intellettuali verso i pentiti del terrorismo? Tacciati di infamia e tradimento, isolamento civile e sociale (e questo lo sappiamo bene). Il peccato era ammettere le responsabilità dirette nella lotta armata di chi aveva militato nella sinistra, discutere seriamente sul fatto che l’estremismo sociale e sindacale (l’operaio sociale che oggi Negri ha mandato in pensione) era parte integrante della sinistra e aveva fatto scelte di violenza e di morte.

È la lotta di classe che genera mostri

Ma si dirà che a contraddire tutto ciò c’è l’evidente silenzio verso i G-ottini, i no global: amnesia, vi diciamo per l’ennesima volta. Le Br sono sempre state un gruppo a forte vocazione operaista, non hanno mai fatto reclutamenti di massa e hanno avuto una profonda distanza se non vero e proprio conflitto politico verso i movimenti spontaneisti, verso quella che un tempo era l’area dell’autonomia. Insomma vogliamo ricordare che in un gruppo di licenziati dalla Fiat nei primi anni Ottanta (i famosi 61, per chi non soffre di amnesia) c’erano delegati sindacali che poi si rivelarono brigatisti regolari a tutti gli effetti; era, ed è tuttora, quella dell’estremismo sindacale l’area di reclutamento brigatista. In definitiva l’amnesia è grave e a tutto tondo perchè da allora sono passati pochi mesi, perchè tutto è stato detto e scritto e i delitti politici non sono tragici gialli su cui accanirsi morbosamente, come nel caso della tragedia di Cogne. Se l’ideologia politica, il sonno della ragione genera mostri, è la lotta di classe che genera il terrorismo rosso e dall’altra parte l’amnesia ci impedisce di confrontarci con la tragica realtà che in Italia, all’interno della sinistra di classe, c’è ancora oggi chi fa una scelta di violenza politica e agisce nella clandestinità di un movimento politico, le Br, che nessuno, ricordate, ha mai ufficialmente dichiarato sciolto.


di Barbone Marco



Impressionante, vero?
Ora, chi scrive ha avuto la "fortuna" di prendere un'altra strada all'epoca.Sarà questo che mi porta a scavare ancora dentro un periodo così di merda? Forse, come si dice, non me ne sono fatto una ragione e non ho finito di elaborare il lutto.Però quando rivedo o leggo le parole di certa gente non posso non pensare che ha più dignità, per me, chi ha finito di scontare con la galera la sua "colpa" o che al massimo ha usato la dissociazione per riflettere "politicamente" su quel periodo e su quanto di devastante si produsse tra di noi.
Perché è devastante pensare ad uno che recluta "terroristi" quando ha probabilmente elaborato l'inutilità di quella cosa.E lo è ancor di più vederlo mentre uccide Tobagi sapendo quanto, in realtà, sia pronto a fare mercimonio di quel suo gesto.

Rimane la questione del periodo e delle sue ricostruzioni.Noi ci siamo ancora dentro, con il dolore, a quell'epoca per poter pensare di avere il sufficiente distacco nel produrre giudizi.
Guardiamo però alla ricostruzione e rimarchiamo la nostra distanza dai "moralisti" che si pentirono e che, per questo, mandarono in galera gente la cui sola colpa fu la partecipazione ad una riunione.
A futura memoria un vecchio articolo di Wu Ming 1

da Giap n.5, quinta serie, "Sinfonie forcaiole e dissonanze di libertà", 29 marzo 2004

Sarà in distribuzione dal 31 marzo il libro Il caso Battisti. L'emergenza infinita e i fantasmi del passato, a cura della redazione di Carmilla, con interventi di Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Wu Ming 1, Serge Quadruppani, Mauro Bulgarelli, Girolamo De Michele, Pierre Vidal-Naquet, Enki Bilal, Bernard Henri-Levy, Daniel Pennac e altri.
L'editore è NdA Press, costa 8 euro. Chi non lo trovasse in libreria può ordinarlo direttamente sul sito dell'editore.
Nell'attesa, consigliamo vivamente di leggere l'articolo che Valerio Evangelisti sta pubblicando a puntate su www.carmillaonline.com, "E Frankenstein fabbricò la sua creatura. L'orrore della stampa e dei media italiani rivelato dal caso Battisti". Evangelisti smonta una per una le bubbole sulla vicenda giudiziaria, umana e professionale di Cesare Battisti propinate senza vergogna dall'informazione nostrana.
Nel frattempo, anche l'opinione pubblica francese è soggetta a incredibili pressioni da parte di italiani (VIP e carneadi uniti nella guerra sucia), i quali inondano web e stampa d'Oltralpe delle stesse frottole che noi continuiamo a smontare documenti alla mano pur sapendo che Lorsignori le ripeteranno facendo finta di niente.

Lorsignori sono arrivati a negare che in Italia vi siano mai state leggi d'eccezione per combattere il terrorismo. Bizzarro, dal momento che la faccenda è consegnata nero su bianco alla storia e fu riconosciuta anche dalla Corte Costituzionale nel 1982. Magistrati, giuristi e storici del diritto criticarono aspramente quelle leggi, i primi nomi che vengono alla mente sono Romano Canosa, Italo Mereu, Luigi Ferrajoli e Giovanni Palombarini.
Lorsignori sono arrivati a negare che le condanne a Battisti si basassero prevalentemente sulle voci sentite da un "pentito" a distanza di qualche anno dai fatti (Pietro Mutti).
Lorsignori sono arrivati a dire che "il terrorismo e il colore del terrorismo non c'entrano" perché Battisti sarebbe un criminale comune.
In Francia gruppi di destra hanno divulgato l'indirizzo di Battisti incitando all'aggressione. Per fortuna si trattava di un vecchio recapito.
E tutti a controbattere all'affermazione - fatta da alcune persone, non rappresentative dello spettro di posizioni nella campagna pro-Battisti - che nell'Italia degli anni '70 vi sarebbe stata la guerra civile. civilwar.jpg
Tutti a dire: "non fu guerra civile", "non fu guerra civile", "non fu guerra civile". Per quel che ci riguarda, non l'abbiamo mai affermato. Il finto dibattito sulla guerra civile, a cui i nostri quotidiani hanno dedicato intere spaginate, è un diversivo per non discutere delle gravi storture giuridiche (e restrizioni delle libertà civili) introdotte dall'emergenza, e della pessima memoria pubblica su quelle vicende.
Anzi, si tratta proprio di una strategia per perpetuarla, questa cattiva memoria, continuando a mistificare le lotte degli anni Settanta (errori e impazzimenti compresi).
Chiunque abbia un po' di lucidità residua si renderà conto che un dibattito sulla "guerra civile" è oggi prematuro, se si pensa che a sinistra il carattere di guerra civile della Resistenza è stato riconosciuto senza titubanze da poco più di dieci anni, grazie alla monumentale opera di Claudio Pavone Una guerra civile. 1943-1945, saggio storico sulla moralità nella Resistenza (Bollati Boringhieri, 1991).
Tornando a Battisti: una simile campagna bipartisan e transnazionale di demonizzazione mediatica non si vedeva da parecchio tempo. Hanno calpestato la verità in ogni possibile modo, e sepolto nel silenzio ogni voce critica. Chi è riuscito a trovare uno spiraglio per sfidare il conformismo è stato lapidato (ne sa qualcosa Erri De Luca).
Abbiamo notizia di diverse persone che, qui in Italia, hanno contestato le ricostruzioni a mezzo stampa, mandando e-mail a giornali e trasmissioni televisive, o telefonando a talk show radiofonici. Le loro opinioni sono state censurate e/o ignorate.
La consegna è: sbattere il mostro in prima pagina e nei titoli dei TG della sera. Premere premere premere finché il mostro non finirà in galera per il resto dei suoi anni.
A tal fine, qualunque argomento va bene, anche tirare in ballo vittime che non c'entrano niente con questo caso, come Guido Rossa o Walter Tobagi.
In particolare Walter Tobagi viene menzionato senza dire che il suo assassino Marco Barbone fu protetto e premiato dallo Stato, perché si "pentì" e con le sue rivelazioni patteggiate coinvolse mezzo elenco telefonico di Milano, e non solo.
L'orrore del "pentitismo" fu proprio questo: pluriomicidi a piede libero perché si erano venduti gente molto meno "colpevole" di loro, gente che aveva consegnato un volantino o ospitato la persona sbagliata la notte sbagliata o aveva fatto quattro ciacole al bar con un latitante.
Un tempo, non troppo tempo fa, queste cose le diceva anche Giorgio Bocca. Oggi non le dice più. Sic transit gloria mundi.
Oggi Marco Barbone firma articoli su "Tempi", la rivista del quotidiano "Il giornale", articoli contenenti perle come questa:
"I girotondi costituiscono, che gli piaccia o no, il milieu culturale al cui interno una scelta sciagurata come la lotta armata trova appoggio, silenzio, conformismo omertoso di stampo mafioso".
aznar.jpg"Il giornale" è sempre il primo organo di stampa a esprimere sdegno per la campagna pro-Battisti e a trasformare in argomento politico e legale il dolore dei parenti delle vittime.
Come mai una parte di questo fervore civile non lo spendono per ricordare i parenti delle vittime dei "pentiti"?
Le elezioni spagnole dimostrano che, in materia di gestione dell'allarme-terrorismo, non sempre paga tirare troppo la corda e cercare capri espiatori. Il problema è che qui in Italia, anche a "sinistra", sono tutti dei piccoli Aznar.
Contrastare alla pari quest'offensiva è impossibile. Al momento, quel che si può fare è emettere qualche nota dissonante, rovinare almeno un po' l'esecuzione della sinfonia forcaiola.
Note dissonanti, stridenti, come quelle emesse da Massimo Carlotto nel suo ultimo romanzo L'oscura immensita' della morte, che affronta proprio la strumentalizzazione statale e mediatica dei parenti delle vittime.
Leggetelo, scendete in strada e unitevi alla sgangherata orchestrina della libertà.

Ma che post è quello di stratex su Kilombo?

Ieri mattina ho letto questo su Kilombo :

Misteri della redazione
Scritto da stratex
mercoledì 04 giugno 2008
Vorrei capire i motivi di certi ostracismi. Probabilmente abbandonare kilombo sarebbe la strategia più produttiva... almeno per il fegato...



Dopo di che mi sono collegato ed il sito della home page di Kilombo mi rimanda a questo post:

http://www.ilcircolo.net/lia/1538.php.

Quello che viene denunciato è sicuramente molto grave, e siamo sollevati che ci sia gente che si preoccupa di tutelare noi, inconsapevoli beoni, dalle malefatte di "gente così socialmente riprovevole".Anche se la data dell'inganno e la data della denuncia ci lasciano perplessi .
Su quest'ultima questione, per capire, ho chiesto delucidazioni ad Haramlik sul suo blog e lei mi ha spiegato il motivo di così tanto tempo tra la causa e l'effetto.

Il dubbio che avevo,riguardo al post, è se questo era l'intento della denuncia di Stratex o se per caso lui, in realtà, volesse parlarci di qualcosa d'altro.
Per l'esattezza di questo :http://lampidipensiero.wordpress.com/

Io l'ho chiesto a lui, che mi ha spiegato come in realtà il link fosse ad un post di Dacia Valent.
Quindi la situazione è questa.
E' in corso una guerricciola, idiota anche se ammantata da sacri principi, nella quale qualcuno maramaldeggia taroccando i post di qualcun altro.
A me non interessa entrare nel merito del contenzioso perché non me ne frega una cippa di niente, però non ho nessuna intenzione di stare qui a leggere che c'è qualcuno che si preoccupa del fatto che qualcun altro abbia gabbato la mia buona fede utilizzando come metodo, per dimostrare questa sua verità, il falso ed abusando della sua posizione.

Spero che questo/i cavalieri e crociati della correttezza, di cui leggiamo il profondo amore per il genere umano, abbiano la compiacenza di togliersi dai coglioni.
Noi ci bastiamo e non abbiamo bisogno di angeli custodi siffatti.



martedì 3 giugno 2008

Il Richistan, come si vive nel paese dei ricchi

Robert Frank è senior special writer (non chiedetemi cosa significhi) del Wall street journal, ha scritto un libro il cui titolo è Richistan. Io sono stato uno dei 3 che lo hanno acquistato in Italia.
In questo suo scritto Robert ci parla del mondo dei ricchi negli USA, della sua imporanza, di ciò che significa per l'economia americana, dei loro stili di vita e delle loro paure.

Lo "stato" del Richistan ha una sua consistenza di massa negli USA.Le statistiche che vengono citate indicano in circa 9 milioni le famiglie che fanno parte di questo paese.
Di queste circa 7,5 milioni hanno un patrimonio tra 1 e 10 milioni di dollari, 2 milioni tra 10 e 100 milioni di dollari e alcune migliaia superano i 100 milioni.

Questa specie di nazione, così dice Robert, si è lasciata alle spalle gran parte dell'America tanto che se, nel 2005, i redditi medi delle famiglie americane erano sprofondate per il 5° anno consecutivo (3000 dollari in meno rispetto al 2000-cifra adattata all'inflazione), i loro (redditi) sono aumentati con tassi di crescita a due cifre.

L'aumento di questo gap significa, anche, che l'1% dei più ricchi controlla il 33% della ricchezza totale.Così come una fetta corposa dei consumi e dei lavori a questi legati dipende dalla loro consistenza e fortuna.Secondo l'analista finanziario Dan Gross, nella sola città di New York, l'1% dei più ricchi può sostenere circa 150.000 posti di servizio.
La natura di questa ricchezza, il più delle volte, è improvvisa.Nel mix di crescita dei mercati finanziari, nuove tecnologie e libera circolazione delle merci, Robert identifica proprio nella espansione finanziaria l'elemento determinante nell'avanzata di questa classe di soggetti.

Settori quali le assicurazioni, i fondi comuni d'investimento e le pensioni hanno a disposizione liquidità per 46.000 miliardi di dollari che, dal 2000 ad oggi, sono cresciuti di quasi un terzo.
La massa enorme di questo danaro, sommata alla crescita del valore delle azioni scambiate (passate dal 90 ad oggi da 3.000 miliardi a 17.000), al fatto che le riserve della banca centrale sono raddoppiate, fino a raggiungere i 4.000 miliardi, hanno creato le condizioni per nuove opportunità e fortune per figure di "imprenditori" nuove come i Money Mover o i CEO delle aziende che aumentano la loro ricchezza in funzione della crescita del "valore" di ciò che gestiscono da manager.

Il circuito che si è messo in moto trascina, dietro di sé, una serie di elementi "dirompenti".
In primo luogo, in moltissimi casi,questa espansione viene fatta a debito.
I dati raccolti descrivono bene questo fatto:
-L'1% più ricco, degli statunitensi, ha contratto debiti per 383 miliardi tra il 1995 ed il 2004,
-Mentre l'indebitamento è cresciuto del 235% in 15 anni, la loro ricchezza cresceva meno della metà del debito contratto
-Il 5% più ricco degli USA è responsabile del 20% dell'indebitamento totale.

In secondo luogo questa rincorsa allo status simbol si porta dietro una fetta consistente di classe media.
La filosofia che permea questa parte di società è quella della "dimensione" per apparire.Questo fatto ha come conseguenza nuovi standard che molti cercano di seguire e raggiungere.
La caduta sulla società, per l'economista Robert H. Frank, è quella di una insoddisfazione dei più rispetto al proprio stile di vita, di una crescita "dell'invidia sociale" e di un costante aumento dell'indebitamento individuale per stare dietro ai nuovi stili di vita.
"Di conseguenza, gli americani stanno spendendo più di quanto guadagnano in beni di lusso inutili per dimostrare il proprio status, proprio come fa il paese, che non finanzia adeguatamente settori in difficoltà come il sistema scolastico pubblico, la costruzione di strade e ponti, la sanità e l'ambiente"
In caduta, minore tempo per la famiglia ed aumento del conflitto all'interno del proprio nucleo di affetti ed amici.

Il terzo aspetto, sempre di carattere "filosofico" ,è ben sintetizzato dalle parole di Galbrait "Danno da mangiare molta biada al cavallo sperando che un po' vada anche agli uccellini"
In questo la "speranza", secondo Andrew Carnegie, che " la ricchezza in eccesso dei pochi diventerà la proprietà di molti perché amministrata in vista del bene comune; e se questa ricchezza passa attraverso le mani di pochi, può però diventare una forza assai dirompente per il progresso dell'umanità"
Singolare visione di una elite che, da questo punto di vista, non si pone una questione di "democrazia" consapevole e partecipata per lo sviluppo, ma assume l'idea della classe eletta.
In attesa che tutto questo si avveri, per il nostro bene, quello che possiamo percepire è che ,nel nome di un progresso a vantaggio di pochi, tutto sia possibile per permettere la sostenibilità del loro costante arricchimento allo scopo di sostenere consumi e stili di vita che per la stragrande maggioranza sono una chimera.
Nello stesso tempo che percezione possono avere del "bene comune" persone per le quali, come dichiarano nel libro, "che differenza volete che faccia passare da 40.000 a 60.000 $ per rifornire una barca che ne costa 50 milioni di dollari?"
Però è in questo diabolico inghippo la forza "condizionante" di questa massa di individui.Far percepire come possibile la realizzazione di un "sogno" senza specificare a scapito di chi.

lunedì 2 giugno 2008

Senza commenti

Fonte:terrorpilots


La morte di un troll: ho scoperto chi è Franca Brambilla… un tale Sir Percy Blakeney..

5 Novembre 2006 alle 23:20
swampthing

Curiosi eh? Vi dò un aiutino: viene da Como. Scrive su vivereincoma.com, il blog dove sfoga il suo Io represso. Su BlogGoverno fa il troll con il nick “Fabio“. Su OkNotizie vota tutti i post Ok di Inpolitica e NO i miei, il suo nick è Latagliola.

Brambilla è Fabio su BlogGoverno, ci sono dozzine di IP che ho incrociato. Ma Fabio è un troll anche lui.

Quando Brambilla ha fatto il suo primo commento su terrorpilots?
il 21 agosto 2006 alle 16:56 … allora non scriveva come un cretino, scriveva cretinate ma in italiano…
leggete qui: Immigrati, clandestini e Isabella Bertolini

e qui ha fatto un errore, ha commentato con il suo vero nickname su Bloggoverno, stessa data stessa ora, qualche minuto di differenza… vero nickname, perché era un autore di Bloggoverno e, oltre che a fare il troll sul mio blog, stava cercando rissa in tutte le maniere possibili.
leggete qui: Propaganda antisemita…senza frontiere.

Gli IP number coincidono, quindi non c’è possibilità d’errore, in quanto due utenti diversi non possono avere lo stesso IP nel medesimo momento.

Il suo nickname è Sir Percy Blakeney…

venerdì 30 maggio 2008

Tra nucleare, ambiente e sviluppo

Ad Ivrea hanno scoperto che l'azienda che doveva occuparsi dello smaltimento di amianto e materiale tossico, lo faceva disperdendo il tutto in campi e discariche abusive.Mentre gli abitanti di 54 comuni pagavano per la raccolta differenziata, i manager (vicini al PD) aggiustavano i bilanci del consorzio tagliando i costi in quel modo.
Non molto distante, a Saluggia, c'è il sito che conserva le scorie nucleari della vecchia centrale.E' stato costruito a 100 m. dal fiume,ha 200 m3 di scorie (plutonio ed uranio) e la piscina nella quale ci sono due tonnellate di biossido di uranio è a 700 m dalla piena.Già nel 2000 si era sfiorato il disastro e nessuno fece nulla per non ripetere lo scenario.
I tecnici hanno rassicurato anche se, hanno sussurrato, si sentiranno meglio quando le scorie saranno lontane da quel sito.
In compenso, mentre siamo tranquilli stante la qualità degli uomini e le capacità dimostrate nel gestire queste questioni, Realacci si dice preoccupato per l'atteggiamento dei giudici a Napoli.
Berlusconi, nello stesso tempo, si rende conto che certe cose bisogna gestirle "borderline" con le leggi e fare di necessità virtù.
Secondo voi quando misurano la crescita del PIL, dove li mettono questi costi ed in conto a chi?
Da nessuna parte e li pagate voi, facendo però crescere il PIL.
In compenso vi faranno pagare meno ICI ed i clandestini verranno messi in galera per 18 mesi.
Il tutto mentre il PD si concentra su rete 4 e quel fine giornalista di D'Avanzo si dedica a Travaglio.

giovedì 29 maggio 2008

Quando ero giovane


Quando ero giovane i guai me li andavo scientemente a cercare.La militanza politica era qualcosa che mi occupava il tempo e la vita.Ho attraversato città dentro cortei pieni di rabbia e di violenza.Ho visto cose brutte e sconvolgenti come l'incendio dell'Angelo Azzurro e Crescenzio ridotto ad un manichino informe su una sedia, con il fumo che avvolgeva la sua figura.Ho visto finire al telegiornale la vita di compagni, stesi sul pavimento di un Bar in un quartiere operaio.

Ho condiviso il rischio, l'adrenalina, la paura ed il coraggio di tanti.
Ho visto, vicino casa, il dolore di un genitore che piangeva il figlio morto, ucciso da compagni che volevano fare un agguato ad una volante.
Ho portato il passamontagna e la spranga.Ho picchiato ed inseguito, sono stato braccato ed ho ricevuto minacce.Mi hanno distrutto il portone di casa spaventando a morte i miei vicini.Hanno scritto il mio nome, insieme ad altri, sui muri di scuola promettendomi di tutto.Ho frequentato gente che si è pentita e che un attimo prima cercava di convincermi di quanto fosse giusta la lotta armata.
Quando frequentavo il liceo sono stato espulso e sospeso per una settimana.Cosa avevo fatto?Ero entrato dentro la classe di uno che il giorno prima, fuori dai cancelli, si era presentato con una pistola minacciando dei compagni e lo avevo cacciato via a calci in culo.

Ho rivisto, in questura, le foto segnaletiche di gente che non vedevo da anni.Di altri ho perso le tracce. Di molti rivedo le facce in televisione mentre organizzano convegni o si scannano per una poltrona.

Quando la mia vita è cambiata, perché il caso mi ha portato a fare altro, ho riempito il vuoto della mia vita viaggiando.
Sempre rigorosamente con zaino e sacco a pelo.
La cosa più bella che ci sia, dal mio punto di vista. Ho preferito andare, e conoscere, realtà che sentivo in qualche modo vicino alla visione che ho io della lotta e della vita. Luoghi in cui scegliere e sentirsi nel giusto.A posto con la coscienza.Tra tanti posti il Guatemala, Il Salvador ed il Messico.Ho ritrovato, per caso, negli archivi del corriere della sera un articolo che mi ha visto involontario protagonista insieme ad un mio amico.La rivolta del Chiapas e l''occupazione di san Cristobal da parte di Marcos.Perché scrivo di questo? Forse perché quello che accade oggi mi riporta indietro nel tempo.Con tante differenze però.La prima differenza è in noi.In ciò che antropologicamente siamo diventati.Al fatto di dover vivere in un continuo equilibrio tra ciò che riconosciamo come valori e ciò che manifestiamo, nei nostri comportamenti di vita concreta, omologati ai tanti.
Al nostro vivere temendo di perdere quello che abbiamo. Nel non andare fino in fondo nelle cose che ci raccontiamo di questa società.
Probabilmente è diventato tutto più difficile ed incasinato.
O forse è tutto maledettamente più semplice.C'è una cosa di cui sono sicuro.Abbiamo scelto, fin da giovani, di complicarci la vita e viverla un po' male.E credo che, adesso, avremmo voglia di voltare le spalle ed occuparci solo di noi stessi.Solo che non ci riusciamo ed in fondo godiamo ad essere così.

Gli indios assaltano la citta' di San Cristobal

Rivolta indigena in Messico cinque morti e 20 feriti bloccati due turisti italiani,300 indios armati si sono impadroniti della localita' san Cristobal de Las Casas nel Chiapas

------------------------- PUBBLICATO ------------------------------ Gli indios assaltano la citta' di San Cristobal TITOLO: Rivolta indigena in Messico Cinque morti e 20 feriti Bloccati due turisti italiani CITTA' DI MESSICO . Rivolta indigena in Messico. Trecento indios, pesantemente armati, si sono impadroniti della localita' turistica di San Cristobal de las Casas nello Stato del Chiapas provocando almeno 5 morti e una ventina di feriti fra le forze dell' ordine. Due turisti italiani sarebbero rimasti bloccati in un hotel della cittadina. I ribelli hanno detto di appartenere all' "Esercito di liberazione nazionale Emiliano Zapata", dal nome dell' eroe della rivoluzione del 1910 20. Dopo aver tagliato le linee telefoniche e le strade d' accesso alla citta' , il gruppo composto anche da alcuni bianchi avrebbe occupato e saccheggiato il municipio. I due italiani, M. P., 36 anni, di Torino, e xxxxxxxxxx, 33, di Genova, sarebbero bloccati in un albergo del centro. Lo ha rivelato la moglie di P., xxxxxxxx: "Mio marito . ha spiegato la donna . e' riuscito a parlarmi per telefono solo per pochi minuti, poi e' caduta la linea. Mi ha detto che i guerriglieri hanno occupato il municipio e l' albergo "San Cristobal" dove si trovano alcuni stranieri, in maggioranza statunitensi, e che nella citta' sta arrivando l' esercito messicano". Gli indios si sarebbero sollevati anche nelle localita' di Ocosingo, Altamirano e Las Margaritas, sempre nello Stato di Chiapas, confinante col Guatemala. E' la prima volta negli ultimi 20 anni che gli indigeni messicani impugnano le armi contro le autorita' . Nella "dichiarazione di guerra", distribuita alla popolazione e affissa sui muri di San Cristobal, i guerriglieri affermano: "Siamo coscienti che la guerra che stiamo dichiarando e' una misura estrema, ma essa e' giusta". Quindi invitano le popolazioni indigene del Chiapas, uno degli Stati piu' poveri del Messico, ad unirsi alla rivolta per opporsi ai "dittatori che da diversi anni conducono una guerra genocida" contro i popoli indigeni. L' obiettivo finale e' di "marciare sulla capitale, vincere l' esercito federale e permettere ai popoli liberati di eleggere democraticamente le autorita' ". Il governo ha reagito inviando sul posto l' esercito e bollando la rivolta come "atto di violenza e di provocazione".