venerdì 24 luglio 2009

Internazionalismo, il forum di Beirut

Impressioni di alcuni compagni di ritorno dal Forum di Beirut

Nel gennaio scorso abbiamo partecipato al Forum Internazionale di Beirut “per sostenere la Resistenza anti-imperialista dei popoli e la costruzione di alternative alla globalizzazione”, di cui già Senza Censura si è occupata, nel numero 28, pubblicando le dichiarazioni finali.
Noi ora, se non possiamo certo fornire una approfondita analisi dei temi trattati e del significato politico complessivo di questa interessantissima e importante iniziativa, possiamo però offrire degli spunti di riflessione.
Innanzitutto, per quanto riguarda la contemporaneità con la feroce e criminale aggressione di Israele a Gaza, abbiamo colto un cambiamento di prospettiva, se così si può dire. Noi, infatti, giungevamo dall’esperienza delle grandi manifestazioni milanesi in solidarietà con Gaza, e dentro di noi era dominante lo sdegno, la rabbia, la pena. Ebbene, qui al Forum, se pure sdegno, pena e rabbia erano presenti, e si concretizzavano anche in drammatiche informazioni visive (con terribili foto delle distruzioni e dei massacri compiuti dall’esercito israeliano), si respirava qualcosa di concretamente diverso: la consapevolezza del carattere vittorioso della Resistenza di Gaza, e questo ci faceva immergere in un altro mondo, passando dall’“esternità” di chi solidarizza vivendo in quell’Occidente che opprime e violenta, al cuore di quel mondo che resiste e combatte nella consapevolezza che la vittoria sul sionismo e sull’imperialismo è possibile.
Altro elemento che ci ha fortemente impressionato è stata la comunanza di punti di vista tra soggetti con formazioni ideologiche del tutto differenti.
L’intervento del religioso mussulmano, con tanto di turbante, che esordiva invocando Allah il misericordioso, trattava della necessità di opporsi al colonialismo e all’imperialismo, e legava questa lotta (come dice anche una delle dichiarazioni finali) alla lotta contro il capitalismo globalizzato e la distruzione delle conquiste sociali.
E così, era palpabile, pur nella diversità dei punti di partenza e della formazione ideologica, la consonanza con l’intervento del professore francese della Sorbona, che riferiva dei suoi seminari sul marxismo, inteso non come bibbia della verità rivelata, ma come strumento per analizzare al meglio la realtà.
E così agli interventi di Hamas, FPLP, Hezbollah, potevano seguire relazioni di Ramsey Clark (ex ministro della giustizia USA durante la presidenza Carter, ed ora promotore di tribunali sui crimini di guerra USA in Iraq), o dell’ex segretaria del PTB (partito del Lavoro del Belgio) che ben descriveva le difficoltà per i movimenti, in Europa, di essere a fianco delle resistenze, e ciò anche per il formarsi di quelle specifiche normative repressive create appositamente per impedire queste “saldature” almeno nella solidarietà.
Ma era poi il complessivo panorama degli interventi e delle nazionalità ad impressionare: filippini esponenti di un partito di ispirazione maoista, cubani, sudanesi, giovani marocchini, indiani, turchi, pachistani, egiziani, iracheni, siriani, iraniani, ed una vivace delegazione venezuelana, ben impegnata a sottolineare il legame tra la loro rivoluzione e la loro lotta contro l’imperialismo USA e le lotte dei popoli mediorientali contro questo stesso imperialismo ed il sionismo.
E, negli interventi, si poteva notare una significativa franchezza nell’esprimere difficoltà e problemi: ricordiamo ad esempio come Alain Gresh, giornalista di Le Monde Diplomatique, sottolineasse che per gli europei è importante non offrire il fianco all’accusa di “scivolare” dall’antisionismo all’antisemitismo, e ciò proprio per la nota specificità della storia d’Europa.
Questo complessivo quadro conteneva, poi, specifici interventi, alcuni molto interessanti, come quello di Luis Britto, professore venezuelano di economia, che approfondiva il tema della crisi economica globale, indicando diversi scenari possibili, dalla guerra ad una ripresa dei movimenti rivoluzionari, ovviamente insistendo su questa seconda ipotesi.
Con la loro specificità erano poi presenti rappresentanti di movimenti europei (inglesi, greci, italiani, spagnoli, svizzeri, belgi, austriaci, irlandesi, norvegesi, francesi), che, però, e finalmente, non erano più “il centro del mondo”, ma si ponevano a fianco di un altro centro.
Secondo noi, infine, non è un caso che si sia richiamato, a premessa delle dichiarazioni finali, lo spirito della Tricontinental. E non è un caso, perchè forte è il legame con quello spirito, legame che supera le differenze, anche profonde, che connotavano i partecipanti al Forum.
E proprio questa possibilità di unità nelle differenze ci è sembrato il messaggio forte del Forum di Beirut, che ha manifestato quanto questa unità sia ricercata dal mondo arabo-mussulmano, e anche reso evidente quanto miopi siano coloro che, perchè situati all’interno dell’impero, si sentono ancora autonomo centro del mondo intero.


fonte:
http://www.senzacensura.org/

Diritto alla bancarotta

Un post "datato" ma interessante;-)

22.07.2009

Per un programma di libertà nella crisi: diritto alla bancarotta

saperi

[di Gigi Roggero]

Che cos’è un filisteo? Una vescica vuota, gonfia di paura e di speranza. Che Dio abbia pietà di lui!» (J. W. Goethe)

Gli operai della New Fabris di Poitiers, iscritti alla CGT, nei giorni scorsi hanno cintato la fabbrica di bombole del gas: se i padroni non esaudiranno le loro richieste, la faranno saltare in aria. La direzione ha tempo fino alla fine del mese per salvare il suo capitale fisso.

Gli operai non vogliono salvare il loro posto di lavoro. Vogliono soldi. In questa stessa estate afosa, preludio di un autunno bollente, nella ex città-fabbrica italiana un oscuro pubblico ministero torinese ha pronunciato una folle requisitoria contro 21 studenti, da quasi due settimane in galera o agli arresti domiciliari con insignificanti, e peraltro non provati, capi di imputazione. Non è il caldo che dà alla testa, purtroppo. Né, solo, una misura preventiva per togliere di mezzo chi avrebbe potuto disturbare il recente G8. È un investimento sul futuro per mezzo di un’operazione che viene dal passato.

Il mandante è ancora lui, Giancarlo Caselli, uomo d’ordine e giustizia del PCI negli anni Settanta, icona del giustizialismo populista in salsa girotondina oggi.

E se per reprimere ancora la libertà dei movimenti ci si deve mettere al servizio di Maroni, o meglio se per accordarsi con Berlusconi bisogna reprimere ancora la libertà dei movimenti lui è pronto. Caselli, che conosce bene la paura che incutono le lotte operaie e sociali, pensava che bastasse riavvolgere il nastro e dividere i buoni dai cattivi, per riaprire così le porte del carcere.

Qual è la posta in palio dell’operazione l’ha detto a chiare lettere Sparagna nel suo apparente vaniloquio: non inconsistenti reati specifici, ma il terrore che l’Onda si generalizzi.

Che di fronte alla dismissione dell’università, alla crescita della disoccupazione e al taglio dei salari, “operai” e “studenti” tornino ad essere uniti nella lotta: non nella carnevalesca riedizione di quel passato di cui Caselli è prigioniero, ma dentro la nuova composizione sociale delle metropoli postfordiste. È il primo terreno comune si chiama nuovo welfare: questo rivendicano gli operai di Poitiers, i movimenti dei precari, gli studenti dell’Onda.

Allora, non è un caso che proprio in questi giorni Giavazzi torni a far propria la battaglia di Perotti, altro simbolo dell’italico giustizialismo meritocratico: che la crisi la paghino gli studenti e i precari, a cominciare dall’aumento delle tasse. E per chi non ce la fa, incentivare il prestito d’onore. Non è altro che la truffaldina importazione di quel sistema del debito crollato negli Stati Uniti e centrale nell’origine della crisi.

Tuttavia, dobbiamo aggredire questa dinamica su un punto avanzato. Non avrebbe nessun senso oggi dire semplicemente no all’introduzione del debito. La lezione americana è molto chiara: milioni di proletari hanno utilizzato tale – perverso e feroce, va da sé – dispositivo di welfare finanziarizzato per accedere a bisogni fondamentali, dalla casa alla sanità alla formazione.

Ciò ha determinato una dinamica alla lunga insostenibile per quello stesso sistema che l’ha creata, tant’è che il non ripianamento del debito contratto è il segno di classe sulla genealogia della crisi. È stata la forma attraverso cui lavoratori e precari hanno preso in ostaggio le istituzioni finanziarie. Ora, laddove la dialettica tra pubblico e privato è finalmente saltata, nella riappropriazione della ricchezza sociale le controparti diventano molteplici. Dobbiamo sì iniziare a occupare le finanziarie che emettono i prestiti d’onore, ma per prenderci soldi che non restituiremo.

Dobbiamo cioè rivendicare il diritto dei precari alla bancarotta!

Perché oggi la battaglia attorno al credito e al debito è una lotta sul salario e sul reddito, ovvero sulla costruzione di un nuovo welfare. Da questo punto di vista, ogni critica moralistica o anti-consumistica è oggettivamente reazionaria. Queste sono infatti le nostre – metaforiche – bombole del gas: tenere in ostaggio il loro capitale fisso, per liberare il sapere vivo e le nuove istituzioni del comune. Qui sta la radice del loro terrore: è la miseria del passato contro la ricchezza del presente, il rancore dei moribondi contro la potenza della vita.

Va anche detto, per completezza di informazione, che in passato a queste figure andò molto male. Loro sono spariti. Noi siamo qua.

Loro sono zombi che arrestano, giustizialisti perché deboli, feroci perché gonfi di paura. E sperano di riuscire a fermare l’onda di libertà. Questa mattina ha ripreso ad andargli male. L’Onda ha ricominciato a generalizzarsi.

E se esiste ancora qualche garantista nel fronte democratico, sarebbe meglio uscisse fuori ora, prima che sia troppo tardi. Per il resto, che Dio abbia pietà di loro...

giovedì 23 luglio 2009

Controllare la società dei poveri


Fonte:http://www.autistici.org

Per la prima volta nella storia, la maggioranza della popolazione mondiale vive in città[1]. E grandi quote di questa popolazione urbana conoscono condizioni d’assoluta povertà. Il concentramento di queste sterminate masse umane entro spazi sempre più ristretti, al fine di controllarle e sfruttarle meglio [2], ha generalizzato le baraccopoli su tutti i continenti, nessuno escluso, dando luogo a quello ch’è stato definito il “pianeta degli slum”. Secondo il rapporto dell’ONU The Challenge of Slums. Global Report on Human Settlements (2003), attualmente vivono negli slum quasi un miliardo di persone (una ogni sei, se si considera l’intera popolazione mondiale, ovvero un abitante di città su tre) e si ritiene che questo numero possa raddoppiare entro il 2030, talché nello stesso rapporto si parla di una crescente “urbanization of poverty”.

La Banca Mondiale, alla fine degli anni Novanta, aveva già messo a fuoco le conseguenze di questo processo: “La povertà urbana diventerà il problema principale e politicamente più esplosivo del prossimo secolo”[3]. La ricetta è però sempre la stessa: Praful Paten, rappresentante della Banca Mondiale al World Urban Forum organizzato da UN-Habitat (agenzia dell’ONU) a Barcellona nel 2004, in quella sede ha sostenuto che commercio internazionale e globalizzazione “nella maggior parte dei casi funzionano”.

Non è possibile fare qui un’esposizione dettagliata dell’urbanesimo planetario e dell’immiserimento nell’epoca della catastrofe capitalista; ci limiteremo quindi a una veloce carrellata.

Secondo UN-Habitat, le più alte percentuali (sopra il 90%) di abitanti negli slum si trovano in Etiopia, Ciad, Afghanistan e Nepal. “Bombay, con dieci o dodici milioni di occupanti abusivi e abitanti di casamenti, è la capitale globale dello slum, seguita da Città del Messico e Dhaka (tra i nove e i dieci milioni ciascuna), e poi Lagos, Il Cairo, Karachi, Kinshasa-Brazzaville, São Paulo, Shanghai e Delhi (tra i sei e gli otto milioni ciascuna)”[4]. Complessivamente, dall’inizio degli anni Settanta, nel Sud del mondo gli slum hanno avuto una crescita superiore all’urbanizzazione in quanto tale.

È facile immaginare che la metropolis planetaria del futuro, invece di stagliarsi con le sue ardite strutture in vetro e acciaio come sognato da generazioni di cantori del Moderno, sarà in gran parte raffazzonata con cartoni catramati, plastica riciclata, mattoni grezzi, blocchi di cemento, paglia e legname di recupero: “al posto delle città di luce che si slanciano verso il cielo, gran parte del mondo urbano del XXI secolo vivrà nello squallore, circondato da inquinamento, escrementi e sfacelo” [5].

Le “case” abitate dagli strati più poveri del proletariato urbano si trovano spesso su suoli d’infimo valore ed estremamente marginali, come zone golenali, acquitrinose, collinari o contaminate da scarichi industriali. Per esempio, nelle favelas di São Paulo (cresciute negli anni Novanta al dirompente tasso del 16,4% annuo) e di Rio de Janeiro si vive costantemente sotto la spada di Damocle di frane e smottamenti dalle conseguenze mortali (e lo stesso avviene a Porto Rico); le callejones di Lima costruite in buona parte dalla Chiesa cattolica, uno dei maggiori proprietari immobiliari della capitale peruviana, sono vere e proprie trappole per topi per chi ci abita (si deteriorano velocemente e crollano); sui 500 mila migranti che ogni anno arrivano a Nuova Delhi, 400 mila finiscono nelle bidonvilles, mentre a Bombay un milione e mezzo di persone, pur avendo un lavoro, mancano di un tetto e dormono sui marciapiedi; l’85% della crescita demografica in Kenya tra l’89 e il ’99 è stato assorbito dalle baraccopoli fetide e sovrappopolate di Nairobi e Mombasa; il centro di Ulan Bator, capitale della Mongolia, è attorniato da un mare di tende in cui vive mezzo milione di ex allevatori che la miseria ha cacciato dalle loro terre; al Cairo, le tombe settecentesche dei Mamelucchi sono abitate da un milione di persone, mentre un altro milione di cairoti dorme sui tetti; anche a Hong Kong (dove le Triadi sono i principali imprenditori dell’edilizia “informale”) moltissime persone, almeno 250 mila, vivono in costruzioni abusive sui tetti o all’interno dei pozzi d’aerazione degli edifici; in Cina oltre cento milioni di “fluttuanti” clandestini, rei di aver lasciato senza autorizzazione le proprie zone d’origine, sono privi d’ogni possibilità legale di avere una casa[6].

Spesso i rifiuti urbani e gli sfruttati indesiderabili si ammassano insieme: Quarantena fuori Beirut, Hillat Kusha nella periferia di Khartoum, Santa Cruz Mehehualco a Città del Messico, la “Montagna fumante” a Manila sono alcuni tra i nomi più noti di queste discariche “multifunzionali”.

Poi ci sono gli esodi biblici provocati dalle guerre, gli effetti sociali delle calamità cosiddette “naturali”, gli sconvolgimenti umani e ambientali prodotti dalla forsennata ricerca da parte del Capitale di nuovi spazi di valorizzazione. Eccetera eccetera.

La preoccupazione della Banca Mondiale per le conseguenze politiche e sociali di una situazione tanto grave quanto estesa è stata fatta propria, a modo loro, dai centri di studi strategici militari.

Per esempio, l’Army War College e il Warfighting Laboratory dei Marines sono ben consapevoli – come ha sottolineato Mike Davis – “del fatto che, mentre le bombe intelligenti sono oltremodo efficienti contro una città gerarchicamente strutturata, qual è per esempio Belgrado, con le sue infrastrutture centralizzate e i suoi distretti economici, le armi super-tecnologiche possono ben poco al fine di controllare gli agglomerati di povertà e sottosviluppo, come Sadr City [uno degli slum più grandi del mondo] e Mogadiscio, dove nel 1993 la milizia dello slum inflisse perdite nell’ordine del 60% agli Army Rangers, corpo d’élite dell’esercito USA” [7].

La débâcle di Mogadiscio ha costretto il Pentagono a ripensare le MOUT (Militarized Operations on Urbanized Terrain). “Il futuro della tecnica bellica”, si legge nello studio Our Soldiers, Their Cities, pubblicato nella primavera 1996 da “Parameteres”, giornale dell’Army War College, “sta nelle strade, nelle fogne, negli edifici multipiani, nella incontrollata espansione delle case che formano le città frammentate del mondo. […] La nostra recente storia militare è punteggiata di nomi di città – Tuzla, Mogadiscio, Los Angeles[8], Beirut, Panama, Hue, Saigon, Santo Domingo – ma questi scontri sono stati solo un prologo, mentre il dramma vero e proprio deve ancora cominciare”.

Le grandi baraccopoli in crescita caotica nei sobborghi delle città del Terzo Mondo neutralizzano buona parte dell’arsenale barocco di Washington e “l’analisi attenta di questo problema ha indotto gli strateghi militari” – continua Mike Davis – a incentrare “l’attenzione sul territorio, sulle baraccopoli stesse”.

Il nemico, insomma, “è meno importante che il labirinto in cui si nasconde”, che costituisce uno spazio organizzato in “informali sottosistemi decentrati” di cui non esistono planimetrie e in cui “i punti di leva del sistema non sono facilmente individuabili”[9].

Anche la RAND Corporation, un think-tank no profit istituito dall’Air Force nel 1946, nota per aver ideato negli anni Cinquanta il progetto Armageddon (lo scontro nucleare finale) e per aver avuto negli anni Sessanta un ruolo di primo piano nella formulazione della strategia bellica USA in Vietnam, oggi si occupa di città[10]. Uno dei più importanti progetti tra quelli varati dalla RAND negli anni Novanta[11], dedicato a studiare “come i mutamenti demografici influiranno sui conflitti di domani”, rileva che l’urbanizzazione della povertà mondiale ha prodotto “l’urbanizzazione della rivolta”, lamentando che “né la dottrina, né l’addestramento, né l’equipaggiamento statunitensi sono progettati per la controinsurrezione”.

È questo lo sfondo della teoria della Fourth Generation Warfare (4GW) che è andata definendosi negli ultimi vent’anni, una teoria che sembra fatta apposta per affrontare una guerra mondiale a bassa intensità di durata illimitata contro le fasce criminalizzate del proletariato urbano, in cui gli specifici campi di battaglia del XXI secolo saranno le periferie affamate (“Il popolo ha fame e manca il pane? E allora dategli proiettili di gomma e peperoncino!”, trombettano le Marie Antoniette d’oggidì). Perché il “breve sogno della perenne prosperità per tutti”[12] è ormai finito e, come riconosciuto anche dall’ex chief economist esenior vice president della Banca Mondiale Joseph E. Stiglitz, “malgrado le reiterate promesse di ridurre la povertà fatte negli ultimi dieci anni del XX secolo, il numero effettivo di persone che vivono in povertà è invece aumentato di quasi cento milioni”[13]. E quando Stiglitz scriveva queste righe non era ancora “scoppiata” la “crisi”…[14]

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Note:

[1] “Delle ‘metropoli’ di inizio Novecento solo quattro avevano più di un milione di abitanti: Londra, Parigi, Berlino e New York; oggi nel mondo 372 aree metropolitane contano oltre un milione di persone e 45 [chiamate mega-città] più di 5 milioni. […] Negli anni in cui fu concepita l’idea di megalopoli [verso la fine degli anni Cinquanta] c’erano al mondo solo due città con più di 10 milioni di abitanti. Oggi ben una quindicina hanno superato questa soglia, e nemmeno una è in Europa, solo due sono negli Stati Uniti, mentre tutte le altre sono in Asia e in America Latina. Le più grandi di queste super-giganti, tra i 20 e i 25 milioni di abitanti, rappresentano una nuova dimensione dell’urbano e al tempo stesso una potenziale minaccia, considerati gli enormi problemi ambientali, amministrativi e sociali che la loro esistenza implica” (AGOSTINO PETRILLO, Megalopoli, in Enciclopedia del Novecento, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 2004, vol. XIII: Dal XX al XXI secolo: problemi e prospettive, Supplemento III: I-W, p. 160).

[2] In quelle che Saskia Sassen chiama “città globali” il Capitale da una parte celebra i suoi festini d’ipervalorizzazione succhiando (nelle “boite”, negli sweatshop e a domicilio) “il midollo della vita” soprattutto di donne, bambini, migranti, gente di colore ecc. e dall’altra ridisegna l’ambiente urbano a sua immagine e profitto: nei distretti del business, dove si concentrano le funzioni direzionali e finanziarie d’ordine superiore, piovono massicci investimenti immobiliari e tecnologici, mentre le aree a basso reddito vengono lasciate sprofondare nell’indigenza più totale. Cfr. SASKIA SASSEN, Globalizzati e scontenti. Il destino delle minoranze nel nuovo ordine mondiale, il Saggiatore, Milano, 2002. Come si faccia a parlare di “minoranze”, di fronte a fenomeni di tale vastità e portata, resta un mistero della sociologia contemporanea, anche di quella “critica”… Basti ricordare, per esempio, che “città come New York vedono il dilagare del lavoro nero e l’economia informale superare come fatturato l’economia normale” (AGOSTINO PETRILLO, Megalopoli, cit., p. 160). Della Sassen si veda anche Città globali. New York, Londra, Tokyo, UTET Libreria, Torino, 2000 (2ª ed.), coll. “Mediamorfosi”.

[3]Cfr. Documento di lavoro del gruppo di ricerca Finanza e Sviluppo, Banca Mondiale, gennaio 2000.

[4]MIKE DAVIS, Il pianeta degli slum, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 27.

[5]Ivi, p. 24.

[6]Il Rapporto 2008 sull’Urbanizzazione della Cina, redatto e pubblicato a Pechino il 15 aprile 2009 dall’Associazione Nazionale dei Sindaci, ha reso noto che la popolazione non agricola residente nelle aree urbane ha toccato il 45,68%, superando la quota dei 600 milioni di persone e ribaltando quasi del tutto i millenari equilibri città/campagna dell’ex Celeste Impero. La velocità dell’urbanizzazione in corso attualmente in Cina non ha precedenti nella storia umana.

[7]Mike Davis on a “Planet of Slums”. The rising tide of urban poverty, a cura di Lee Sustar, in “Socialist Worker”, 12 maggio 2006 (http://socialistworker.org/2006-1/588/588_06_MikeDavis.shtml).

[8]Quasi una settimana di scontri (ai quali partecipano circa 50 mila manifestanti, parte di una folla a vario titolo attivamente coinvolta quattro volte più grande) e saccheggi, una sessantina di morti e tremila feriti, 12.500 tra fermati e arrestati, trecento negozi devastati e dati alle fiamme, danni per circa un miliardo di dollari: la più violenta (e costosa) rivolta urbana del Novecento americano, per metter fine alla quale deve scendere in campo l’esercito federale (8 mila uomini della fanteria e dei Marines, oltre ai 12 mila della Guardia Nazionale), strumento d’intervento tipico nelle periferie urbane più povere del Pianeta, stavolta impiegato in modo massiccio – non fuori, bensì dentro i confini! – nelle strade di una delle città più importanti del mondo quanto a potenza economico-finanziaria e seconda degli States quanto a numero di abitanti. Cfr. The Rebellion in Los Angeles. The Context of a Proletarian Uprising, in “Aufheben”, Brighton, n. 1, estate 1992 (http://www.geocities.com/aufheben2/auf_1_la.html).

[9]“Aerospace Power Journal”, primavera 2002.

[10]Sul ruolo dei think-tank statunitensi, con particolare attenzione a quelli che “hanno veicolato l’ideologia liberista e contribuito in maniera decisiva all’affermazione del pensiero dell’impero americano”, cfr. MAURO BULGARELLI – UMBERTO ZONA, L’impero invisibile. Note sul golpe americano, NdA Press, Cerasolo Ausa di Coriano (Rimini), 2003.

[11] Cfr. JENNIFER TAW – BRUCEHOFFMAN, The Urbanization of Insurgency. The Potential Challenge to US Army Operations, RAND Monograph Report, Santa Monica, 1994, scaricabile da http://www.rand.org/pubs/monograph_reports/MR398/

[12]THOMAS KRÄMER-BADONI, Urbanität und Gesellschaftliche Integration, in “Infobrief Stadt 2030”, n. 3, dicembre 2001.

[13]JOSEPH E. STIGLITZ, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino, 2003, p. 5.

[14]Risibile è parlare di uno “scoppio” della “crisi”, in quanto essa è maturata lungo una catena che inizia a srotolarsi con la crisi di liquidità che scuote l’intero Occidente nel 1973-74, alla quale sarebbero poi seguiti: l’affondamento del Terzo Mondo sotto il peso del debito estero e delle relative politiche di “aggiustamento” nel successivo decennio (durante il quale gli Stati Uniti e il Regno Unito si deindustrializzano di fatto), la sfilza di crisi debitorie (1982 in Brasile e Messico, fusione del mercato azionario mondiale nel 1987, crisi dei depositi e prestiti negli USA del 1988-92, “crisi tequila” messicana del 1994, crisi asiatica del 1997-98), lo scoppio della “bolla” dot.com e la raffica di fusioni tra la fine degli anni Novanta e gl’inizi del nuovo millennio, la crisi argentina del 2001. Oggi gli anelli di questa catena vanno viepiù saldandosi l’uno con l’altro e serrandosi intorno ai Centri del Comando. Vedansi i siti web:http://home.earthlink.net/~lrgoldner/ e http://www.countdownnet.info/

giovedì 16 luglio 2009

Quello che Caselli si merita

"Liberi tutti subito!" Mercoledi 15 luglio - Durante la presentazione del suo libro "Le due guerre" (postfazione di Marco Travaglio), Gian Carlo Caselli è stato contestato questa sera da un centinaio di studenti dell’Onda ligure e da amici e parenti di Mattia, uno dei 21 ragazzi arrestati il 6 luglio scorso.

Né buoni né cattivi

Quest’oggi siamo stupiti. Siamo stupiti dall’osservare una persona che vive come scissa in una duplice personalità: da una parte abbiamo un procuratore che dopo anni di lotte contro la mafia viene a presentare il suo libro per un’associazione intitolata a Peppino Impastato, figura di primaria rilevanza per la nostra coscienza politica e memoria storica; dall’altra parte c’è colui che ha firmato gli arresti per 21 ragazzi che – possiamo tutti immaginarcelo – se fossero nati in Sicilia 60 anni fa sarebbero stati gomito a gomito con quel personaggio.

Se vogliamo mettere in luce le contraddizioni che caratterizzano l’agire di Giancarlo Caselli, possiamo innanzitutto riflettere sul fatto che voler mettere ad ogni costo in difficoltà il movimento non è affatto una grande operazione antimafia. Possiamo intuirlo quando pensiamo che la contestazione attiva di alcuni fenomeni politici è generatrice nella collettività di quella coscienza critica che dovrebbe portare fine all’egemonia mafiosa nelle decisioni economiche, politiche e sociali in Italia.

E non è proprio questa onnipotenza della mafia ciò contro cui Caselli ha dedicato la sua intera vita?

In base alle sue stesse dichiarazioni (“i violenti non erano più di 300. E’ contro di loro che abbiamo indagato. Non è intenzione della Procura colpire singoli gruppi politici o controculturali, ma anzi difendere la libertà di manifestare democraticamente qualsiasi opinione” repubblica.it, 6 luglio 2009)il procuratore Caselli avrebbe fatto addirittura un’azione produttiva per il movimento, perché avrebbe isolato la parte “cattiva” delle contestazioni dai manifestanti “buoni”. Dobbiamo però concentrare la nostra attenzione sul fatto che chi ai cortei partecipa ai cordoni, sta in prima fila, regge gli scudi, e ogni tanto ci rimette qualche frattura, è anche chi permette a quei “buoni” (per usare una definizione che – sottolineiamo – non appartiene a noi) di manifestare serenamente senza il timore di trovarsi in mezzo a una carica.

È questo il motivo per cui la dicotomia fra “buoni” e “cattivi” non funziona: è stata rifiutata proprio da coloro i quali avrebbero dovuto – nell’ottica del nostro procuratore – trarne giovamento. Insomma: è il movimento stesso che non accetta nessuna divisione o smembramento, specie se imposti dall’alto con la violenza degli ordini d’arresto.

E per condurre il filo del nostro discorso così in fondo da tornare all’inizio, vediamo come questi arresti siano ancora più violenti quando sono usati strumentalmente. Sono strumenti per un’azione di repressione politica quando pur essendo pronti dal 20 giugno vengono firmati a tre giorni dal G8 dell’Aquila.

È con la coscienza di tutto ciò che noi non intendiamo, con questa azione, a nostra volta farci dividere ed entrare in polemica con il Centro Peppino e Felicia Impastato, ma vogliamo gettare luce sulle contraddizioni che a nostro avviso riempiono quest’episodio, dietro la consapevolezza che ventuno nostri compagni e coetanei non possono essere ora insieme a noi.

Tratto da globalproject.info

Piattaforme rivendicative alla francese anche da noi

Dal Manifesto a commento dell'assemblea programmatica della CGIL prendiamo questo estratto.

"Bersani parla da candidato segretario del Pd, sfiora i problemi del mondo del lavoro solo quando parla del “meccanismo di impoverimento dei redditi bassi, che moltiplica le diseguaglianze tra le persone e i territori”; o, più lateralmente, del “reticolo di sistemi relazionali corporativi che bloccano la mobilità sociale”.
Bertinotti, di fronte alla vastità della crisi, riscopre l'importanza della “variabile indipendente”, che stavolta potrebbe essere l'occupazione. Ma poi illustra senza commentare una delle proposte principali (da Boeri e lavoce.info) che dominano il tema del lavoro in campo “democratico”: togliere qualche garanzia a chi le ha per darne qualcuna a chi non ne ha nessuna. Sullo sfondo “la casa di tutti” quelli che vogliono cambiare qualcosa nella società."

Ne deduciamo che Bertinotti, dopo aver evocato la bomba atomica per la sinistra, adesso evoca (senza impegnarsi ma gettando il sasso) cose più terra terra, in linea con l'assenza di idee e di proposte tipiche della "nuova" "sinistra" riformista.
Togliere un pezzo del poco al poco dei tanti per redistribuirlo democraticamente a chi ha ancora meno.Non male.

In modo molto più pragmatico il dott. Tremonti, molto più attento agli interessi della sua "classe" sociale, si preoccupa di condonare un pò dei quattrini che i vari Marcegalia, Agnelli e compagnia varia hanno parcheggiato in qualche paradiso fiscale.
Due visioni due stili di rappresentanza.

Molto più modestamente noi all'articolista, che si interroga sull'assenza di proposte in relazione alla crisi economica, suggeriamo come proposta "costruttiva" una piattaforma alla francese.

mercoledì 15 luglio 2009

Operai e storie di bambini a Torino


fonte : Macerie

Selvaggi o addomesticati?

14 luglio. Due mini-scioperi alla Fiat di Mirafiori. Per l’azienda, ha aderito solo il 39% dei lavoratori, ma poco importa. Perché sia al mattino che al pomeriggio tutte le linee si sono fermate per due ore, e migliaia di lavoratori sono usciti in corteo, bloccando il traffico. Al mattino han raggiunto corso Orbassano, e han provato ad entrare nel Motor Village, lo show-room dove la Fiat espone i suoi ultimi modelli. Digos e guardioni han provato a fermarli, senza risultati. Ci sono riusciti invece alcuni sindacalisti armati di megafono e buoni consigli. Invitando gli operai a non dimostrarsi “selvaggi”, han riportato la calma e ricondotto tutti in fabbrica. Al pomeriggio il corteo ha preso a sorpresa un’altra strada, andando verso gli uffici dei dirigenti in Piazza Caio Mario. Lì gli operai si son divisi in due grupponi e han bloccato contemporaneamente corso Agnelli e corso Unione Sovietica. Traffico in tilt e blocco delle linee dei tram 4 e 10. Anche questa volta ci hanno pensato i soliti sindacalisti ad addomesticare la folla, riportando tutti al lavoro. Proprio quando in tanti ci stavano prendendo gusto…

Bambini

14 luglio. Gli abitanti del condominio in via Rosai 38, nel neo-quartiere Dora Parco, hanno deciso: ci vuole un muro per proteggerli. Hanno discusso, hanno lottato, si sono organizzati, hanno raccolto firme, hanno votato e, alla fine, la maggioranza ha vinto. Poi, stanchi di aspettare, sono passati alle vie di fatto: hanno preso la rete di un cantiere e hanno diviso il cortile. Ma da cosa si devono proteggere, gli abitanti del condominio in via Rosai 38? Dai bambini. Non da tutti i bambini, anche loro ne hanno, ma quelli vanno bene. Si devono difendere dai bambini del condominio vicino, al numero 44, con cui condividono il cortile. Guerra ai bambini? No, guerra di classe. Se date un’occhiata al registro catastale, al numero 38 vivono i proprietari, mentre al 44 vivono gli inquilini delle case popolari. I bambini, da una parte e dall’altra della rete, si stanno già organizzando per scavalcare.


Per quest'ultimo episodio leggetevi questa lettera illuminante scritta da uno dei protagonisti della vicenda (uno di quelli che vuole il muro).

Poi, una domanda: mi spiegate come si fa a convincerlo che scrive "cazzate" per riconquistare "l'egemonia culturale"? Siamo noi, in realtà, il problema. Quelli antropologicamente distanti e con poca voglia di sporcarci la messa in piega piuttosto che "convincere" gente cosi (secondo la tesina di un noto pensatore e dei suoi amici).

L'altra è: ma che ci azzecca il 68 con la semplice questione che è solo una testa di minchia?

fonte: Blitz

Riceviamo come commento alla notizia uscita sui rapporti fra gli abitanti dei due stabili di corso Rosai 38 a , un lungo commento a firma che pubblichiamo. L’autore ci siega perché a suo dire «Il è giusto».

«I condomini che vogliono il “” hanno il sacrosanto diritto a voler preservare l’integrità della loro proprietà dagli eventuali danni prodotti dai pargoli turbolenti confinanti e a voler difendere la propria tranquillità dalla loro molesta chiassosità. Abbiamo di fronte due categorie di soggetti assolutamente incompatibili: da una parte ci sono famiglie che hanno fatto sacrifici nella vita per potersi comprare un appartamento e dall’altra parte abbiamo i privilegiati che l’hanno avuto gratuitamente grazie all’assistenzialismo comunale».

Il problema, secondo Borotti, sarebbe anche legato al fatto che gli appartamenti sarebbero «assolutamente identici a quelli di coloro che per averli invece li hanno dovuti acquistare; logico che questa gente si senta anche beffata: case uguali sia per chi le ha pagate e per chi le ha avute “aggratis” in nome di un “” assurdo e mortificante per chi è costretto a subirlo». Continua l’inquilino che appartiene a quelli che hanno comprato: «Qui non si tratta né di “razzismo” né di “apartheid” ma legittima autotutela e per rendersene conto basta visitare un qualsiasi quartiere di edilizia popolare per constatare come gli assegnatari degli alloggi “curano” la manutenzione: aiuole distrutte, ascensori scassati, marciapiedi malridotti, campanelli guasti,spazi comuni in condizioni pietose, per non dire dei parenti “abusivi” che alcuni si portano in casa».«Quelli che l’appartamento se lo sono comprato - continua Borotti - vanno perciò capiti nel voler imporre una separazione fisica tra le due proprietà: questa è l’unica soluzione ragionevolmente applicabile senza fare torto a nessuno, giacché ognuno degli appartenenti ai due schieramenti se ne sta a casa sua, fra i suoi simili ed i bambini più esagitati potranno far cagnara sotto le finestre delle proprie abitazioni ed eventualmente danneggiare i propri spazi comuni e non quelli degli altri».

«D’altronde già dalla foto pubblicata da vari giornali si può vedere tre di questi scalmanati arrampicati come scimmie alla rete metallica nell’atteggiamento di volerla scavalcare a rischio peraltro della loro incolumità. Per i loro genitori evidentemente va tutto bene». L’uomo racconta come già nel paese del sud in cui viveva da piccolo, veniva praticato un certo tra bambini e nessuno si sconvolgeva per questo. La cosa avveniva anche a scuola: «Se a scuola avevamo un compagno “rompiballe”, i genitori chiedevano alla Maestra di farci cambiare banco e a noi di non “contaminarci” facendoci vedere con quello per non essere accomunato a lui e ricevere un brutto voto in condotta da parte della Maestra. Così era e nessuno trovava nulla da ridire, il “” era una consuetudine e come tale veniva accettato senza fisime. Io ed i miei amichetti per esempio ce ne stavamo nel nostro cortile e non andavamo mai a giocare in quello confinante che chiamavamo il cortile dei “bastasi”, così detti perché sguaiati, scurrili e rissosi; diversi di loro a scuola frequentavano le classi “differenziali” o di “aggiornamento” (per i “caratteriali” e gli “asini ripetenti”) che poi purtroppo sono state abolite quando ha cominciato a soffiare il vento dell’ sessantottino, con la conseguenza oggi tali soggetti vengono “spalmati” in tutte le classi dove recano disturbo e creano problemi».

conclude il suo lungo commento in questo modo: «Ma ora per fortuna si comincia a dire basta con le “aberrazioni egualitarie” di chi pretende di voler di imporre con la forza anche a chi non è d’accordo i propri principi “livellatori” attentando così alle libertà individuali di chi vuole esercitare il proprio diritto a non voler subire l’imposizione della promiscuità e della socializzazione coatta in nome di quella libertà che andrebbe così interpretata in un solo senso».