giovedì 11 febbraio 2010

Petrini e gli OGM

Di seguito riporto quella che è l'opinione di Carlo Petrini sulla questione che riguarda gli OGM.In dieci punti il buon Carletto spiega perché è contrario.
Prima di leggerlo collegatevi a questo sito, troverete qualche informazione sulla questione partendo dall'ultima sentenza del Consiglio di Stato che sembra autorizzarne l'uso (da quel che ho sommariamente capito) poi se volete nuotare "controcorrente"(perché voi pensate) ma al caldo delle coperte e dei quattrini di potenti lobby economiche interessate alla questione leggetevi quello che raccontano i transgenici di salmone (povero pesce).

Sintetizzare e schematizzare su un argomento complesso come tutti quelli che riguardano il cibo e l'agricoltura non è mai facile né necessariamente un bene. Tuttavia credo che possa servire un elenco delle ragioni di chi, come noi, agli Ogm dice "no", non per posizioni ideologiche o preconcette, come amano dire coloro che pensano di essere gli unici depositari del sapere, ma per ragioni serie e motivate, peraltro condivise anche da molti ricercatori e scienziati:

1. Contaminazione
Coltivare Ogm in sicurezza, in Italia, è impossibile; le aziende sono di piccole dimensioni e non ci sono barriere naturali sufficienti a proteggere le coltivazioni biologiche e convenzionali. L'agricoltura fa parte di un sistema vivente che comprende la fauna selvatica, il ciclo dell'acqua, il vento e le reazioni dei microrganismi del terreno: una produzione Gm non potrà restare confinata nella superficie del campo in cui viene coltivata.

2. Sovranità alimentare
Come potrebbero gli agricoltori biologici, biodinamici e convenzionali essere sicuri che i loro prodotti non siano contaminati? Una diffusione, anche limitata, delle coltivazioni Ogm in campo aperto, cambierebbe per sempre la qualità e la situazione attuale della nostra agricoltura, annullando la nostra libertà di scegliere quel che mangiamo.

3. Salute
Ci possono essere problemi di salute per animali alimentati a Ogm.

4. Libertà
Le coltivazioni Ogm snaturano il ruolo dell'agricoltore che da sempre migliora e seleziona le proprie sementi. Con le sementi Gm, invece, la multinazionale è la titolare del seme: ad essa l'agricoltore deve rivolgersi ad ogni nuova semina (poiché, come tutti gli ibridi, in seconda generazione gli Ogm non danno buoni risultati) ed è proibito tentare miglioramenti se non si pagano costose royalties.


5. Economia e cultura
I prodotti Gm non hanno legami storici o culturali con un territorio. L'Italia basa buona parte della sua economia agroalimentare sull'identità e sulla varietà dei prodotti locali: introdurre prodotti senza storia indebolirebbe un sistema che ha anche un importante indotto turistico.

6. Biodiversità
Le colture Gm impoveriscono la biodiversità perché hanno bisogno di grandi superfici e di un sistema monocolturale intensivo. Se si coltiva un solo tipo di mais, si avrà una riduzione anche dei sapori e dei saperi.

7. Ecocompatibilità
Le ricerche su Ogm indicano due "vantaggi": la resistenza ad un parassita del mais (la piralide) e a un diserbante (il glifosate). Quindi, essi consentirebbero un minore impiego di chimica di sintesi; ma la piralide del mais può essere combattuta seriamente solo con la rotazione colturale, e la resistenza a un diserbante porta ad un uso più disinvolto del medesimo nei campi, dato che non danneggia le piante coltivate ma solo le erbe indesiderate.

8. Precauzione
A circa trent'anni dall'inizio dello studio sugli Ogm, i risultati in ambito agroalimentare riguardano solo tre prodotti (mais, colza e soia). Le piante infatti mal sopportano le modificazioni genetiche e questa scienza è ancora rudimentale e in parte affidata al caso. Vorremmo ci si attenesse ad atteggiamenti di cautela e precauzione, come hanno fatto Germania e Francia, che hanno vietato alcune coltivazioni di Ogm.

9. Progresso
Gli Ogm sono figli di un modo miope e superficiale di intendere il progresso. È sempre più chiaro per consumatori, governi e ricercatori, il ruolo dell'agricoltura di piccola scala nella protezione dei territori, nella difesa del paesaggio e nel contrasto al riscaldamento globale. Invece di seguire le sirene dei mercati, la ricerca dovrebbe affiancare l'agricoltura sostenibile e mettersi a disposizione delle sue esigenze.

10. Fame I relatori Onu dicono che l'agricoltura familiare difende le fasce di popolazione a rischio di malnutrizione. Le multinazionali invece promettono che gli Ogm salveranno il mondo dalla fame: eppure da quando è iniziata la commercializzazione (circa 15 anni fa) il numero degli affamati non ha fatto che crescere, proprio come i fatturati delle aziende che li producono. In paesi come l'Argentina o il Brasile la soia Gm ha spazzato via produzioni come patate, mais, grano e miglio su cui si basa l'alimentazione.

Fonte: Carlo Petrini- l'espresso

mercoledì 10 febbraio 2010

De Luca lo sceriffo




Questo qui sopra è il tipo che la "sinistra" riformista ha proposto come governatore della Campania.
Al di là dei giudizi su Grillo mi ha colpito quello su padre Zanotelli, uno che ha speso la vita in mezzo alle bidonville di Nairobi in Kenya.
Mi colpisce il fare sprezzante nel dare il giudizio e l'argomento di uno che dice che lui si affida agli ingegneri per parlare di tecnologie come quelle dei termo valorizzatori.
Io pensavo si affidasse a qualche ricercatore che si occupa di salute e di impatto di quelle tecnologie sui territori. Ma questo è il livello di De Luca e questo è il meno peggio che chiederanno di votare ai campani.

Per non farci mancare un po' d'informazione mettiamo un paio di link sull'argomento "impatto ambientale termovalorizzatori, cancro e biomasse"

http://www.greenpeace.org/italy/campagne/inquinamento/rifiuti/inceneritori/lo-studio-della-confederazione
http://nuke.eticaenergetica.it/Portals/0/2008/Paul%20Connet/Paul%20Connet.jpg

Per chiudere in bellezza il perché per il sor De Luca ,a suo tempo ,fu richiesto l'arresto il tutto dalla penna di quel destrorso di Travaglio.



"Nel "processo breve" a se stesso celebrato da Enzo De Luca al congresso Idv, mancavano la pubblica accusa e un’informazione decente che conoscesse le carte. C’era solo l’imputato, che infatti si è assolto fra gli applausi, raccontando al popolo dipietrista quel che aveva già fatto credere al suo partito, il Pd. E cioè che è stato rinviato a giudizio due volte per truffa allo Stato, associazione a delinquere, concussione e falso per un’opera buona: aver consentito agli ex lavoratori dell’Ideal Standard di continuare a godere della cassintegrazione.

Naturalmente è una superballa. Quei lavoratori sono disoccupati. Che cosa è successo davvero? Non si tratta delle accuse di un pm impazzito (Gabriella Nuzzi, cacciata da Salerno dopo aver osato indagare su De Luca e sulla fogna politico-giudiziaria di Catanzaro, vedi caso De Magistris). Si tratta delle ordinanze di rinvio a giudizio firmate da due gup, due giudici terzi. Lo stabilimento altamente produttivo dell’Ideal Standard di Salerno fu chiuso, i dipendenti finirono in mobilità, i suoli industriali che valevano miliardi vennero ceduti a prezzi irrisori a un gruppo di speculatori-immobiliaristi
dell’Emilia Romagna (terra cara all’allora ministro dell’Industria, Pier Luigi Bersani).

Questi scesero a Salerno, finanziati da banche emiliane e venete e da una finanziaria di San Marino, per realizzare un’operazione irrealizzabile, fittizia – il parco marino Sea Park – e così strappare indebitamente la cassintegrazione e incamerare sontuosi finanziamenti pubblici. Uno dei beneficiari dell’operazione – come han ricostruito i giudici – fu il costruttore Vincenzo Grieco, amico di De Luca e proprietario dei terreni sulla litoranea orientale, destinata al Sea Park da un’apposita variante urbanistica illegittima che trasformò i suoli da agricoli in turistici.

I modenesi della Sea Park avrebbero versato a Grieco fondi neri per 29 miliardi di lire e promesso al comune di Salerno di versarne altri 22 di oneri concessori non dovuti, con garanzia fideiussoria. I 29 miliardi sarebbero finiti sui conti della famiglia di Grieco e da questo prelevati in contanti per distribuirli un po’ in giro. Il gruppo Sea Park fu poi costretto a sputare altri 6 miliardi extra-bilancio, con assegni bancari girati per l’incasso a un collaboratore di Grieco, che li parcheggiò su un conto Unicredit per essere poi prelevati in contanti o girati su conti della famiglia Grieco.

Nonostante il salasso, la Sea Park non riuscì a ottenere la proprietà dei terreni di Grieco, che, oltre a tutti i soldi incamerati, seguita pure a lucrare sull’aumento della rendita fondiaria dei terreni, gentile omaggio della giunta De Luca. Intanto il gruppo emiliano, spolpato dai salernitani, è ridotto sul lastrico. Gli subentra un consorzio di società immobiliari e del ramo rifiuti capitanato da un faccendiere bresciano pregiudicato, Angelo Tiefenthaler.

De Luca appoggia anche lui per un fantomatico programma di "riconversione industriale", utilissimo per ottenere indebitamente le indennità di mobilità e cassa straordinaria per gli ex lavoratori Ideal Standard. Al posto del parco marino, si dice, nascerà un centro turistico-commerciale e, al posto dell’Ideal Standard, un bell’inceneritore. Invece spunta una centrale termoelettrica, opera della multinazionale svizzera Egl e gemella di quella di Sparanise (raccontata dal Fatto a proposito delle liaisons fra finanza rossa emiliana e clan Cosentino).

Per queste vicende la pm Nuzzi aveva chiesto al gip l’arresto di De Luca e al Parlamento l’autorizzazione a usare certe sue intercettazioni indirette. Richieste respinte. Il gip distrusse addirittura le bobine gettandole nell’inceneritore, anziché attendere la decisione della Consulta (che di lì a poco ne decretò la piena utilizzabilità); subito dopo il fratello del gip, Luca Sgroia, diventò segretario dei Ds di Eboli e aprì la campagna elettorale per De Luca sindaco di Salerno. E ora chi ha stomaco forte lo elegga pure governatore della Campania."

Da il Fatto Quotidiano del 9 febbraio



martedì 9 febbraio 2010

L'essenza del capitalismo per Totò







In questo video di Totò troviamo quella che è l'essenza del capitalismo con annessa la sua soluzione: adeguarsi.



Di seguito una "dotta" citazione di Marx sull'accumulazione originaria.

Nell'economia politica quest'accumulazione originaria fa all'incirca la stessa parte del peccato originale nella teologia: Adamo dette un morso alla mela e con ciò il peccato colpi il genere umano. Se ne spiega l'origine raccontandola come aneddoto del passato. C'era una volta, in una età da lungo tempo trascorsa, da una parte una élite diligente, . intelligente e soprattutto risparmiatrice, e dall'altra c'erano degli sciagurati oziosi che sperperavano tutto il proprio e anche più. Però la leggenda del peccato originale teologico ci racconta come l'uomo sia stato condannato a mangiare il suo pane nel sudore della fronte; invece la storia del peccato originale economico ci rivela come mai vi sia della gente che non ha affatto bisogno di faticare. Fa lo stesso![...] E da questo peccato originale deriva la povertà della gran massa che, ancor sempre, non ha altro da vendere fuorché se stessa, nonostante tutto il suo lavoro, e la ricchezza dei pochi che cresce continuamente, benché da gran tempo essi abbiano cessato di lavorare.

(K. Marx, Il capitale. Critica dell'economia politica, Lib. I, a cura di D. Cantimori, Roma, Editori Riuniti, pp. 777-780)

giovedì 4 febbraio 2010

Berlusconi, Zelig ed i fasciosionisti

Come commentare le dichiarazioni di Berlusconi nel parlamento sionista e fascista di quella specie di stato coloniale che è Israele?
Mi riferisco alla storia della giusta reazione. Uno così ai nazisti di via Rasella fa un baffo. Ma che dire dell'equiparazione alla Shoa delle vittime palestinesi di Gaza? Si proprio quelle che erano il risultato della giusta reazione.
Mi limito a copiare un pezzo di Gramellini, lui non è un comunista come sil sottoscritto e non pensa (forse) che Israele è un'invenzione come tanti staterelli dell'epoca coloniale però dice qualcosa di sacrosanto sull'uomo Berlusconi.
Chiudo questo post pensando a come si è rovesciato il mondo, quelli che furono vittime che diventano carnefici e rompono pure il cazzo se non solidarizzi.

"Ma come farà a essere israeliano con gli israeliani e palestinese coi palestinesi? Ad affermare, davanti a Netanyahu, che bombardare Gaza fu «una reazione giusta» e due ore dopo, davanti ad Abu Mazen, che le vittime di Gaza sono paragonabili a quelle della Shoah? Zelig si limitava a cambiare faccia, a seconda dell’interlocutore da compiacere. Ma questo è un uomo in grado di cancellare il tempo e lo spazio. Riesce a stare con il pilota dell’aereo che sgancia le bombe e nel rifugio sotterraneo con i bombardati. In contemporanea, e dispensando a entrambi parole di comprensione. Nella sua vita precedente insegnava ai venditori di pubblicità a essere concavi coi convessi e convessi coi concavi. Una volta li sfidò a salutare cinquanta clienti, trovando un complimento per tutti. Solo stringendo la mano al cinquantesimo, un uomo brutto e sgradevole, rimase perplesso. Poi gli disse: «Ma che bella stretta di mano ha lei!».

Molti hanno letto quei manuali americani che insegnano a infinocchiare il prossimo in 47 lezioni. Ma solo lui ha il fegato di applicarne il precetto fondamentale: credere sempre a quel che dici, anche quando è il contrario di quel che hai appena detto. Una tecnica che evidentemente funziona persino con le vecchie volpi mediorientali. Come farà? Vorrei tanto chiederglielo, se non fosse che lui nel frattempo si è già spostato nella basilica della Natività, a Betlemme, dove sta raccontando ai frati una barzelletta sulla Madonna che avrebbe preferito una femminuccia. A quel punto mi arrendo. "

martedì 2 febbraio 2010

Conversazioni con Maria: il concetto d'imperialismo, parte 1a

Il tutto ha avuto inizio da questo post e questa è stata la risposta di Maria con ciò che ne è seguito:
Maria-Cristina Serban
Li vorrebbero tenere a casa loro forse anche i figli, o le madri, o le mogli, od i mariti... O gli ospedali dovrebbero tenersi i medici...
Vorrei che in Romania per esempio la gente sia allettata da promesse di lavoro nel proprio paese e che possa arricchirsi qui, vorrei che i salari non cadano... Vorrei che il lavoro della gente non sia ottenuto al più basso prezzo possibile. Le cause dell'immigrazione mi preoccupano... La povertà di massa dovuta alla dura discesa dei salari reali, l'accanimento della concorrenza tra le aziende, nata dallo sfruttamento del lavoro dei poveri, anche dalla parte di tanti baldi imprenditori, l’abbandono dell’espansività sindacale. Trovo angosciante il fatto che non esista una forza che costituisca un argine contro il capitalismo che sradica molta gente. Una forza che fermi la corsa dei salari verso il basso... Preferirei che fra due venditori di tempo di lavoro con lo stesso standard di produttività, ad essere ingaggiato perché costa di meno non fosse un rumeno. La gente che costa meno immigra anche dove sorge una fabbrica... Non vorrei che i miei connazionali fossero vittime dell’emigrazione come effetto della globalizzazione dell’offerta di lavoro, e che tra loro fossero alcuni disposti a fare lo stesso lavoro dell’operaio nazionale dell'Italia, per esempio, per un terzo della paga.
Ovviamente sono a favore delle cause degli immigrati (da quelli dequalificati e non in grado di esibire una laurea in economia e commercio, ai laureati di medicina e chirurgia). E sarei a favore anche di una loro lotta di liberazione. Scoprirsi poveri, senza prospettive di lavoro dignitoso nel proprio paese (e spesso neppure in quello dove si emigra), vedersi la vita affettiva spenta, dev’essere molto triste.
E per quanto riguarda l'imperialismo, mi ripugna, è odioso. Solo al senso estetico di un narcisista non ripugna. E del resto il sistema capitalistico si riproduce in presenza di stati imperialistici potentissimi e territorializzati in stati-nazione colonialistici.

Anche qui si possono leggere alcune cose interessanti:
http://indipendenza.lightbb.com/politica-italiana-f2/oltre-la-solidarieta-ai-braccianti-neri-di-rosarno-t518.htm

Mario Paravano
Maria io penso che se le condizioni del capitalismo impongono(come mi sembra tu dica) queste condizioni di mobilità, l'obiettivo deve essere trattare la massa di persone che arrivano come soggetti da coinvolgere e non da trattare come "nemico".
Questo anche perché, oggi, con la possibilità che il capitale ha di muoversi in senso trasnazionale il problema dell'immigrazione è una questione che (a quei signori) non interessa negli stessi termini in cui interessava qualche decennio fa.
Chi apre una fabbrica da un'altra parte lo fa nell'ottica di utilizzare migliori condizioni di "sfruttamento".
In Italia abbiamo assistito ad una desertificazione di interi distretti industriali (Biellese, Maceratese ad esempio) perché un certo tipo di produzioni si sono spostate da un'altra parte. La Fiat in Polonia produce lo stesso numero di vetture, in uno stabilimento, che da noi si producono in quattro.Lo fa a minori costi e meno personale e meno sindacati.Quindi che senso ha rinchiudersi con una logica che tratta di imperialismo e poi produce una ideologia fatta da tanti nazionalismi che nulla vogliono togliere alla struttura di fondo del funzionamento del sistema?
Qui da noi la bandiera dell'antimperialismo (quale? solo quello americano o anche quello cinese?) è una roba che tende a mistificare la sostanza vera di certe posizioni. Se poi penso che gente che militava in terza posizione, o che milita in ordine nuovo (tutti gruppi di neofascisti), oggi ha la pretesa di mettere un cappello a certe forme di "razzismo" alla Rosarno mi viene da pensare che con questi non si va da nessuna parte e non si costruisce nessuno fronte. proprio perché a loro non interessano quegli uomini sfruttati

Maria-Cristina Serban "Quindi che senso ha rinchiudersi con una logica che tratta di imperialismo e poi produce una ideologia fatta da tanti nazionalismi che nulla vogliono togliere alla struttura di fondo del funzionamento del sistema?"

Certo, si deve pensare a tutto. Io per esempio auspico un orizzonte storico legato ad una prospettiva di superamento del modo di produzione capitalistico, che mi sembra blocchi le vie dell'emancipazione. Poi so che tutto sta nell'intendersi quando si parla di modo di produzione capitalistico. Nel mio paese mi piacerebbe che più gente fosse a favore di una filosofia dell'emancipazione umana e di una scienza dei rapporti sociali di produzione. Queste, unite ad una resistenza all'imperialismo, produrrebbero, secondo me, un risultato estremistico articolato, che spaventerebbe ognuno di quelli che non vogliono togliere nulla alla struttura di fondo del funzionamento del sistema.

"Qui da noi la bandiera dell'antimperialismo (quale? solo quello americano o anche quello cinese?) è una roba che tende a mistificare la sostanza vera di certe posizioni."

La Cina non ha la vocazione messianica conquistatrice dell'impero americano potentemente armato, che quindi non è solo un impero capitalistico come i passati imperi coloniali (Inghilterra, Francia, Germania, Giappone, ecc.), ma è anche un impero ideologico ed ideocratico. E di fronte alle sue terribili armi di distruzione di massa con cui pretende di ricattare il mondo intero, io sostengo tutte le resistenze ad esso. Anche perché non esiste un imperialismo virtuoso o alternativa. O una globalizzazione virtuosa o alternativa. Alcuni per concetto leniniano di imperialismo intendono la globalizzazione. La globalizzazione comporta la sottomissione di stati nazionali deboli e privati di sovranità politica, economica e militare a nuovi stati nazionali imperiali più forti.
Con la Cina auspicherei un unione libera delle nazioni europee, su base paritaria e cooperativa, allo scopo di fronteggiare l’imperialismo americano che oggi appare nella necessità di produrre il proprio dominio mondiale illimitato così come nella sua concezione culturale ed ideologica, ma anche economica. Una sorta di nuovo Reich millenario. La Cina non è capace di produrre il proprio dominio mondiale illimitato, non c'è ora nessun dominio imperiale soverchiante della Cina, perché in campo militare e culturale la Cina non può competere con gli Usa. L'alleanza militare fra l’impero americano, i suoi servi anglosassoni insulari ed i suoi padroni sionisti rimane decisamente squilibrata rispetto a tutti gli altri centri di potere militari.
Il dispotismo arrogante e razzista dell'unico impero messianico Usa e la generalizzazione della globalizzazione neoliberale (la forma dominante della concorrenza inter-imperialistica per gli Usa) penso rappresentino la morte, o il suicidio, dell'Europa.

Il mio antimperialismo non penso mistifichi nulla... Liquidare l'antimperialismo mi sembrerebbe frettoloso: mi piacciono molto le tesi che non sono integrate nel sistema. E le tesi antimperialiste mature e convincenti non lo sono. Quelle che per me hanno una reale forza argomentativa... Come non lo sono del resto neanche le tesi radicali sulla raffigurazione dei conflitti sociali odierni.

E chi lo dice che la Cina non ha quella vocazione?La Cina approfitta della sua potenza finanziaria per comperare interi pezzi d'Africa. Credi che lo faccia per emancipare quelle persone? Io non capisco molto quelli che hanno un problema di imperialismo americano e ne contrappongono uno che in termini di meccanismi di potere, sfruttamento delle risorse non è per nulla diverso.In Cina si sta affermando un modello sociale che tende a polarizzare le differenze, che non è socialista per nulla e che non a caso viene lodato dai conservatori americani.
Le tesi radicali sulla configurazione dei conflitti sociali hanno il pregio di non scambiare lucciole per lanterne, ricollocano i rapporti di dominio nella logica dialettica di categorie marxiste che sono economiche e sociali.
Proviamo a tessere un filo che unisce e non a spezzare relazioni e solidarietà tra sfruttati.
Nell'alveo dell'antimperialismo si muove una corrente di pensiero neofascista, qui in Italia, che scorgo molto bene, per quanto cerchi di nascondersi dietro parole d'ordine "suggestive". A me il fascismo anti-sistema non piace e non interessa per nulla.

continua

domenica 31 gennaio 2010

Tremonti l'anticostituzionale

Però il Tremonti. L'uomo che con orgoglio rivendica il fatto di non essere un economista svela il suo vero volto e si dichiara esperto di diritto costituzionale.
Magari avrà anche ragione tecnicamente sulla questione, però non possiamo non chiedergli conto di quella strana asimmetria nei suoi ragionamenti che lo vedono mettere all'indice una norma che pone un tetto agli stipendi dei manager perché anticostituzionale e, nello stesso tempo, voltare la testa da un'altra parte quando il suo capo rivendica il "diritto" di essere trattato non come un cittadino qualsiasi di fronte alla legge ma come uno al di sopra della legge.
Per ricapitolare: per quelli come il Tremonti se metti un tetto a stipendi stratosferici sei un illiberale e contro il libero mercato e se, però, vuoi che Berlusca i suoi cazzi con la giustizia se li sbrighi come tutti gli altri poveri tapini allora no!!! In questo caso valgono le buone norme medievali, quelle che garantivano l'impunità al signorotto.
In pratica roba da casta.

giovedì 28 gennaio 2010

Nuove frontiere dello sfruttamento: il lavoro a minuto

Qualche giorno fa con un articoletto di spalla il vice direttore di Repubblica ci raccontava che negli USA una fetta consistente di lavoratori ha sperimentato la gioia di una nuova tipologia di contratti: quelli a minuto lavorato.
In pratica le aziende ti pagano per l'effettivo tempo lavorato e nel compenso non è prevista nessuna forma d'indennità in caso di malattia, né alcuna copertura assicurativa.

Sembra che sia la nuova frontiera della flessibilità.
Il buon Giannini sollecitava i politici a prendere atto di questo stato di cose (con un sottinteso che lasciava intendere che quelli si stanno attrezzando per essere più competitivi) perché è ora di riformare il welfare.

Nella logica dei "Giannini" riformare il welfare significa re-distribuire il poco tra i tanti nuovi poveri che ci sono e che ci saranno , prevedere quindi ammortizzatori sociali per i periodi di disoccupazione per quanti saranno interessati da queste nuove forme di precariato togliendo a pensioni, sanità e quant'altro e parte dell'assistenza.

Sempre nella logica del Giannini il problema non è la nuova categoria dello sfruttamento (da combattere) quanto quella di attrezzare il sistema paese in modo tale che durante i periodi di non impiego un minimo di "salario sociale" permetta ai tanti di tirare avanti.

Con la logica del "questi sono i tempi, queste le condizioni e non abbiamo scelta, nel 1946, la Repubblica iniziò quella che oggi possiamo definire come la sua tratta degli schiavi per potersi pagare un po' di carbone.

Per fare questo furono conclusi vari accordi bilaterali tra Italia e Belgio, come il protocollo del 23 giugno 1946 ed il protocollo dell'11 dicembre 1957. Gli immigrati italiani che si diressero in misura considerevole verso le miniere di carbone del Belgio furono circa 24.000 nel 1946, oltre 46.000 nel 1948. A parte un periodo di flessione, corrispondente agli anni '49-'50, nel 1961 gli italiani rappresentarono il 44,2 per cento della popolazione straniera in Belgio, raggiungendo le 200.000 unità.

Quei lavoratori costavano la metà di un minatore belga, non si potevano rifiutare di lavorare una volta firmato il contratto di lavoro pena una detenzione di 5 anni di galera, venivano smistati a centinaia nella stazione di Milano,viaggiavano per due giorni in treni blindati senza conoscere la loro destinazione . A salari da fame garantirono quel carbone che permise all'Italia di far ripartire le sue fabbriche ed ai padroni di arricchirsi ancora di più.

Qui una breve cronaca (fonte:www.zadig.it/news2002/med/new-0218-1.htm):

      “Approfittate degli speciali vantaggi che il Belgio accorda ai suoi minatori. Il viaggio dall'Italia al Belgio è completamente gratuito per i lavoratori italiani firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall'Italia al Belgio dura in ferrovia solo 18 ore. Compiute le semplici formalità d'uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio”.

Il viaggio da Milano durava in pratica due giorni. Si partiva da Milano il lunedì mattina, si viaggiava tutto il lunedì e si arrivava in Belgio nel pomeriggio del martedì. Circa mille persone viaggiavano su ogni treno. Per quasi tutti era il primo viaggio di una certa importanza, o il primo in assoluto, un viaggio decisamente poco confortevole, specialmente quando si attraversava la Svizzera. Al passaggio per la Svizzera, infatti, per un certo tempo i vagoni venivano chiusi e il treno proseguiva senza nessuna fermata fino a Basilea, per non rischiare di perdere qualche passeggero lungo il tragitto. Le ragioni erano comprensibili: considerato che la Svizzera era una meta ben più ambita del Belgio, anche perché più vicina, molti sognavano di scendere e di fermarsi lì. Dopo Basilea i vagoni potevano di nuovo essere aperti, poiché nessuno voleva scendere in Francia. Le visite mediche d'idoneità al lavoro venivano sbrigativamente svolte durante il viaggio. Per il resto, sui treni non c'era praticamente alcun tipo d'assistenza.

Alla stazione centrale di Bruxelles, lunghi convogli ferroviari scaricavano gli uomini, stanchi, con i loro abiti semplici e con pochi effetti personali al seguito, molti dei quali non fecero mai ritorno al proprio paese.

A Bruxelles cominciava lo smistamento verso le differenti miniere, tenendo conto, nei limiti del possibile, delle affinità familiari. Gli interpreti e i delegati delle miniere regolavano alcune formalità essenziali e qualche problema personale.

In autobus o ancora in treno, gli uomini venivano poi accompagnati nei loro “alloggi”: le famose cantines, baracche insomma, o addirittura nei famigerati hangar, gelidi d'inverno e cocenti d'estate, veri e propri campi di concentramento dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra.

Né animali, né stranieri...

La mancanza di “alloggi convenienti”, previsti dall'accordo italo-belga, impediva alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia. Trovare un alloggio in affitto era infatti quasi impossibile all'epoca. Spesso, sulle porte delle case da affittare i proprietari scrivevano a chiare lettere “ni animaux, ni étranger”: né animali, né stranieri.

È dunque facile immaginare che l'integrazione dei lavoratori italiani in Belgio non era, in quegli anni, facile. Anche nelle miniere, dove peraltro le condizioni di lavoro erano particolarmente dure e insalubri, i rapporti con i minatori belgi non erano facili, poiché gli italiani estraevano in media più carbone e si pensava che fossero, per conseguenza, pagati meglio. La solidarietà tra paesani rendeva il peso del lavoro e delle condizioni di vita un po’ più sopportabile. I minatori italiani provenienti dal Veneto, dalla Sicilia, dall'Abruzzo, e così via, avevano infatti tendenza a riunirsi tra di loro e a parlare in dialetto, secondo la regione e il paese di provenienza.

In questo contesto, un formidabile fattore d'integrazione fu l'associazionismo sindacale, e in particolare il riconoscimento del diritto di voto agli immigrati stranieri per l'elezione delle cariche sociali, che venne introdotto per la prima volta in Belgio nel novembre del 1949, anche se con molte restrizioni. Benché inizialmente il diritto di voto fosse soltanto passivo, e non consentiva quindi di essere eletti, questa prima forma di partecipazione alla vita interna all'azienda, fino a quel momento sconosciuta alla quasi totalità dei nostri lavoratori, rappresentò un formidabile esercizio di democrazia e un'occasione importante per iniziare a partecipare alla vita politica e sociale belga. "


Con la testa a quegli avvenimenti ed a quella storia osservo che il percorso che in tanti hanno fatto non è servito a nulla.

Ci ripropongono condizioni che invece che farci fare passi in avanti ci riportano indietro nel tempo. La differenza sostanziale con quei periodi è nella qualità dei rapporti umani da ricostruire. Lì allora c'era qualcuno che si batteva per integrarti e farti conquistare diritti, qui da noi ora c'è solo una sporca guerra che faranno fare a noi. Sarebbe il caso di rivolgere quei metaforici fucili in altra direzione piuttosto che perpetuare e condividere condizioni di sfruttamento che ci abbrutiscono e basta ma, sembra, che questa cosa sia altamente "sovversiva", spregiudicata e da condannare.


E allora continuiamo a scannarci. Con i neri a Rosarno, contro quelli che bloccano i cancelli a Pomigliano, contro quei lavativi che vorrebbero pisciare più di una volta in 5 ore come hanno stabilito nel Carrefour qui a Torino, contro bidelli e professori. Però quando lo farete e soddisfatti tornerete a casa per aver ristabilito un po' di ordine passate dal centro e provate a guardare in alto, da qualche parte dietro una finestra vedrete gente affabile e cordiale in compagnia di signore gaudenti che fanno festa. Non lo sapete ma quello che festeggiano come coglione dell'anno ridendo a crepapelle siete proprio voi.


domenica 24 gennaio 2010

Confusi o coglioni?

Ricapitoliamo: in Piemonte la mitica federazione si è presa un calcio nel culo a favore dell'UDC. In Puglia scodinzolano dietro vendola dopo che Vendola gli ha sfasciato il partito,nel Lazio vaneggiano di alleanze con la Bonino.Direi gente con le idee chiare.
Scommetto che racconteranno che la situazione è questa e triccheeballacche. Più o meno le stesse cose che raccontarono quando reggevano il moccolo a Prodi e ci spiegavano perché non stavano in piazza (echecazzo siamo ministri e sottosegretari e poi Rutelli s'incazza).
Nel frattempo ci siamo persi un po' di mesi per provare a costruire un'opposizione radicale in questo paese. Una di quelle opposizioni che non fa sconti e che tratta le questioni con un minimo di coerenza in funzione di un'idea di società e di politica diversa.
E invece no. Sono lì che si contorcono. Vuoi fare del bene a questo paese? Non andare a votare.

sabato 23 gennaio 2010

La fuga in avanti (perché gli altri fuggono senza voltarsi indietro)

di Manolo Morlacchi

Morlacchi-LaFugaInAvanti.jpgManolo Morlacchi, La fuga in avanti. La rivoluzione è un fiore che non muore, ed. Agenzia X, pp. 216, € 15,00.

La fuga in avanti è uscito nelle librerie da qualche settimana e ci sono alcune osservazioni, provocazioni, domande, che appaiono in modo ricorrente nelle presentazioni a cui partecipo e nelle recensioni che ho potuto sin qui leggere, in particolare, la segnalazione di Wu Ming 1 su Nandropausa. Quindi mi sono convinto della necessità di approfondire alcune questioni intorno al mio libro.

Lungo le pagine de La fuga in avanti descrivo a più riprese con grande enfasi e nostalgia il clima in cui ho trascorso gli anni della mia infanzia e adolescenza, suppergiù dal 1975 al 1985. Questa descrizione può sollevare qualche fastidio o perplessità tra chi ha vissuto in prima fila quella stagione politica e ne ha pagato duramente le conseguenze. Ma la mia lettura è volutamente provocatoria. E’ il tentativo di porre in relazione tra loro i profili umani e sociali di chi decise di andare allo scontro con lo Stato, rispetto ai profili umani e sociali con cui siamo abituati a convivere oggi. E’ il tentativo di dimostrare come, in ultimo, quei nomi e cognomi siano gli stessi di allora; che non si tratta di biografie personali, ma di vicende collettive, di opportunità politiche e rivoluzionarie, di questioni molto materiali. E’ il tentativo di intervenire sulla vulgata comune, secondo la quale gli anni ’70 sono stati un medioevo contemporaneo, plumbeo e segnato dall’ultraideologia.
I miei ricordi mi descrivono una realtà diversa. Nel mio quartiere, il Giambellino, negli anni ’70, i proletari erano dalla parte delle Brigate Rosse. Tante sono le testimonianze a riguardo. Tutti sapevano chi fossero i clandestini; capitava che gli stessi clandestini te li ritrovavi a cenare o a bere nelle trattorie e nei luoghi di ritrovo del Giambellino, alla Bersagliera o alla Cooperativa, senza che nessuno avesse qualcosa da ridire (e non si trattava di paura). In Piazza Tirana le BR tennero alcuni comizi pubblici senza che la polizia intervenisse. Sui tetti delle case popolari spesso comparivano bandiere rosse con la stella a cinque punte. Gli stessi militanti del PCI sapevano chi si nascondeva dietro le Brigate Rosse, ma nella peggiore delle ipotesi ci convivevano. Mio padre era così legato alla sua storia nel partito che, negli ultimi anni della sua vita, si iscrisse a Rifondazione Comunista e festeggiò la prima vittoria di Prodi su Berlusconi!
Chi scrive non intende certo separare la storia delle Brigate Rosse avventuriere e romantiche, rispetto alla storia delle Brigate Rosse sanguinarie e militariste. Esiste una sola storia della lotta armata in Italia e mio padre ne fece parte appieno dal 1970 a quando uscì di prigione nel 1986. Rimase impermeabile a ogni tentativo di alleggerire la propria condizione di prigioniero, senza cercare le scorciatoie della dissociazione o l’infamia del pentitismo. Le sue critiche e le sue perplessità sull’Organizzazione le riservò sempre ai compagni con cui condivideva la propria irriducibile avversione al sistema borghese.
Ciò che mosse quei personaggi del Giambellino e i tanti che li seguirono, era una spinta molto materiale che proveniva da lontano e non rappresentava il frutto di una elaborazione da salotto universitario. In loro si riassumevano tante lotte: la Resistenza al nazifascismo, la fame patita durante e dopo la guerra, le lotte operaie nelle fabbriche degli anni ’50, la rottura con il PCI e il sostegno alla Cina, al Vietnam, a Cuba, alle lotte anticolonialiste africane. Infine, il 1968 e la dialettica difficile con gli studenti, “la futura classe dirigente del Paese che intendeva guidare i cortei”.
Fu questa loro coerenza pratica, prima ancora che intellettuale/ideologica, a rendere particolari quei compagni ed esaltante la mia infanzia. Sapevi chi avevi di fronte. Sapevi che quei personaggi li trovavi a giocare a dadi con la malavita alla stazione ferroviaria di San Cristoforo in piazza Tirana, ma quando c’era bisogno di altro su di loro potevi contare senza dubbi.
Queste sensazioni ho cercato di trasferirle nelle pagine del libro, tentando di evitare ogni reticenza. La fuga in avanti è un libro partigiano che intende porre nel solco delle lotte rivoluzionarie del secolo scorso l’esperienza della lotta armata in Italia. Il mio libro non ha alcun intento pacificatorio. E’ il tentativo di capire gli errori e le conquiste di quell’esperienza a uso e consumo di chi continua a credere che la società del profitto sia un abominio contro cui bisogna combattere.

Un altro aspetto che emerge spesso nei dibattiti intorno agli anni ’70, riguarda la questione della legislazione speciale e, più in generale, delle forme che la repressione ha assunto per sconfiggere la lotta armata: reintroduzione della tortura fisica e psicologica per i prigionieri e per le loro famiglie, uso sommerso della pena di morte ecc.
E’ costume di vasta parte della sinistra istituzionale o meno, affrontare quei fatti come se si fosse trattato dell’esito di una follia collettiva cresciuta nell’alveo delle istituzioni democratiche.
Come se quelle scelte repressive fossero un mostro sfuggito di mano a qualcuno e non il prodotto concreto dei metodi attraverso cui gli apparati dello Stato, di qualunque Stato, intervengono quando il dissenso diventa pericoloso. Come se, rispetto a quegli anni, ci fossero oggi possibilità repressive meno malsane rispetto ad allora. Basterebbe leggere lo splendido libro di Emilio Quadrelli Evasione e rivolte per rendersi conto di quanto questo tipo di lettura, nella migliore delle ipotesi, sia ingenuo.
Chi combatte l’imperialismo con le armi in pugno, ieri come oggi, conosce gli strumenti di cui la borghesia si è dotata per difendere i propri interessi. Sono strumenti perfezionati sulla pelle di coloro che hanno combattuto il capitalismo nei cicli rivoluzionari degli ultimi 150 anni. Elaborazioni teoriche uscite dalle centrali del terrore statunitensi, israeliane, francesi, inglesi, italiane e che hanno trovato applicazione pratica negli scenari sudamericani, medio-orientali, africani, indocinesi, nella lotta contro le organizzazioni combattenti europee e di tutto il mondo. Oggi questi vademecum alla repressione trovano la loro consacrazione planetaria e la giusta versatilità per rispondere a ogni esigenza qualitativa e quantitativa. Abbiamo così il caso dell’Irak dove dei contractor/patrioti italiani partono per difendere gli interessi del capitale violentando donne e bambini, e abbiamo invece il caso di Genova 2001 dove la nostra polizia si limita a dare degli avvertimenti a chi pensava che la borghesia di un Paese democratico utilizzasse strumenti diversi rispetto a quelli che riserva alle periferie del mondo.
Cercare di quadrare il cerchio su questi temi intorno a un tavolo e nel consesso delle istituzioni è, per usare un’espressione gentile, velleitario. A meno che non si pensi che esista una dicotomia tra le istituzioni e gli interessi del capitale.

Al mio libro è stato anche rimproverato di non rispettare il dolore delle vittime di quegli anni. Questo non è affatto vero. Rispetto quel dolore, evitando di parlarne. E non è un semplice escamotage, ma la profonda convinzione di non poter in alcun modo entrare in un dolore che non mi appartiene. Penso che il rispetto sia una categoria che talvolta viene evocata dai vincitori quando gli sconfitti non chiedono “scusa”. Ognuno piange i propri morti come meglio gli aggrada. Io ho grande rispetto per il dolore umano provocato dalla violenza, sia essa rivoluzionaria o repressiva. Molto più importante è dire che questo rispetto l’avevano mio padre, mia madre e i tanti loro compagni. Ho citato volutamente nelle pagine de La fuga in avanti un passo di Senza tregua quando il comandante Visone si trova di fronte ai morti di Piazzale Loreto e osserva i volti soddisfatti e sorridenti dei fascisti: “Mi resi conto in quel momento di quale fosse la distanza che mi separava dai miei nemici. Io non avrei mai potuto ridere di fronte al cadavere del mio nemico. Troppo grande era il peso che mi portavo sulle spalle per quelle morti”.

Ho voluto raccontare una storia delle Brigate Rosse senza affossarmi nelle pieghe della Storia Ufficiale. Non mi sono interessato alle diverse fasi e delle diverse anime della lotta armata: propaganda armata, ala militarista, ala movimentista, prima e seconda posizione, pg, pcc, ucc ecc. Non perché si tratti di questioni poco importanti, ma perché non servono a descrivere nel complesso la storia della più importante organizzazione armata italiana.
Così come non serve a nulla tentare di dipingerla (salvo che non si tratti di una rilettura interessata) raccontando i misfatti e le aberrazioni che si verificarono in particolare dalla fine degli anni ’70 ai primi anni ‘80. Gli strangolamenti in carcere di militanti che avevano fatto confessioni sotto tortura; gli omicidi per diffondere un volantino, ecc. ecc. La categoria della violenza, letta in termini assoluti, estrapolata ed estremizzata, descriverebbe da sé l’errore della scelta armata. Assume la forma di un artificio intellettuale per mettere tutti d’accordo. Ma dove stava la violenza in quegli anni in Italia? Era il prodotto di un gruppo di pazzi fuggiti da qualche manicomio, o era la risultante dello scontro sociale in atto? Se ponessimo in competizione la violenza rivoluzionaria con quella della repressione, ebbene vincerebbe con grande distacco quella provocata dalla stragi di Stato, dalla tortura legalizzata, dagli omicidi compiuti nelle piazze, nelle carceri, dai massacri perpetrati dall’imperialismo in giro per il mondo. Ma non serve a nulla questa operazione, a meno che, ripeto, non si tratti di un’operazione politica. Ma allora entriamo in un altro campo. E’ come oggi quando ci fanno vedere in ogni dove gli sgozzatori di Al Qaeda, ma si guardano bene da pubblicizzare le “eroiche gesta” dei nostri soldati e mercenari nei bordelli di Kabul, nei villaggi del Kosovo, lungo le strade dell’Irak.
Mio padre e mia madre rimasero sempre critici e distanti rispetto a certe derive legate alla sconfitta che incombeva sull’organizzazione a cui avevano aderito. Distanti anni luce, come racconto anche con testimonianze nel mio libro. Ma tutto questo poco importa nel giudizio complessivo. Oggi le BR non esistono più. Ma la violenza e la repressione aumentano geometricamente. E’ da questo assunto, da ciò che succede oggi, che bisogna ripartire per rileggere quegli episodi.
Di libri sulle BR ne abbiamo a decine. La violenza, letta in modo unilaterale, resta lo strumento principe per descrivere quell’esperienza. Decontestualizzata, astorica, intellettuale, è una lettura che serve unicamente ad accreditare la storia scritta dai vincitori. Io invece ho provato a scriverla dal punto di vista degli sconfitti; sconfitti, ma non arresi.

giovedì 21 gennaio 2010

Aiuti ad Haiti