lunedì 9 novembre 2009

E' caduto solo un muro , i cocci rimangono per terra.

Oggi lo show business, dopo aver fatto del Natale, della Pasqua, della festa del papà e della mamma passando da quella della donna dell'otto Marzo occasione per fare un po' di soldi, passa all'incasso dell'evento della caduta del muro di Berlino per celebrare una cosa enorme come è il concetto di "libertà e di democrazia".

Di muri costruiti per separare nel corso dei millenni ne abbiamo visti tanti. Molti sopravvivono come reperti storici ed archeologici e sono buoni per le foto da fare ai gruppi dei tour operator, altri resistono imperterriti e difficilmente saranno abbattuti.

La differenza di questi ultimi è che lo scopo per cui sono stati costruiti è quello di garantire la giusta causa dell'occidente ricco, democratico e per un cazzo ipocrita.
Quindi rimaniamo estasiati di fronte alle meraviglie tecnologiche degli Israeliani contro i palestinesi, in sintonia con l'esperienza e la frustrazione accumulata dentro i vari ghetti presenti nelle tante città europee; celebriamo la necessità di quello costruito ai confini tra Messico e Stati Uniti per rendere possibile un "ordinato" controllo delle immigrazioni che permetta un sano lucro sulla pelle di tanti poveracci; rinforziamo i tanti muri costruiti per proteggere dalle rivendicazioni di un pò di popoli come i Tuareg, e garantire lo sfruttamento di quelle risorse che ci permettono una vita agiata e tranquilla , come ad esempio quello costruito dal Marocco nel Sahara; oppure celebriamo realisticamente tutte quelle barriere che fanno della carne degli uomini e delle loro braccia occasione di un migliore sfruttamento come ad esempio tra Haiti e Santo Domingo.

In mezzo a tutto questo fiorire di mattoni che cadono, di parole che celebrano la libertà l'unico muro che ostinatamente persiste, nella testa di tanti, è quello che ogni giorno si costruisce per alimentare la paura dell'altro. Così la libertà non è più libertà per tutti di potersi muovere ,come cazzo gli pare, ma viene garantita solo in ragione di ciò che ti fa ricco e di come puoi pagarti un biglietto in business class.

Nelle città strutture lager come i CIE trovano una loro giustificazione perché noi siamo gente perbene, uno come Gheddafi ci piace se occupa il tempo invece che a tirare giù qualche aeroplano a costruire campi di concentramento per gente povera e disperata nel deserto.
E allora che dovete festeggiare se i Km. di filo spinato sono aumentati da quel giorno di liberazione? Oppure non liberavate un cazzo di nessuno ma immaginavate solo come pragmaticamente mungere soldi anche da quell'evento?

domenica 8 novembre 2009

Dichiarazione di voto in una giornata uggiosa

Ho dato la mia disponibilità a partecipare a questa tornata elettorale per reazione. Reazione ai sorrisetti di chi già pensava che questo contenitore fosse bello che andato per mancanza di persone che volessero sporcarsi le mani.
E invece no, e favvanculo dico.
Ora, dovrei stare qui a convincere qualcuno a votarmi. Vi dico di risparmiare tempo, semplicemente perché di altri candidati da scegliere ne avete a iosa.
Non sono adatto per lavorare in team, non sopporto la gran parte di questa sinistra e, di conseguenza, credo che sarei poco incline a mediare con chi troverò in redazione.

Sono ad un punto della mia vita in cui non ho voglia di stare a ragionare sui modi in quanto preferisco scorciatoie che mi tolgano dall'impaccio di stare lì a cercare di convincere qualcuno su alcuni sacri principi.

E quali sono questi principi in una roba come Kilombo?
1- non rompetemi i coglioni, non censurerò mai un post anche se scritto da un brigatista
2- non rompetemi di nuovo i coglioni, non starò a cercare il consenso per cambiare le norme della carta per la semplice ragione che le vicende di questi anni hanno dimostrato che non serve ad un cazzo. Che quando cerchi di scrivere come bisogna comportarsi questa roba finisce o per alimentare il conflitto o cassare semplicemente quelli che non gradisci. ed allora a che serve Kilombo?
3- sperando che non vogliate continuare a rompermi le palle, non proverò a far finta di essere un tollerante nei finti rapporti virtuali per la semplice ragione che non vi conosco. Con voi non ho mai diviso un centimetro del mio spazio e quando penso di dover fare delle cose politiche so che la maggior parte di voi pensa a fare altro o a masturbarsi con il bilancino della convenienza. Conosco i miei compagni di strada e mi bastano loro. Quindi non credo che Kilombo sia il centro dell'ombelico da cui cambiare il mondo.

Per questi motivi vi invito a non votarmi, ve ne pentireste e brucerei quel rimasuglio di niente.
Però voterò uno. Questo si chiama Sebastiano Salis, di mestiere fa l'operaio. E' uno che ci mette la faccia e per me è come un fratello. Tanto mi basta.

Lotte nei lager italiani



Fonte: http://www.autistici.org/macerie/?p=21973

Diario

Siamo finalmente riusciti ad avere i nomi dei tre reclusi del Cie di Torino arrestati ieri notte, con l’accusa di aver rotto dei vetri della loro sezione. Vi invitiamo a scrivergli, per non lasciarli soli. Dei primi due sappiamo nome e cognome esatti, del terzo solo il cognome, per ora.

  • Adel Ben Fdhila
  • Mohammed Ben Alì
  • Boumesa

L’indirizzo è via Pianezza, 300 - 10151 Torino





venerdì 6 novembre 2009

Il punto più avanzato

nota a cura del :Subcomandante Alex
Siamo all’avanguardia, non c’è che dire. Per una serie di motivi storici, culturali, “antropologici”, il nostro paese è un brillante laboratorio linguistico. Il punto più avanzato di ardite sperimentazioni dialettiche, dove il contenuto va di pari passi con la forma. Argutezza, sottigliezze, brillanti “escamotage” fanno parte del nostro “pane quotidiano”. Questo, almeno per quel che riguarda i tempi moderni, lo si deve principalmente al fatto che siamo un paese profondamente “riformista” in tutte le sue componenti essenziali: il governo è riformista, l’opposizione è riformista, confindustria è riformista,il premier è “profondamente” riformista, la chiesa è riformista. Il Vaticano, no. L’esercizio dialettico si pone quindi come avanguardia dell’innovazione: più il paese progredisce, più ferve la diatriba, la dialettica tra le varie componenti. Questo ci riporta direttamente in una mirabile sintesi storica, alla “polis” greca, quella della diatriba e del dialogo di massa, fatto però da “individui personali”, come da retaggio del giovane Marx. In questo ambito, quindi, potremmo definirci all’avanguardia nella tradizione.
Per esempio, si discute sulle radici della nostra tradizione di non-nazione familista e se sia quindi opportuno o meno esporre simboli religiosi negli uffici pubblici. Qualcuno lungimirante propone di istituzionalizzare l'uso della lupara nei consigli comunali siculi, essendo anche quella una tradizione secolare.
Ma molto più all'avanguardia è quello che stiamo assistendo proprio in questi giorni,dopo che la stessa questione balzò agli onori delle cronache un paio di anni fa grazie alle gesta fiorentine dell'impavido Cioni, ora replicate da "Chi l'ha visto Alemanno", dicevamo di un dibattito pubblico particolarmente stimolante, sagace, impegnativo nelle implicazioni, sull’opportunità o meno di arrestare o meno i lavavetri ai semafori. Ci si è divisi tra gli storicismi hegeliani fautori dell’intangibilità della forma lavoro, quale atto di modificazione della natura, anche se ciò si manifesta sotto forma di parabrezza, spugna e secchiello; e tra i più intransigenti nichilisti nietzechiani, che al grido “in galera!”, desumono che il solo pensare l’atto è azione.
E che dire sull’annosa questione che stimola le coscienze collettive come nemmeno l’etica sulla necessità o meno della violenza, e cioè: in uno stato moderno, autodefinitosi “civile”, che pone la tutela dei cittadini e il “lavoro” come fulcro del suo essere, bisogna “per forza” pagare le tasse? Un esponente dell’intellighienza nordica, senza scomodare epigoni del pensiero reazionario, proponeva con sottigliezza l’uso dei fucili. Noblesse oblige.
E che dire poi delle raffinate schermaglie sulla tutela del lavoro? Qualche sprovveduto, particolarmente rozzo, fuori dalla realtà -e dai palazzi- ha banalizzato l’argomento sostenendo che “Dalla tutela del lavoratore si è passati all’istituzionalizzazione del precariato. Si è riconosciuta la liceità nel trarre profitto dal lavoro altrui attraverso l’interposizione non necessariamente temporanea. E’ una nuova forma di caporalato protetta dalla legge.“ Per fortuna il pensiero di chi conta è sempre capace di volare più alto e quindi la risposta è stata più articolata: “Demagogia. Parole che incrementano il clima d’odio contiguo aglia ambienti più violenti ed eversivi.”
In questo proliferare di tedenze, approfondimenti, schermaglie, invenzioni nel linguaggio, i giovani non potevano essere da meno, così come le frange popolari più emarginate ma ugualmente tendenti al meltin pot culturale. Difatti si assiste sempre più spesso a discussioni in quegli ambiti su se siano più immondi, pedofili, ubriaconi e delinquenti i rumeni, oppure se gli albanesi detengano ancora il primato. Ma anche l’allegro gioco dell’estate, che dai carabinieri fino ai più simpatici comunicatori reazionari, ha occupato le ore calde della giornata, ovvero il “daje al frocio!”
Troppo per la nostra mente debilitata dalla routine? Non preoccupatevi, ci si può sempre distrarre con argomenti più frivoli, sono ammessi anche ai piani alti. Quali? Bè, sarete curiosi di sapere se Clooney e la Canalis si sposano davvero, no?
“Chi non parla è dimenticato.” lo scrisse Pierpaolo Pasolini. Ma intendeva altro.

PRC, SeL e la questione morale

ROSSI DI VERGOGNA

I comunisti e la questione immorale

di Germano Monti *

La notizia dei finanziamenti erogati dai palazzinari romani al PRC in coincidenza con l’approvazione del Nuovo Piano Regolatore della Capitale è nota ormai da mesi, resa pubblica anche da dirigenti dello stesso PRC. Questi finanziamenti sono stati conferiti - sia direttamente al partito che ad un’associazione collaterale – nel corso del 2008, prima della catastrofe elettorale, almeno da quanto è dato sapere. Né il vecchio gruppo dirigente romano (ora confluito nel nuovo partito guidato da Niki Vendola), né quello “nuovo” conseguente al congresso di Chianciano hanno mai fornito pubblicamente spiegazioni in merito, nonostante l’evidente malessere suscitato dalla vicenda; anzi, il comportamento della “nuova” direzione politica è apparso quantomeno contraddittorio.

Da un lato, è stata presentata una denuncia alla magistratura perché indaghi su quei finanziamenti; dall’altro, oltre a non affrontare pubblicamente la questione, si è lavorato per ridurre al silenzio i compagni che avevano sollevato il problema, fino all’estromissione del nuovo tesoriere della federazione romana, lo stesso che aveva trovato e denunciato le dazioni dei costruttori.

Parallelamente all’emarginazione dei compagni suddetti (non scevra da insinuazioni diffamatorie, in perfetto stile stalinista), sono avvenuti alcuni accadimenti politici significativi: prima, la segreteria nazionale del PRC è stata allargata ai bertinottiani rimasti nel partito, relegando in minoranza alcune componenti – quali l’Ernesto e Falce e Martello - che avevano contribuito a determinare la “svolta” di Chianciano; successivamente, la medesima operazione è stata estesa ai livelli locali del partito, cominciando proprio da Roma, dove il ritorno dei bertinottiani alla guida del partito è condizionato, fra l’altro, al ritiro della denuncia presentata contro gli attuali esponenti di Sinistra e Libertà per la vicenda dei soldi dei palazzinari. Tutto questo avviene mentre il vertice del PRC lancia continue proposte unitarie tanto agli ex di S&L, quanto allo stesso PD, in vista delle imminenti elezioni regionali. Appare chiaro che non è sufficiente affrontare la situazione in termini di questione morale; semmai, dobbiamo parlare di una questione immorale, alla luce degli sviluppi politici ormai sotto gli occhi di tutti. Nel giro di meno di un anno, le suggestioni evocate dalla “svolta” di Chianciano sono completamente evaporate: dai livelli locali a quello nazionale, la linea del PRC è tornata ad essere quella della subordinazione al centrosinistra in tutte le sue forme, in cambio della speranza di qualche poltrona per dirigenti bolliti ed a forte rischio di indigenza.

Naturalmente, questa linea politica presuppone un appeasement con gli scissionisti confluiti in S&L, esattamente come hanno sempre voluto i bertinottiani rimasti nel PRC, che vedono ora premiata la loro lungimiranza, testimoniata da ultimo dal languido appello unitario (Caro Nichi, caro Franco, caro Gennaro…) lanciato dalle pagine del Manifesto da Bruno Steri e Claudio Grassi, esponenti di una corrente che, chissà perché, si chiama “Essere Comunisti”.

La questione immorale consiste, quindi, nell’inganno perpetrato a Chianciano, quando si fece credere che la stagione del governismo era ormai alle spalle e si apriva una nuova fase di ricostruzione di una forza politica di opposizione, alternativa tanto al liberismo populista del centrodestra, quanto al liberismo tout court del centrosinistra e del PD. Che la “svolta” non fosse tale, era in realtà percepibile già nei mesi immediatamente successivi al congresso, quando nella maggior parte delle tornate elettorali importanti – Bologna, in primis – il PRC si è affrettato ad aderire nuovamente a coalizioni con il PD, ma la squallida vicenda romana e la proposta del segretario del PRC di un “governo a termine” con PD e UDC hanno definitivamente svelato la truffa.

*****

Gli eventuali risvolti giudiziari della vicenda dei finanziamenti dei costruttori romani al PRC non rivestono alcun interesse. Il motivo che mi spinge ad intervenire su questa vicenda è tutto politico, e non riguarda tanto il passato recente della sinistra politica italiana, quanto le sue prospettive. D’altro canto, sarebbe ingenuo illudersi che le conseguenze delle scelte e dei comportamenti politici non pesino come macigni sul nostro futuro più o meno prossimo.

Continuare a conferire credibilità al ceto politico della sinistra ex parlamentare si configura come qualcosa di peggio di una forma di accanimento terapeutico; in effetti, sarebbe più corretto parlare di vilipendio di cadavere. Interloquire con chi da anni sfrutta e svende aspirazioni e bisogni di milioni di lavoratori, giovani, donne, con chi ha gettato nella spazzatura i movimenti, con chi ha fatto del malaffare la propria linea politica, con chi ha perso ogni credibilità nei confronti delle masse, non significa che due cose: rendersi suo complice ed aver perso qualunque contatto con la realtà. Del resto, quale sia il giudizio popolare su quella “sinistra” si è visto: spazzati via dal parlamento nazionale e da quello europeo.

Anche il silenzio è complicità, ed è bene riflettano tutti coloro che hanno taciuto e tacciono sulla sporca vicenda romana, il che vuol dire più o meno tutto l’arco della sinistra politica, da Sinistra Critica al PCL, da Sinistra Popolare ai tanti raggruppamenti che – con la solitaria eccezione della Rete dei Comunisti – non hanno avuto nemmeno il coraggio di chiedere ai dirigenti del PRC una qualche spiegazione sui benevoli finanziamenti edilizi, come se la cosa non li riguardasse. E invece ci riguarda tutti, e non comprenderlo significa vivere al di fuori della realtà, perché solo chi vive in un’altra dimensione può illudersi che quel fango non ci insozzi tutti quanti. Eppure, non è passato tanto tempo da quando il termine “socialista” è divenuto sinonimo di corruzione e ladrocinio, grazie ai comportamenti politici di chi di quel termine aveva la titolarità. Qualcuno può negare che, al giorno d’oggi, chi si definisce “comunista” non rischi di fare la stessa fine? Qualcuno può seriamente credere che quegli stessi operai del nord che votano la Lega o quegli stessi proletari romani che si rivolgono alla destra populista, persino quegli attivisti sindacali e di movimento che guardano all’Italia dei Valori non lo facciano (anche) perché non solo delusi, ma letteralmente schifati da una “sinistra” e da “comunisti” che si comprano e si vendono come vacche al mercato?

I lavoratori ed i cittadini romani dovranno fare i conti con altri 70 milioni di metri cubi di cemento, cioè con un ulteriore peggioramento della qualità della vita, esattamente come – su un altro livello – un’intera generazione politica ha dovuto fare i conti con la complicità della sua rappresentanza politica con le missioni militari, con il genocidio dei Palestinesi, con lo smantellamento del welfare, con i regali a Confindustria ed a tutto il padronato, con le privatizzazioni dei servizi pubblici, con il deperimento di quel sistema di garanzie e tutele sociali ereditato dalle lotte e dalle conquiste degli anni 60 e 70. Insomma, come è pensabile che si ripropongano le stesse facce, lo stesso ceto politico responsabile di una tale catastrofe?

Quelle facce devono sparire. Quel ceto politico deve avere perlomeno il buon gusto di ritirarsi a vita privata.

*****

Naturalmente, non sta a me proporre una exit strategy dalla palude maleodorante in cui siamo precipitati, ma non credo di essere il solo a cogliere la contraddizione intollerabile fra il portato storico del movimento operaio e comunista e la sua macchiettistica rappresentazione attuale nel nostro Paese. Non credo di essere il solo a comprendere che la questione immorale risiede non tanto nel comportamento dei singoli, quanto in una linea politica che prevede il governismo a tutti i costi, che privilegia il posizionamento su qualche poltrona – politica o amministrativa – rispetto alla costruzione politica e culturale di una forza organizzata di classe all’altezza delle sfide del XXI secolo, una linea politica che spalanca praterie per qualunque ruminante disposto a tutto per poter brucare quello che gli interessa. Anche a scambiare la qualità della vita di un’intera metropoli con gli interessi di qualche speculatore. Anche a chiudere gli occhi sul sangue dei morti sul lavoro che macchia le banconote pervenute sul suo conto bancario. Anche a governare insieme ai politicanti più corrotti.

In questo scenario, credo che sottrarsi a qualunque collaborazionismo, a partire da quella farsa che va sotto il nome di Federazione della Sinistra Alternativa, sia il primo, necessario passo per respirare aria pulita. Non è sufficiente e non risolve il problema della ricostruzione di un soggetto politico credibile, ma – almeno – ci consente di ragionare liberamente e di ricercare una sintonia con i nostri soggetti sociali di riferimento, che sono cosa molto diversa e, direi, contrapposta rispetto a quel ceto politico impresentabile che si ostina ad autocandidarsi, nonostante l’evidenza del suo inglorioso fallimento.

*Da www.pane-rose.it

giovedì 5 novembre 2009

Ho sentito che non volete imparare niente

HO SENTITO CHE NON VOLETE IMPARARE NIENTE

Ho sentito che non volete imparare niente.

Deduco: siete milionari.
Il vostro futuro è assicurato - esso è

Davanti a voi in piena luce. I vostri genitori
Hanno fatto sì che i vostri piedi

Non urtino nessuna pietra. Allora non devi
Imparare niente. Così come sei

Puoi rimanere.

E se, nonostante ciò, ci sono delle difficoltà, dato che i tempi,

Come ho sentito, sono insicuri
Hai i tuoi capi che ti dicono esattamente

Ciò che devi fare affinché stiate bene.
Essi hanno letto i libri di quelli

Che sanno le verità
Che hanno validità in tutti i tempi

E le ricette che aiutano sempre.

Dato che ci sono così tanti che pensano per te

Non devi muovere un dito.
Però, se non fosse così

Allora dovresti studiare.

Bertolt Brecht


Da questo sito: http://www.eco.unibs.it/~palermo/

Due parole


Troppe cose e poco tempo, o meglio poca voglia di stare qui a commentare quello che ci accade intorno.
Ho scorso velocemente i titoli dei giornali, scrivono che vogliono privatizzare la gestione della distribuzione dell'acqua (in pratica i tubi in cui scorre). L'acqua in quanto tale rimarrà pubblica. Questa coraggiosa scelta è frutto dell'infaticabile mediazione di quelli del PD che, poiché sono gente di popolo ma anche pragmatici, si rendono conto che riqualificare l'infrastruttura costa un sacco di soldi e chi cazzo vuoi che ce li possa mettere quelli se non i privati di buona volontà; attenti alle esigenze della comunità quando queste passano attraverso le loro tasche.

Già, i privati. Questa categoria vaporosa ed ansiogena allo stesso tempo. Fatta da gente pronta a portare all'estero montagne di soldi lucrati sulla pelle della gente. Categoria fatta da rispettabilissime persone in giacca e cravatta, professionisti della parola che non si scaldano mai e che sussurrano il loro verbo.
Gente di mezzo, moderati.
Mi chiedo, ci sarà pure una relazione tra quei cazzo di tubi bucati in cui si disperde il 40% dell'acqua e questa gente che accaparra montagne di soldi ed a cui stendono il tappeto rosso per far ritornare a casa il frutto delle loro rapine?
Io ho il sospetto di sì.
Ed a loro consegnano i rubinetti e la possibilità di chiuderteli se, senza soldi, non paghi la bolletta. Una roba da Robin Hood dei ricchi.

E così mi viene, insieme al mio amico il Cippa di mestiere metalmeccanico, di pensare che da questi bisogna pur difendersi e mefistofelico il vermetto che mi dice " ti piacerebbe vederli stesi per terra, nevvero?"

lunedì 2 novembre 2009

Morire in galera

La morte di Stefano Cucchi e l’ondata di indignazione al riguardo, soprattutto dopo la pubblicazione delle sconvolgenti immagini del suo corpo martoriato, sono un fortissimo e drammatico richiamo alla realtà: per tutti coloro che si occupano di carcere, per lavoro o per impegno civile, ma anche per chi ne sente parlare soltanto dai giornali e soltanto quando in carcere finiscono persone “famose”. Ma la realtà del carcere ha poco a che spartire con il mondo “leggero” dei rotocalchi, è una realtà dura e “cattiva”.

Quando il sistema penitenziario italiano viene definito “fuori-legge”, “illegale”, “incivile” (parole più volte usate dallo stesso Ministro della Giustizia), vuol dire che la sofferenza di chi sta in carcere supera il livello ritenuto ammissibile, che la “pena” diventa “supplizio”.

Soffrono in primo luogo i detenuti, ma soffre anche la polizia penitenziaria, che nell’ultimo mese ha “pagato” con tre suicidi lo stress di un lavoro sempre poco riconosciuto. E dove gli agenti “stanno male”, devono fare turni di 12 ore, e via dicendo, non ci sarà un “bel clima” neanche per detenuti.

Il “Bollettino degli eventi critici negli Istituti penitenziari” (realizzato dal Ministero della Giustizia) è un documento conosciuto solo dagli addetti ai lavori: parla di morti, suicidi, autolesionismi, scioperi della fame, ma anche di proteste collettive ed evasioni. Lo alleghiamo al dossier “Morire di carcere” di questo mese, in modo da fornire anche un riscontro “ufficiale” al nostro monitoraggio.

Nel “bollettino” del Ministero c’è una serie storica dei decessi di detenuti, dal 1992 al 2008: mediamente ogni anno muoiono 150 detenuti, di cui circa un terzo per suicidio e gli altri due terzi per “cause naturali” non meglio specificate. Gli omicidi registrati sono 1 o 2 l’anno.

Con il nostro dossier cerchiamo di dare una lettura diversa a queste morti, distinguendo quelle causate da “malattia” da quelle per overdose (di droghe, di farmaci, di gas butano), ma anche segnalando i casi nei quali vengono aperte inchieste giudiziarie per l’accertamento delle cause di morte: sono le “cause da accertare”, che a volte rimangono tali finché cadono nel dimenticatoio (sulla morte di Marcello Lonzi, avvenuta nel 2003 nel carcere di Livorno, ancora non c’è una verità accertata).

Alleghiamo anche un altro documento, il riepilogo dei casi raccolti nel Dossier 2009 (non sono tutti quelli verificatisi, perché non sempre le notizie delle morti in carcere vengono divulgate. Noi raccogliamo le vicende segnalate dai media, dal volontariato, dai parenti dei detenuti, da qualche parlamentare particolarmente attento a queste problematiche, etc.).

Nel riepilogo si può notare, ad esempio, che i suicidi riguardano prevalentemente i detenuti più giovani; addirittura i 10 “morti di carcere” più giovani del 2009 sono tutti suicidi e 2 avevano solo 19 anni. Le morti per “cause da accertare” sono più numerose di quelle per “malattia”.

I dati complessivi del 2009 (aggiornati al 30 ottobre) denunciano un aumento di ben 20 suicidi rispetto ai primi 10 mesi del 2008, mentre il totale delle morti “di carcere” hanno già superato il totale dello scorso anno: 146 contro 142.

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Il curatore del Dossier, Francesco Morelli

[La documentazione al riguardo è visibile a questo indirizzo:http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/ricerca/index.htm]

Centro Studi di Ristretti Orizzonti - Granello di Senape

web: www.ristretti.it

venerdì 30 ottobre 2009

Nietzsche, guerre umanitarie e schiavitù

In occasione dell'uscita del suo nuovo libro "Nietzsche, il ribelle aristocratico", Bollati Boringhieri, Domenico Losurdo chiarisce i tanti perché dell'insufficienza di un'interpretazione politicamente innocentista di Nietzsche. Quando l'ermeneutica dell'innocenza diventa esegesi colpevole di rimozioni e mistificazioni rispetto a un grande pensatore.


Il 14 aprile 1999, mentre infuriava la guerra contro la Jugoslavia, su "la Stampa" appariva una breve lettera firmata da Gianni Vattimo che così suonava o tuonava: "Ma Domenico Losurdo, Luciano Canfora, Costanzo Preve, Livio Sichirollo e gli altri firmatari della lettera di solidarietà al popolo serbo, che invitano Milosevic a "ristabilire la convivenza tra i diversi gruppi etnici" nonostante l'aggressione imperialista (colpevole di averla turbata?), hanno sentito parlare della Bosnia, degli stupri etnici, dei campi di concentramento, della pulizia razziale cominciata da Milosevic dieci anni fa?". Due giorni dopo, sempre "la Stampa" ospitava una replica firmata dal sottoscritto. Dopo una ricostruzione assai diversa della vicenda del Kosovo, la mia lettera così si concludeva: "Vattimo si è meritatamente conquistato una fama internazionale come interprete di Nietzsche e Heidegger. Peccato che ora sembri perdere di vista un aspetto essenziale della loro lezione: il pathos morale può veicolare le peggiori crociate sterminatrici". Prescindiamo qui dagli aspetti più immediatamente politici di questo scambio di lettere (d'altro canto, sulla nuova guerra che si profila all'orizzonte, Vattimo sembra per fortuna voler assumere un atteggiamento del tutto diverso). E' più importante un altro aspetto. Già dalla polemica appena vista emergeva un contrasto filosofico, che verteva e verte non sulla grandezza del filosofo in questione, bensì sugli insegnamenti che da lui si possono e si devono ricavare. Anzi, dal mio punto di vista era ed è chiaro che la lettura innocentista di Nietzsche gli fa un grave torto, rendendo impossibile la comprensione della possente carica demistificatrice che dispiega il suo "radicalismo aristocratico".

Radicalismo aristocratico e rivendicazione della schiavitù


"Radicalismo aristocratico": in questa definizione, che si deve alla penna di un amico e ammiratore (Georg Brandes), Nietzsche si riconosce in pieno. Ed essa sembra ben caratterizzare un atteggiamento politico che non si limita a condannare come espressioni di "decadenza" e "degenerazione" lo Stato sociale, i sindacati, la diffusione dell'istruzione, la democrazia, il regime parlamentare. Andando ancora oltre, il filosofo non esita a rivendicare la permanente validità dell'istituto della schiavitù quale fondamento della civiltà. L'ermeneutica oggi dominante preferisce rimuovere o leggere in chiave allegorica questo motivo che accompagna come un'ombra l'opera di Nietzsche in tutto l'arco della sua evoluzione. Epperò, a rinviarci alla storia e alla politica sono i testi stessi del filosofo, che contengono riferimenti sprezzanti a Beecher-Stowe, l'autrice della Capanna dello zio Tom, il celebre romanzo abolizionista che tanto eco suscita in Europa e nella stessa Germania. Ancora più significativa è l'osservazione contenuta in Umano troppo umano: tutti desiderano l'"abolizione della schiavitù"; eppure bisogna ammettere che "gli schiavi sotto ogni riguardo vivono più sicuri e più felici del moderno operaio (Arbeiter) e il lavoro (Arbeit) degli schiavi è ben poca cosa rispetto a quello dell'operaio", dell'Arbeiter. Di nuovo, siamo rinviati alla guerra di Secessione e all'aspro dibattito che l'ha preceduta e accompagnata: ad insistere sul fatto che la condizione degli operai liberi non è migliore di quella degli schiavi, a contrapporre la schiavitù salariata, descritta con implacabile durezza di toni, alla schiavitù vera e propria, per lo più mistificatoriamente immersa in un'ovattata atmosfera patriarcale, ad agitare tale argomento sono i difensori della schiavitù.

E' bene allora precisare il quadro storico in cui si collocano la vita e la riflessione di Nietzsche. La sua giovinezza cade nel mezzo della guerra di Secessione: in riferimento alla situazione del Sud degli USA, Tocqueville sottolinea come pene severe proibiscano di insegnare agli schiavi a leggere e scrivere. Siamo portati a pensare a Nietzsche: "Se si vogliono degli schiavi - e di essi si ha bisogno - non si devono educare come padroni". E' sempre Tocqueville ad osservare che nel Sud degli USA il valore tenuto in maggior considerazione dai padroni bianchi è l'otium, mentre "il lavoro si confonde con l'idea di schiavitù". E di nuovo il pensiero corre a Nietzsche, al suo sarcasmo sulla "dignità del lavoro" e alla sua denuncia della "famigerata volgarità degli industriali dalle rosse mani grassocce", essi stessi contaminati dalla moderna frenesia del lavoro. Negli anni successivi al 1865, alla cancellazione della schiavitù nella repubblica nord-americana corrisponde la cancellazione della servitù della gleba in Russia; senonché, forme di servaggio o semiservaggio persistono nei due paesi. L'Inghilterra, che nel 1833 ha abolito la schiavitù nelle sue colonie, procede poi, negli anni '70 e '80, al blocco navale delle coste dell'Africa orientale per impedire la persistente tratta dei neri in direzione soprattutto del Brasile che abolisce la schiavitù, e il relativo commercio degli schiavi, solo nel 1888, l'anno in cui ormai volge al termine la vita cosciente del filosofo. Infine, è da tener presente che, mentre giustificano la loro espansione in nome dell'abolizione della schiavitù nelle colonie, le grandi potenze sottopongono gli "indigeni" a rapporti di lavoro servili. E' la conferma, agli occhi di Nietzsche, dell'ineludibilità di un istituto che a torto e invano i filantropi moderni pretendono di abolire.

Il dibattito sulla schiavitù irrompe con forza anche sul terreno dell'antichistica: nel 1848 Henri Wallon pubblica la sua Histoire de l'esclavage dans l'antiquité e, nella lunga prefazione (un libro nel libro), prende netta posizione a favore dell'abolizione della schiavitù nelle colonie francesi, decisa dalla repubblica scaturita dalla rivoluzione del febbraio 1848. Ben si comprende il coinvolgimento dei filologi. Wallon osserva che, nell'opporsi alla soppressione della schiavitù nelle colonie francesi, "i partigiani dello status quo, fanno appello all'antichità". Anche negli USA la polemica anti-abolizionista celebra ripetutamente la splendida fioritura della Grecia antica, impensabile senza la presenza di quel benefico istituto, tanto odioso a sciagurati ideologi privi del senso della realtà. Negli anni che precedono lo scoppio della guerra di Secessione, lo studio dei classici latini e greci è al centro del curriculum delle scuole e delle Università nel Sud. Particolare attenzione viene riservata ad Aristotele, ed è per l'appunto tenendo presente la definizione aristotelica dello schiavo che Nietzsche parla della stragrande maggioranza degli uomini come "macchine intelligenti" ovvero come "strumenti di trasmissione".

Onnipresente in Nietzsche e nel dibattito culturale e politico della seconda metà dell'Ottocento, il tema della schiavitù dilegua o si trasforma in un'innocente metafora nell'ambito dell'odierna ermeneutica dell'innocenza (Bataille, Deleuze, Vattimo, Colli, Montinari ecc.). Il filosofo viene così "salvato" ma a caro prezzo, attribuendogli una limitata capacità di intendere e di volere in campo politico: egli avrebbe fatto costante ricorso alla "metafora" della schiavitù, essendo del tutto all'oscuro dell'aspra polemica e della dura lotta che, su tale tema, divampavano attorno.

Otium et bellum, "guerra e arte"

E, invece, per Nietzsche non ci sono dubbi: sono le fatiche e gli stenti degli schiavi a rendere possibile la civiltà, consentendo ad una ristretta minoranza di uomini la libertà dal lavoro e dalle preoccupazioni materiali e dunque il godimento dell'otium e la promozione della cultura e dell'arte. Tale aristocrazia si impegna a custodire la sua "distinzione" rispetto non solo alle masse lavoratrici ma anche, come sappiamo, ai capitalisti dalle "mani grassocce". Questi ultimi tendono a condividere le idee e i gusti delle prime: gli uni e le altre si riconoscono in una "civilizzazione" all'insegna del comfort materiale e di un ideale filisteo di sicurezza, sono incapaci di comprendere da un lato i valori della cultura, della bellezza, dell'arte, dall'altro i valori del rischio, del coraggio, dell'avventura, della guerra. E' in questo quadro che bisogna collocare l'inno alla guerra in Nietzsche, che non si stanca di celebrare le figure dei grandi condottieri, quali Alessandro, Cesare, Napoleone, e che, in particolare, raccomanda il "militarismo" di Napoleone come "cura" necessaria contro l'odiata "civilizzazione".

Senonché, come per la rivendicazione della schiavitù, anche in questo caso interviene la lettura in chiave metaforica ad immergere il filosofo in un bagno di innocenza. In Vattimo la celebrazione nietzscheana della guerra diviene la "negazione nietzscheana dell'unità dell'essere" ovvero l'"insistenza sul conflitto, il caos, il carattere interpretativo di tutto". Di nuovo dileguano i conflitti politici e sociali del tempo, di nuovo la storia viene messa alla porta come un'intrusa. In realtà, nello sviluppare il suo discorso sulla guerra, Nietzsche si rivolge ad una classe ben determinata. La "nuova nobiltà", di cui il radicalismo aristocratico si augura l'avvento o la riscossa, è chiamata a riaffermare la sua "distinzione", di contro alla dilagante volgarità dell'utilitarismo e del pensiero meramente calcolante, agitando la bandiera dell'otium et bellum. Assai caro al nostro filosofo, tale motto descrive e trasfigura le condizioni di vita e i valori dell'aristocrazia europea della seconda metà dell'Ottocento. Mentre fonda la sua ricchezza e il suo splendore sul possesso della terra, coltivata da una popolazione agricola su cui pesa ancora il retaggio feudale, la nobiltà occupa per tradizione gli alti gradi dell'apparato militare. Il rapporto signore-servo si riproduce nell'esercito come rapporto ufficiale/soldati; il beneficiario dell'otium è al tempo stesso il protagonista del bellum, così come a sopportare e ad aborrire il peso dell'otium e del bellum è la massa dei servi o dei figli di servi.

Naturalmente, proprio perché unifica l'aristocrazia europea nel suo complesso e ha di mira in primo luogo il confitto sociale interno, la parola d'ordine dell'otium et bellum è tutt'altro che sinonimo di agitazione sciovinistica intra-europea. Ciò vale per l'Antico regime che sussiste fino allo scoppio della prima guerra mondiale così come vale per Nietzsche: l'aristocrazia riafferma la sua egemonia e la sua "distinzione" impegnandosi in guerre che hanno come bersaglio la plebaglia socialista nella metropoli capitalistica e la marmaglia dei barbari nelle colonie. Alcuni decenni più tardi, in Germania, Langbehn chiama "guerra e arte" a contrastare la deriva dell'involgarimento plebeo e democratico. Ad esprimersi così è un autore che si considera "discepolo" di Nietzsche. In effetti, la parola d'ordine appena vista riecheggia il motto otium et bellum, dove l'otium è la condizione indispensabile per il prodursi della civiltà e, in primo luogo, dell'arte. Lo dimostra in particolare l'esempio della Grecia. E alla Grecia sulla scia del suo Maestro, fa riferimento anche Langbehn: ""guerra e arte" è una parola d'ordine greca, tedesca, ariana".

"Allevamento", "superuomo" e "sottouomo"

Al fine di tener ferma e invalicabile la barriera che deve separare i signori dagli schiavi, Nietzsche rinvia come ad un modello al codice Manu e al mondo induista delle caste. Qui non c'è ombra di mobilità sociale: il dominio signorile e il lavoro si trasmettono ininterrottamente di generazione in generazione. Siamo come in presenza di "razze" contrapposte, quella degli ariani (il superiore popolo conquistatore) e quella dei nativi sconfitti e soggiogati. Norme rigorose vietano il mescolamento delle classi e delle razze (la miscegenation contro cui, in questo periodo di tempo tuonano nel Sud degli Stati Uniti i teorici della schiavitù e dell'assoggettamento dei neri). L'ultimo Nietzsche sottolinea compiaciuto come il codice Manu colpisca con particolare durezza "l'uomo-non-da-allevamento (Nicht-Zucht-Mensch), l'uomo ibrido, il ciandala".

Nell'esprimersi in tal modo, il filosofo risente chiaramente dell'influenza di una nuova "scienza", l'eugenetica, inventata in Inghilterra da Galton, cugino di Darwin. Ora è possibile perseguire in modo "scientifico" l'"allevamento" (Züchtung) della razza dei signori e della razza dei servi, sbarazzando al tempo stesso la società dei "materiali di rigetto e di scarto". Emergono così motivi più che mai inquietanti, e più sollecitamente che mai l'ermeneutica dell'innocenza interviene a mettere al riparo Nietzsche da ogni contaminazione con la politica e, a maggior ragione, con la politica eugenetica. Non c'è da preoccuparsi - assicura Vattimo - "questo biologismo è allegoria". Di conseguenza, tutte le volte che può egli traduce Züchtung non già con "allevamento" bensì con "educazione". Che importa se Crepuscolo degli idoli dichiara in modo esplicito che "l'allevamento di una determinata specie umana" rientra tra i "termini zoologici"? L'ultimo Nietzsche invoca rigorose misure legislative per bloccare la procreazione dei malriusciti e dei falliti della vita. Se si vuole realmente sventare il pericolo che il delinquente contribuisca a formare una "razza della delinquenza", non si deve esitare a "castrarlo". E' così che bisogna procedere anche "per i malati cronici e nevrastenici di terzo grado", per i "sifilitici": si tratta insomma di impedire la procreazione "in tutti i casi in cui un figlio sarebbe un delitto".

Non si ferma qui la politica eugenetica di Nietzsche, che non solo irride "il divieto biblico "non uccidere"" ma che giunge ad enunciare un programma estremamente radicale: "Annientamento di milioni di malriusciti", "annientamento delle razze decadenti", s'impone "un martello con cui frantumare le razze in via di degenerazione e morenti, con cui toglierle di mezzo per aprire la strada a un nuovo ordine vitale". Più evidente che mai risulta l'inconsistenza della lettura allegorica. Di cosa sarebbe metafora l'appello alla castrazione e persino all'annientamento dei malriusciti oltre che delle "razze decadenti"? E, tuttavia, in Vattimo il processo di volatilizzazione e sublimazione si conclude con la proposta di tradurre Übermensch con "oltreuomo", invece che con "superuomo": a Nietzsche starebbe a cuore solo il "trascendimento" dell'"uomo della tradizione". In realtà, nel condannare "l'egoismo dei malati", che si attaccano ad una vita priva di valore e in tal modo aggravano la "degenerazione" (Entartung), Zarathustra proclama: "In alto va la nostra strada, dalla specie (Art) alla super-specie" (Über-Art). Chiara è la contrapposizione del "super-uomo" e della "super-specie" alla dilagante "degenerazione". E' impresa vana voler separare in Zarathustra il grande e fascinoso moralista (il critico implacabile dell'"uomo della tradizione") dal brutale teorico del radicalismo aristocratico.

Ma la traduzione vattimiana implica un'ulteriore rimozione. C'è un rapporto tra la celebrazione del "superuomo" (Übermensch) e la denuncia del "sottouomo" (Untermensch), che un ruolo così cruciale e così funesto svolge più tardi nell'ambito dell'ideologia e della pratica del Terzo Reich?

Rimozione della storia e ricerca di un capro espiatorio

Ossessionata dalla preoccupazione di evitare ogni possibile elemento di contiguità tra Nietzsche e l'ideologia nazista, l'odierna ermeneutica dell'innocenza per un verso rimuove o trasfigura i motivi più inquietanti e ripugnanti del grande filosofo, per un altro verso s'impegna nella caccia al capro espiatorio: ad aver tentato di distruggere il mondo incantato delle metafore sono la "manipolazione" di Elisabeth o le mistificazioni di Lukács. Senonché, questa caccia è al tempo stesso inconcludente e superflua. Mentre il filosofo è ancora in vita, l'amico o l'ex-amico Rohde condanna la sua "morale cannibalesca". Qualche anno dopo, un discepolo di Feuerbach, Julius Duboc, osserva che dagli scritti di Nietzsche emana un "puzzo di incendio e di bruciato", un'"aria carica di miasmi in cui è immersa l'aristocrazia canagliesca dei suoi superuomini". D'altro canto, agli inizi del Novecento grandi sociologi come Pareto e Weber e, ai giorni nostri, storici eminenti quali Mayer, Nolte, Ritter, Hobsbawm, Elias, tutti concordano, sia pure a partire da orientamenti tra loro assai diversi, nel collocare Nietzsche nell'ambito della reazione antidemocratica di fine Ottocento.

Ma, oltre che inconcludente e ingiusta, la caccia al capro espiatorio è fondamentalmente superflua. E' precipitoso leggere come una diretta anticipazione del nazismo l'"annientamento delle razze decadenti" invocato da Nietzsche: è una pratica in atto nella seconda metà dell'Ottocento (si pensi alla cancellazione dalla faccia della terra dei pellerossa negli Stati Uniti e degli "indigeni" in Australia e nell'Africa del Sud); e questa pratica è così largamente accettata e condivisa che ad essa non hanno nulla da obiettare neppure autori che si dichiarano liberali (Burckhardt, Renan ecc). Certo, è a partire da questo contesto ideologico e politico che bisogna prendere le mosse per comprendere poi la genesi dell'ideologia nazista; ma questa vicenda va al di là non solo di Nietzsche ma anche della Germania nel suo complesso.

Ritorniamo alla coppia concettuale Übermensch/Untermensch. Rosenberg, l'ideologo pressoché ufficiale del Terzo Reich, osserva che il merito di aver per prima elaborato la categoria di Untermensch spetta a Lothrop Stoddard. Chi è costui? E' un pubblicista statunitense che ha studiato in Germania e che conosce e cita Nietzsche, dal quale è largamente influenzato. In polemica contro l'"idolo" della democrazia, Stoddard celebra anche lui la "nuova nobiltà" e rende omaggio non solo a Galton e all'eugenetica - chiamata a favorire lo sviluppo di una "super-razza" (super race) così come da Zarathustra è chiamata a favorire lo sviluppo di una "super-specie" (Überart) - ma anche a Teognide e alla sua battaglia contro i matrimoni misti tra nobiltà e plebe. Come si vede, la lettura di Nietzsche ha lasciato tracce vistose persino nei dettagli. Denunciando l'ulteriore accelerazione della degenerazione moderna e democratica, Stoddard mette in guardia contro il pericolo mortale che per la civiltà rappresenta l'Under Man (ovvero l'Untermensch della traduzione tedesca), dal pubblicista statunitense esplicitamente contrapposto allo Übermensch di nietzscheana memoria, sia pur diversamente interpretato.

Questa vicenda linguistico-ideologica è la conferma per un verso della vacuità della lettura innocentista di Nietzsche, per un altro verso dell'insostenibilità della teoria che pretenda di spiegare l'ideologia nazista a partire esclusivamente da un diabolico Sonderweg tedesco. Ad elaborare una categoria-chiave del discorso ideologico nazista è un autore (Stoddard) che dialoga sì con Nietzsche ma che, al tempo stesso non solo è americano ma può anche vantare il solenne elogio di due presidenti USA, e cioè Harding e Hoover.

Una critica anticipata della "guerra umanitaria" e dell'"imperialismo dei diritti umani"

Abbiamo visto che trasformare in un'innocente metafora il discorso di Nietzsche sulla schiavitù significa fare grave torto ad un autore che, sin dalla sua adolescenza, si è misurato profondamente con la storia e la politica. Proviamo ora a far intervenire il contesto storico. Ecco allora che la stessa celebrazione della schiavitù finisce col dispiegare un'insospettata efficacia critica. Essa cade nel momento in cui il colonialismo europeo trasfigura la sua espansione come un contributo decisivo alla causa della lotta contro la barbarie della schiavitù. Viene così bandita una Crociata, talvolta intesa nel senso letterale e cristiano del termine; senonché, la sua avanzata va di pari passo con l'assoggettamento della popolazione "indigena" al lavoro più o meno coatto e persino con una vera e propria recrudescenza del lavoro servile, nonché con la disgregazione e la distruzione della cultura indigena. E dunque, la celebrazione nietzscheana della schiavitù s'intreccia, paradossalmente, con la demistificazione delle reali pratiche coloniali di asservimento ed etnocidio: ""L'abolizione della schiavitù", questo presunto contributo alla "dignità dell'uomo", è in realtà l'annientamento di una stirpe profondamente diversa, mediante l'affossamento dei suoi valori e della sua felicità".

Negli ultimi decenni dell'Ottocento, Bismarck decide di agitare anche lui la parola d'ordine dell'abolizione della schiavitù nel mondo coloniale e dell'espansione della civiltà e dei principi umanitari. Ed ecco rivolgersi a suoi collaboratori in questi termini: "Non sarebbe possibile reperire dettagli raccapriccianti su episodi di crudeltà?". Sull'onda dell'indignazione morale da essi suscitata sarebbe stato poi più agevole bandire la crociata contro l'Islam schiavista e rafforzare il ruolo internazionale della Germania. Si potrebbe commentare con Al di là del bene e del male: "Nessuno mente tanto quanto l'indignato". Non c'è dubbio che una critica della "guerra umanitaria" e dell'"imperialismo dei diritti umani" non possa prescindere dalla lezione di Nietzsche. E' un fatto assai positivo che Vattimo non si lasci più incantare dalle sirene della guerra umanitaria. Forse può essere per lui l'occasione di ripensare e di rimettere in discussione la lettura innocentista di Nietzsche.

Fonte: da una nota di Maria-Cristina Serban

giovedì 29 ottobre 2009

Nietzsche, il reazionario ed aristocratico ribelle

Chi conosce in profondità si sforza d'essere chiaro; chi vorrebbe sembrare profondo alla moltitudine si sforza d'essere oscuro.

Il Secolo XIX-11 Febbraio 2003


Intervista a Domenico Losurdo, autore di una monumentale monografia dedicata al pensiero del filosofo più discusso nel Novecento. Un reazionario contro le guerre umanitarie. Un mastodontico volume di oltre mille pagine per ricostruire il complesso e problematico pensiero del filosofo più discusso nel Novecento. Nietzsche, il ribelle aristocratico (Bollati Boringhieri, pag. 1167, Euro 68) è l’ultima fatica di Domenico Losurdo, ordinario di storia della filosofia all’Università di Urbino.

di Paolo Battifora

Professore, perché la scelta di Nietzsche?

«Nietzsche è un autore decisivo della seconda metà dell’Ottocento senza il quale non si può comprendere nulla di quel che è avvenuto in seguito e che ha ancora molto da dire all’uomo contemporaneo. Detto questo va però sottolineato come egli rimanga fortemente legato al suo tempo. E’ per questo che polemizzo con la visione innocentista del suo pensiero ».

In che senso?

«Nelle opere nietzscheane troviamo motivi decisamente ripugnanti. Espressioni come “annientamento di milioni di malriusciti”, “annientamento delle razze decadenti”, “nuova schiavitù” rinviano a quel clima ideologico dell’Europa della seconda metà dell’Ottocento da cui avrebbero tratto alimento il fascismo e il nazismo».

Nietzsche fautore della schiavitù?

«Ai suoi occhi solo la schiavitù rende possibile la civiltà. Epperò, si deve notare che egli celebra l’istituto della schiavitù in un periodo di tempo in cui le grandi potenze portano avanti l’espansione coloniale, agitando la bandiera dell’abolizione della schiavitù e dell’universalismo dei diritti umani. In questo senso, proprio a partire dal suo progetto politico reazionario, Nietzsche finisce con lo sviluppare una critica ante litteram della guerra umanitaria e dell’imperialismo dei diritti umani».

Perché questa centralità in Nietzsche del tema della schiavitù?

«Perché su di essa, secondo lui, si fondava la stessa civiltà. La vita cosciente di Nietzsche, ricordiamolo, si colloca tra gli anni della guerra di Secessione negli Stati Uniti, conclusasi con l’abolizione della schiavitù, e il 1889, anno del suo sprofondamento nella pazzia, data in cui vengono liberati gli schiavi in Brasile. Quando Nietzsche parlava di “strumenti di lavoro”, alludendo alla stragrande maggioranza degli uomini al servizio della classe dei signori, bisogna prenderlo sul serio: in lui è presente una componente naturalistica (lo schiavo tale per natura) la cui tradizione risale a Platone e Aristotele».

Lei definisce Nietzsche ribelle aristocratico. Perché?

«E’ stato un grande critico della tradizione rivoluzionaria. Secondo lui la catastrofe della democrazia non è iniziata né col socialismo, né con la rivoluzione francese e neppure con Lutero, protagonista di quella Riforma alla base della futura rivoluzione del 1789. Il suo percorso a ritroso giungeva sino alla predicazione evangelica che, con la categoria di uguaglianza, avrebbe dato vita al ciclo rivoluzionario».

L’Occidente frutto quindi di un bimillenario ciclo rivoluzionario?

«Possiamo annoverare Nietzsche come il primo teorico della lunga durata e come colui che, dissacrando la storia dell’Occidente, ci ha aiutato a superare il nostro radicato eurocentrismo».

Nel suo libro lei polemizza fortemente con la monumentale edizione critica delle opere di Nietzsche curata da Colli e Montanari e con le rimozioni e le censure operate da quello che definisce catechismo nietzscheano.

«Io contesto la lettura “musicale” auspicata da Colli per il quale bisognerebbe “ascoltare Nietzsche come si ascolta la musica”. Cosa c’è di musicale nelle espressioni sopra ricordate? La loro traduzione contiene inoltre errori, forzature, “censure”. La tendenza a immergere Nietzsche in un bagno di innocenza, con la rimozione delle sue pagine più inquietanti, crea una sorta di catechismo. Se autori di diversa provenienza come Pareto, Weber, Mayer, Nolte, Hobsbawm collocano Nieztsche nel filone della reazione antidemocratica di fine Ottocento, qualche motivo dovrà pur esserci».

Cosa ne pensa della Nietzsche-Renaissance attuatasi nella Francia degli anni Sessanta e del recupero a sinistra di questo pensatore?

«Dissento dai bagni d’innocenza e da un’ermeneutica nietzscheana a senso unico, di tipo libertaria ed emancipatoria, portata avanti da filosofi quali Vattimo, Deleuze, Foucault».

A proposito di Vattimo: cosa ne pensa della sua interpretazione in chiave ermeneutica della discussa figura dell’Übermensch, da lui resa con “oltreuomo”?

«La mia traduzione è “superuomo” e nel libro metto in evidenza come il neologismo Untermensch (sottouomo, ndr.), creato in inglese negli anni Venti dal pubblicista americano Lothrop Stoddard e poi fatto proprio da Rosenberg e dai nazisti, sia nato in specifico riferimento all’espressione nietzscheana. Prendiamo anche il termine Über-Art (superspecie, ndr.): se da un lato allude ad un’umanità liberatasi dai pesi della tradizione, dall’altra mantiene chiari riferimenti ad una concezione eugenetica».

Un filosofo quindi altamente ambivalente?

«Nietzsche, al pari di molti suoi contemporanei, non riteneva vi fosse contraddizione tra la libertà e l’emancipazione individuale e la contemporanea difesa della schiavitù. Non ci si stupisca più di tanto: il vicepresidente ottocentesco degli Stati Uniti Calhoun, liberale convinto, e il grande Locke dicevano le stesse cose. Nietzsche è il punto culminante di tutta una tradizione occidentale per cui la libertà doveva essere riservata ad una ristretta comunità».

Che dire in definitiva di Nietzsche?

«Il suo pensiero resta grande ed attuale ma non vanno minimizzati gli aspetti inquietanti e inaccettabili della sua riflessione. Nietzsche va preso sul serio qualunque cosa egli dica».