mercoledì 11 marzo 2009

Sguardo al passato e fuga nel futuro incerto

Scrivevano un paio di anni fa quelli del Cerm:


L’
ISTAT segnala il buon andamento dei conti pubblici. Il saldo primario è in significativo miglioramento: 4,4% del PIL nel terzo trimestre 2007; dal 2001 non si registrava un dato così elevato (4,6). Nei primi nove mesi del 2007, il saldo primario è al 3,5% e l’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche all’1,3%. Per trovare dati migliori si deve andare al 2000, quando l’indebitamento netto annuo fu dello 0,8%.
..........
La situazione economica del Paese richiede di interrogarsi, da subito, su quali siano i requisiti per la sostenibilità dei conti pubblici negli anni a venire e su quali siano le scelte da compiere per una ricomposizione della spesa a sostegno della crescita, della produttività, della coesione sociale.
Innanzi tutto, l’annoso capitolo delle pensioni. Si fatica a far comprendere, e il Protocollo Welfare lo testimonia, che per ottenere sostenibilità della spesa e adeguatezza delle prestazioni è necessario accelerare l’entrata a regime delle regole della “Dini” e dare impulso allo sviluppo dei fondi pensione. Si tratta di un percorso obbligato, se si vuole concorrere positivamente al funzionamento del mercato del lavoro e del sistema produttivo, rafforzando gli istituti redistributivi del welfare. La troppo vantata stabilizzazione sul PIL della spesa pensionistica rivelerà nel tempo le proprie ricadute sociali negative e troppe pensioni - quelle del lavoro discontinuo, con fasi lunghe da parasubordinato, o con avvio tardo della carriera - saranno così basse da sollevare gravi problemi di adeguatezza e da richiedere interventi compensativi che graveranno sugli altri istituti del welfare, a cominciare dall’assistenza e dalla sanità.
Me è proprio sulla sanità che si giocherà un’altra partita decisiva, se è vero che le proiezioni considerate dalla Commissione e nel Programma di Stabilità, incentrate sulle variabili demografiche, sottostimano le necessità di spesa. Le analisi del CERM (cfr. Editoriale n. 1/2008) rivelano che, quando si considerano le determinanti extra demografiche (elasticità al reddito, progresso tecnico, determinanti istituzionali), a policy invariata, l’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul PIL sarebbe destinata a raddoppiare al 2050, con la conseguenza che per riassorbire il debito, servirebbero avanzi crescenti nel tempo sino a valori del 9/10%. Naturalmente, una voce di spesa con una crescita così intensa sarebbe assoggettata a restrizioni nei finanziamenti e a razionamenti, con un impatto sociale sempre più forte: ad esempio, per stabilizzare nel lungo periodo l’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul PIL ai valori attuali si richiederebbe una riduzione della copertura pubblica dal 74,7 al 49,5. Per di più, agli effetti redistributivi delle misure di contenimento si aggiungerebbero, per le generazioni più giovani, quelli della riduzione dei tassi di sostituzione pensionistici. Scenari che rendono urgente trovare soluzioni alla nuova governance del SSN tra Stato e Regioni (scegliendo l’assetto regolatorio migliore per stimolare i comportamenti più virtuosi dei decisori politici, dei medici, dei responsabili delle strutture erogatrici di prestazioni e dei cittadini), e allo sviluppo del pilastro di finanziamento sanitario privato (i fondi “doc”).

Tra l’altro, nei documenti previsionali ufficiali alla stabilità dei conti pubblici concorrono anche le riduzioni delle uscite per i capitoli delle indennità di disoccupazione e dell’istruzione, che vanno in compensazione degli aumenti su sanità e pensioni. Uno scenario, questo, difficilmente conciliabile con l’innalzamento della partecipazione al mercato del lavoro, l’aumento dei tassi di occupazione, l’incremento della produttività e dei salari (obiettivi dell’agenda di Lisbona).

La strada imboccata è quella giusta. Ma l’auspicio è che le celebrazioni del momento cedano prontamente il passo alla consapevolezza delle scelte politiche da compiere, a valere nel tempo.


Ora, gli scenari sono radicalmente cambiati. In primo luogo credo che nessuno si senta di sostenere che una delle modalità per risolvere la questione delle pensioni sia quella di fare affidamento sui fondi gestiti da privati e legati alle logiche del mercato finanziario.Viste le ultime esperienze.
Nello stesso tempo questo paese, che vive ormai con lo stomaco qualsiasi questione di carattere sociale ed in particolare quella dell'immigrazione, non ha coscienza del graduale invecchiamento della sua popolazione "indigena" e delle conseguenze che questo fatto avrà sui conti dello stato in materia di sostenibilità della spesa sociale.
Per rispondere ad esigenze legate alla ricerca del nemico, su cui sfogare le frustrazioni, le ricette sociologiche in voga sono quelle di chiudersi in noi stessi, alzare muri e barriere e fare di tutto per rendere difficile la vita a tutti quelli che vengono da noi in cerca di un lavoro.
In questo si sono distinti un po' tutti.
Ora, per gente che si richiama (genericamente) alla necessità di rendere efficiente il sistema impedire che lo stesso tragga nuova linfa e nuove risorse (umane ed economiche) per sostenere una società che lentamente, ma inesorabilmente, è destinata all'ospizio è una roba da neurodeliri.
Lo schema a cui faceva riferimento il documento proposto è saltato. Siamo in un nuovo mondo (quasi) e la schematicità con cui si cercava di conciliare il concetto di risorsa disponibile con la necessità di mantenere un equilibrio con i bisogni sociali non ha più valore.
Ed allora quali sono i nuovi paradigmi? Perché alcune questioni sono sicure:
-noi invecchiamo
-la capacità di generare ricchezza diminuisce
-la ricchezza prodotta sempre più si polarizzerà e questo genererà tensioni
-noi/loro hanno paura
-sono saltati i vincoli di solidarietà e sopravvivono pochi luoghi/enti di coesione sociale
-socialismo e comunismo, come processo graduale di uscita dallo stato presente ,siamo rimasti (contati i miei gatti) in pochi a sostenerlo
-i liberisti si sono nascosti
-i no-global anche
-i monetaristi parlano sotto voce ed hanno flebili argomenti
-l'economia (quella astratta e fatta di modelli)non prevede più per non fare figure di merda

E allora?


Secondo me Berlusconi ha ragione

E' inutile girarci intorno. Il vecchio satrapo ha ragione.
Ora, è inutile che fate i finti tonti, quelli offesi, con il musino lungo e l'aria scontrosa. Siete un peso. Siete inutili, non servite ad un cazzo, siete una banda di parassiti senza arte né parte. Insomma, siete solo piattole costose.
Perché vi lamentate e gridate allo scandalo?.
Mica ha detto "non potete votare". Ha solo detto "visto che ci abbiamo un sacco di lavoro arretrato,
visto che i partitini li abbiamo messi alla porta con la storia del 4%,
visto che grosse differenze tra voi e noi non ci sono,
visto che tra un po' metà di questo cazzo di paese non verrà più a votare,
visto che i sindacati sono diventati delle agenzie di riciclaggio di manodopera a basso costo e di servizi,
visto che gran parte delle decisioni sono prese nelle cenette a lume di candela che ci facciamo al giovedì,
visto che una serie di baldi giovinetti sistema in punta di diritto le minchiate che vomitiamo sul popolo beota (non proprio così, ma quello era il senso),
visti gli articoli 5,25, e 35 della futura costituzione,
visto che non siamo comunisti,
visto che abbiamo la stessa idea di democrazia partecipata,
visto che decidiamo noi chi portare nella combriccola in parlamento,
insomma vista tutta questa roba, delegate uno (che vota per tutti quelli del suo partito) a venire su da me, intorno alle 14,00 prima del pisolo, ed esprimete attraverso lui il consenso o meno alle mie leggi.
Poi, se qualcuno ha voglia di rompere i coglioni che vada alla camera e che spieghi, nel deserto come adesso, perché vota al contrario del suo gruppo parlamentare.Lo stronzo.
Chi cazzo lo prenderà in considerazione presi come sono dalla fattoria, il grande fratello, Xfactor,Inter, Milan e Juventus?
E poi, vuoi mettere la figura che farete con la vostra posizioncina modello call center, la cuffietta in testa e la divisa blu quando (raramente) ci toccherà romperci i coglioni nei meeting che faremo in teleconferenza?"
Punto.

martedì 10 marzo 2009

Marx e l'economia politica

Propongo una serie di articoli che trattano dell'economia politica.

O meglio, come si ricava dall'incipit del post che segue, "qual'è l'oggetto dell'economia politica".Lo facciamo iniziando da una prospettiva che è la nostra. Ne deriva da questo una struttura di pensiero "moralisteggiante" circa quelli che sono i contenuti insiti nei rapporti di produzione?
La morale ha fatto perdere la bussola al pensiero marxista, ed alla sua evoluzione, su quelli che sono gli obiettivi?

Che rapporto abbiamo con la "morale" in funzione dei rapporti sociali che derivano dal modello di produzione ed economico attuale (equità,diritti,proprietà etc)?
Definiamo quello che ne pensiamo con un incipit preso da " resistenze.org" che definisce, in buona sostanza ed in generale, quella che è la relazione tra "morale ed etica e marxismo" :

"Per i marxisti, ogni sistema di norme morali, etiche è inestricabilmente connesso alla struttura sociale e culturale di una determinata società. In questo senso, ogni società ha fatto ricorso ad una o più autorità morali (Stato, Chiesa) per mantenere il controllo delle classi subordinate. Il capitalismo sembra oggi non aver bisogno di questa autorità morale in quanto basa la sua forza essenzialmente sulla costrizione economica (basti ad esempio vedere come milioni di contadini in tutto il mondo siano stati e siano tuttora costretti a lasciare i propri campi per inurbarsi in cerca di un lavoro salariato: il capitalismo non ha bisogno di usare la forza per costringere le persone a vendere ‘spontaneamente’ la propria forza lavoro ad un padrone!). Marx dice che sopravvive nella società capitalista la sola morale piccolo-borghese, lo Stato è l’unica autorità esistente e che si fa garante dei rapporti di sfruttamento capitalistici.

Ma proprio perché i marxisti ritengono che ogni sistema di norme morali è l’espressione di una determinata società, e in questo caso della società che si vuole trasformare, essi non ritengono possibile produrre un mutamento sociale radicale tramite l’affermazione di nuove norme etiche e culturali (l’educazione dell’intera umanità, come avrebbero detto gli illuministi). E proprio qui nasce il punto di contrasto con i nostri amici No Global o New Global che sia. La loro posizione è quella di rivoluzionare il mondo tramite concetti e norme (non-violenza, pace, libertà, democrazia, commercio equo&solidale, etc.) che si vorrebbero rendere universali secondo una logica anti-storica, illuministica per l’appunto. Astraendo dal contesto storico-sociale e mettendo tutti insieme in un solo calderone, dalle tribù dell’Amazzonia ai metalmeccanici di Arese, passando per le caste indiane…

I comunisti si rifiutano di predicare una qualsiasi morale non perché siano indifferenti ad essa, ma perché i conflitti tra la violenza e la non-violenza, tra l’essere pacifici e l’essere aggressivi, tra l’egoismo e l’altruismo non sono altro che conflitti di motivazioni che riguardano ciascuno di noi e che nascono all’interno di questa società, nel mondo capitalistico. Solo l’uomo libero e felice è buono. Ma nessuno può essere libero e felice se non lo sono al tempo stesso anche tutti gli altri. Occorre dunque trasformare radicalmente questa società per veder scomparire tali conflitti: predicare un comportamento non-violento, pacifico, altruista, democratico per risolvere le ingiustizie globali non serve a nulla, sintantoche non muta l’organizzazione sociale. Per Marx, solo cambiando il mondo, gli individui cambieranno stessi.

Ma se i marxisti non hanno voluto finora affrontare la questione etica, non è pensabile che chi si impegna nei movimenti per trasformare il mondo, non abbia una forte tensione morale personale e una chiara scelta di valori (ad esempio, l’insofferenza verso le ingiustizie e le diseguaglianze). Dunque è possibile pensare che anche per i marxisti esistano dei principi vincolanti che possono essere elaborati e accettati da tutti. E che questi principi non possano essere confusi (come spesso si è fatto in passato, scambiandoli per l’etica del buon militante) con l’egoismo di classe, da un lato, e il sacrificio di sé, sempre in nome dei superiori interessi della classe (o del partito), dall’altro. "


Tornando all'argomento quello che possiamo dire è che guardare all'economia ed alla "struttura sociale" che ne deriva, in termini marxisti, significa negare che quella struttura sociale e quel modo di produrre siano entità astratte e naturali;così come non sono astratte e naturali, per Marx, le sovrastrutture che cristallizzano (es.diritto) i rapporti sociali in essere:

Critica all'economia politica- Marx

"Nella produzione sociale delle loro esistenze, gli uomini inevitabilmente entrano in relazioni definite, che sono indipendenti dalle loro volontà, in particolare relazioni produttive appropriate ad un dato stadio nello sviluppo delle loro forze materiali di produzione. La totalità di queste relazioni di produzione costituisce la struttura della società, il vero fondamento, su cui sorge una sovrastruttura politica e sociale ed a cui corrispondono forme definite di coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona il processo generale di vita sociale, politica ed intellettuale. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. Ad un certo stadio di sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in conflitto con le esistenti relazioni di produzione o - ciò esprime meramente la stessa cosa in termini legali - con le relazioni di proprietà nel cui tessuto esse hanno operato sin allora. Da forme di sviluppo delle forze produttive, queste relazioni diventano altrettanti impedimenti per le stesse. A quel punto inizia un’era di rivoluzione sociale. I cambiamenti nella base economica portano prima o dopo alla trasformazione dell’intera immensa sovrastruttura. Nello studio di tali trasformazioni è sempre necessario distinguere tra la trasformazione materiale delle condizioni economiche di produzione, che può essere determinata con la precisione propria delle scienze naturali, e le forme legali, politiche, religiose, artistiche o filosofiche – in una parola: ideologiche – in cui l’uomo diviene conscio di questo conflitto e lo combatte. Così come non si può giudicare un individuo da ciò che egli pensa di sé stesso, questa coscienza dev’essere spiegata partendo dalle contraddizioni della vita materiale, dal conflitto esistente tra le forze sociali di produzione e le relazioni di produzione."


Introduzione a Per la Critica dell'Economia Politica

Introduzione di S. Garroni


Fonte:http://www.marxists.org

Nel primo §. (Individui autonomi. Idee del XVIII secolo), l’argomento di Marx è facilmente riassumibile. L’economia politica ha come oggetto la produzione materiale, la quale è svolta da individui, che lavorano in certe condizioni sociali; è naturale, dunque, (nel senso di “è ovvio”, “va da sé”) che il discorso dell’economia politica prenda le mosse dagli individui, che operano in condizioni socialmente determinate. E’ pur vero che nel Settecento si è andato imponendo un altro modo di procedere, ovvero, si è ritenuto di poter iniziare il discorso dell’economia politica a partire dall’individuo isolato, dal Robinson Crusoe (il personaggio dell’omonimo romanzo settecentesco di Daniel De Foe). ma si tratta di un’illusione dell’epoca (la robinsonata), la quale consegue, per un verso, dal tentativo di legittimare l’individualismo, proprio dell’economia borghese; per un altro, dalla cecità di chi non comprende come anche l’individuo isolato sia possibile, solo, perché esiste una certa maniera di organizzare la società, che appunto esprime se stessa attraverso individui isolati.

Questo è, di primo acchito, il discorso che Marx fa. E’ vero, tuttavia, che guardando le cose più a fondo -per così dire con uno sguardo più sospettoso e scaltrito-, la faccenda si rivela più complessa.

Il fatto stesso che Marx ponga il tema del ‘punto di partenza’ (Ausgangspunkt) significa, implicitamente, richiamare Hegel, il quale aveva iniziato, ad es., la sua Scienza della logica (Wisenschaft der Logik) proprio affrontando la questione dell’Ausgangspunkt. Ed Hegel è richiamato anche nel proseguo. Infatti, quello che Marx, subito, indica come naturalmente il punto di partenza, a ben vedere, corrisponde ad una immediata considerazione, ad un diretto collegamento con l’esperienza: in altre parole, è come se Marx dicesse «basta guardar gli uomini che lavorano, per rendersi conto che lavorano in condizioni socialmente determinate».

Sennonché uno dei punti centrali del ragionamento, che Marx svolgerà in questo testo, è proprio la dimostrazione che cogliere la struttura sociale della produzione è operazione tutt’altro che naturale, perché, al contrario, assai raffinata -un’operazione, che richiederà di far ricorso a complesse procedure sia logiche che epistemologiche. Insomma, come vedremo, l’effettivo Ausgangspunkt, per Marx, richiederà un rapporto tutt’altro che immediato e naturale con l’esperienza.

Giungere all’effettivo punto di partenza, infatti, richiede superare la fase della robinsonata. Ma che cos’è quest’ultima? E’ il momento in cui l’insieme immediato -di uomo e sue condizioni di lavoro- viene rotto: il «tutto» dell’esperienza si scinde e l’individuo si separa dalle condizioni oggettive (sociali e naturali) della sua attività produttiva, ponendosele, per così dire, di fronte, come poteri estranei, dai quali egli è tanto indipendente, quanto essi stessi sono indipendenti da lui. In termini hegeliani, questo è il momento dell’intelletto (Verstand) che, giusta la lezione di Hegel, introduce, appunto, la scissione nella totalità immediata. Solo superando questo momento, sarà possibile -lo vedremo- conquistare l’effettivo punto di partenza.

La conclusione è chiara: il semplice discorso che Marx fa di primo acchito, in realtà, è un richiamo assai preciso ad un fondamentale ritmo del ragionamento hegeliano. Fin da subito, dunque, comprendiamo che sarà possibile intendere effettivamente queste pagine di Marx, solo a condizione di evidenziarne il legame con la riflessione di Hegel.

Nel successivo §. (Eternizzazione di storici rapporti di produzione...), Marx delinea un tema di notevolissimo rilievo dal punto di vista sia logico che epistemologico.

Se la produzione avviene in condizioni storico-sociali determinate, allora sembra vero che, se di produzione si vuol parlare, di fronte a noi si aprano solo due possibili strade: o quella della descrizione dei modi di produzione nelle differenti epoche storiche; o quella che, subito, limita il discorso ad un’epoca determinata, ad es., la presente (ed appunto questo secondo, Marx dichiara essere il suo scopo).

Qui bisogna fare attenzione. Quando si affrontano problemi (teorici o no, che siano) riguardanti un certo ambito del sapere -e lo si vuol fare seriamente-, allora l’attenzione deve esser rivolta all’effettiva realtà -storica o attuale- di quell’ambito determinato. Se il problema è precisare il “punto di partenza dell’economia politica”, la questione va posta, tenendo presente che cosa effettivamente fanno coloro i quali si occupano di economia politica. In altri termini, non si possono affrontare problemi scientifici (ma d’altronde neanche quelli politici o morali, ecc.), se non ricostruendo il modo in cui, di fatto, quei problemi si pongono nell’attuale o si son posti nella storia. Perché in realtà un problema scientifico -teorico o no, che sia- è tutt’altra cosa da un’arbitraria speculazione, una soggettiva elucubrazione: infatti, esso non nasce casualmente, ma sì da reali difficoltà, che si incontrano nel praticare quel determinato ambito del sapere. Non meraviglia, dunque, se Marx, ponendosi il problema dell’Ausgangspunkt dell’economia politica, faccia bene attenzione a come gli economisti hanno ritenuto di risolverlo e perché non vi siano riusciti.

E’ in questa prospettiva che Marx chiama in causa una procedura diffusa tra gli economisti: quella di far precedere un trattato di economia da una parte introduttiva, in cui si chiarisca cosa significhi produzione in generale -l’evidente sottinteso di tale procedura è che, in primo luogo, bisogna definire l’oggetto di studio, e che ciò può farsi descrivendone le caratteristiche costanti.

In realtà, revocare in dubbio l’opportunità di tale procedura (come Marx fa) significa porre una questione, logica ed epistemologica, di grande rilievo. La nozione di produzione in generale è, infatti, solo un esempio di ciò che intende per «concetto» una lunga tradizione scientifica e filosofica, ma anche il pensiero comune.

Entro quest’ottica, posti gli individui a, b, c, ..., n, elaborarne il concetto significa raccogliere tutte -e solo- le caratteristiche comuni agli individui in questione, scartandone, invece, le altre, quelle che differenziano un individuo dall’altro. Le origini empiristiche di tale procedura sono del tutto ovvie, ma è anche opportuno sottolineare che così procede il pensiero comune.

La critica di Marx a questo modo di concepire il «concetto» (nel nostro caso, la produzione in generale) presenta, ancora un volta, nettissime affinità con tesi già espresse da Hegel.

Prima di tutto, va notato che Marx non rifiuta in blocco questa forma di astrazione; al contrario, riprendendo Hegel, la definisce una verständliche Abstraktion, ricorrendo ad un’espressione (tedesca, ovviamente) su cui vale la pena soffermarsi un pochino.

L’aggettivo verständliche -va da sé- richiama un termine, che abbiamo già incontrato: Verstand o intelletto; dal che ricaviamo che questa forma di astrazione si colloca all’interno di quello scindere l’immediata totalità dell’esperienza, che -lo abbiamo visto prima- è, a dir così, il compito o risultato della critica intellettuale (quella, ad es., che produce le robinsonate, di contro al naturale punto di partenza dell’economia politica). Tutti ricordiamo che nel Manifesto Marx aveva celebrato la funzione storica della borghesia e del capitalismo, capaci con il loro dinamismo, irriguardoso di ogni confine, di distruggere l’idiotismo delle chiuse ("naturali") comunità feudali o, comunque, precapitalistiche. Qui, nell’Introduzione, Marx ripropone questo discorso, sia pure non nella prospettiva generalmente storica e sociale, ma sì in quella teorica ed epistemologica.

Il termine verständliche, però, corrisponde, anche, all’italiano «sensato» (come quando si dice, ad es., «far così e così è cosa sensata»); questo secondo significato è strettamente legato al primo -non solo nell’uso della lingua tedesca, ma anche nella riflessione di Hegel.

Infatti, il mondo del Verstand è, anche, il mondo dell’agire, dell’utile, dell’ «economico» nel significato di efficace, pragmaticamente positivo, di ‘razionale’ -nel senso in cui l’economia, anche oggi, si pone il problema dei mezzi razionali per conseguire scopi, in una condizione di penuria.

Se, dunque, la produzione in generale è un esempio di verständliche Abstraktion, possiamo dire, in italiana, che si tratta di una astrazione sensata. e ciò perché, come Marx chiarisce, raccogliendo i caratteri comuni alla varie forme di produzione succedutesi nella storia, ci consente di risparmiare ripetizioni e lungaggini (nella tradizione empiristica, questa è la giustificazione fondamentale delle astrazioni). Si tratta, dunque, di uno strumento utile all’impresa scientifica, esattamente nel senso in cui lo stesso Hegel lo riconosceva tale. Ma la questione non finisce qua; al contrario, è a questo punto che inizia il contributo importante, che Marx dà alla caratterizzazione -e, quindi, alle possibilità d’uso- di questo strumento scientifico.

Poniamo che siano dati gli individui a, b, c, ..., n (ad es., i vari modi di produzione succedutisi nella storia) e che p, q, r siano loro caratteristiche costanti; il concetto di produzione in generale risulterà, dunque, P = p, q, r.

Va considerato, però, osserva Marx che, ad. es., «p», si svolga in p’, p" e che queste nuove caratteristiche, immediatamente ricavabili da «p», non si trovino in tutti gli esempi storici di modi di produzione, sebbene in uno e non nell’altro, nel più antico come pure nel più moderno ma non in quelli intermedi, ecc. (E’ le cose stanno proprio così, come mostra la storia dei diversi modi di produzione). E’ chiaro che, a questo punto, la formula della produzione in generale (P = p, q, r) rivela forti limiti, se il problema è quello di capire cosa sia produzione.

In altre parole, ci rendiamo conto a questo punto che comprendere cosa sia produzione non è mai possibile, se non combinando -e volta a volta, in modo diverso- caratteristiche comuni a tutti i modi di produzione e caratteristiche che, invece, differenziano questo da quello.

In conclusione, mediante l’analisi critica della verständliche Abstraktion, Marx propone, in realtà, una concezione del conoscere scientifico che, articolando comune e differente, giunge a cogliere la particolarità dell’oggetto suo. Che tutto ciò sia appieno hegeliano è difficilmente smentibile.

Un’altra importante osservazione: se (quasi) nulla posso ricavare dalla nozione di produzione in generale per la comprensione di un caso storicamente determinato di produzione, se volta a volta debbo trovare il modo in cui si combinano caratteri comuni e caratteri differenzianti, allora non esiste propriamente un metodo dell’economia politica, ma sì una complessa e duttile procedura (come propone di dire il marxista inglese H.T. Wilson [1]), che dovrà plasmarsi sulla particolarità dell’oggetto in analisi.

Secondo Marx non è per caso che l’economia politica usa non criticamente la verständliche Abstraktion; al contrario, l’errore teorico e metodologico ha una funzione pratica (ideologica): scopo dell’economia politica è, partendo da una pretesa nozione di produzione in generale, ricavarne direttamente la giustificazione logica e storica del modo specificamente capitalistico di organizzare la produzione stessa. Per questo, nel suo modo di procedere, l’economia politica deve trascurare i momenti della differenza, della diversità e della particolarità (i quali, va da sé, sono invece centrali nella prospettiva di Hegel).

Dal punto di vista logico -osserva Marx- gli economisti, per svolgere la loro funzione apologetica nei confronti del modo capitalistico di produzione, ricorrono, in certi punti strategicamente rilevanti della loro riflessione, ad argomentazioni dalla forma tautologica. Dobbiamo -sia pur brevemente- soffermarci su questo tema, perché importante sotto diversi aspetti -di nuovo, sotto quello del rapporto di Marx con Hegel; ma anche sotto un profilo propriamente logico-epistemologico, come pure dal punto di vista della storia della riflessione filosofico-scientifica. Va da sé che, qui, cercheremo di isolare qualche lato della questione, scartandone arbitrariamente altri, con il solo intento di dare, comunque, il senso dell’importanza del tema.

Posto che con tautologia si intenda un enunciato, in cui il predicato mette in risalto qualcosa, che è già contenuto nel significato del soggetto, semplificando orribilmente possiamo dire che la riflessione moderna era giunta, particolarmente con l’empirismo inglese, a distinguere due tipi di conoscenza: quella probabilistica (o Probability) e quella dimostrativa (o Demonstration).

La conoscenza di primo tipo era caratterizzata (a) dall’avere come oggetto materie di fatto; (b) dall’affidarsi, dunque, all’esperienza; (c) dal non poter mai produrre enunciati, che superassero la soglia del probabilmente vero; (d) ma, anche, dalla capacità di ampliare, sia pure nel limite della probability, il dominio della conoscenza umana -insomma, la capacità di produrre conoscenze nuove.

L’altro tipo di conoscenza, invece, (a) era in grado di produrre enunciati veri, di dimostrarli, ma (b) in quanto aveva come oggetto suo unicamente relazioni logiche fra idee; (c) il suo dominio, quindi, era ristretto all’ambito della logica e della matematica e (d) i suoi enunciati (veri) avevano necessariamente la forma della tautologia (giusta la definizione, che prima ne davamo); (e) con l’evidente conseguenza di non poter produrre nuove conoscenze.

Insomma, la distinzione fra Probability e Demonstration operava una duplice netta distinzione: -fra ciò che è logicamente necessario, da un lato, e, dall’altro, ciò che è empiricamente accertabile; -fra consistenza logica, per un verso, e, per un altro, conoscenza nuova.

Il mondo dei fatti, delle esperienze (dunque, anche della pratica e della storia) risultava, a questo punto, nettamente separato dal dominio della conoscenza vera, dimostrata, in quanto logicamente valida.

L’impostazione dialettica -di Hegel e di Marx- si pone nella prospettiva esattamente opposta: di superare, cioè, questa scissione tra verità ed esperienza, fra logica e storia [2].

Per ragioni subito comprensibili, rinunciamo, in questa sede, ad illustrare le pagine, che al tema del sillogismo dedica Hegel nella sua Scienza della logica: sarebbero di grande utilità per il nostro problema; ci aiuterebbero alla stessa comprensione delle pagine di Marx, ma darebbero, certo, un’estensione difficilmente tollerabile a questo nostro "Schema". Volgiamoci, dunque, decisamente a Marx.

Egli definisce vuota tautologia un enunciato come questo: «senza appropriazione (dunque, proprietà), non c’è produzione».

In effetti, produrre presuppone che si abbia una materia su cui operare e strumenti per trasformarla; in questo senso, basta comprendere il significato di termini come «produrre», «produzione», per intendere, anche, che implicitano termini come «appropriarsi» e «appropriazione». Affermare, dunque, che non c’è produzione senza appropriazione vale affermare che non c’è produzione senza (le condizioni della) produzione. Ecco la vuota tautologia.

Sennonché, l’economia politica fa di quella vuota tautologia, di quella mèra esplicazione, nel predicato, del significato del soggetto, la premessa maggiore di un sillogismo, che potremmo costruire in questo modo:

· (premessa maggiore) ogni produzione implicita appropriazione/proprietà;

· (premessa minore) la proprietà privata capitalistica è, appunto, proprietà;

· (conclusione) dunque, ogni produzione implicita la proprietà privata capitalistica.

Il “trucco” evidentemente sta nella premessa minore. La quale riconduce senz’altro alla classe generale “appropriazione/proprietà” una forma storicamente determinata di appropriazione/proprietà (privata borghese), senza porsi il compito di spiegare perché produrre (in certe condizioni storiche) impliciti questa e non un’altra forma di proprietà. Dal punto di vista formale, l’argomentazione sillogistica è basata su questa contraddizione: da un lato, si muove ad un livello puramente formale; da un altro, però, inserisce -surrettiziamente e senza alcuna giustificazione- un determinato contenuto storico (la proprietà borghese). La conseguenza è che, nella conclusione, la forma privata capitalistica di proprietà (cioè, il determinato contenuto storico) viene legittimata dall’apparente rigore formale dell’argomentazione, trascurando completamente di mettere in evidenza il nesso fra quella forma di proprietà e certe condizioni storiche. Per due vie si raggiunge, così, l’apologesi del capitalismo: identificando la proprietà capitalistica con la proprietà in generale e, dunque, con un’essenziale condizione per l’esistenza della produzione; ma, anche, facendo scomparire dal quadro l’elemento della storicità della forma capitalistica di proprietà (la quale se esiste perché legata a certe determinate condizioni, in mancanza di queste stesse condizioni, non ha più un rapporto necessario con il produrre, dunque, non ha più giustificazione) [3].

E’ interessante notare che la tautologia «senza appropriazione, non c’è produzione» potrebbe essere usata diversamente da come fa l’economia politica. Dal necessario nesso generale tra produzione e appropriazione, infatti, potrei ricavare la sollecitazione a scoprire quale sia il nesso tra questa forma di produzione e questa forma di proprietà e giungere, così, al risultato opposto rispetto all’economia politica: ovvero la messa in evidenza della storicità della proprietà privata borghese.

Dobbiamo concludere, dunque, che per Marx né l’astrazione sensata, né la tautologia sono -in quanto tali- strumenti scientificamente inapplicabili: nella critica marxiana, è in questione l’uso effettivo che di quegli strumenti si fa. Il quale è sempre negativo, quando nasce dalla pretesa di giungere a risultati significativi rispetto a determinate situazione storiche, pur muovendosi quegli strumenti su un piano puramente formale. Ciò significa che -come pure avveniva in Hegel- nella critica di Marx all’astrazione «produzione in generale» ed alla tautologia non va colto il rifiuto della scienza empirica in quanto tale, ma sì la critica dell’empirismo, ovvero, di quella filosofia, che pretende d’esser tale, generalizzando tecniche, procedure e punto di vista delle scienze particolari o empiriche, che invece hanno senso entro dimensioni ben circoscritte [4].

Rispetto ai temi finora accennati, l’intero capitolo 2 dell’Introduzione marxiana ("Il rapporto generale tra produzione, distribuzione, scambio e consumo") è di grande importanza. In effetti, in quelle pagine vediamo Marx ricorrere largamente sia all’astrazione sensata che alla tautologia, ma in una prospettiva diversa da quella dell’economia politica. Egli, infatti, di quegli strumenti si serve non per nascondere dietro un apparente rigore formale determinati contenuti storici da legittimare surrettiziamente; ben al contrario, per mettere in luce la logica dinamica, la linea di movimento di precisi processi reali. In questo modo, noi abbiamo un chiaro esempio dell’atteggiamento dialettico, che è volto -lo abbiamo accennato- a superare la frattura fra logica e storia, che era il risultato filosofico contro cui già Hegel si era mosso.

Il successivo capitolo 3 ("Il metodo dell’economia politica") è la parte dell’Introduzione, che più ha richiamato l’attenzione degli studiosi -fino al punto che, a volte, è stata l’unica parte effettivamente discussa. Probabilmente, questo è un errore, perché -come abbiamo visto- i capitoli precedenti sono anch’essi assai ricchi di contenuto teorico, ma inoltre utilissimi non solo per comprendere le tesi poi esposte nel capitolo 3, ma forse, anche, per riuscire a collocare quest’ultimo nella giusta prospettiva di lettura. Da parte nostra, affronteremo "Il metodo dell’economia politica", prima, richiamandone sommariamente i passaggi fondamentali; poi, confrontandone i punti salienti con precise pagine di Hegel e di Feuerbach.

Marx riprende il motivo dell’Ausgangspunkt dell’economia politica, precisando che c’è un modo di cominciare dalla popolazione, in realtà, scorretto sia metodologicamente che teoricamente (si tratta di quell’inizio naturale, che già conosciamo).

E’ la strada percorsa dall’economia politica al suo inizio ed è caratterizzata dall’assumere grandi aggregati (popolazione, classi sociali, differenti rami della produzione, ecc.), senza, però, averli posti in organica connessione l’un con l’altro. Il risultato è che il punto di partenza risulta semplicemente assunto dall’esperienza e mantenuto nella coaticità, in cui si presenta: è, insomma, un concreto dell’immaginazione, ovvero, dell’immediata sensibilità.

La stessa economia politica non si è fermata a questo stadio, dacché ha sottoposto quell’insieme caotico ed immediato ad un lavoro di analisi, che le ha consentito di isolare singoli elementi fondamentali (ad es., il lavoro, il capitale, ecc.).

A questo punto, bisognerebbe percorrere la strada inversa ed evidenziando le relazioni fra gli elementi semplici, ricostruire l’insieme, la totalità, in modo, però, da avere ormai non più un concreto dell’immaginazione, ma sì un concreto del pensiero. Solo a questo punto, abbiamo l’effettivo cominciamento o punto di partenza -il quale è tale, anche per la percezione e la rappresentazione, quale che sia la coscienza, che esse ne hanno.

Due punti teorici, che sostengono questa argomentazione sono: (a) una concezione del concreto, che lo differenzia dall’immediato dato percettivo, identificandolo, invece, con un insieme articolato di molte determinazioni. (Va da sé che questo è appieno un motivo hegeliano). (b) L’affermazione che il modo, in cui la mente costruisce il concreto, si differenzia dai molti modi, in cui il concreto si va costruendo, di fatto, nell’esistenza effettiva; sarebbe un grave fraintendimento, dunque, identificare la seconda costruzione (quella che avviene nell’esistenza storica effettiva) con la prima (che corrisponde al modo, in cui la mente si appropria il concreto).

Nello svolgere questo argomento, Marx -sia pure con grande rapidità- cita, prima, un generico "hegeliano" e, poi, direttamente Hegel, accusandoli di cadere nell’errore speculativo, che consiste nell’identificare il percorso, che effettivamente il concreto segue, quando si va costruendo nell’esistenza storica, con il processo di costruzione del concreto stesso, ma da parte della mente. Come dobbiamo interpretare ciò?

La domanda ha un senso, perché già in precedenti opere -La Sacra Famiglia e L’ideologia tedesca (quest’ultima, ricordiamolo, Marx ed Engels né vollero finirla, né tanto meno pubblicarla)-, la critica ad Hegel si alterna con quella agli hegeliani (esattamente, ai ‘giovani-hegeliani’). ma ciò avviene in un modo assai ambiguo, perché si accompagna a dichiarazioni dei due autori, dalle quali risulta che i ‘giovani-hegeliani’ sono una sorta di riproduzione caricaturale, farsesca del pensiero di Hegel (ed, allora, non appare più chiaro come la stessa critica possa esser rivolta ad entrambi); inoltre, perché, quando in quei testi giovanili Marx ed Engels vogliono smascherare il meccanismo vizioso -se si vuole, l’imbroglio- su cui è costruito il metodo speculativo, in realtà, riprendono quasi alla lettera precise pagine di ... Hegel [5]. Ripropongono tali ambiguità i due accenni critici -all’hegeliano e ad Hegel- presenti nell’Introduzione?

Consideriamo a questo punto una pagina di feuerbach, che critica il metodo di Hegel: "Tutto (per Hegel) deve avere esposizione (o dimostrazione), ossia restringersi e risolversi nell’ esposizione. L’ esposizione astrae da ciò che era saputo prima di essa; deve iniziare con un cominciamento assoluto. Ma è appunto qui che si manifesta subito il limite dell’ esposizione. Il pensare è precedente all’ esposizione del pensare. Nella esposizione l’inizio è il primo soltanto per lei, ma non per il pensare. L’ esposizione deve ricorrere a pensieri che si presentino solo successivamente, ma che sono però interiormente, nel pensiero, sempre presenti. L’ esposizione è ciò che è mediato, in sé e per sé, e per conseguenza anche in lei il primo non è, mai e poi mai, un immediato, ma piuttosto un posto, un dipendente, un mediato, in quanto viene definito da determinazioni di pensiero che sono certe per carattere proprio, che sono precedenti e indipendenti rispetto alla filosofia che si espone e si spiega in successione temporale. L’ esposizione si appella così, sempre, a un’ istanza superiore, che, relativamente ad essa, è aprioristica. E non è forse proprio quello che succede con l’ essere della logica hegeliana?" [6].

Tenendo presente che l’ "esposizione", che qui Feuerbach critica, è esattamente quella Darstellung, che espone il modo in cui il pensiero costruisce il concreto, uscendo così dalla caoticità del concreto dell’immaginazione, appare del tutto chiaro che la critica feuerbachiana ad Hegel va esattamente nel senso opposto rispetto a quello che, per Marx, è il corretto metodo scientifico.

Potremmo dire che Feuerbach si rende conto della differenza fra Darstellung (o esposizione del concreto del pensiero) e svolgimento reale (cioè, nell’esistenza effettiva); ma cade nell’errore di voler appiattire la prima sul secondo e così, in definitiva, di rivendicare contro il lavoro del pensiero l’immediata naturalità del fatto.

Che questo sia esattamente l’opposto di quanto Marx propone [7], è lo stesso Feuerbach in realtà a mostracelo, quando scrive: "Quello che è stato, finora, l’andamento della filosofia speculativa -il procedere, cioè, dall’ astratto al concreto [che è esattamente quanto Marx propone. S. G.], dall’ideale al reale-, non è che un percorso rovesciato. Seguendolo non si perviene alla realtà vera, obiettiva, ma sempre solo alla realizzazione delle proprie astrazioni e, appunto per ciò, non si giunge all’effettiva verità dello spirito. Infatti, solo l’intuizione (Anschauung) delle cose e delle essenze nella loro realtà obiettiva, rende l’uomo libero e lo priva di ogni pregiudizio. Il passaggio dall’ ideale al reale ha il proprio luogo, solo, nella filosofia pratica" [8].

Consideriamo, ora, alcune pagine di Hegel (fra le tante, che si potrebbero opportunamente richiamare), allo scopo di mostrare la sostanziale concordanza con la posizione espressa da Marx.

Nel §.4 delle sue Lezioni sul diritto naturale e la scienza dello Stato (Vorlesungen über Naturrecht und Staatswissenscheft) -conosciute anche come la Filosofia del diritto di Heidelberg, dove effettivamente furono tenute queste lezioni nel 1817/1818-, Hegel scrive: "Quando penso (denken) un oggetto, lo rendo un pensato (Gedanke) e gli tolgo ciò che ha di sensibile; lo rendo così qualcosa che è immediatamente ed essenzialmente mio: infatti, nel pensare (denken) sono presso di me. Elaborare il concetto (begreifen) significa penetrare l’oggetto, che non è più qualcosa di contrapposto a me, perché gli ho tolto ciò che, per sé, a me si oppone... dice lo spirito «questo è spirito del mio spirito» e l’estraneità (Fremdheit) è dissolta. Ogni rappresentazione è una generalizzazione e quest’ultima appartiene al pensare. Pensare qualcosa significa renderlo generale ... Questo è l’atteggiamento teoretico".

Come si vede, qui è del tutto anticipata quella nozione di «concreto del pensiero», che abbiamo incontrato in Marx. Ed è anticipata in un modo quantomai interessante: Hegel, infatti, ci dice che il pensato risulta da una rielaborazione dell’oggetto, operata dell’atteggiamento teoretico; il che, in altri termini, significa che il pensato non è identificato con l’oggetto immediato. Dunque, quando Marx distingue modo di costruzione del concreto nel pensiero e modo di costruzione sua nell’esistenza effettiva, a ben vedere, non introduce una novità rispetto ad Hegel ma, piuttosto, ne esplicita (o svolge) una ben precisa tesi.

Nel §.3 delle stesse Lezioni, Hegel distingue una trattazione filosofica ed una trattazione storica del diritto, negando la possibilità che entrino in contrasto l’un con l’altra, non perché siano l’una il calco dell’altra, ma perché si pongono a livelli diversi. Nel successivo §.45, chiarisce che un universale -o concetto-, senza la figura empirica della sua realizzazione, è un universale astratto, che posso, certo, afferrare con il pensiero e descrivere nella sua mèra formalità, ma che -proprio in quanto astratto, nel senso che abbiamo visto- resta un "non vivente" e, perciò, inefficace praticamente.

La conclusione sembra chiara: Hegel nega la tesi idealistica, che identifica il reale con il pensato; distingue una trattazione dell’oggetto (nel suo caso il diritto; l’economia politica, per Marx) dal punto di vista del concetto e/o dal punto di vista della storia; distingue un universale astratto, che è privo di una figura empirica o presenza nell’esistenza effettiva, da un universale che, invece e tenendo presenti le precedenti differenziazioni, si svolge nel reale. Non è forse questo lo sfondo teorico del discorso, che abbiamo visto come proprio di Marx?

A questo punto, però, si fa ancora più urgente la domanda che ci ponevamo? Perché Marx, in questa Introduzione, sia pure rapidamente, polemizza contro l’ "hegeliano" e contro lo stesso Hegel?

Probabilmente la risposta l’abbiamo sotto gli occhi. La polemica di Marx non è esattamente contro Hegel (che egli conosceva bene, utilizzava largamente e che rileggeva, quand’era impegnato nella stesura di Das Kapital); la sua polemica è contro un certo modo di essere hegeliano, che trovava nella cosiddetta sinistra hegeliana -o movimento dei "giovani hegeliani"- e che radici nel testo di Hegel doveva pur averle. Indubbiamente la polemica di Marx è contro una determinata interpretazione di Hegel, accompagnata, però, dalla consapevolezza che difficilmente un’interpretazione è appieno arbitraria.

Dunque, la polemica di Marx è contro quello hegel, che può condurre alle tesi giovani-hegeliane; contro quei lati, quelle oscurità, quelle ambiguità, presenti nel testo di Hegel e che, in qualche modo, possono concludersi con le posizioni della sinistra hegeliana.

Senonché, questo non è tutto Hegel, né forse è lo Hegel essenziale. Si tratta, tuttavia, di un certo modo in cui - di fatto - il pensiero di Hegel è stato recepito, ha "funzionato". Ed è proprio quel certo modo che Marx critica (*).

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NOTE

1. D’altronde, anche il francese J-M. Vincent sostiene che "la scienza sviluppata da Marx è una scienza della rottura, particolarmente della rottura col metodologismo, che pretende dominare il mondo dell’empiria, attraverso un formalismo razionalistico, dalle risonanze tecnologiche." (J-M. Vincent, Fétichisme et société:21). Accantonando ogni ironia, ricordo che, secondo L. Colletti, quello di Marx "non è un metodo formalistico, preliminare ai contenuti, ma un metodo che si svolge implicando e articolando dei contenuti storici concreti..." ( cf., A.A.V.V., Marxismo e filosofia in Italia (1958-71), a cura di Cassano: 101s).

2. L’atteggiamento fondamentale di Hegel è ben caratterizzato da Cassirer: "Come Hegel scrive nel primo capitolo delle Lezioni sulla filosofia della storia, la ragione è sostanza non meno che potenza infinita; la sua infinita materia, e al tempo stesso la sua infinita forma, sottendono ogni vita naturale e spirituale. Un’espressione assai notevole e caratteristica di questo atteggiamento la troviamo nelle parole che Hegel pronunciò quando, dopo una lunga interruzione della sua carriera accademica, tornò all’insegnamento della filosofia ad Heidelberg. «Prima condizione della filosofia -dichiarò in quell’occasione- è possedere il coraggio della verità, la fede nella potenza dello spirito. L’uomo, che è spirito, può e deve ritenersi degno delle cose più elevate, deve avere la più completa fiducia nella grandezza e potenza del suo spirito; con questa fiducia niente vi sarà di così refrattario e resistente da non svelare il suo intimo. L’essenza dell’universo, in un primo tempo celata e chiusa, non ha forza di resistere al coraggio che vuol conoscerla: deve schiuderglisi dinanzi agli occhi, e mostragli e fargli godere la sua ricchezza e profondità»." (Cassirer, Simbolo, mito e cultura: 136s).

3. Un altro esempio di tautologia, usata a scopi apologetici, lo troviamo in J. Locke, il quale sancisce logicamente la proprietà privata borghese, partendo dalla tautologica premessa maggiore: "Dove non c’è proprietà non c’è giustizia". (J.W. Yolton, John Locke: 56).

4. Che quanto sopra sia con sicurezza riconducibile ad Hegel lo mostra, ad es., il confronto con il §.2 delle hegeliane Vorlesungen über Naturrecht Und Staatswissenschaft.

5. Su questo, cf. S. Garroni, Dialettica e differenza: 187ss.

6. L. Feuerbach, Scritti filosofici: 66s.

7. "... Engels ritiene, nella sua discussione del metodo... in pieno accordo ... con il ragionamento ... di Karl Marx come ... «il modo logico di trattare ... (fosse) il solo adatto (e che questo metodo) non è però altro che il modo storico, unicamente spogliato della forma storica e degli elementi occasionali perturbatori." (M. Adler, Causalità e teleologia nella disputa sulla scienza: 118).

8. L. Feuerbach, Kleine philosophische Schriften: 64.

9. Non è mia intenzione approfondire, ora, questo tema; tuttavia, come indicazione generale, si può dire ciò. Se in Hegel la “grammatica” della dialettica è ricavata analiticamente dal pensare effettivo, in gran parte dell’hegelismo, invece, la ‘forma’ del movimento dialettico -presupposta al movimento reale- diviene giustificazione dell’esistente, il quale -in questo senso- risulta dedotto da quella forma. E’ in tale contesto che si finisce nel duplice errore -come Della Volpe indicava, ma riferendosi ad Hegel- di trascendere l’empirico, o effettivamente esistente, per poi recuperarlo acriticamente come necessaria manifestazione dell’idea. Contro questo hegelismo, Marx insiste nel difendere le ragioni (in un certo senso) dell’ empirismo, del sapere determinato e della differenza tra processi di pensiero e processi storico-reali. Per certi loro aspetti, un ottimo esempio dell’ hegelismo da Marx criticato son le “Lezioni” di H.F.W. Hinrichs -comprese in AAVV, Gli hegeliani liberali, Bari 1974. Tuttavia, non va trascurato che assai spesso, nelle pagine dello stesso Hinrichs, si avverte nettamente la presenza del realismo dialettico, che fu di Hegel. Un altro modo (più stimolante, sembra a me) di dire quanto sopra è questo. Se si tengono presenti, ad es., le pagine dedicate al tema «denaro» nel Per la critica dell’economia politica, e quelle dedicate, nei Grundrisse, alle «Forme precapitalistiche di produzione», si può sostenere che Marx interpreta lo svolgersi della storia come processo di effettiva separazione di parti che, “all’inizio”, giacciono confuse l’una nell’altra in una totalità immediata, anche se -dal punto di vista logico- sono, invece, concepibili separate l’una dall’altra. Questo modello -dell’effettiva separazione nel Dasein di ciò, che è logicamente concepibile come separato- è rigorosamente applicato da Marx, anche nel senso che diverse sono le forme, in cui si realizza effettivamente la separazione, posto che tale diversità sia logicamente concepibile. Ecco cosa significa, veramente, la distinzione, operata da Marx, tra modo di costruzione del concreto nella mente, e modo di costruzione dello stesso nella storia. Ed ecco perché Marx critica il pensare speculativo, in quanto accusato di attenersi rigidamente ad una sola, presupposta forma di movimento dialettico.

sabato 7 marzo 2009

Modelli previsionali


Riproporre un modello previsionale rivoluzionario oggi

Un modello di previsione che sia coerente con quanto elaborato dalla nostra corrente deve quindi basarsi su dati reali (statistici) della "storia" passata del sistema in esame e, nello stesso tempo, elaborarli tramite il miglior computer che ci sia, il cervello sociale umano, per mettere in moto quella combinazione di intuizione e progetto di cui abbiamo parlato. Per cervello sociale intendiamo un ente collettivo in cui, olisticamente, "il tutto rappresenti più della mera somma delle parti" e sia perciò capace di lavorare su dati storici mediante conoscenza e memoria altrettanto storiche.

Figura 1. Quattro tipi di andamento (curva continua) per un sistema sottoposto a diversi tipi di retroazione in rapporto alla "capacità di carico" (curva tratteggiata).

Dicevamo poco fa che i sistemi complessi sono autocostruttivi (o autodistruttivi), sono cioè caratterizzati da retroazioni in grado di auto-produrre modifiche alla loro dinamica. Interpretiamo ora la figura 1 (ricavata dal volume Oltre i limiti dello sviluppo) nell'ottica della teoria rivoluzionaria.

Nel primo riquadro (A) abbiamo un modello a crescita continua di tipo autocostruttivo, cioè a retroazione positiva: una parte del valore prodotto rientra nel ciclo produttivo; è la riproduzione allargata del Capitale; l'andamento è esponenziale, e il sistema è al sicuro da crisi catastrofiche perché crescono in modo parimenti esponenziale anche i limiti fisici, cioè le risorse e la possibilità dell'ambiente di rispondere all'infinito alle richieste della crescita (capacità di carico). Questo è il modello teorico della borghesia, al quale fa riferimento l'economia politica.

Nel secondo riquadro (B) abbiamo il modello "auxologico" cui accennavamo all'inizio, lo stesso preso in esame dalla nostra corrente nel 1956: si suppone fissa la capacità di carico del sistema e si annota induttivamente, sulla serie di dati del passato, la legge degli incrementi decrescenti nel tempo. Il sistema è ancora a retroazione positiva, ma passa dalla crescita esponenziale a quella asintotica attraverso un punto di flesso. La previsione è realizzata sulla proiezione della curva nel futuro. L'andamento asintotico mostra una crisi nella produzione di plusvalore (caduta tendenziale del saggio di profitto) che il Capitale non può sopportare (il suo assioma è D-D' cioè crescita ininterrotta). Dall'induzione si passa alla deduzione: la crisi estrema del Capitale necessita del tentativo di rivitalizzare il ciclo, e l'alternativa diventa: guerra o rivoluzione. Se togliamo la prospettiva rivoluzionaria e la deduzione conseguente sulla morte del sistema, rimane la curva a "S", quindi un illusorio procedere riformista verso quello che viene interpretato come equilibrio fra capitalismo, limiti fisici e società. È l'ideologia che una volta si chiamava opportunista e che oggi permea tutto il movimento che si crede di sinistra. Esponenti di questa reazione neo-vandeana sono ad esempio i "partigiani della decrescita" seguaci di Serge Latouche.

Terzo riquadro (C). Il modello di cinquant'anni fa, come già accennato, al suo livello di astrazione non teneva conto delle interazioni continue fra la crescita, i limiti fisici generali (era contemplata solo la forbice fra produzione industriale e agricola) e le politiche finalizzate ad ammortizzare gli effetti delle crisi. Un modello di quel genere, com'era ammesso anche dai compagni di allora, avrebbe dovuto essere ridisegnato di continuo, tenendo conto passo passo delle variazioni. Oggi la simulazione al computer ci permette di introdurre le retroazioni e di prevederne gli effetti. Al massimo livello di astrazione, il terzo riquadro visualizza l'effetto reciproco fra crescita e capacità di carico quando vi sia un intervento nell'economia (fascismo, keynesismo, stalinismo) in grado di minimizzare gli effetti delle spinte spontanee dovute al mercato selvaggio. Il sistema si autoregola con retroazioni negative analoghe a quelle del termostato, ma così facendo tende all'equilibrio (omeostasi) e ripiomba nella crisi di valorizzazione. Nel nostro studio su un modello di simulazione della miseria crescente (n+1 n. 20), abbiamo dimostrato che questo andamento controllato verso l'equilibrio è "entropico", cioè porta alla perdita di energia, alla morte del sistema. Oltre tutto, gli interventi sull'economia e sui limiti fisici sono sempre in ritardo rispetto al manifestarsi di stati critici, e i loro effetti sono ancora più ritardati, per cui il sistema rischia uno stato di fibrillazione, di "ordine instabile ai margini del caos" come si dice nelle teorie della complessità.

L'ultimo riquadro (D) visualizza un modello di economia che è la sintesi dei primi tre: la borghesia basa il mantenimento del proprio potere su un quadro di riferimento di tipo A, dove i limiti fisici sono solo oggetto di chiacchiere all'ONU, ai G8, ai World Social Forum o ad altri consessi parassiti, e ogni spinta dell'economia politica continua ad essere testardamente verso la crescita esponenziale. La realtà però procede, in contraddizione con l'ideologia e la prassi della crescita, verso aggiustamenti di tipo B e C, come dimostra in modo cristallino l'attuale crisi cosiddetta "dei mutui", che da un anno e mezzo fa impazzire gli economisti e i governi. Il risultato è che i limiti fisici sono superati dall'inerzia del sistema, i ritardi si accumulano, sia per quanto riguarda i segnali dell'economia politica, sia per quanto riguarda le risposte del sistema e dell'ambiente. I limiti fisici subiscono di conseguenza un'ulteriore degradazione fino a che il sistema va fuori controllo e precipita verso la catastrofe.

Fonte:

http://www.quinterna.org/pubblicazioni/rivista/24/modello_dinamico_01.htm

venerdì 6 marzo 2009

Indagine sul futuro prossimo del capitalismo

Cosa ci può dire l'esperienza?
Prologo alla definizione dell'economia

"Chiunque faccia una previsione deve basarsi sul metodo induttivo, cioè sulla conoscenza dei dati che hanno preceduto e determinato la situazione attuale, che a sua volta porta a quella futura. Naturalmente sul metodo induttivo s'innesta sempre quello deduttivo, cioè un'elaborazione dei dati a fini teoretici, di conoscenza (i procedimenti matematici sono indiscussi in questo senso). Ma per indagare sul futuro spesso non esiste altro che l'induzione su ciò che è disponibile realmente. Un esempio che riportano tutti i manuali è quello della proposizione "tutti i cigni sono bianchi"… finché non si scoprono i cigni neri in Australia. Ora, per sapere quando avverrà una eclisse di Sole o di Luna la conoscenza precedente ci basta per raggiungere una precisione predittiva notevolissima anche a distanza di decenni, mentre non è sufficiente per sapere se a distanza di tre giorni pioverà o ci sarà il sole in un certo luogo. Questo classico confronto fra un sistema "newtoniano" e uno "caotico" ci obbliga ad introdurre dei correttivi al concetto di previsione, a parlare ad esempio di possibilità e probabilità. Se un evento fosse ritenuto impossibile sarebbe inutile ogni previsione. Se fosse ritenuto solo probabile avremmo un certo grado di aleatorietà nella previsione. D'altra parte il lettore avrà notato che la formulazione è: "ritenere impossibile o probabile"; l'osservatore "ritiene" di sapere qualcosa a priori. Si introduce un elemento soggettivo che di per sé escluderebbe il carattere scientifico dell'indagine.

Qui le cose si possono complicare fino a precipitare nella filosofia. Gramsci ad esempio sosteneva che la volontà influenza la previsione, e ciò è senz'altro vero ogni volta che individui o gruppi si mettono a progettare il proprio futuro; ma ciò è del tutto idealistico al di fuori di un quadro che ponga l'individuo come parte di un tutto, ininfluente sulle sorti dell'universo circostante (non si tratta di giocare con il paradosso dell'uovo e della gallina: per noi non sono i Napoleoni che fanno la storia, bensì è la storia materiale che ne produce fin troppi, con contorno di santi, profeti e demoni del male). Quindi, per non scadere nella filosofia, tagliamo corto con un'affermazione apodittica: noi in quanto rivoluzionari riteniamo a priori che il sistema capitalistico sia transitorio, che esso sarà abbattuto come gli altri diversi sistemi che l'hanno preceduto e che sarà sostituito da un altro caratterizzato dal fatto di esserne la negazione in tutte le sue categorie sociali. L'operazione è lecita perché 1) è basata su leggi dello sviluppo umano dimostrabili empiricamente; 2) tali leggi producono una forza in grado di "rovesciare la prassi" e partecipare al verificarsi del cambiamento che questa stessa forza aveva previsto.

Ovviamente un'operazione analoga è lecita anche per il borghese. Egli, in quanto borghese, ritiene che il sistema capitalistico sia in eterna evoluzione (progresso), che non esistano classi ma fasce di reddito entro le quali una sana concorrenza dispone gli uomini, che questi possano afferrare delle opportunità per salire di livello e che possano "governare", cioè intraprendere azioni per controllare il Capitale in modo che la crescita e lo sviluppo siano assicurati tramite la riforma continua dei meccanismi economici e politici. Un'osservazione induttiva alla scala di tre secoli gli dà ragione: nessuna forza ha mai scalzato il capitalismo e al momento non ne se ne manifesta alcuna in grado di farlo a orizzonte visibile e ragionevole.

Il bello viene quando noi adoperiamo i dati forniti dal borghese per dimostrare il contrario di quanto egli dimostra sulla base degli stessi dati. Siccome non esistono né una scienza né una storia "proletarie", noi e il borghese attingiamo dalla stessa conoscenza. È la conoscenza disponibile che ci dimostra come i sistemi evolvano, come le società si alternino, come sia matematicamente impossibile una crescita infinita in un mondo finito, come sia impossibile continuare a bruciare in un giorno ciò che la Terra ha accumulato in cento milioni di anni. O come, semplicemente, sia impossibile che tre miliardi di cinesi e indiani possano raggiungere un giorno il livello di vita del miliardo di occidentali e usare l'automobile, leggere il giornale allo stesso ritmo: non ci sono né acciaio, né petrolio, né alberi da cellulosa sufficienti sul pianeta perché si possa giungere a ciò. Quindi anche il borghese è costretto ad ammettere che "qualcosa deve cambiare". Ma noi possiamo andare più a fondo con la critica, scaricando bordate d'artiglieria là dove la sua ideologia s'immerge nel portafoglio, per il quale deve fare i conti e scrivere bilanci a fine d'anno usando un metodo condiviso da tutti i suoi simili: egli deve calcolare il PIL, il Prodotto Interno Lordo registrando il "valore aggiunto", per di più omologandolo alla somma dei redditi, nient'altro che il Wert totale di Marx, il plusvalore più il salario. Applica integralmente il succo del Capitale di Marx nello stesso tempo in cui nega la legge del valore!"

estratto da http://www.quinterna.org/pubblicazioni/rivista/24/modello_dinamico_01.htm
Titolo:Un modello dinamico di crisi

Indagine sul futuro prossimo del capitalismo

Spiega qui

Qui puoi scrivere tutto quello che vuoi. Spiegami perchè hai sospeso QUESTO post?

Il moralista


Nel 2007 10 manager italiani, del settore del credito, hanno guadagnato circa 34 milioni di euro.
"Sei un demagogo, populista e moralista, non si possono dare cifre così alla cazzo.
Vuoi mettere le responsabilità e la qualità di quei 10?."

Andiamo avanti, ieri la Indesit di Torino ha comunicato che licenzierà i 600 di None. lo stabilimento si trova a ridosso di un paese di 8.000 abitanti. Se ipotizzo un costo aziendale (medio) di 60.000 € annuo a testa per quei lavoratori scopro che hanno portato a casa (in 600) una cifra lorda che è di ben 2.000.000 di euro superiore a quanto hanno guadagnato i 10 Top manager di cui sopra.
"E poi dicono che le aziende falliscono, ma come cazzo possono pensare di valere così tanto in più quei 600 rispetto ai 10 Top (sempre quelli di sopra) e, soprattutto, rispetto ai loro colleghi polacchi."

C'è qualcosa che non funziona.
"No, funziona tutto perfettamente. Questa è una società democratica che premia i migliori ed in cui i sogni sono alla portata di tutti. Anche di quelli come voi. Basta crederci."

Sarà! E se mi fossi rotto il cazzo? Sai, in fondo nel lungo periodo saremo tutti morti. Magari mi è venuta voglia di darci un taglio a tutte queste palle.Inizierei da te, se non ti dispiace. In fondo a te ti attende il paradiso ed a me l'inferno.

BOOOM!!!

giovedì 5 marzo 2009

Cosa è un burocretino?

Questo è un post che riprende quello che ho scritto ieri, che riprendeva un post sospeso al mattino da un burocretino, che è stato sospeso pure lui probabilmente dallo stesso burocretino.
Ora, veniamo al concetto di burocretino ed alla sua logica ferrea.
Questo signore/(i) contestava il fatto che in palese violazione dell'articolo 5 della carta di Kilombo io ho riproposto un post datato Luglio 2008. Penserete, ma ha tutto questo tempo da perdere il burocretino?
Mi sono detto, cazzo riscriviamo il post copia incollando quello incriminato, scriviamo due righe, e ripostiamolo.
Sempre lo stesso burocretino mi scrive una mail mooolto sintetica in cui, dandomi del tu (ma chi cazzo lo conosce), mi bacchetta dicendomi "lo sai, testina, che non puoi postare due volte lo stesso giorno" (non sapendo quale altra scusa trovare per sospendere anche quello)
Mi sono detto, anzi gli ho scritto " ma se il primo me lo hai sospeso!!! burocretino".
Siamo ai dispetti modello asilo mariuccia, sarà mica un caso che a ottanta anni suonati c'è gente che gira con un elmo in testa per Roma?
Ora, caro/i burocretini ieri Lameduck ha riproposto un post (copia/incollato) di una roba scritta da lei un anno fa.
Io ho riproposto (18 e 19 febbraio) due post sul PD, su Kilombo, di un anno fa.
Dove è la differenza? Non sarà mica che quando veniamo a rompervi i coglioni evidenziando la vostra stupidità lampante vi girano le palle e, come fanno i fascisti, non riuscendo a replicare con argomenti l'unica cosa ce sapete fare è censurare?
Per inciso hanno sospeso anche un post di Max che copia/incollava un post di precariopoli. Si sono incazzati perché c'è un fotomontaggio in cui due tizi guidano i fasci di Fiore.E chi sono i due tizi? Andate sul blog di precariopoli e lo saprete.
Se non è squadrismo il vostro come lo vogliamo chiamare?
Per inciso votate l'emendamento proposto da Dario che trovate a questo indirizzo:
http://www.dariosblog.com/2009/03/proposta-di-emendamento-basta-coi.html
Per chiudere, ma vi siete accorti che le ronde le abbiamo anche dentro Kilombo? Hanno il culo che non possiamo fare come a Padova perché questo è un luogo virtuale.


Questo il post sospeso ieri dopo quello sospeso al mattino.

Mi è arrivata questa mail

Il post di oggi era già stato segnalato a luglio.
l'art. 5 della vigente Carta vieta che si possa segnalare più di una volta uno stesso post.
Per questo è stato sospeso.
La redazione

il post era era titolato: Kilombo esempio di scazzo 1, bene siamo all'esempio di scazzo 2 che era quello che volevo accadesse per dimostrare :
1- che ci sono dei burocretini
2- che i burocretini sono tali perché costretti ad applicare delle norme "cretine"
3- che tali personaggi drizzano subito le antenne quando gentaglia come me inizia a rompere i coglioni
4- togliamo le norme cretine ed i burocretini e respireremo tutti meglio

VOTATE L'EMENDAMENTO DI DARIO

p.s. per la cronaca questo che segue era il post postato a luglio e che è stato spostato perché già postato e se posti due volte lo stesso post è vietato ma è vietato solo se quello che posta è uno che con i post ci vuole postare i coglioni.



Questo è un post dedicato a dei bacchettoni.

1- ci avete inviato una mail per dirci che c'era da votare un emendamento ed avete usato un linguaggio da cazzoni, prendendo posizione con una serie di aggettivi che vi potevate risparmiare.
E' questo il vostro ruolo?
Vi potevate limitare a comunicare data e basta e invece no, avete abusato di un luogo virtuale che ci impedisce di confrontarci guardandovi in faccia per potervi dire, pacatamente, CI AVETE ROTTO LE PALLE

2-mandate mail del cazzo a compagni imputandogli commenti offensivi.Voi preferite quei codardi che non commentano ma che censurano direttamente come quel tipo con l'elmo in testa (a 70 anni) che ci perseguita da un po' di tempo.

3-se pensate che questo sia un giardinetto da tener pulito dai "sinistri" come noi, beh avete sbagliato strategia. Questo è il modo migliore per farci incazzare e far diventare questo circolo della parrocchia un'arena.Non vi piacciono i nostri post? Girate a largo e leggetevi Famiglia Cristiana, non c'è l'obbligo di frequentazione.

Un saluto fermo ma cordiale ma anche un non rompete le palle.Burocritini.

Caduta tendenziale del saggio di profitto

Questo terzo post sviluppa l'argomento del titolo assemblando alcune delle cose che ho trovato più interessanti in rete.

Rimane la questione di quali indicazioni trarre per il futuro ( e per il presente), trattando la questione economia e mercato nell'ambito di ciò che questa significa in termini di società, organizzazione,relazioni tra gli individui, sistema di valori e quant'altro è parte della nostra vita.

A maggior ragione oggi in assenza di una bussola (non condizionata e tarata su interessi secolari) che orienti al meglio le scelte.

Può essere questo un compito per gli economisti? Se così fosse si trasformerebbero in scienziati sociali ed anche a loro toccherebbe scendere con i piedi sulla terra.

Definizione

La caduta tendenziale del saggio di profitto è una formula dell'analisi economica marxiana.
Con caduta tendenziale del saggio di profitto Karl Marx ne Il Capitale identificò quel fenomeno secondo cui l'aumento progressivo degli investimenti sui macchinari a scapito degli investimenti sui salari avrebbe prodotto come risultato tendenziale del processo produttivo un saggio di profitto sempre minore.

Marx giunse a questa conclusione sulla base della teoria del valore: essendo il capitale sotto forma di salari (capitale variabile) ad essere l'unica fonte di plusvalore, l’aumento della composizione organica del capitale riferita agli investimenti sulle macchine e sul continuo aggiornamento tecnologico (capitale costante) avrebbe dato come risultato del processo produttivo dei profitti progressivamente decrescenti in proporzione agli investimenti complessivi.(1)

Gli economisti classici

Già Smith s'era accorto della caduta tendenziale del saggio del profitto, ma l'aveva attribuita unicamente al fattore della concorrenza, nel senso che con il procedere del processo di accumulazione del capitale si sarebbero esauriti i campi di investimento profittevoli e l’accresciuta concorrenza tra i capitali avrebbe fatto diminuire progressivamente il saggio di profitto

Ricardo gli aveva obiettato che la concorrenza poteva al massimo ridurre i profitti ad un livello medio nelle diverse branche d'industria, livellandone il saggio, ma non poteva abbassarlo in maniera tendenziale, altrimenti la capacità produttiva ad un certo punto si sarebbe ridotta a zero, visto che la concorrenza era inevitabile. E poi con l’aumento dei redditi aumenta la domanda (sia di beni di consumo che di mezzi di produzione), per cui anche i profitti devono per forza tornare a salire. Se non ci riescono è perché il problema va cercato altrove.

Ricardo pensò d'averlo trovato nel fatto che, secondo lui, con l'aumento della produzione aumenta anche la popolazione, la quale per essere sfamata necessita di maggiori investimenti nell'agricoltura, ma siccome l'agricoltura rende meno dell'industria (in quanto vi è scarsità di terreni fertili da poter mettere a coltivazione), anche gli investimenti sono minori, sicché i prezzi agricoli (in primis quelli del grano) vengono tenuti alti dai proprietari fondiari. Questo ha un'incidenza sui salari, che non possono scendere al di sotto delle capacità riproduttive della manodopera industriale.

La soluzione secondo Ricardo stava nel penalizzare le rendite fondiarie relative al grano, favorendo di quest'ultimo l'importazione dall'estero, a prezzi molto più contenuti, e quindi abolendo i dazi che proteggevano la produzione nazionale.

Marx interviene in questo dibattito virtuale precisando che la concorrenza non potrebbe abbassare il saggio medio del profitto in tutte le branche d'industria, se questa legge non fosse anteriore alla stessa concorrenza. (2)

Il ruolo della moneta, del credito e della finanza

Lo sviluppo dei mercati finanziari e dunque delle diverse forme di finanziamento dell’accumulazione, influenza l’andamento del capitale da prestito e slega ancor più capitale reale e monetario. Ma in sintesi rimane il fatto che tutto il denaro che non diventa capitale produttivo di plusvalore rimane capitale fittizio. La questione è: che differenza esiste, sotto il profilo della sua remunerazione, tra capitale produttivo e capitale fittizio? Questo è un punto centrale. Per rispondervi cominciamo con l’analisi che Marx fa della teoria quantitativa della moneta.

Per gli economisti che modernamente si chiamano “monetaristi”, ovvero che sostengono la teoria quantitativa della moneta[14], i fenomeni della circolazione monetaria spiegano tutto il resto: defluisce l’oro e causa la crisi anziché viceversa, aumenta l’offerta di moneta e c’è inflazione anziché viceversa. Se ci si pensa, questa impostazione è naturale nel senso di connaturata allo spirito reificato del borghese. Poiché appare alla coscienza umana un deflusso di moneta in concomitanza con una riduzione dell’attività economica, questa è causata dalla moneta, la moneta è una potenza autonoma nelle vicende umane. Questa glorificazione del denaro, che diviene una divinità che interviene nelle vicende dell’uomo con la stessa importanza e imprevedibilità di un dio olimpico, non è che il riflesso della funzione storica del capitale: la centralizzazione delle risorse sociali a fini di sviluppo delle forze produttive: “Accumulate, accumulate! Questa è la legge e questo dicono i profeti”. Che cosa rappresenta questa teoria? Essa fornisce al denaro un ruolo indipendente, originario. Le variazioni della quantità di denaro circolante producono i cambiamenti nella ricchezza di una nazione. Il denaro non è più un equivalente, ma sono le merci a dipendere dal suo valore. Questa teoria è dunque l’espressione massima del feticismo delle merci, della reificazione cui sottostà la mente dell’intellettuale borghese. Nel processo di scambio le merci sono solo quantità di denaro. Qui si fa un altro passo: ciò che le merci sono dipende dal denaro. Non a caso tra i primi a sviluppare questa teoria vi fu il vescovo Berkeley, fondatore dell’idealismo soggettivo. Idealista in filosofia, monetarista in economia. In questa visione il denaro è un rappresentante ideale, solo un nome e dunque può idealmente anche essere eliminato per far posto allo scambio diretto di merci. Quello che questi signori dimenticano è che nel capitalismo non circolano valori d’uso ma di scambio. Senza denaro si perderebbe la connessione tra i produttori, il carattere mediatamente sociale del lavoro. È il denaro che ricompone la divisione del lavoro e permette così al mercato di far circolare non solo prodotti, ma quote di lavoro socialmente necessario. La funzione del denaro subisce un capovolgimento nella testa dell’intellettuale borghese, divenendo insieme arbitro delle vicende umane e un futile simbolo. Occorre rovesciare la prospettiva per comprendere la sua vera funzione. Come dice Marx “i prezzi non sono quindi alti o bassi perché circola più o meno denaro, bensì circola più o meno denaro perché i prezzi sono alti o bassi”[15]. Il denaro, quando “i prezzi sono bassi”, ovvero c’è crisi economica, si ritrae dalla circolazione, viene utilizzato in altro modo (all’epoca di Marx veniva tesoreggiato come oro, oggi finisce come capitale fittizio in qualche segmento dei mercati finanziari). Per questo gli alti e bassi della speculazione sono intrinsecamente connessi all’andamento della produzione reale. Questa connessione è totalmente persa dalla economia borghese e non a caso. Al capitalista non interessa la specifica forma e composizione del suo capitale, ma solo la sua grandezza e si attende una identica remunerazione per pari quantità di capitale, a prescindere dal settore in cui vengono investiti i denari. Che si investa per aprire una fabbrica, acquistare titoli in borsa, comprare un immobile, ci si attende un’uguale remunerazione. Il profitto, l’interesse, la rendita sono la stessa cosa. Non ragionava così l’industriale dei tempi di Ricardo, quando la borghesia considerava suoi nemici giurati i rentiers, i banchieri, il re, il prete e tutti gli altri che osavano pretendere una quota dei suoi profitti solo perché le terre erano scarse o perché dovevano mantenere la corte. Non a caso nei classici (soprattutto Smith e Ricardo), la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo è rigorosa. Ma la borghesia della fase imperialista è una cosa sola con i rentiers, i banchieri, lo Stato. In un certo senso tutti i capitalisti sono rentiers al giorno d’oggi. Soprattutto i grandi capitalisti, che lasciano spesso la cura delle proprie aziende a manager ben pagati, ritornando alla vecchia idea della Roma antica che l’ozio sia la virtù suprema. Alla teoria borghese, che vede l’interesse come la remunerazione di una parte del capitale al pari del profitto, Marx obietta che il saggio d’interesse è un fenomeno puramente monetario, connesso con la domanda e l’offerta di capitale monetario. Esso è una deduzione e non una componente dei profitti, come le tasse. A sua volta, domanda e offerta di capitale monetario dipenderanno dal ciclo. Le variazioni del saggio d’interesse dipenderanno dall’andamento dell’economia. Infatti, all’apice del boom, la speculazione è frenetica, e innesca la sovraccumulazione. La concorrenza tra i banchieri rende convenienti progetti sempre meno redditizi. La speculazione, nella misura in cui si rivolge a nuovi settori, finanzia una diminuzione della composizione organica del capitale, perché nei nuovi settori la concentrazione del capitale è minore, i profitti così sono maggiori e possono ripagare interessi più elevati. Quando la speculazione comincia a dare segni di cedimento e i valori mobiliari cominciano a perdere terreno, si innesca una spirale deflazionistica che porta al crollo del saggio del profitto, della domanda, dell’occupazione. Le banche non prestano più, la borsa crolla. Che cos’è dunque una crisi finanziaria se non l’esito dello sviluppo di un nuovo settore? Gli economisti ovviamente, finita la sbornia del crollo di borsa, osserveranno saggiamente che se lo Stato e le banche centrali fossero riuscite a impedire un “eccessivo” afflusso di capitale, questi settori avrebbero potuto crescere in modo equilibrato. Ma “se” ciò accadesse verrebbe meno l’anarchia della produzione, il capitalismo stesso. Non si può impedire la concorrenza, non si può impedire al capitale di muoversi verso settori a più alta remunerazione. L’enorme afflusso di denaro, qualunque forma tecnica assuma, sviluppa una bolla speculativa che attrae nuovo denaro. Alla fine, dopo mesi o anni, gli investimenti ridurranno il saggio di profitto; ciò segnalerà che la concorrenza ha svolto il suo ruolo necessario di imporre la legge dell’uniformità del saggio di profitto, ma a che prezzo! La speculazione, ovvero il finanziamento di un settore al di fuori di ogni “ragionevole aspettativa” gioca un ruolo necessario nel capitalismo, permettendo al capitale di muoversi tra i settori. Certamente, con il senno di poi è facile accorgersi dell’assurdità di certe previsioni. Soprattutto per chi ha fatto quelle sbagliate. Il capitalismo non può esistere senza rivoluzionare continuamente le forze produttive, sottolineava Marx. Questa trasformazione incessante avviene necessariamente a ondate di crescita impetuosa di nuovi settori e di riconduzione a unità dei mille capitali. La sproporzione è dunque inevitabile, perché, come scrisse Carli, “se lo sviluppo è rapido non è bilanciato; se è bilanciato, non è rapido”. Gli esempi di “pazzia delle folle” sono antiche quanto il capitalismo stesso. Dopo ogni episodio i capitalisti si ripetono che non cadranno più nell’errore e che saranno più equilibrati la prossima volta. Come se fosse la loro opinione soggettiva a decidere dell’economia. Al ciclo successivo, quando la speculazione è al suo apice, li sentiamo sottolineare la diversità di questo ciclo e il fatto che “tutti si stanno gettando a capofitto in questo nuovo settore e dunque...”. Ogni episodio del genere, dalla Tulipanomania olandese del XVII secolo alla bolla delle “dot.com” del 2000, è noiosamente simile al precedente. Un brano tratto da un processo speculativo del 1720 descrive perfettamente ogni episodio del genere:

“Partirono altri progetti, del tipo più strano…nascevano ovunque innumerevoli compagnie per azioni…alcune di esse durarono una settimana o due, e non se ne sentì più parlare…C’erano quasi cento diversi progetti, uno più dispendioso e campato in aria dell’altro…Alcuni di questi progetti erano abbastanza plausibili e, se non fossero stati intrapresi in un momento in cui l’opinione pubblica era così sovraeccitata, si sarebbe potuto portarli avanti con vantaggio di tutti gli interessati…Uno di questi fu un progetto relativo a una ruota in moto perpetuo…ma la più assurda e ridicola di tutte, e che mostrava più efficacemente di qualsiasi altra la completa follia della gente, era una compagnia costituita da uno sconosciuto avventuriero, chiamata una “compagnia che si propone di portare avanti un’impresa altamente conveniente, ma che nessuno sa cosa sia”.”[16]

Appunto, come sul Nasdaq fino a ieri.

Il credito e la speculazione, in quanto ampliano enormemente il raggio d’azione del capitale, consentono alle sue leggi di operare con maggior forza e regolarità. Consentono anche, in alcune circostanze, di attenuare gli effetti di queste leggi. In nessun modo possono sbarazzarsene; come osservò Marx, “le leggi di natura non possono mai essere annullate”. Storicamente, il capitalista nasce in contrapposizione al banchiere. Nell’epoca imperialista le due figure si fondono. La classe capitalista intera diviene una classe di speculatori, senza alcun legame necessario con la produzione. Ne deriva un’ideologia alienata in cui la produzione non è più la base del profitto, come negli economisti classici, ma un’inutile perdita di tempo. Il peso della finanza e del capitale fittizio crescono inesorabilmente. La massa di capitale accumulato è tale, la sua concentrazione così elevata, che i mercati finanziari sono ormai enormemente più grandi dell’economia reale. È difficile sommare il loro valore, data la complessità degli strumenti finanziari moderni e il loro collegamento funzionale. Ad ogni modo parliamo di qualcosa come venti, trenta volte il Pil mondiale, forse cento. E la crescita avviene a ritmi forsennati. Tutto ciò che riguarda la moneta è ormai fuori scala. La moneta stessa, in primo luogo. Ancora negli anni ’90 la quantità di moneta dei paesi più avanzati si aggirava fra il 65 e il 70% del Pil. Ora supera l’80%. L’incremento della massa monetaria degli ultimi 5 anni è stato maggiore che nei precedenti venti. Il credito è fuori controllo. Quello degli Stati, delle famiglie, delle imprese. Infine, la finanza nel suo complesso è fuori controllo, con oltre il 95% delle transazioni che avvengono sui mercati mondiali aventi natura finanziaria e non più reale. Che cos’è la finanziarizzazione dell’economia se non l’estrema forma di concentrazione del capitale e la dimostrazione più palese del suo parassitismo?(3)

La "ridondanza" e la "mancanza di significato" del valore in un sistema simultaneo

Marx argomentò che il saggio di profitto tende a cadere quando la produttività aumenta e a causa di tale aumento di produttività [1]. I teorici simultaneisti hanno tentato di provare che questo non può essere il caso. Essi sono d’accordo che il saggio di profitto può cadere, ma non perché aumenta la produttività. In effetti, se tutto è valutato simultaneamente, una produttività crescente tenderà necessariamente a aumentare il saggio di profitto, non ad abbassarlo. Come si è visto sopra, se aumenti di produttività causano un aumento della produzione del grano da 11 quintali a 12 quintali, a 13 quintali per ogni 10 quintali di grano investiti, questo " saggio di profitto materiale" aumenta necessariamente dal 10% al 20% al 30%.

Tuttavia, non appena riconosciamo che un aumento della produttività tende a deprimere i prezzi, la legge di Marx sembra del tutto sensata. Spinte a cercare profitti sempre più alti, le imprese introducono innovazioni sempre più produttive e labour saving. Da una parte gli aumenti di produttività aumentano la produzione fisica in relazione agli inputs fisici. È questo l’effetto su qui si focalizza il simultaneismo.

D’altra parte però c’è anche un effetto contrario che il simultaneismo ignora: questi stessi aumenti di produttività tendono a causare una caduta nel tempo dei valori e dei prezzi. Conseguentemente, il saggio di profitto reale (in valore o prezzo) tenderà a cadere in relazione al " saggio di profitto materiale" dei teorici del simultaneismo. È così possibile che il saggio di profitto reale diminuisca continuamente nel tempo sebbene il " saggio di profitto materiale" salga continuamente (si veda, e.g., Freeman e Kliman 2000).

Senza informazioni ulteriori, non è possibile dire di più sull’andamento del tasso di profitto nel tempo. Il suo percorso dipende da come, e con che velocità, cambiano la tecnologia, i prezzi, i salari, e altri fattori. Ma quanto detto dovrebbe essere sufficiente per spiegare come aumenti di produttività possano causare una caduta del saggio di profitto e quindi per spiegare cosa ci sia di erroneo con i tentativi del simultaneismo nel dimostrare che tale caduta è impossibile.

Questo punto è molto importante, perché i critici di Marx hanno tentato di respingere le sue teorie della caduta del saggio di profitto e della crisi economica senza neanche esaminare l’evidenza empirica. Come John Roemer (1981:113), un ’Marxista Analitico’ critico di Marx, ha notato, perché esaminare l’evidenza empirica se la teoria Marxista della caduta del saggio di profitto non può essere giusta?

La dimostrazione del TSSI che la teoria di Marx potrebbe essere valida dimostra allo stesso tempo che questa teoria merita di essere esaminata di nuovo, senza pregiudizi e sulla base dell’evidenza. I marxisti e non-marxisti che escludono la teoria di Marx dal loro insegnamento e dalle loro riviste non eliminano errori dalla scienza ma fanno opera di censura.(4)

L'eclissi del capitalismo:di Cristiano Martorella

La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto è la condanna per esaurimento del capitalismo. Infatti l'espansione e l'aumento del capitale comporta la diminuzione del rendimento di un investimento. Poiché il capitalismo ricerca un investimento che crei profitto, questa tendenza si rivela fatale. L'investimento non è possibile se non è vantaggioso. Il capitalismo crea le condizioni perché ciò, paradossalmente, non avvenga. Gli investimenti sono sempre meno redditizi. Ovviamente il capitalismo non è entrato in crisi grazie ai fattori antagonisti alla caduta del saggio di profitto:

  1. ritmi di lavoro più veloci e maggiore efficienza;
  2. diminuzione dei costi del lavoro;
  3. diminuzione dei costi dei macchinari e delle materie prime;
  4. utilizzo della manodopera in modo massiccio;
  5. commercio vantaggioso con l'estero.
Come indica anche Joseph Schumpeter è soprattutto la tecnologia a fornire un eccezionale mezzo per attuare i punti 1, 2 e 3. Lo sviluppo industriale è infatti la storia del progresso tecnologico che ha permesso di superare le fasi di stasi del capitalismo.
Grazie alla globalizzazione e alla tecnologia sono diminuiti i costi di produzione e i costi delle materie prime. Eppure è stata la stessa globalizzazione ad esaurire gli effetti positivi dei fattori antagonisti al calo del saggio di profitto. La globalizzazione ha eliminato la diversità e ciò ha comportato il crollo dei meccanismi alla base dello scambio utilitario (il fondamento del libero mercato). La disposizione a vedere il mondo in un'unica maniera ha inaridito le capacità intellettuali e l'indagine scientifica. Gli scienziati sono stati asserviti alle esigenze aziendali e hanno abbandonato la ricerca pura e le invenzioni alternative. I fattori antagonisti al calo del saggio di profitto sono drasticamente indeboliti. Dunque trarre profitto tramite il lavoro e la produzione è nell'economia contemporanea più difficile.
Tuttavia è la seconda motivazione dell'eclissi del capitalismo a spiegarci come sia possibile ancora il profitto. Il prezzo non è collegato più al valore. Questa scoperta è merito dell'economista Oomae Ken'ichi(9). Ed è abbastanza facile constatarlo. Il prezzo di un software non dipende dal lavoro occorso per produrlo. Ciò contraddice la teoria di David Ricardo e Karl Marx sul lavoro e la moneta. Semplicemente si è passati da una società industriale fondata sul lavoro a una società dei servizi fondata sull'informazione. Però la scoperta di Oomae costituisce anche una condanna definitiva del capitalismo. Ora la formula D-M-D' non è valida perché il prezzo non è più stabilito da meccanismi automatici dettati dall'organizzazione del lavoro. Così la rotazione del capitale non è più la forza propulsiva del capitalismo.
L'eclissi del capitalismo non significa la fine dell'economia, piuttosto una diversa e nuova economia. Questa economia sfrutterà le conoscenze per l'acquisizione di vantaggi commerciali e finanziari. L'informazione diverrà merce e il prodotto più prezioso e ricercato.
I no global hanno in parte ragione e in parte torto. Sono nel giusto nel denunciare le storture del capitalismo che sono sintomi evidenti del suo declino. Ed è sensato ammettere che il mondo che conosciamo debba essere cambiato per rispondere alle esigenze dell'umanità. Sbagliano quando pretendono di trovare soluzioni politiche ai problemi economici scavalcando gli studi scientifici. Sbagliano ponendo la volontà al di sopra della conoscenza e ritenendo che il capitalismo sarà sconfitto dalla moltitudine ribelle. Il capitalismo è una forma economica e sarà abbattuto soltanto da un'altra forma economica. E in verità questo sta già accadendo. (5)

Prossimo capitolo : Definire l'economia


(1) wikipedia

(2) http://www.homolaicus.com

(3)http://utenti.lycos.it/xepel/teoria_della_crisi.htm

(4)Andrew Kliman estratto da : se è corretto non correggerlo

(5)Nipponico-Botsuraku