di Manolo Morlacchi
Manolo Morlacchi, La fuga in avanti. La rivoluzione è un fiore che non muore, ed. Agenzia X, pp. 216, € 15,00.
La fuga in avanti è uscito nelle librerie da qualche settimana e ci sono alcune osservazioni, provocazioni, domande, che appaiono in modo ricorrente nelle presentazioni a cui partecipo e nelle recensioni che ho potuto sin qui leggere, in particolare, la segnalazione di Wu Ming 1 su Nandropausa. Quindi mi sono convinto della necessità di approfondire alcune questioni intorno al mio libro.
Lungo le pagine de La fuga in avanti descrivo a più riprese con grande enfasi e nostalgia il clima in cui ho trascorso gli anni della mia infanzia e adolescenza, suppergiù dal 1975 al 1985. Questa descrizione può sollevare qualche fastidio o perplessità tra chi ha vissuto in prima fila quella stagione politica e ne ha pagato duramente le conseguenze. Ma la mia lettura è volutamente provocatoria. E’ il tentativo di porre in relazione tra loro i profili umani e sociali di chi decise di andare allo scontro con lo Stato, rispetto ai profili umani e sociali con cui siamo abituati a convivere oggi. E’ il tentativo di dimostrare come, in ultimo, quei nomi e cognomi siano gli stessi di allora; che non si tratta di biografie personali, ma di vicende collettive, di opportunità politiche e rivoluzionarie, di questioni molto materiali. E’ il tentativo di intervenire sulla vulgata comune, secondo la quale gli anni ’70 sono stati un medioevo contemporaneo, plumbeo e segnato dall’ultraideologia.
I miei ricordi mi descrivono una realtà diversa. Nel mio quartiere, il Giambellino, negli anni ’70, i proletari erano dalla parte delle Brigate Rosse. Tante sono le testimonianze a riguardo. Tutti sapevano chi fossero i clandestini; capitava che gli stessi clandestini te li ritrovavi a cenare o a bere nelle trattorie e nei luoghi di ritrovo del Giambellino, alla Bersagliera o alla Cooperativa, senza che nessuno avesse qualcosa da ridire (e non si trattava di paura). In Piazza Tirana le BR tennero alcuni comizi pubblici senza che la polizia intervenisse. Sui tetti delle case popolari spesso comparivano bandiere rosse con la stella a cinque punte. Gli stessi militanti del PCI sapevano chi si nascondeva dietro le Brigate Rosse, ma nella peggiore delle ipotesi ci convivevano. Mio padre era così legato alla sua storia nel partito che, negli ultimi anni della sua vita, si iscrisse a Rifondazione Comunista e festeggiò la prima vittoria di Prodi su Berlusconi!
Chi scrive non intende certo separare la storia delle Brigate Rosse avventuriere e romantiche, rispetto alla storia delle Brigate Rosse sanguinarie e militariste. Esiste una sola storia della lotta armata in Italia e mio padre ne fece parte appieno dal 1970 a quando uscì di prigione nel 1986. Rimase impermeabile a ogni tentativo di alleggerire la propria condizione di prigioniero, senza cercare le scorciatoie della dissociazione o l’infamia del pentitismo. Le sue critiche e le sue perplessità sull’Organizzazione le riservò sempre ai compagni con cui condivideva la propria irriducibile avversione al sistema borghese.
Ciò che mosse quei personaggi del Giambellino e i tanti che li seguirono, era una spinta molto materiale che proveniva da lontano e non rappresentava il frutto di una elaborazione da salotto universitario. In loro si riassumevano tante lotte: la Resistenza al nazifascismo, la fame patita durante e dopo la guerra, le lotte operaie nelle fabbriche degli anni ’50, la rottura con il PCI e il sostegno alla Cina, al Vietnam, a Cuba, alle lotte anticolonialiste africane. Infine, il 1968 e la dialettica difficile con gli studenti, “la futura classe dirigente del Paese che intendeva guidare i cortei”.
Fu questa loro coerenza pratica, prima ancora che intellettuale/ideologica, a rendere particolari quei compagni ed esaltante la mia infanzia. Sapevi chi avevi di fronte. Sapevi che quei personaggi li trovavi a giocare a dadi con la malavita alla stazione ferroviaria di San Cristoforo in piazza Tirana, ma quando c’era bisogno di altro su di loro potevi contare senza dubbi.
Queste sensazioni ho cercato di trasferirle nelle pagine del libro, tentando di evitare ogni reticenza. La fuga in avanti è un libro partigiano che intende porre nel solco delle lotte rivoluzionarie del secolo scorso l’esperienza della lotta armata in Italia. Il mio libro non ha alcun intento pacificatorio. E’ il tentativo di capire gli errori e le conquiste di quell’esperienza a uso e consumo di chi continua a credere che la società del profitto sia un abominio contro cui bisogna combattere.
Un altro aspetto che emerge spesso nei dibattiti intorno agli anni ’70, riguarda la questione della legislazione speciale e, più in generale, delle forme che la repressione ha assunto per sconfiggere la lotta armata: reintroduzione della tortura fisica e psicologica per i prigionieri e per le loro famiglie, uso sommerso della pena di morte ecc.
E’ costume di vasta parte della sinistra istituzionale o meno, affrontare quei fatti come se si fosse trattato dell’esito di una follia collettiva cresciuta nell’alveo delle istituzioni democratiche.
Come se quelle scelte repressive fossero un mostro sfuggito di mano a qualcuno e non il prodotto concreto dei metodi attraverso cui gli apparati dello Stato, di qualunque Stato, intervengono quando il dissenso diventa pericoloso. Come se, rispetto a quegli anni, ci fossero oggi possibilità repressive meno malsane rispetto ad allora. Basterebbe leggere lo splendido libro di Emilio Quadrelli Evasione e rivolte per rendersi conto di quanto questo tipo di lettura, nella migliore delle ipotesi, sia ingenuo.
Chi combatte l’imperialismo con le armi in pugno, ieri come oggi, conosce gli strumenti di cui la borghesia si è dotata per difendere i propri interessi. Sono strumenti perfezionati sulla pelle di coloro che hanno combattuto il capitalismo nei cicli rivoluzionari degli ultimi 150 anni. Elaborazioni teoriche uscite dalle centrali del terrore statunitensi, israeliane, francesi, inglesi, italiane e che hanno trovato applicazione pratica negli scenari sudamericani, medio-orientali, africani, indocinesi, nella lotta contro le organizzazioni combattenti europee e di tutto il mondo. Oggi questi vademecum alla repressione trovano la loro consacrazione planetaria e la giusta versatilità per rispondere a ogni esigenza qualitativa e quantitativa. Abbiamo così il caso dell’Irak dove dei contractor/patrioti italiani partono per difendere gli interessi del capitale violentando donne e bambini, e abbiamo invece il caso di Genova 2001 dove la nostra polizia si limita a dare degli avvertimenti a chi pensava che la borghesia di un Paese democratico utilizzasse strumenti diversi rispetto a quelli che riserva alle periferie del mondo.
Cercare di quadrare il cerchio su questi temi intorno a un tavolo e nel consesso delle istituzioni è, per usare un’espressione gentile, velleitario. A meno che non si pensi che esista una dicotomia tra le istituzioni e gli interessi del capitale.
Al mio libro è stato anche rimproverato di non rispettare il dolore delle vittime di quegli anni. Questo non è affatto vero. Rispetto quel dolore, evitando di parlarne. E non è un semplice escamotage, ma la profonda convinzione di non poter in alcun modo entrare in un dolore che non mi appartiene. Penso che il rispetto sia una categoria che talvolta viene evocata dai vincitori quando gli sconfitti non chiedono “scusa”. Ognuno piange i propri morti come meglio gli aggrada. Io ho grande rispetto per il dolore umano provocato dalla violenza, sia essa rivoluzionaria o repressiva. Molto più importante è dire che questo rispetto l’avevano mio padre, mia madre e i tanti loro compagni. Ho citato volutamente nelle pagine de La fuga in avanti un passo di Senza tregua quando il comandante Visone si trova di fronte ai morti di Piazzale Loreto e osserva i volti soddisfatti e sorridenti dei fascisti: “Mi resi conto in quel momento di quale fosse la distanza che mi separava dai miei nemici. Io non avrei mai potuto ridere di fronte al cadavere del mio nemico. Troppo grande era il peso che mi portavo sulle spalle per quelle morti”.
Ho voluto raccontare una storia delle Brigate Rosse senza affossarmi nelle pieghe della Storia Ufficiale. Non mi sono interessato alle diverse fasi e delle diverse anime della lotta armata: propaganda armata, ala militarista, ala movimentista, prima e seconda posizione, pg, pcc, ucc ecc. Non perché si tratti di questioni poco importanti, ma perché non servono a descrivere nel complesso la storia della più importante organizzazione armata italiana.
Così come non serve a nulla tentare di dipingerla (salvo che non si tratti di una rilettura interessata) raccontando i misfatti e le aberrazioni che si verificarono in particolare dalla fine degli anni ’70 ai primi anni ‘80. Gli strangolamenti in carcere di militanti che avevano fatto confessioni sotto tortura; gli omicidi per diffondere un volantino, ecc. ecc. La categoria della violenza, letta in termini assoluti, estrapolata ed estremizzata, descriverebbe da sé l’errore della scelta armata. Assume la forma di un artificio intellettuale per mettere tutti d’accordo. Ma dove stava la violenza in quegli anni in Italia? Era il prodotto di un gruppo di pazzi fuggiti da qualche manicomio, o era la risultante dello scontro sociale in atto? Se ponessimo in competizione la violenza rivoluzionaria con quella della repressione, ebbene vincerebbe con grande distacco quella provocata dalla stragi di Stato, dalla tortura legalizzata, dagli omicidi compiuti nelle piazze, nelle carceri, dai massacri perpetrati dall’imperialismo in giro per il mondo. Ma non serve a nulla questa operazione, a meno che, ripeto, non si tratti di un’operazione politica. Ma allora entriamo in un altro campo. E’ come oggi quando ci fanno vedere in ogni dove gli sgozzatori di Al Qaeda, ma si guardano bene da pubblicizzare le “eroiche gesta” dei nostri soldati e mercenari nei bordelli di Kabul, nei villaggi del Kosovo, lungo le strade dell’Irak.
Mio padre e mia madre rimasero sempre critici e distanti rispetto a certe derive legate alla sconfitta che incombeva sull’organizzazione a cui avevano aderito. Distanti anni luce, come racconto anche con testimonianze nel mio libro. Ma tutto questo poco importa nel giudizio complessivo. Oggi le BR non esistono più. Ma la violenza e la repressione aumentano geometricamente. E’ da questo assunto, da ciò che succede oggi, che bisogna ripartire per rileggere quegli episodi.
Di libri sulle BR ne abbiamo a decine. La violenza, letta in modo unilaterale, resta lo strumento principe per descrivere quell’esperienza. Decontestualizzata, astorica, intellettuale, è una lettura che serve unicamente ad accreditare la storia scritta dai vincitori. Io invece ho provato a scriverla dal punto di vista degli sconfitti; sconfitti, ma non arresi.
Vorrei che in Romania per esempio la gente sia allettata da promesse di lavoro nel proprio paese e che possa arricchirsi qui, vorrei che i salari non cadano... Vorrei che il lavoro della gente non sia ottenuto al più basso prezzo possibile. Le cause dell'immigrazione mi preoccupano... La povertà di massa dovuta alla dura discesa dei salari reali, l'accanimento della concorrenza tra le aziende, nata dallo sfruttamento del lavoro dei poveri, anche dalla parte di tanti baldi imprenditori, l’abbandono dell’espansività sindacale. Trovo angosciante il fatto che non esista una forza che costituisca un argine contro il capitalismo che sradica molta gente. Una forza che fermi la corsa dei salari verso il basso... Preferirei che fra due venditori di tempo di lavoro con lo stesso standard di produttività, ad essere ingaggiato perché costa di meno non fosse un rumeno. La gente che costa meno immigra anche dove sorge una fabbrica... Non vorrei che i miei connazionali fossero vittime dell’emigrazione come effetto della globalizzazione dell’offerta di lavoro, e che tra loro fossero alcuni disposti a fare lo stesso lavoro dell’operaio nazionale dell'Italia, per esempio, per un terzo della paga.
Ovviamente sono a favore delle cause degli immigrati (da quelli dequalificati e non in grado di esibire una laurea in economia e commercio, ai laureati di medicina e chirurgia). E sarei a favore anche di una loro lotta di liberazione. Scoprirsi poveri, senza prospettive di lavoro dignitoso nel proprio paese (e spesso neppure in quello dove si emigra), vedersi la vita affettiva spenta, dev’essere molto triste.
E per quanto riguarda l'imperialismo, mi ripugna, è odioso. Solo al senso estetico di un narcisista non ripugna. E del resto il sistema capitalistico si riproduce in presenza di stati imperialistici potentissimi e territorializzati in stati-nazione colonialistici.
Anche qui si possono leggere alcune cose interessanti:
http://indipendenza.lightb
Questo anche perché, oggi, con la possibilità che il capitale ha di muoversi in senso trasnazionale il problema dell'immigrazione è una questione che (a quei signori) non interessa negli stessi termini in cui interessava qualche decennio fa.
Chi apre una fabbrica da un'altra parte lo fa nell'ottica di utilizzare migliori condizioni di "sfruttamento".
In Italia abbiamo assistito ad una desertificazione di interi distretti industriali (Biellese, Maceratese ad esempio) perché un certo tipo di produzioni si sono spostate da un'altra parte. La Fiat in Polonia produce lo stesso numero di vetture, in uno stabilimento, che da noi si producono in quattro.Lo fa a minori costi e meno personale e meno sindacati.Quindi che senso ha rinchiudersi con una logica che tratta di imperialismo e poi produce una ideologia fatta da tanti nazionalismi che nulla vogliono togliere alla struttura di fondo del funzionamento del sistema?
Qui da noi la bandiera dell'antimperialismo (quale? solo quello americano o anche quello cinese?) è una roba che tende a mistificare la sostanza vera di certe posizioni. Se poi penso che gente che militava in terza posizione, o che milita in ordine nuovo (tutti gruppi di neofascisti), oggi ha la pretesa di mettere un cappello a certe forme di "razzismo" alla Rosarno mi viene da pensare che con questi non si va da nessuna parte e non si costruisce nessuno fronte. proprio perché a loro non interessano quegli uomini sfruttati
Certo, si deve pensare a tutto. Io per esempio auspico un orizzonte storico legato ad una prospettiva di superamento del modo di produzione capitalistico, che mi sembra blocchi le vie dell'emancipazione. Poi so che tutto sta nell'intendersi quando si parla di modo di produzione capitalistico. Nel mio paese mi piacerebbe che più gente fosse a favore di una filosofia dell'emancipazione umana e di una scienza dei rapporti sociali di produzione. Queste, unite ad una resistenza all'imperialismo, produrrebbero, secondo me, un risultato estremistico articolato, che spaventerebbe ognuno di quelli che non vogliono togliere nulla alla struttura di fondo del funzionamento del sistema.
"Qui da noi la bandiera dell'antimperialismo (quale? solo quello americano o anche quello cinese?) è una roba che tende a mistificare la sostanza vera di certe posizioni."
La Cina non ha la vocazione messianica conquistatrice dell'impero americano potentemente armato, che quindi non è solo un impero capitalistico come i passati imperi coloniali (Inghilterra, Francia, Germania, Giappone, ecc.), ma è anche un impero ideologico ed ideocratico. E di fronte alle sue terribili armi di distruzione di massa con cui pretende di ricattare il mondo intero, io sostengo tutte le resistenze ad esso. Anche perché non esiste un imperialismo virtuoso o alternativa. O una globalizzazione virtuosa o alternativa. Alcuni per concetto leniniano di imperialismo intendono la globalizzazione. La globalizzazione comporta la sottomissione di stati nazionali deboli e privati di sovranità politica, economica e militare a nuovi stati nazionali imperiali più forti.
Con la Cina auspicherei un unione libera delle nazioni europee, su base paritaria e cooperativa, allo scopo di fronteggiare l’imperialismo americano che oggi appare nella necessità di produrre il proprio dominio mondiale illimitato così come nella sua concezione culturale ed ideologica, ma anche economica. Una sorta di nuovo Reich millenario. La Cina non è capace di produrre il proprio dominio mondiale illimitato, non c'è ora nessun dominio imperiale soverchiante della Cina, perché in campo militare e culturale la Cina non può competere con gli Usa. L'alleanza militare fra l’impero americano, i suoi servi anglosassoni insulari ed i suoi padroni sionisti rimane decisamente squilibrata rispetto a tutti gli altri centri di potere militari.
Il dispotismo arrogante e razzista dell'unico impero messianico Usa e la generalizzazione della globalizzazione neoliberale (la forma dominante della concorrenza inter-imperialistica per gli Usa) penso rappresentino la morte, o il suicidio, dell'Europa.
Il mio antimperialismo non penso mistifichi nulla... Liquidare l'antimperialismo mi sembrerebbe frettoloso: mi piacciono molto le tesi che non sono integrate nel sistema. E le tesi antimperialiste mature e convincenti non lo sono. Quelle che per me hanno una reale forza argomentativa... Come non lo sono del resto neanche le tesi radicali sulla raffigurazione dei conflitti sociali odierni.
Le tesi radicali sulla configurazione dei conflitti sociali hanno il pregio di non scambiare lucciole per lanterne, ricollocano i rapporti di dominio nella logica dialettica di categorie marxiste che sono economiche e sociali.
Proviamo a tessere un filo che unisce e non a spezzare relazioni e solidarietà tra sfruttati.
Nell'alveo dell'antimperialismo si muove una corrente di pensiero neofascista, qui in Italia, che scorgo molto bene, per quanto cerchi di nascondersi dietro parole d'ordine "suggestive". A me il fascismo anti-sistema non piace e non interessa per nulla.
continua